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30/11/-1, 00:00:00
Testa e croce
Si intitola "Monetine" la nuova greatest hits doppia di Daniele Silvestri. L'ho acquistata pochi giorni fa e ormai è in "heavy rotation" sul mio portatile. Per gustarla meglio ho addirittura accantonato l'uso delle cuffie e sto lasciando che il suono si propaghi liberamente nel (pur angusto) spazio della mia stanza. L'album contiene i più grandi successi del cantautore romano e ripercorre tutta la sua carriera, da primi successi come "Le cose che abbiamo in comune" e "Cohiba" al recente tormentone "La paranza". La maggior parte di questi 35 pezzi è riproposta in versione originale o "live", ma sono anche presenti due inediti, una cover ("Una giornata al mare" di Paolo Conte) e cinque rifacimenti. Fra questi anche la title track "Monetine", di cui propongo più in basso un video live, versione rivista e aggiornata di "Pozzo dei desideri" del 1999. Un brano contro tutte le forme di dipendenza dal gioco d'azzardo, anche quello legalizzato dalle TV o dallo Stato per "battere cassa". Ma va inserita nella categoria dei riarrangiamenti anche la splendida"Idiota": le canzoni contenute nei due CD sono tutte (e dico proprio TUTTE) belle, ma probabilmente questa è la migliore dell'intera collection.

L'intero lavoro è un calderone di stili e sonorità diverse, che permettono di seguire l'evoluzione dell'autore e mostrano il suo grande eclettismo sia sotto il profilo contenutistico che musicale. Canzoni assolutamente ironiche e divertenti si affiancano a pezzi di denuncia, talvolta addirittura "politici", e dal contenuto mai scontato, anche quando parlano "semplicemente" di amore. Ad un pezzo rock, ne segue uno dai sapori caraibici, per poi passare con assoluta naturalezza all'hip-hop old school e al reggae roots, rimbalzando dal blues al jazz, ma senza snobbare la tradizione italiana e altre tendenze e generi. Per arrivare a quel miscuglio di tematiche e suoni che, combinati e tenuti insieme da una strana alchimia musicale, vanno a creare quello che è il suo (a)tipico e personalissimo (non)stile, fatto di contaminazioni e necessità di comunicare.

Ho sempre seguito Daniele Silvestri, trovandomi spesso a canticchiare le sue hit. Credo che sia uno dei migliori autori italiani, una delle poche "voci fuori dal coro". Un cantante che non ha paura di esporsi ed esprimere le sue idee, dimostrando che la musica può ancora essere un mezzo per divertirsi e far divertire, ma anche uno strumento di denuncia, per parlare a tutti dei problemi della società e stimolare una riflessione. "Monetine" è il perfetto contenitore di tutto questo, dunque... pur essendo essenzialmente una raccolta di vecchi pezzi... devo ammetere che ne sentivo davvero il bisogno, specialmente adesso. Hasta la victoria, Daniele... e alla prossima raccolta dei tuoi meritati successi...



Il testo di "Monetine" di Daniele Silvestri.
misc misc misc misc
30/11/-1, 00:00:00
Google Chrome come non l’avete ancora visto
Google Chrome, come penso che ormai sapete un pò tutti, è il browser appena nato in casa Big G, e proprio sull’omonimo motore di ricerca che tutti noi utilizziamo, è possibile recuperare un infinitĂ  di news e punti di vista a riguardo. Io ve ne propongo uno un pò riassuntivo e può diverso dal solito, e [...]

Google Chrome, come penso che ormai sapete un pò tutti, è il browser appena nato in casa Big G, e proprio sull’omonimo motore di ricerca che tutti noi utilizziamo, è possibile recuperare un infinitĂ  di news e punti di vista a riguardo.

Io ve ne propongo uno un pò riassuntivo e può diverso dal solito, e cioè cosa ne pensano blogger e utenti di alcuni forum. Cito solo il sito non l’utente che ha scritto, penso sia meglio.

Prima di tutto, per uno sguardo “totale” e critico ma sopratutto curioso su Chrome, invito tutti a leggere questo articolo di Punto Informatico: Google Chrome, il browser di BigG

Alcuni utenti hanno dato uno sguardo all’user agent:

Mozilla/5.0 (Windows; U; Windows NT 6.0; en-US) AppleWebKit/525.13 (KHTML, like Gecko) Chrome/0.2.149.27 Safari/525.13

ed hanno pensato che è un mix tra gli user agent dei vari browser, come vediamo tra le diciture “Gecko” (motore di rendering di Firefox), AppleWebKit, Mozilla, Chroem, Safari.

Alcuni utenti su dei forum scrivono che sono in ansia per l’attesa della versione finale, o di almeno una beta piĂą matura.

Dei recercatori hanno subito scoperto delle falle crtiche in alcuni file, come chrome.dll che permette a un malintenzionato di far crashare il browser.

Ne parlando anche Repubblica.it e Corriere.it

Davvero molto interessanti le osservazioni e FAQ sul sito di Giovy.it

Inutile postarvi il link al download di Chrome, c’è Google…ma vabè, per i piĂą pigroni: http://www.google.com/chrome/

30/11/-1, 00:00:00
Download from Megaupload
This is a hot-to download files from Megaupload.com 1- Insert the three letters in the form: and press “Download” 2- Wait for the waiting time arrivals to 0 (zero): 3- When the time arrives to 0, press on “Free Download”: It’s all very easy. Bookmark It Hide Sites $$('div.d342').each( function(e) { e.visualEffect('slide_up',{duration:0.5}) });

This is a hot-to download files from Megaupload.com

1- Insert the three letters in the form:

misc

and press “Download”

2- Wait for the waiting time arrivals to 0 (zero):

misc

3- When the time arrives to 0, press on “Free Download”:

misc

It’s all very easy.

30/11/-1, 00:00:00
Audiosurf - via di mezzo fra un rompicapo e uno musicale
Audiosurf è un videogioco definibile come via di mezzo fra un rompicapo e uno musicale. à stato rilasciato il 15 febbraio 2008 attraverso la piattaforma di distribuzione Steam; con il gioco è inclusa la colonna sonora dei giochi presenti nella compilation The Orange Box della stessa Valve in formato mp3. Audiosurf è il primo titolo [...]

Audiosurf è un videogioco definibile come via di mezzo fra un rompicapo e uno musicale. à stato rilasciato il 15 febbraio 2008 attraverso la piattaforma di distribuzione Steam; con il gioco è inclusa la colonna sonora dei giochi presenti nella compilation The Orange Box della stessa Valve in formato mp3. Audiosurf è il primo titolo che sfrutta il pacchetto di sviluppo Steamworks.

Il video che segue l’ho girato io (con il software Fraps):

Il gioco, di natura astratta, è composto da dei circuiti simili a Montagne russe divisi in tre corsie, che vengono generati (e sincronizzati) a seconda del tempo e dell’intensitĂ  di una canzone scelta dall’utente.

Nel circuito si devono guidare delle astronavi, con le quali si devono collezionare, toccandoli, dei blocchi colorati. Questi vengono posti (secondo l’ordine in cui vengono raccolti) in una scacchiera posta sotto l’astronave, e quando formano una qualsiasi disposizione di almeno tre blocchi adiacenti dello stesso colore, scompaiono dando al giocatore dei punti; il punteggio finale, che può aumentare ulteriormente tramite dei bonus, può essere messo online insieme a quello di altri giocatori, suddiviso per canzone e difficoltĂ . Visualmente il gioco è simile, per molti aspetti, alla serie Wipeout.

Davvero un gioco originale e sfizioso, che vi fa passare un pò di tempo in compagnia di tanti colori e i vostri brani preferiti misc

Sito ufficiale: Audio-surf.com

30/11/-1, 00:00:00
Il Forum c’è!
English: Today I have uploaded and installed phpBB2, a board to create a forum for this website. If you have a problem with any content of this blog, you can post a discussion in the forum. Sections of forum: Dashboard (english and italian), Support to download and use the files on blog (english and italian), Dicussioni Generali (only [...]

English:

Today I have uploaded and installed phpBB2, a board to create a forum for this website.

If you have a problem with any content of this blog, you can post a discussion in the forum.

Sections of forum: Dashboard (english and italian), Support to download and use the files on blog (english and italian), Dicussioni Generali (only for italians)

The forum is HERE

Italiano:

Oggi ho caricato ed installato phpBB2, una piattaforma per creare forum per questo sito.

Se avete problemi con qualasiati contenuto di questo blog, potete postare una discussione nel forum.

Alcune sezioni sono sia in italiano che in inglese, altre solo in italiano.

Sezioni del forum: Bacheca (inglese ed italiano), Supporto al download e uso dei file nel blog (inglese ed italiano), Dicussioni Generali (solo italiano)

Il Forum è QUI

30/11/-1, 00:00:00
Shinystat Free non regge questo blog :)
E ve lo dico con felicità e soddisfazione, perchè se sono arrivato a superare le 3000 pagine viste al giorno e più di 1700 visite è solo grazie a voi visitatori, che per qualsiasi motivo conoscete questo piccolo blog, commentate, scaricate, navigate, leggete. Per ovviare comunque al problema e avere le statistiche complete, ho sottoscritto un [...]

E ve lo dico con felicità e soddisfazione, perchè se sono arrivato a superare le 3000 pagine viste al giorno e più di 1700 visite è solo grazie a voi visitatori, che per qualsiasi motivo conoscete questo piccolo blog, commentate, scaricate, navigate, leggete.

misc

Per ovviare comunque al problema e avere le statistiche complete, ho sottoscritto un altro contatore, questa volta invisibile, così fino alle 3000 pagine vista potete utilizzarle le mie statistiche anche voi, ma oltre no.

Vi ringrazio ancora delle visite e delle vostre letture dei posts di questo blog, che era cominciato con solo 6 visite al giorno, ed è arrivato a superare le 2000 visite uniche al giorno, ed è davvero una grande soddisfazione.

Grazie a ciò a breve arriveranno i primi guadagni, grazie ai banner pubblicitari (se sono invasivi ditelo, provo a sistemarli meglio), potro ampliare i servizi offerti, magari con un piccolo forum in cui discutere del più e del meno, con sezione italiana e inglese.

Ciao wuagliò misc

30/11/-1, 00:00:00
Iscrizione accettata su Bloghissimo.it
Da oggi Dom93’s è presente anche nel giovane e promettente aggregatore di blog “Bloghissimo.it” La nuova iscrizione comporta un aumento delle visite e della visibilitĂ  sui motori di ricerca (per approfondimenti: SEO). Una breve recensione di Bloghissimo: Bloghissimo è un aggregatore di blog che attraverso i Feed RSS unisce in un unico sito i post di tutti i [...]

Da oggi Dom93’s è presente anche nel giovane e promettente aggregatore di blog “Bloghissimo.it

misc

La nuova iscrizione comporta un aumento delle visite e della visibilitĂ  sui motori di ricerca (per approfondimenti: SEO).

Una breve recensione di Bloghissimo:

Bloghissimo è un aggregatore di blog che attraverso i Feed RSS unisce in un unico sito i post di tutti i siti iscritti, permettendo maggiore visibilità sia per gli utenti che navigano costantemente su Bloghissimo che maggior visibilità per i motori di ricerca, come Google.

E’ basato su piattaforma Wordpress opportunamente rielaborata in alcune parti, ed è un sito gestito da CodiceFacile.it.

Grafia accattivamente ed allegra è uno dei punti che attira di piĂą a primo impatto come visitatore del sito, c’è di seguito la lista delle categorie e dei blog indicizzati che crea una certa voglia di “essere presenti” e così ho chiesto anche io l’aggregazione, e per ringraziare Bloghissimo per aver accettato la mia indicizzazione nel loro aggregatore ho scritto questo post, che magari può indurre qualche altro bloggers all’iscrizione nel su detto.

In Bloghissimo.it è presente anche il sito amico IdealSoft.

30/11/-1, 00:00:00
Wallpaper Pack GTA 4
Pacchetto di 15 wallpapers di art-work riguardanti il capolavoro Rockstar GTA IV in via di uscita per il PC e gia uscita per console. Risolzuoni supportate: 1240 x 1024 e 1680 x 1050, quindi vanno bene sia per i monitor 4:3 che widescreen, ho scelto quelle risoluzioni che si adattano per bene anche a tutte le [...]

Pacchetto di 15 wallpapers di art-work riguardanti il capolavoro Rockstar GTA IV in via di uscita per il PC e gia uscita per console.

Risolzuoni supportate: 1240 x 1024 e 1680 x 1050, quindi vanno bene sia per i monitor 4:3 che widescreen, ho scelto quelle risoluzioni che si adattano per bene anche a tutte le altre.

Preview:

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DOWNLOAD da Mediafire.com

30/11/-1, 00:00:00
Tema Windows XP Royal Noir
Gira da internet da qualche anno ormai, però c’è ancora qualcuno che non lo conosce. Sto parlando del tema per Windows XP “Royal Noir” , tema grafico molto piĂą raffinato di quello preinstallato (che si chiama tema “Luna”). E’ un semplice installer, non dovete installare patch o altro, basta installare con l’egeuibile che vi linko poco piĂą [...]

Gira da internet da qualche anno ormai, però c’è ancora qualcuno che non lo conosce.

Sto parlando del tema per Windows XP “Royal Noir” , tema grafico molto piĂą raffinato di quello preinstallato (che si chiama tema “Luna”).

misc

misc

E’ un semplice installer, non dovete installare patch o altro, basta installare con l’egeuibile che vi linko poco piĂą giĂą, e potrete giĂ  utilizzare il tema senza problemi.

Download Royal Noir

30/11/-1, 00:00:00
Z300AIEK1 firmware per Samsung SGH-Z300
Il firmware Z300AIEK1 è l’originale tim aggiornato all’ultima versione deisponibile. Non è molto reperibile nel web, così vi posto il link che utilizzo io Download Z300AIEK1 Bookmark It Hide Sites $$('div.d314').each( function(e) { e.visualEffect('slide_up',{duration:0.5}) });

Il firmware Z300AIEK1 è l’originale tim aggiornato all’ultima versione deisponibile.

Non è molto reperibile nel web, così vi posto il link che utilizzo io misc

Download Z300AIEK1

30/11/-1, 00:00:00
Warez e file sharing illegale, rischi e consigli
I principali stati in cui circolano sempre piĂą siti warez sono sopratutto Stati Uniti, gli stati dell’est Europa, e ultimamente anche in Italia non si scherza. Però in Italia si sta muovendo qualcosa, e i rischi aumentano, come pure i controlli, i siti principali o chiusi od oscurati, prendere esempio da The Pirate Bay (limite aggirabile [...]

I principali stati in cui circolano sempre piĂą siti warez sono sopratutto Stati Uniti, gli stati dell’est Europa, e ultimamente anche in Italia non si scherza.

Però in Italia si sta muovendo qualcosa, e i rischi aumentano, come pure i controlli, i siti principali o chiusi od oscurati, prendere esempio da The Pirate Bay (limite aggirabile tramite web proxy).

Ma andiamo con ordine, che il post sarĂ  lungo.

1-Prima di tutto, cosa significa warez?

Da Wikipedia:
Warez è un termine in gergo informatico che indica materiale, prevalentemente software, distribuito in violazione al copyright che lo ricopre.

Ultimamente il Warez è sempre più associato al concetto di lucro, a causa dei numerosi siti internet che offrono collegamenti a download illegali, previo pagamento di un compenso. Alcuni altri siti non richiedono alcuna forma di pagamento diretta, sfruttando forme di pubblicità invasiva, talvolta anche di tipo virale. Talvolta è possibile accedere a siti warez civetta: il download effettuato non contiene il programma scelto, bensì varietà di trojan, malware e worm.

E quello è il warez.

2-Tornando a noi, come aprire un sito del genere?

Non è complicato, anzi, bastano conoscenze davvero basilari, in se per se è come aprire un normale forum, solo che è compre aprirlo sopra uno spuntone, bisogna posizionarlo bene, altrimenti ci si punge.

E’ pericoloso perchè le leggi ancora vietano la libera fruizione di contenuti, come mp3, videogiochi, film e documenti coperti da diritti d’autore, e difatti si vede come sono acculturate le personcine che creano tali leggi, come quando fecero la legge sui file “degradati”.. DIVX: degragato, MP3: degradato e via dicendo, perchè sono file compressi, di qualitĂ  inferiore all’originale, pensate, potrebbero circolare legalmente… ma invece no misc

Vietano di linkare link ed2k, torrent, download diretti dal web sharing, di prestare film musica e giochi ad un amico, vietano la libera circolazione della cultura

Ricapitolando, per aprire questo portalino warez, serve ciò che vi elenco mo:
server in uno stato che non abbia leggi a riguardo della pirateria di questo livello
conoscenze base di dove prendere questi file
riuscire ad assicurare agli utenti la sicurezza dei dati protetti nel caso di intervento delle forze dell’ordine
rilasciare solo file di qualitĂ 
avere uno staff, una crew, una squadra di persone fidate per gestire il tutto.

Ma secondo voi tutti i siti warez offrono tutto ciò?
Esatto, NO!

La maggior parte, sopratutto i siti warez arrangiati all’italiana, su hosting gratuiti e senza nessuna sicurezza, postare dei file, dei link, coperti da copyright, su quei forum, è una delle cose piĂą insicure, non per voi utenti ovviamente, fino a questo punto di degradazione legislativa a riguardo della privacy ancora non arriviamo, per i gestori del sito, gli amministratori, che sono diretti reponsabili di ciò che è contenuto nel loro server, che sia virtuale, che sia dedicato o che sia uno spazio gratuito.

Inutile scrivere che gli utenti si assumono tutte le reponsabilitĂ , non la fanno franca con una frasetta del genere, la legge c’è e rimane li dov’è.

Io, francamente, non sono molto favorevole a tutto ciò.

Vi server un torrent? Si cerca nei tracker
Vi server un link ed2k? Si cerca con eMule o Lphant
Vi server un direct link? Si cerca direttamente su google con le giuste sintassi di ricerca

Vada bene per i siti delle crew di releaser, che postano orgoglioni le loro ultime uscite caricate in chissà quanti server, e fanno bene, perchè senza di loro niente film su eMule, niente torrent, niente giochi, niente soldi ANCHE per le aziende.
La maggior parte dei computer con XP non hanno la licenza, il so è stato scaricato, idem win vista, scaricato, questo è un esempio, ma anche così la Microsoft ci guadagna, ci guadagna perchè comunque voi pubblicizzate quel so, e i programmi per quel so, e le aziende ci mangiano su.

Poi ci sono le aziende anti pirateria che pensano di essere la CIA del peer to peer, come la Logistep, guardate solo l’intro del sito ufficiale, non ci sarebbe da prendere la mira e fare centro nei loro occhi? misc

Poi, questa è la mia modesta opinione su ciò che ho scritto, ogniuno la pensa come vuole, e vi invito a scrivere ciò che ne pensate voi, anzi, sarò lieto di leggere le vostre idee e discuterne misc

misc

30/11/-1, 00:00:00
Sul denaro, sul potere, sulla civiltà e sull’uomo
…ed infine, il liberista venne spinto e catapultato nell’agone, additato e dileggiato come il colpevole di quanto succedeva. Riecheggiavano ancora nell’aria le parole di fedeltĂ  ai suoi stessi ideali, le stesse corporazioni che solo pochi giorni prima andavano incitando intere nazioni a prendere le armi per difenderne l’integritĂ . Ora - pensava osservando la rabbia negli [...]

…ed infine, il liberista venne spinto e catapultato nell’agone, additato e dileggiato come il colpevole di quanto succedeva. Riecheggiavano ancora nell’aria le parole di fedeltĂ  ai suoi stessi ideali, le stesse corporazioni che solo pochi giorni prima andavano incitando intere nazioni a prendere le armi per difenderne l’integritĂ . Ora - pensava osservando la rabbia negli sguardi, tra la folla attorno a lui - ora i codardi mi rinnegano pubblicamente. Aveva ancora in mente le solenni dichiarazioni dei governi mondiali, in favore deisuoi princìpi, ma - riflettè - la civiltĂ , per protezione istintiva, corrompe e compromette, trasformando l’umanitĂ  in un grembo sterile dove l’embrione di un’ideale non potrĂ  mai attechire.

…eppure quegli ideali erano germogliati proprio perchè l’umanitĂ  era stanca dei dolori, delle crudelta delle epoche passate, delle tirannie e delle monarchie individuali.
I regimi che in nome del profitto di un’elitè, mettevano sotto il giogo intere civiltĂ , erano stati sconfitti, in suo nome.Eppure, dopo pochi decenni, l’innato egoismo dell’uomo, quell’intransigente propensione per l’autoaffermazione, per la prevalenza sui propri simili era tornata subdolamente in superficie, celandosi dietro quel nuovo spirito, sfruttandone il punto piĂą debole, colui che avrebbe dovuto apprendere l’immenso valore di un’altissimo ideale: L’essere umano.

Appunti dal prossimo passato - I.C.Nose - 2098

misc

L’uomo non è fatto per essere altruista, tende a proteggere se stesso, prima di tutto, sopra tutto, senza preoccuparsi troppo dello svantaggio che può causare ad altri.
Così, dopo che l’umanitĂ , avida di potere, ha spinto l’ideale liberista fino a sostituirlo con una tirannia del denaro, ora cerca di scaricarsi delle colpe?
Siamo tutti noi i colpevoli, ed il denaro è il nostro tiranno. Il monarca della più potente setta religiosa ha dichiarato:

“Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtĂ  sono di secondo ordine”.

Credevo egli fosse un uomo dedito alla preghiera ed alla riflessione, ma quelle sue parole fanno capire che è un’uomo spinto dalla stessa identica aviditĂ , altrimenti avrebbe riconosciuto la tirannia del denaro, anzichè misconoscerne i poteri. Avrebbe ammesso che l’uomo è debole, se richiamato dalle sirene del potere, avrebbe riconosciuto con un’atto di umiltĂ  degno del suo ruolo, che solo ora, davanti a questo disastro ci si rende conto della reale, nefasta potenza del denaro. Invitando gli uomini che hanno avuto il potere di gestire tanto denaro, ad un identico atto di umiltĂ , perchè sono essi stessi esseri umani, e la chimèra di ingigantire ulteriormente la propria immensa influenza sulle vite altrui, li ha spinti a riconsiderare le regole del liberismo.

Perchè il liberismo è discendente della libertĂ . Quest’ultima diviene tirannia quando in nome di essa si calpesta la libertĂ  altrui. Quindi, questo presunto liberismo, che ha calpestato tante libertĂ , ha sfruttato popoli, ha corrotto governi e cancellato civiltĂ , ha oltrepassato il confine della libertĂ  altrui sottoponendoci ad una tirannia, eppure, malgrado avesse questo immenso potere, nonnon ha piegato tutta l’umanitĂ .

Scende ruzzolando
dai tetti di lamiera
indugiando sulla scritta
“Bevi Coca Cola”.
Scende dai presepi vivi
appena giunge sera…
Quando musica e miseria
diventan cosa sola.
La gioia della vita.
La vita dentro agli occhi dei bambini denutriti,
allegramente malvestiti
che nessun detersivo potente può aver
veramente sbiaditi.
E corre sulle spiagge atlantiche
seguendo il calcio di un pallone,
per finire nel grembo di grosse mamme antiche
dalla pelle marrone.
E s’agita nel sangue delle genti dai canti
e dalle risa rinvigorite
che nessuna forza, per quanto potente, può aver
veramente piegate.
Anima Latina - L. Battisti - 1974

Ci sono popoli che vengono indicati come poveri ma non necessitano della nostra civiltĂ , e non hanno bisogno del nostro aiuto, lasciamoli stare.
Quei popoli non devono imparare nulla da noi, anzi, se imparassimo noi da loro la nostra civiltĂ  farebbe un grande passo avanti.

Reflecting policy - I.C.Nose - 2008

Tag: 1929, aviditĂ , banche, chiesa, civiltĂ , crisi, crisi finanziaria, crollo, denaro, Economia, finanza, liberismo, potere, povertĂ , ricchezza, wall street

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Finalmente Gnome 2.24 stĂ  arrivando nel repo extra di Archlinux! Era da un qualche giorno che volevo aggiornare, ma non mi sono mai osato di abilitare il repo testing…. ora finalmente potrò gustarmi le migliorie apportate con questo aggiornamento. Magari mi passerĂ  la voglia di provare KDE…. P.S. per ora gnome 2.24 è in fase di aggiornamento [...]

misc

Finalmente Gnome 2.24 stĂ  arrivando nel repo extra di Archlinux! Era da un qualche giorno che volevo aggiornare, ma non mi sono mai osato di abilitare il repo testing…. ora finalmente potrò gustarmi le migliorie apportate con questo aggiornamento.

Magari mi passerĂ  la voglia di provare KDE….

P.S. per ora gnome 2.24 è in fase di aggiornamento per l’ architettura x86_64 (e poi si lamentano di non essere mai i primi…. :P)

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30/11/-1, 00:00:00
Arrivano i nostri (ho un blindato dell'esercito sotto casa, che faccio?)

Soldati in strada - Stamattina, proprio sotto casa, ho trovato un mezzo blindato dell'esercito. In posa vicino al veicolo c'erano un paio di soldatini armati di tutto punto. Di fronte ai militi, invece, c'era puntata la telecamera di una troupe televisiva. Così, anche qui, dopo il delitto di camorra del consigliere Tommasino, finalmente lo Stato ha deciso di mostrare i muscoli. Peccato che lo faccia, tanto per cambiare, come quel tizio che chiude la porta della stalla, quando i buoi sono giĂ  belli che scappati.

La sicurezza di questi tempi, prima ancora di essere un fenomeno sociale, per qualcuno è diventato un mezzo di propaganda mediatica. Così si annunciano albi dei clochard, medici delatori, ronde private d'autodifesa - da chi? Dalle stesse, evidentemente...

In un'intervista di qualche giorno fa al Corriere del Mezzogiorno, il filosofo Biagio De Giovanni, a mio modo di vedere, ha espresso una posizione molto condivisibile. "In questa terra viviamo un vuoto in cui può succedere di tutto. Pensare di colmarlo mettendo per strada altri uomini delle forze dell'ordine, altri soldati, è assurdo: non possono riempirlo loro. Tocca ad altri soggetti e ad un altro tipo di controllo democratico. Quello che è andato perduto".

De Giovanni ha ragione. Manca quello che per anni è stato l'anello che metteva in comunicazione società e istituzioni. "Quando questi collegamenti si spezzano - sostiene De Giovanni - si apre uno spazio, un vuoto terribile, nel quale le istituzioni non sono più protette da un pensiero comune, da idee condivise, da gruppi sociali, politici e umani che partecipano ad un dibattito pubblico. E, anzi, sono esposte al contatto con una "vita immediata" che in una regione come la nostra può assumere l'aspetto della criminalità. La camorra si è inserita nella crisi dello spazio pubblico democratico come mai aveva fatto prima d'ora. Governa interi quartieri, questo è un fatto noto".

Oggi il miscuglio tra economia legale e illegale è sempre più impercettibile. Come già ricordava Roberto Saviano in Gomorra la camorra non vive più con il pizzo o con attività clandestine, ma è impegnata negli appalti e nell'attività economica ufficiale. à un tarlo dell'economia legale. E nella politica trova spesso protezione e, talvolta, persino ospitalità.

Per il filosofo ed ex parlamentare europeo dei Ds, c'è appunto una responsabilità evidente della politica. "Il ceto politico si è separato, sta in un mondo a parte, non avverte più lo spirito critico". Manca il tessuto che può garantire solo il controllo democratico. "Anche le forze dell'ordine - chiosa De Giovanni - non hanno più una missione che vada al di là della repressione".

Le forze politiche, quindi, devono recuperare il senso dello Stato. Il ruolo dei partiti si è svuotato, sono "club privé", dove si distribuisce potere e nelle quali girano inimicizie, odi, rancori personali.

De Giovanni, però, mostra ancora un barlume d'ottimismo. I partiti "possono correggersi, anche se non saranno più i vecchi partiti che conoscevamo. E poi forse è il momento di quelle che Giuseppe De Rita chiama minoranze attive, che nelle società in disgregazione sono importanti. Penso a minoranze non politicamente organizzate ma che sappiano stimolare il dibattito pubblico e far valere progetti sul territorio".

In fondo e a pensarci bene, cosa c'è di più minoritario e, allo stesso tempo, di più attivo di un blog come questo?

misc misc
30/11/-1, 00:00:00
L’ESTATE CHE PERDEMMO DIO, di Rosella Postorino
Che vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene? Qual è il confine tra colpa e innocenza? Sono queste alcune delle domande che aleggiano sulle pagine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, giovane scrittrice già segnalatasi con il precedente “La stanza di sopra” (Neri Pozza, [...]

miscChe vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene?

Qual è il confine tra colpa e innocenza?

Sono queste alcune delle domande che aleggiano sulle pagine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, giovane scrittrice già segnalatasi con il precedente “La stanza di sopra” (Neri Pozza, 2007) molto apprezzato dalla critica e vincitore del Premio Rapallo Carige Opera Prima.
Questo nuovo libro si intitola “L’estate che perdemmo Dio” (Einaudi, € 19, p. 230). Un titolo forte, accompagnato da un incipit graffiante. Una frase urlata che segna l’inizio di un’irreversibile tragedia familiare.
I temi affrontati sono quelli dell’esilio e della forza dei sentimenti. L’esilio di chi è dovuto fuggire dalle spire ferali della ‘ndrangheta; i sentimenti di chi prova a reinventarsi dentro e fuori di sĂ© per continuare a vivere.
Comincia tutto con quella frase: “Chi focu chi â€ndi vinni”. Caterina aveva otto anni quando la zia la pronunciò. Adesso ne ha dodici, ma quelle parole le sono rimaste addosso. Parole di sciagura. Solo che certe sciagure non possono essere combattute. Bisogna andarsene, scappare; chĂ© la ‘ndrangheta uccide. Quattro, i fuggiaschi verso l’Altitalia: Salvatore, il padre; Laura, la madre; Caterina, la figlia maggiore; Margherita, la piĂş piccola. Quattro esseri umani costretti a voltare le spalle alle proprie radici e a cercare salvezza e libertĂ  in luoghi distanti, che non sono i loro. Ma poi Salvatore deve tornare indietro. E nella vicenda si aprono nuovi squarci.
La Postorino consegna una storia dura, dolente; resa al lettore con stile sferzante e linguaggio fluviale, dal quale emerge la “voce” di una ragazzina che è dovuta crescere troppo in fretta.
Nonostante la giovanissima età, Caterina percepisce il peso delle proprie origini; ne sente quasi il marchio sulla pelle. Eppure non si rassegna: «Piú di tutti, di tutti quanti loro, di tutta la loro famiglia messa assieme, piú di chiunque altro, Caterina lo ha preteso. Il diritto di essere felice. Loro no, non ci avevano mai pensato. Come se la felicità includesse anche un prezzo da pagare, un prezzo raddoppiato, lì dove è nato il padre si vive nel solco di una disgrazia sempre in agguato, non per paura, non per senso di minaccia, per fatalismo piuttosto, non si è altro che pedine nelle mani di Dio, non si può osare chiedere di piú, non si può scegliere».
Vorrei approfondire la conoscenza di questo libro insieme a voi e all’autrice (che parteciperĂ  al dibattito). E contestualmente vorrei discutere dei temi che esso tratta.
Per favorire la discussione, come al solito, tento di porre qualche domanda ripartendo da quelle che hanno aperto il post:

Che vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene?

Qual è il confine tra colpa e innocenza?

E poi… fino a che punto è possibile liberarsi delle proprie radici, pur essendo radici malefiche?

Viceversa… è sempre giusto mantenere saldi i legami con la propria famiglia, a prescindere da tutto?

Che tipo di responsabilitĂ  ha la societĂ  (se c’è l’ha) nei confronti dei bambini appartenenti a famiglie legate alla criminalitĂ  organizzata?

Per una ragazzina che vive una situazione simile a quella della protagonista di questo romanzo è davvero possibile raggiungere la felicità? E in che modo?

Di seguito, la recensione di Sergio Pent apparsa su Tuttolibri de La Stampa.

Massimo Maugeri

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Quando il sole è negato ai bambini
Una famiglia del Sud in fuga verso l’«Altitalia», dove nessuno possa ferirne il futuro

di SERGIO PENT

«I bambini ci guardano», recitava il famoso film di Vittorio De Sica. I bambini nutrono la vita e la giustificano, ma sono spesso gli adulti ad agire per primi sulla spinta delle emozioni istintive, degli impulsi selvaggi, dei raziocini maltrattati. I bambini hanno fatto la recente fortuna letteraria di Ammaniti - vittime inconsapevoli, miniature dell’eterno disagio adulto - e troviamo tracce di infanzie - piĂą malmostose e infingarde, talvolta, ma sempre giustificabili - in certe belle storie di Simona Vinci, Diego De Silva, fino ai deliri rurali e goticheggianti di Eraldo Baldini.
Rosella Postorino è riuscita, giĂ  al secondo romanzo, a imporsi nella mente del critico-lettore come una scommessa vincente della nostra narrativa. Linguaggio scaltro e vigoroso, capacitĂ  introspettive assai piĂą mature di quello che l’etĂ  - 29 invidiabili anni - lascerebbe supporre, senso del romanzo inteso come materia da modellare con abilitĂ  e gusto: tutto questo testimonia la presenza di una scrittrice vera, che racconta storie disagiate e strazianti dal punto di vista di una che sembra aver letto tutti i libri indispensabili. E alcuni anche li cita, in chiusura di romanzo, senza per questo averci tolto il gusto di ritrovarli, sulla pagina e nel cuore.
Sono omaggi necessari, poichĂ© tutto ciò che amiamo ritorna, nel gioco sempre nuovo dei rimandi e degli accostamenti, delle sensazioni e delle riscoperte. Ma c’è - in piĂą - la voglia di straziare il lettore con il senso di un disagio estremo, assoluto, in tempi di lotta sempre aperta con i tentacoli del Male.
Un male che allontana Caterina di nove anni e la sorellina Margherita di quattro - insieme ai genitori Salvatore e Laura - dal sole e dalla spensieratezza naturale di Nacamarina, il paese del Sud in cui, in un’estate degli Anni Ottanta, arriva un urlo che annuncia il «focu», la sciagura. In quella landa assolata e baciata dal mare, la guerra è ricominciata, ed è una guerra di adulti che si uccidono in tempo di pace, una guerra in cui anche gli amici muoiono o mettono in pericolo la loro famiglia.
Per questo Salvatore lascia il paese e porta la sua famiglia al sicuro, lontano, in «Altitalia», dove nessuno potrĂ  ferire il loro futuro. Ma tre anni dopo Salvatore è costretto a tornare, per la tragica morte del cognato - N’toni - e per rimettere insieme ciò che resta del passato.
In questa odissea del distacco momentaneo, l’autrice riallaccia tutti i nodi della storia, dal punto di vista di Salvatore e Laura, della piccola e ancora inconsapevole Margherita, ma soprattutto di Caterina, che - ormai dodicenne - sogna un futuro sereno in cui possano trovare spazio i suoi desideri e la volontĂ  di crescere senza paure.
E si incontrano, i sogni e la realtĂ , in un miscuglio di eroi dei cartoni animati e primi innamoramenti, memorie familiari e lettere a un ragazzo rapito proprio giĂą dalle sue parti - Cesare Casella - fino al ricordo di zio N’toni, lo zio pacato e sorridente, il padre di Lena e di Giacomo, ultima vittima di una guerra che i telegiornali chiamano in un altro modo.
La storia familiare si intreccia, nella solenne e mai faticosa lentezza del romanzo, con la storia di un Paese in cui l’onestĂ  deve tramutarsi in fuga per sopravvivere, e lo spaesamento diventa rimpianto, rancore, ma anche voglia di riappropriarsi di una vita a cielo aperto.
Verga, Vittorini, grandi nomi che ritornano tra le pieghe di un libro sofferto e maturo, che non concede nulla al relax del lettore, ma lo sfida - e lo accoglie - nel calore unico delle narrazioni importanti, quelle a cui - senza tante discussioni e senza gossip da primedonne di un reame a corto di lettori - si dovrebbe assegnare a scatola chiusa qualcuno dei nostri premi nominalmente piĂą prestigiosi.

Autore: Rosella Postorino
Titolo: L’estate in cui perdemmo dio
Edizioni: Einaudi
Pagine: 344
Prezzo: euro 19

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 30 maggio)

30/11/-1, 00:00:00
TU NON DICI PAROLE di Simona Lo Iacono
Conobbi Simona Lo Iacono nel 2006 in una libreria, a Catania, nel corso della presentazione di un volume (io ero tra i relatori). In quell’occasione ebbi modo di accennare alla mia esperienza letteraria on line su Letteratitudine (che era appena nato). Finita la presentazione Simona mi si avvicinò e mi chiese l’indirizzo del blog, affermando di [...]

miscConobbi Simona Lo Iacono nel 2006 in una libreria, a Catania, nel corso della presentazione di un volume (io ero tra i relatori). In quell’occasione ebbi modo di accennare alla mia esperienza letteraria on line su Letteratitudine (che era appena nato). Finita la presentazione Simona mi si avvicinò e mi chiese l’indirizzo del blog, affermando di essere molto interessata da questa esperienza.
In veritĂ  non intervenne subito. Passarono mesi. Credo che il suo primo commento letteratitudiniano sia datato 26 settembre 2007. Vi riporto uno stralcio: “la letteratura è solo quella dei libri? Non è spesso aria, desiderio, pensiero non ancora incarnato? Non è anche eco di versi? E che differenza fa se questi versi prendono forma in musica o nella voce di un altro poeta? A volte la poesia rinasce dalla stessa poesia, e la narrazione da un suono. Tutto, nell’arte, può convivere con tutto, purchè le combinazioni non turbino l’armonia, la bellezza, l’etica del linguaggio“.
Tutto, nell’arte, può convivere con tutto. E - in effetti -, da quel giorno, l’arte di Simona cominciò a convivere anche con questo blog.
I suoi commenti si fecero sempre piĂą frequenti… e interessanti.
Una delle prime cose che subito mi colpì fu la sua tendenza a miscelare in maniera mirabile diritto e letteratura… la sua esperienza di magistrato, con quella di scrittrice. Per tale ragione il primo post che le affidai fu questo dedicato al romanzo “In una lingua che non so piĂą dire” di Tea Ranno (era il 19 novembre del 2007). Il protagonista di quella storia era un magistrato. Pensai: chi meglio di lei?
Il post ebbe grande successo. Nel frattempo continuò a scrivere commenti su commenti… dai quali venivan fuori la sua abilitĂ  di scrittrice frammista alla sua esperienza di giurista.
A un certo punto ebbi un’intuizione, determinata anche dalla lettura della bozza del suo primo romanzo “Delle parole e delle sue figliolerie” (rispetto al quale mi permisi di darle qualche consiglio… compreso quello di cambiare il titolo).
E capii…
Le dissi: “secondo me devi portare avanti una nuova poetica, capace di mettere insieme diritto e letteratura; parola e processo”. Fu per questo che le proposi di condurre, su questo blog, una rubrica intitolata Letteratura è diritto, letteratura è vita (era il 10 luglio del 2008).
(E le dissi che, secondo me, avrebbe dovuto cercare di approfondire questa “poetica” anche con i libri futuri).
Il 29 luglio del 2008 parlai di lei sulla pagina Cultura del quotidiano Il Mattino, all’interno di un articolo sulla letteratura siciliana (l’articolo fu poi ripubblicato su Carmilla on line)… dove la presentai come una scommessa.
Ecco. Credo che l’attribuzione del Premio Vittorini 2009 - sezione Opera prima - a “Tu non dici parole”, sancisca la vincita di questa scommessa.
Di seguito troverete il post originario… e tre video tratti dalla presentazione catanese di questo romanzo.
Il mio piccolo omaggio a una scrittrice che è cresciuta insieme a questo blog e che è destinata a raggiungere traguardi sempre più importanti.
Auguri, Simona!

Massimo Maugeri

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POST DEL 21 GENNAIO 2009

miscParliamo di un romanzo ambientato in Sicilia, a Bronte, nel 1638… ai tempi dell’Inquisizione.
Non tutti sanno che l’Inquisizione siciliana nacque sotto forma di… balzello. In effetti fu formalmente introdotta intorno al 1224 dall’imperatore Federico II, quando dispose che tutti gli eretici e gli Ebrei dovessero pagare una tassa a suffragio degli inquisitori di fede preposti al loro controllo.
Il 6 ottobre 1487 Ferdinando II il Cattolico creò il Tribunale dell’Inquisizione e fu inviato in Sicilia il primo inquisitore delegato, un certo Frate Agostino La Pena, la cui nomina fu approvata da Papa Innocenzo VIII.
Nel solo anno 1546 i quindici tribunali attivi condannarono 120 persone al rogo, 60 in effigie e 600 a penitenze minori. I reati per i quali si veniva processati erano l’eresia… ma anche la bestemmia, la stregoneria, l’adulterio, l’usura.
L’Inquisizione nell’isola venne abolita con decreto regio del 6 marzo 1782 (disposto da Ferdinando III di Sicilia).

Torniamo al romanzo.
Francisca Spitalieri è una innamorata delle parole. Ma non di parole qualsiasi… delle parole belle. Francisca “ruba” queste parole. Le ripete. Per certi versi le re-interpreta. Sono parole latine, per lo più. Parole liturgiche e dell’offertorio… sentite in convento.
Cos’è che colpisce Francisca? Forse la loro austerità… che le fa sembrare al di sopra delle parole ordinarie. O, ancor di più, la loro musicalità. Qualunque sia la ragione, Francisca ama queste parole, rimane estasiata dalla loro bellezza. E le ripete. Le ripete senza nemmeno conoscerne il significato.
Ora, questo suo amore per le parole viene considerato… strano. Anormale. E viene messa a giudizio.
Il romanzo si intitola “Tu non dici parole” (Perrone, 2008, € 15). L’autrice è Simona Lo Iacono.

Vi invito a discutere di questo libro interagendo con Simona.
E poi vi invito a riflettere (e a discutere) sul ruolo della parola. E sulla sua importanza.

Quante persone - tra cui scrittori e intellettuali - hanno pagato, stanno pagando, o pagheranno, sulla pelle… il peso delle loro parole?

Di seguito potrete leggere la recensione di Maria Rita Pennisi e la monografia di Maria Lucia Riccioli. Su “Lo schiaffo” c’è una recensione di Salvo Zappulla. Mentre sul blog “La poesia e lo spirito” trovate una mia minirecensione con intervista all’autrice.
Massimo Maugeri

“Tu non dici parole” di Simona Lo Iacono – Perrone, 2008 – euro 15
di Maria Rita Pennisi

Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, romanzo simbolico che adombra la scomparsa del femminino sacro. Anno 1638, la luna, ultima testimonianza della perduta divinità femminile, illumina il sonno delle Esposte della casa di Bronte. Non si tratta di una luna bella e lucente, ma di una luna fosca e tenebrosa, presaga di morte. Ormai nel mondo cristiano la luna non può più ammantare del suo splendore le donne, come accadeva nei boschi sacri dei Druidi, né il suono dei sistri dei riti misterici di Iside può accompagnarne i passi di danza. E’ sceso un luttuoso silenzio, che acuisce i sensi di queste donne sempre all’erta, che sembrano fondersi con la madre terra e divenire un tutt’uno con la vegetazione.
Donne che preferiscono tenersi nascoste, stare ai margini, fiutare nell’aria. Adesso non sono più considerate figlie della luna, ma figlie di Eva, la corrotta, la corruttrice. Guardate con sospetto nella società misogina del Seicento. Peccatrici e dannate, dette streghe da quegli uomini che avvertono ancora in loro un barlume di divinità. Il femminino sacro di cui essi hanno timore, un timore che spesso arriva al parossismo.
Nella notte del massacro delle esposte, perpetrato dal Pilosa e dai suoi compagnacci, solo Pititta, forse tra le poche figlie della luna rimaste, ha avvertito il pericolo. Lo ha fiutato nell’aria, lo ha letto nella faccia della luna prima che il massacro avvenisse, ma non si è salvata.
Mentre Francisca, unica su cento, è ancora in vita. Francisca che ha gridato miserere, miserere, miserere. L’hanno salvata queste “parole belle” che hanno turbato il Pilosa fin nel profondo e che per questo l’ha risparmiata.
Francisca ha capito che il mondo è diviso in due dalle parole. Esistono parole belle come le cose che non sono di questa terra per i ricchi e parole lorde, bastarde e fetenti dell’alito di chi ha lo stomaco vuoto. E capisce anche che sue per sempre devono essere le parole belle. Nel suo sé profondo Francisca percepisce la potenza delle parole, intuisce che le parole muovono il mondo, che le parole sono vita.
Un romanzo speculare, “Tu non dici parole”… scandito da due equinozi e due solstizi in cui si collocano i quindici giorni del Carnevale, che sovvertono l’ordine del mondo. Lo specchio capovolto della vita di Francisca. Francisca innocente, ma strega perchĂ© dice le parole belle, le parole rubate. Cento parole in tutto. Novantanove parole belle piĂą la centesima, che le racchiude tutte nella rappresentazione del Cristo di fra’ Umile, a cui si possono rivolgere solo parole belle. Novantanove le esposte uccise. Una sola donna sopravvissuta, Francisca, salvata dalle parole belle.
Uno spaccato storico della Bronte del Seicento, dove imperversano povertĂ  e superstizione. Dove le vite sono giĂ  segnate dalla luce o dalle tenebre.
E non c’è salvezza. La mascherata del Carnevale cercherà di portare giustizia sotto le spoglie della “rondine Tufania” improvvisatasi avvocato di Francisca, nel Tribunale della Santa Inquisizione. Riuscirà infine Tufania nel suo intento? Francisca, dal canto suo, conserverà per sé le parole belle, perché sa che la morte è muta, non dice parole. La morte quando arriva è silenzio.
Maria Rita Pennisi

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La monografia di Maria Lucia Riccioli

Sicilia, 1638.
Siccità e carestie, l’ignoranza e la sofferenza delle plebi schiavizzate da nobili e gabelloti corrotti, da un clero spesso teso a difendere i privilegi acquisiti più che a farsi strumento e voce di liberazione di poveri ed oppressi.
Questo lo sfondo del libro d’esordio di Simona Lo Iacono, raffinata e sapiente poetessa ed autrice di racconti brevi che qui si cimenta nella forma romanzo e supera brillantemente la prova, donandoci una storia dolente e bruciante d’umanità e sofferenza.

Protagonista, un’esposta. Suor Francisca Spitalieri.
Orfana e donna: questa la summa delle disgrazie per una donna del Seicento.
A questo si aggiungono i suoi misteriosi poteri, che rimangono inspiegati anche alla stessa Francisca. L’esposta è additata come strulusa e magara, fraintesa nel suo desiderio di bellezza. Francisca infatti è alla ricerca di parole belle, «che hanno parole sugli spiriti e sulla morte, sulla paura e sulla speranza» (p. 42), che sono capaci di lenire le sofferenze e le privazioni di orfana sottomessa, gli stenti e le angherie che è costretta a subire.
Parole belle sono quelle di chiesa, stralci di breviari, fogli scompagnati di messale, che ruba per tenerle con sé, quasi come fossero talismani contro il male, la sofferenza, la morte.

Opera visionaria e a tratti surreale, questo romanzo risente della lezione dei sudamericani, in primis di Gabriel García Márquez e di Isabel Allende, che trasfigurano il reale con incursioni nel mito, nel sogno, nell’incubo, grazie ad una fantasia sbrigliata e potente.
La Lo Iacono vi trasfonde l’esperienza e gli studi giuridici, oltre che l’amore e la pratica della letteratura, dato che questa è anche la storia di un processo, la riflessione poetica e sofferta del rapporto tra diritto e giustizia, il ripensamento sulle catene di codicilli che hanno mandato sul rogo decine d’innocenti per sospetti e accuse di stregoneria.

La metafora del furto di parole da parte di Francisca è un chiaro riferimento al lavoro dello scrittore, che è ladro di parole per eccellenza: le cerca nei libri, nelle storie che legge e in quelle che gli vengono raccontate, le pesca per strada, le orecchia nelle conversazioni, le stana in una continua ricerca di bellezza.
Ma in questa ricerca di purezza l’esposta si scontra con l’ingiustizia e farà a sue spese la conoscenza con quella che Cesare De Marchi ha chiamato in un recente romanzo la furia del mondo, così come lo scrittore, il poeta, si scontrano con l’indifferenza, l’opposizione, spesso con la persecuzione da parte di chi le sue parole non vuole ascoltarle o le fraintende o vuole piegarle ai suoi scopi.

Francisca «ha capito che esistono parole per i ricchi e parole per i poveri. Le une lette, scolpite, recitate e – soprattutto – belle, bellissime come cose che non sono di questa terra. Le altre lorde, bastarde e fetenti dell’alito di chi ha lo stomaco vuoto» (p. 18).

L’esposta è più attratta dal significante di queste parole – il loro suono, che le appare celestiale – che dal significato, che le rimane ignoto, misterioso perfino, estraneo sempre.

[…] le parole sono peggio del fiato. […] sono cose di poveri, le parole, di malaugurati come te e me, che non hanno pane, né letto, né vestine e, parlando, se le inventano (p. 15).

Meglio tacere? Non sempre è possibile. Ma per Francisca è meglio che le parole vengano pensate, lette oppure, meglio ancora, rubate.
Ed è così che si appropria di pezzi di breviario, di pagine che almeno fisicamente l’avvicinino a quelle parole belle che la escludono da un mondo per il quale Francisca Spitalieri non esiste.
Le parole belle sono un’ossessione:

«continuano a tormentarla, a deriderla, a volarle intorno come mosche invadenti e riottose. Francisca le ripete tamburellandole, ballandole nella testa e nei pensieri» (p. 19).

Pesano, le parole rubate, come un lascito, una necessitĂ  compulsiva, una responsabilitĂ , un tesoro prezioso da nascondere ai profani.
Francisca addirittura le interroga, le parole. Come se fosse nelle parole il mistero di ciò che rappresentano, come se possederle volesse dire avere le chiavi che possano aprire, come poetava Montale, i mondi. Quando invece le parole possono dirci, a volte, nient’altro che ciò che non siamo, ciò che non vogliamo:

«ditemi parole belle, ditemi parole maliarde, il perché e il per come del nascere e del morire, o anche del sopravvivere» (p. 34).

La verità, invece, parla un linguaggio diverso, che va al di là delle parole, com’è nel romanzo della Lo Iacono, in cui la ricerca di Francisca sarà fraintesa, a partire dalle monache, fino al bandito Pilosa e agli inquisitori, e come l’esistenza stessa ci testimonia.

Oltre che oggetto del desiderio di Francisca, che le ricerca con foga angariosa (p. 14), le parole belle sono la chiave del romanzo. Rappresentano inoltre l’ossessione dello scrittore per la bellezza, per la sua cristallizzazione nella scrittura, che non le perda e le conservi intatte.

Nel suo percorso alla ricerca delle parole belle, Francisca comprende che esse rispondono ai bisogni delle persone – ricerca di consiglio, di conforto, di promesse, di conferme… non siamo tutti, in fondo, alla ricerca di parole?
Francisca «sussurra fraseggi che paiono cinguettii d’uccelli, o strisciare frusciante di bisce.
Una cosa sola sa, Francisca. Che qualunque cosa svelino le parole belle, lei piange con chi piange. E lei ride, con chi ride […]. Mie sono le vostre fatiche, miei i vostri sguardi, mia, solo mia la vostra parola.
Se ve la ridò, affrescata di cantici, ripulita da ogni bruttura, è per restituirvela.
Perché, nella sua bellezza, già vi apparteneva» (p. 53).

Francisca dunque scopre la parola come segno di comunicazione, di partecipazione emotiva profonda. Che poi è il livello a cui agisce lo scrittore, che si fa in un certo senso interprete delle attese di bellezza ed espressione non superficiale ma dalla risonanza intensa legate alla parola.

Anche il suo stesso nome, riconquistato dopo una faticosa ricerca della propria identità – prima esposta, poi monaca, poi… soltanto Francisca – è una parola che racchiude una storia, un autoriconoscimento, un destino.

«[…] le parole belle assottigliano l’udito, l’olfatto, la vista» (p. 108).
Dunque la parola è addirittura anticipatrice del futuro, veggente quindi, visionaria e diremmo profetica.
Come non pensare alla scrittura, al poeta veggente – Rimbaud – , alla letteratura, che oltre a riflettere il reale esteriore e interiore dell’artista presagisce e spesso anticipa ciò che verrà?
Diverse sono invece le parole dell’amore, che nascono da un bisogno, da una ricerca quasi febbrile dell’altro, da una malìa che strega corpo mente e spirito, oltre la volontà, la ragione, la paura: «pare una febbre malsana di deliri, un ansimare che quasi la tradisce, le fa sfuggire un lamento subito soffocato, un rigurgito di parole mai più pronunziate.
Risalgono le qualitĂ  del suo essere, sono alle sommitĂ  dello sguardo, del pensiero, della bocca. Le muovono lingua, palato, gola contro la sua volontĂ .
Non sono le parole belle.
Ma […] sente di non poter più tacere» (p. 54).

Per dire l’amore, non servono parole da rubare.

«Servono solo quelle con cui è nata» (p. 65).

A volte, non è necessario neanche usarle, le parole: quando si è felici, quando si gode del semplice stupore di essere vivi, «ogni istante è nudo, così pieno da sembrarle bello senza avere bisogno di essere detto» (p. 82).

Non è facile comprendere che «la bellezza di quelle parole esiste, ed è nella donna che le ha pronunciate. Non può sapere che la bellezza è nuda: senza maschera, senza copertura, senza travestimento» (p. 76).

Nel romanzo c’è chi non crede alle parole, come l’arcivescovo Angimbè, perché offeso e tradito dal silenzio: «finge di non voler credere alle parole e invece le teme, le cerca e le annusa come un maschio innamorato» (p. 77), c’è chi le parole le utilizza per vessare, ingannare, rovinare.

Tu non dici parole si pone dunque come una storia fatta di parole sulle parole.

L’autrice nutre anche lei un vero e proprio culto per le parole belle, risentendo della ricerca e dello sperimentalismo linguistico di una Silvana La Spina, di Vincenzo Consolo, dei siciliani insomma che hanno narrato scavando nell’essenza stessa della parola per cavarne fuori tutti i possibili sensi o magari quelli più riposti, o quelli che fanno risuonare corde intime e profonde.

La Lo Iacono si affida a una sintassi musicale, come se il testo fosse una nenia, un lamento, uno scongiuro, una formula di fattucchieria, o una delle litanie delle reverendissime monache.
Pensiamo alla parola “miserere”, che Francisca pronuncia per la sua bellezza, perché crede nel potere taumaturgico, sacrale, magico della parola, non perché ne comprenda il significato.
Spesso il ritmo è franto, spezzato com’è da una fitta serie di punti e di a capo che costringono il lettore a concentrare l’attenzione sul frammento, sulla parole, spesso sul suono di una singola sillaba.
Il filo della narrazione, spezzato in un capoverso, viene richiamato e ripreso al paragrafo successivo, conferendo alla pagina un andamento di pieni e vuoti. A volte la ripresa è affidata al capitolo successivo.
Grazie a questi espedienti tecnici, l’attenzione del lettore viene catturata e trascinata per le pagine del romanzo e il filo della narrazione rimane teso e avvincente.
La lingua della Lo Iacono è una lingua ricca, mossa, inventiva: l’autrice accosta audacemente parole latine e vocaboli inventati, dialetto autentico e una lingua propria, un idioletto che la caratterizza, per narrare una storia in cui le vere protagoniste sono le parole, con il loro segreto di senso concettuale ma sensuali, nel senso che portano con sé odori colori sapori sensazioni tattili suoni rumori: «ripetono voci straniere senza capirle mischiandole a parlate paesane fatte di scongiuri e fatture, improperi e preghiere» (p. 45).

Qualche riflessione sparsa sulla parola.
Che cosa significa “parola”?
Il termine deriva dal latino parabula. E qui ci sovvengono le parabole evangeliche, le quali non sono altro che exempla, veritĂ  che prendono la forma di apologo, di racconto con una sostanza sapienziale che due millenni non hanno scalfito. DensitĂ , efficacia narrativa: ecco la forza delle parabole.
Nel latino basso, per intenderci non più il latino classico di Cesare e Cicerone, ma quello parlato e più recente che poi si sarebbe trasformato nei vari volgari, i quali si sono poi evoluti nelle lingue neolatine o romanze, il termine parabula è passato a designare la parola.
Ma il termine che più mi interessa è verbo. Il verbo, inteso come parte del discorso, è il motore di una frase: senza l’azione o lo stato espressi dal verbo, non c’è vita in un pensiero.
Il Verbo per eccellenza, secondo il vangelo di Giovanni, è la seconda persona della Trinità: il Cristo, che era in principio e grazie al quale tutte le cose sono state create.
Nulla esiste, tutto resta informe finché non viene nominato. Adamo nomina le cose e gli animali per divenirne il signore e custode. Dio stesso ci chiama per nome e Gesù assicura che i nostri nomi sono scritti nei cieli.
Per i musulmani il Corano è la stessa parola di Allah discesa sulla terra, per gli Ebrei il nome di Dio, impronunciabile perché sacro e terribile, poteva fluire dalle labbra del sommo sacerdote una sola volta all’anno, solennizzata secondo riti complessi e stabiliti.
Nomen omen, dicevano i latini, cioè il nome stesso conterrebbe il “destino” di un uomo e nell’antichità la maledizione, il male dicere, aveva valore ed effetto magico.
La parola quindi non ha solo valenza comunicativa, ma ad essa fin dall’antichità sono state associate virtù taumaturgiche e sacrali – pensiamo alle formule degli sciamani, alla forza della preghiera e delle formule rituali.
La parola ha valore anche giuridico: pensiamo ai giuramenti, alle sentenze, alle formule giuridiche dell’antico diritto romano, a tutto il problema delle norme e della loro interpretazione.
Esiste una disciplina il cui nome vuol dire “amore per la parola”: la filologia.
Il filologo è quello studioso che tenta di ricostruire la forma originaria di un testo, di congetturare sulle parti danneggiate o mancanti – pensiamo ai manoscritti antichi, spesso giunti fino a noi in condizioni di estrema precarietà e fragilità – ; questo preziosissimo lavoro, fatto anche di confronto con la tradizione orale, di collazione, cioè di operazioni di raffronto tra le varie versioni di uno stesso testo, consente di ottenere un testo più vicino a quella che è stata la volontà dell’autore e quindi di approssimarsi ad una possibile verità sul testo. Quantomeno permette di disporre di un testo su cui poi esercitare quello che è il compito del critico: l’esegesi e l’interpretazione della moltitudine di significati, di sollecitazioni, di valori di un testo.
Questa parentesi per cercare di intravedere la complessitĂ  di un discorso sulle parole e sul loro valore e significato profondi.
Oggi la parola è stata desacralizzata. Ne viene perpetrato un uso massiccio ma spesso un abuso evidente: parola usata per pubblicizzare, persuadere, conculcare, ingannare, calunniare, e non solo per «calmare la paura, togliere la pena, suscitare la gioia, accrescere la pietà», come scrive la Lo Iacono in epigrafe alla prima parte del romanzo citando Bufalino.
Quale argine a certi profluvi di parole che ci vengono dai mass media, da Internet, dai cellulari?
Riappropriarsi del valore della parola. Gustarla nel silenzio della riflessione. Della lettura.
Perché è il poeta, lo scrittore, che carica ogni parola di sensi e sovrasensi, che dal suo testo ci permette di indovinare contesti e sottotesti. Il poeta e lo scrittore lavorano sulla struttura, sul capitolo, sulla pagina, sul capoverso, sulla riga, sulla singola parola.
Perché nessuna sia fuori posto, perché permetta di esprimere mondi interiori, passioni e storia, individualità e coralità di destini.
Come accade nel romanzo di Simona Lo Iacono.

Maria Lucia Riccioli

30/11/-1, 00:00:00
METTERE IN PIEGA UNA STORIA. “I racconti del parrucchiere” di Elvira Seminara
Che caratteristiche deve avere un racconto breve per “funzionare”? L’incipit di questo post coincide con una domanda (ovviamente vi invito a rispondere). Lo spunto per la discussione ce lo offre la nuova opera narrativa di Elvira Seminara: “I racconti del parrucchiere” (Gaffi, 2009). [Peraltro siete tutti invitati alla libreria Giunti, di Piazza Duomo, a Catania (giorno [...]

miscChe caratteristiche deve avere un racconto breve per “funzionare”?
L’incipit di questo post coincide con una domanda (ovviamente vi invito a rispondere). Lo spunto per la discussione ce lo offre la nuova opera narrativa di Elvira Seminara: “I racconti del parrucchiere” (Gaffi, 2009). [Peraltro siete tutti invitati alla libreria Giunti, di Piazza Duomo, a Catania (giorno 5, intorno alle h. 18,30) dove la stessa Elvira, insieme al sottoscritto e a Luigi La Rosa offrirĂ  una sorta di workshop sul racconto presentando - contestualmente -"I racconti del parrucchiere"].

In questi racconti l’autrice dimostra di essere eclettica: la scrittura e lo stile si trasmutano da racconto in racconto – da voce in voce - mantenendo una qualità narrativa molto elevata e mettendo in scena un campionario umano completo, complesso e perfetto nella sua differenziazione.
C’è una sciampista dotata di poteri arcani di cui non era consapevole e che le consentono di carpire i pensieri delle clienti ogni volta che, per fare lo shampoo, tocca con le sue dita l’altrui cuoio capelluto. C’è un’extra comunitaria che decide di farsi bionda e che immola la lunga e nera treccia - curata per anni sotto il burqa – sull’altare dell’integrazione in un mondo che è diversissimo da quello d’origine (il taglio della treccia può essere visto come metafora della recisione delle proprie radici). C’è un poeta transessuale che decide di tagliarsi i capelli e di cambiarne la tinta: (E poi perché ci chiamano trans? Vuol dire attraverso, l’ho cercato sul dizionario. Attraverso cosa, la materia e lo spirito, gli ormoni e il silicone? E allora perché non chiamarci mutanti, sconfinanti, o che ne so. Vivere sul bordo, sulla linea, sul margine, vivere in punta di piedi facendo un fracasso del diavolo. In modo furtivo e smaccato). C’è il marito che si apposta poco fuori la bottega del parrucchiere per fare una sorpresa alla moglie. C’è la figlia di un detenuto che scrive la propria storia per inviarla a una rivista (qui lo stile e la scrittura della Seminara si trasfigurano per uniformarsi a quello del personaggio a cui si presta la voce… in questo caso la penna, caratterizzata dalla punteggiatura un po’ bizzarra). C’è una donna che una mattina si risveglia con gli occhi di colore viola e che vive, con leggerezza, una sorta di provvisorio risveglio kafkiano (la donna asseconderà il cambiamento tagliando i capelli cortissimi e tingendoli di rosso; ma la mattina dopo gli occhi torneranno a essere castani). C’è una giovane suora, dalla fervida immaginazione, che – prima di entrare in convento – decide di passare dal parrucchiere: (Ho capelli castani lunghi, né belli né brutti. Ma per ficcarli tutti sotto il velo, e tenere la testa pulita senza perdere tempo e fantasia, devo per forza tagliarli).
C’è il racconto struggente di un padre separato che, in compagnia del figlio (che non riesce più a vedere ogni giorno come vorrebbe), attende in macchina l’ex moglie che sta per uscire dalla bottega del parrucchiere.
E c’è altro. Molto altro. Perché i capelli hanno anche un forte valore simbolico e, in fondo, esprimono noi stessi. La nostra personalità, la nostra cultura, le nostre origini. E attorno ai capelli e al parrucchiere si accavallano e si alternano storie, caratteri, esistenze, destini. Voci che si mischiano e confluiscono fino a formare un unico particolarissimo coro.
Di seguito potrete leggere la recensione di Sabina Corsaro, direttore editoriale del magazine Lo Schiaffo (chiedo a Sabina collaborazione per animare e moderare il post relativamente ai racconti di Elvira).
Invito Luigi La Rosa ad aiutarmi per portare avanti la discussione sui racconti in generale.
Naturalmente interverrĂ  anche l’autrice della raccolta.

In coda al post potrete leggere una storia tratta da “I racconti del parrucchiere”. L’ho scelta perchĂ© è una delle piĂą dolenti… e anche perchĂ© proverò a “interpretarla” alla libreria Giunti (Piazza Duomo, Catania) giorno 5. Vi aspettiamo!

Dunque: discuteremo sia di questi racconti della Seminara che dell’arte del racconto in generale.
Vi ri-formulo la domanda: Che caratteristiche deve avere un racconto breve per “funzionare”?
E aggiungo questa (in tema): che rapporto avete con i vostri capelli?
A voi!
Massimo Maugeri

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I racconti del parrucchiere di Elvira Seminara (Gaffi)
recensione di Sabina Corsaro

miscCosa mai avranno in comune un libro di racconti sui capelli e la pittura di Edward Hopper? Al primo impatto nulla. Eppure dei riferimenti esistono.
Elvira Seminara (che aveva giĂ  catturato lo scorso anno l’attenzione del lettore e della critica con L’indecenza, edito dalla Mondadori), ci propone una serie di racconti accomunati dall’unica tematica rappresentata dai capelli. I protagonisti di questi racconti sono legati da questo destino comune: il loro rapporto inevitabile con i loro capelli.
Ma perché Hopper?
Nei dipinti del pittore le figure umane sembrano piĂą essere delle comparse, mentre i protagonisti reali sono gli spazi all’interno dei quali essi si muovono. Gli edifici lungo la strada, la ferrovia nelle zone di periferia, le stanze degli uffici in Hopper sono i soggetti concreti e voluti e le figure umane vi si trovano inserite quasi casualmente.
La prospettiva è il risultato di uno sguardo che si alterna tra spazi chiusi e aperti; tra interni ed esterni. Ma sono le finestre e le vetrate a rendere accessibile lo sguardo del pittore; uno sguardo estraneo, distaccato, da voyeur: spazi non resi nella loro interezza, ma mediante tagli, tesi a cogliere la gente comune nello svolgimento dei suoi atti quotidiani.
Allo stesso modo nei racconti di Elvira Seminara vengono descritti spazi chiusi (l’interno dell’auto, di una sala, di una stanza) e in modo ridondante tornano finestre, vetri, tende, come se i personaggi dei racconti vedessero sempre attraverso un filtro e come se questi personaggi venissero osservati dall’autrice negli interni dei loro appartamenti e colti, a loro insaputa, in quei loro atti meccanici.
Così vediamo muovere i personaggi in luoghi familiari, rappresentati ora dalla sala del parrucchiere, ora da una stanza d’appartamento, in ogni caso sempre alle prese con il loro rapporto conflittuale col tempo e la realtĂ . E’ proprio il tempo uno degli elementi piĂą significativi: ne I racconti del parrucchiere esso si traduce in attesa, rimpianto, memoria, speranza, quasi mai in presente. Ed è questo a miscelarsi con uno spazio rappresentato anche dal paesaggio: l’incertezza dei personaggi si esplica attraverso l’incertezza meteorologica; in molti racconti c’è l’attesa della pioggia come liberazione da uno stato di ansia, di inquietudine ma anche come riflesso di una luce cupa ed evanescente che si cela nell’animo dei protagonisti.
Sono personaggi da cui trapela una dirompente solitudine: il trans, l’insegnante zitellona, il padre separato dal figlio e altri. I personaggi si sentono a disagio nei loro spazi abituali e cercano una via di fuga nel tempo: passato o futuro che sia.
Il rapporto del personaggio col tempo è spesso lacunoso, riflesso della frattura nei confronti della vita che sta fuori dallo spazio in cui è rinchiuso.
E’ presente per intero la concezione che Norbert Elias aveva del tempo: “Simbolo di una sintesi sociale appresa” e non quindi un dono della ragione innata. La protagonista di Diario, ad esempio, non è in grado di scandire in modo corretto il suo tempo perchĂ© non è piĂą in grado di comunicare col mondo, avendo spezzato il filo di quell’apprendimento delle sintesi sociali. Ma ecco che viene in soccorso la scrittura, che diviene necessaria nel tentativo di una riconciliazione tra individuo e ritmo del mondo. La scrittura come terapia, cura: c’è per intero Zeno Cosini. Sia per lui che per la protagonista del racconto la scrittura-terapia è imposta dall’elemento dell’autoritĂ  (il medico), è una costrizione al pari di un medicinale somministrato.
Il personaggio quindi si riconosce nella figura di un paziente, di un malato.
Quello della malattia, si sa, è un tema ricorrente che abbraccia la letteratura di una buona parte del Novecento: da Saba (con la sua paura di essere uomo tra gli uomini) a Pirandello (con la sua consapevolezza della frammentarietĂ  dell’identitĂ ); da Joyce (con i suoi flussi di coscienza come riflesso della psicanalisi che in quegli anni varcava nuovi confini dell’inconscio nell’uomo moderno) a Proust (con la sofferta accettazione della natura debole e peccatrice dell’animo umano). Fino a comprendere Svevo (con il suo pericolo di esser uomo) e il critico narratore Debenedetti (con l’aver compreso che l’identitĂ  non può essere definibile poichĂ© nasce plastica).
La malattia quindi è un elemento che riveste la funzione di minimo comune denominatore tra i vari fattori tematici della letteratura e nell’autrice di questi racconti la descrizione della malattia resta fedele a quel contesto tradizionale da cui proviene.
La diversità è messa in primo piano, ma una diversità che tenta disperatamente di non tramutarsi in silenzio, in assenza di comunicazione e che invece pone la necessità del richiamo alla coppia di termini che ne deriva: scrittura-esistenza.
La protagonista di Diario per riappropriarsi del tempo del mondo annota le sue azioni, i suoi pensieri. C’è in lei il timore di perdere la cognizione di questo tempo e quindi di se stessa; c’è la paura piĂą grande di non essere percepita.
La scrittura crea memoria e quindi colma un vuoto. L’assenza di memoria coincide con l’assenza di vita, di esistenza: IO SONO QUA. E’ racchiuso in questa frase della protagonista tutta l’essenza della scrittura, e quindi della Letteratura: letteratura come testimonianza dell’esistere; letteratura come conferma dell’esistere.:
“Ed ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarĂ  letteraturizzata… Ognuno leggerĂ  se stesso” (Svevo, Il vegliardo).

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Tergicristallo

da “I racconti del parrucchiere” di Elvira Seminara

Tic tac. Tic tac. Guarda come piove. Ascoltami, ti prego, conviene restare qui, non scendere dalla macchina.
Restiamo così, a guardare il mondo che s’inzuppa e sbriciola come un biscotto.
Vieni qui, vicino a me.
Attento al freno a mano, ti sei fatto male? Facciamo finta che è una magia: noi siamo nascosti, nel buio, e nessun pirata ci può trovare, perché ci sono le tende sui vetri, è la pioggia che le ricama.
Questa è una nave fantasma, e nessuno ci può vedere.
No, che non è notte, è pomeriggio. In autunno è così, fa buio talmente presto. Non te lo ricordi più?
Se vuoi ti racconto una storia. C’è tutto il tempo, davvero, credi a papà. Non lo sai che quando piove l’orologio s’incanta? E anche le stelle, guarda là. Non si muovono da lì, dietro quel campanile. Io ne ho contate sette, e tu?
Ho capito, a te i numeri non vanno giĂą.
Non piagnucolare, ti prego. Mezz’ora è tantissima per stare insieme quando piove. Tic tac, se lo guardi, il tergicristallo è un dito gigante che fa sì e no, è un piccolo corvo che impara a volare.
Senti, una volta è successo così. C’era un bambino come te che piangeva perché il suo palloncino era volato in cielo, e piangeva dal suo balcone, tutto solo, guardando il sole che se ne stava per i fatti suoi.
Nessuno lo consolava e le sue lacrime cadevano sotto, sulla biancheria stesa nei fili, e sulle macchine per strada.
Quante lacrime! Il bambino non riusciva a smettere, e in poco tempo la strada divenne un lago. Fu così che tutta la gente accese in macchina i tergicristalli, e tutti i finestrini all’improvviso si misero a fare tic tac sotto il sole, e il bimbo si divertì tanto a quello spettacolo che rimase imbambolato a guardare, senza pensare più al suo pallone. E non è finita. Il sole, guardando quella scena buffa, cominciò a ridere a crepapelle, e sbuffando sbuffando spinse giù il pallone, che volteggiando ritornò a casa dal bambino.
E adesso che fai, non parli piĂą? Certo che te lo compro un palloncino, la prossima volta.
Tic e tac, splish e splash. Contiamo insieme i rintocchi, anzi giochiamo alla tabellina del tre. L’hai ripassata, questa settimana?
Ok, cambiamo gioco. Guarda l’acqua che si rotola laggiù sotto la grondaia, è la luna che fa le bolle di sapone.
Abbiamo ancora più di venti minuti, ma tu non chiedermelo più. Ti prego, non tirare fuori le lacrime, stavolta non si può fare quella magia del balcone, perché piove già.
E poi ci sono io con te. Guarda quel lampione, non sembra muoversi nel buio? Forse c’è una lucciola imprigionata nel raggio, che spinge su e giù per liberarsi. E il coperchio del cassonetto fa bum, perché la pioggia lo picchia e rimbalza, insomma. à una grande battaglia navale, e noi restiamo invisibili, al sicuro.
Tic e tac, tu apri gli occhi e li chiudi. Sei stanco, hai ragione, è una giornata che siamo in giro. Ma allo zoo è stato bello, ricordi l’elefante che faceva la pipì…
Anch’io sono stanco, anche la pioggia dev’essere stanca, scende furiosa da un’ora.
Ecco, adesso ti vedo meglio, avevo gli occhiali appannati, hai ragione, anche gli occhiali dovrebbero avere i tergicristalli, ma guarda che non sto mica piangendo, i papĂ  non piangono mai.
Apri quel cassetto, ci sono delle caramelle alla menta.
Certo che puoi portarle a casa, sono per te.
Adesso sono nove, guarda. Come “che cosa?” Le stelle.
Tic e tac, splish e splash, ti metto una musica che ti piacerà. Lo senti, questo è il flauto… Sei andato martedì
scorso a lezione?
Tic e tac, un sabato sì e uno no. Non sono io che decido, lo sai, ma l’avvocato. Domenica sì o domenica no.
Tic tac, il cuore che batte o la pioggia sui vetri.
Tic tac. Apri gli occhi e li chiudi, ti sei addormentato.
Abbiamo ancora quindici minuti per farci cullare da questa pioggia, ora spengo il tergicristallo, così potremo
naufragare. Dormi qui, sulla mia spalla, così.
Dieci minuti.
Cinque.
Tre.
Devo farlo per forza. à così. Io ti devo svegliare.
Andiamo. Sei un poco sudato, dove è finita la sciarpa.
Forza, su, in piedi. La mamma avrà già finito col suo parrucchiere, è lì che ti aspetta, dietro quell’insegna azzurra, quella illuminata, non te la ricordi più?
Certo che ti accompagno io, adesso attraversiamo insieme, ma tu devi fare un salto se no ti bagni tutti i piedi.
Un balzo e abbandoni la nave, così.
Un attimo, vieni qui che ti abbottono. Le hai prese le caramelle? Guarda che domenica prossima ti verrò a prendere prima, devi svegliarti presto, andremo al lago.
E ci sarĂ  il sole, te lo prometto. Ma non dimenticare il cannocchiale.
Hai visto, ha smesso di piovere. Attento a quella pozzanghera.
Bravo.
Ok, adesso guardami negli occhi.
Ciao capitano. Buona notte.

30/11/-1, 00:00:00
STRANE COPPIE n. 3: ANNA MARIA ORTESE, INGEBORG BACHMANN
Nuova puntata de Le strane coppie di Antonella Cilento. Stavolta vengono messe a confronto due scrittrici: Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann. I due libri accoppiati sono: “Il cardillo addolorato” (della Ortese) e “Il caso Franza” (della Bachmann). Le ragioni di questo accoppiamento vengono ben spiegate da Franz Haas nella bella nota che segue. Ne approfitto di questo [...]

miscNuova puntata de Le strane coppie di Antonella Cilento.
Stavolta vengono messe a confronto due scrittrici: Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann. I due libri accoppiati sono: “Il cardillo addolorato” (della Ortese) e “Il caso Franza” (della Bachmann). Le ragioni di questo accoppiamento vengono ben spiegate da Franz Haas nella bella nota che segue.
Ne approfitto di questo post per invitarvi a ricordare e a esprimere le vostre opinioni su Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann.
Conoscete queste due autrici? Le avete mai lette?
Inoltre, la relazione di Haas mi ha ispirato un paio di domande…

Haas scrive che in ambedue le opere qui considerate una voce femminile esprime il dolore del mondo.
Allora vi domando: secondo voi le voci femminili, nella scrittura, riescono a esprimere meglio il dolore del mondo?
Dalla lettura della suddetta relazione emerge la grande stima della Ortese nei confronti della Bachmann. Un stima immensa, che - al tempo stesso, come capirete leggendo - è indice di una grandissima umiltà.
Così vi domando… che relazione c’è tra arte e umiltĂ ?
La grandezza di un artista può essere collegata alla sua umiltà?

Di seguito, l’introduzione di Antonella Cilento e la relazione di Franz Haas.

Massimo Maugeri

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Introduzione di Antonella Cilento

miscE’ con vera gioia che vi segnalo il proseguire incessante (e la crescita) del progetto STRANE COPPIE, organizzato da me con Lalineascritta Laboratori di Scrittura, e grazie alla collaborazione attivissima degli Istituti di Cultura napoletani, il Goethe Instut, l’Instituto Cervantes e l’Institut Français de Naples.
Strane Coppie è giunto ormai a buon punto: all’Instituto Cervantes giovedì 21 maggio h 19 si sono svolte le RIVOLUZIONI IMPOSSIBILI, dove Domenico Starnone e Melania Mazzucco hanno raccontato Il resto di niente di Enzo Striano e Il secolo dei lumi di Alejo Carpentier e, giovedì 11 giugno h 18.30 all’Institut Français de Naples, ci saranno RITRATTI DI DONNA, dove Sandra Petrignani e Donatella Trotta racconteranno Claudine di Colette e Il paese di Cuccagna di Matilde Serao.
Nel frattempo, ringrazio infinitamente Franz Haas per averci concesso di pubblicare la traccia del suo intervento avvenuto lo scorso 23 aprile presso il Goethe Institut: Franz Haas ha dialogato con Maria Attanasio intorno a Il cardillo addolorato di Annamaria Ortese e Il caso Franza di Ingeborg Bachmann.
Del perché di questo parallelo leggerete qui, di seguito, dalle stesse parole di Haas, ma occorre ricordare di quanto invece detto da Maria Attanasio, che speriamo presto di ospitare in questo spazio, che in quest’incontro si è rivelato un tema della scrittura di sempre: che un’autobiografia può essere un romanzo storico e che un romanzo storico può diventare una verità autobiografica. Di queste due autrici, fra i più grandi del Novecento, si può senz’altro dire che hanno cercato senza interruzione la loro personale Verità e sono rimaste, come scrive Monica Farnetti in Tutte signore di mio gusto, “fedeli all’invisibile”.
Ringrazio ancora particolarmente Franz Haas per la generositĂ  e la gentilezza con cui ci ha raccontato i suoi personali ricordi relativi ad Annamaria Ortese e offerto sprazzi del loro carteggio privato.

A. Cilento

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Anna Maria Ortese e Ingeborg Bachmann –
“Il cardillo addolorato” e “Il caso Franza”

di Franz Haas

Per vari motivi ho suggerito di abbinare il romanzo incompiuto “Il caso Franza” di Ingeborg Bachmann al capolavoro “Il cardillo addolorato” di Anna Maria Ortese: perché in ambedue le opere una voce femminile esprime il dolore del mondo; perché in entrambi i romanzi una giovane donna ha un legame viscerale con un fratello più piccolo; e perché la Ortese stimava la Bachmann in modo quasi smisurato, particolarmente “Il caso Franza”, come mi scriveva in varie lettere che in seguito citerò.
Nel 1993 tornano i miracoli a Milano: dopo il clamoroso insuccesso del romanzo “Il porto di Toledo” nel 1975, il nuovo romanzo di Anna Maria Ortese è piĂą fortunato, e per piĂą ragioni. Primo, perchĂ© “Il cardillo addolorato” è la summa di tutta l’opera dell’autrice; ibrido stupefacente, spiritoso e malinconico ad un tempo; libro dell’etĂ  matura ma pieno di virtuosismi giocosi. Secondo, perchĂ© esce presso la nobile casa Adelphi, il che conta molto in una societĂ  devota alle etichette. Terzo, perchĂ© i buttafuori della critica non vigilano piĂą con tanta severitĂ  sulle mode postmoderne.
Anche questo romanzo, come “Il porto di Toledo” si svolge in una Napoli fantomatica, cittĂ  che l’autrice non vede da molti anni, davanti alla “fiaccola del Vesuvio” e ad altri accessori vecchi duecento anni. Sull’Europa brillano ancora le stelle dell’illuminismo ma giĂ  i primi fantasmi romantici cominciano ad oscurare il cielo. Tre viaggiatori belgi vivono la cittĂ  nella sua leggerezza scintillante, ma presto la scena si offusca. I tre conoscono un ricco guantaio e sua figlia Elmina; uno dopo l’altro si innamorano di lei e intuiscono che su questa famiglia grava un tremendo segreto. Passeranno gli anni e gli stranieri non capiranno niente – soltanto che la ragazza soffre di qualche amore ridicolo, per un folletto, o per un idiota.
L’autrice si prende gioco della logica narrativa, accumula personaggi strambi che raccontano sempre nuove e strane varianti della disgrazia. Il lettore coscienzioso fatica ad orientarsi fra tanti nomi e fatti, gradi di parentela e chiacchiere da serve; egli insegue orme di fantasmi e date storiche per mezza Europa, ma alla fine nulla quadra, e non si sa se lo gnomo tanto amato ha tre anni, o trecento. Il “narratore” si scusa ogni tanto della grande confusione. Ma in fondo la vicenda è molto semplice: la figlia del guantaio aveva promesso al padre morente di prendersi cura del fratellastro deforme; per questo rifiuta ogni altro legame amoroso.
La giovane Elmina si accanisce nel suo amore sordo per il fratellino e per la solitudine, tanto da non essere più in grado di amare se stessa o alcuno. Uno degli ospiti di suo padre, il principe Ingmar di Liegi, la adora invano per tutta la vita. Lei sposa un altro, senza amarlo, il primo pretendente che capita, un artista dissennato amico del principe, sperando così di poter adottare il piccolo deforme. Quando muore questo marito ad Elmina rimane soltanto una bimba ritardata e il disgraziato fratello, che forse non è neppure un umano, ma un folletto, che a volte sembra una gallina o anche un capretto.
Il principe cerca di dimenticare, si sposa e sua moglie muore. Anni dopo torna a Napoli ed è tutto come sempre. Nell’animo di Elmina sono sopravvissute la freddezza e la pazienza, nella sua voce c’è sempre un’ironia gentile. Morendo il principe spera ancora in una qualche illuminazione. Ma non ci sono piĂą segreti. Il disamore è davvero così sinistramente banale.
In questo romanzo Anna Maria Ortese ha narrato anche una storia autentica che conosceva dai racconti della sua adolescenza; il resto è favola e quella fantasia che viene dalla solitudine e dalla memoria. Il dolore è un’ereditĂ  del ricordo e lo si sopporta meglio nell’ironia, nel divertimento, sciogliendolo nell’assurdo. Spesso si fa largo anche la malinconia, ma l’autrice ogni tanto la scaccia con bizzarra comicitĂ : l’adozione della piccola creatura (un trovatello di Colonia, come affermano antichi documenti) sarebbe necessaria per prolungare “il permesso di soggiorno nel Regno di Napoli”. (Qualche stupido crede persino che lo gnometto sia una spia della polizia.) Ma il mondo non è fatto di sola carta timbrata.
La realtà brutta, povera, deforme è onnipresente; le ferite e la disperazione sopravvivono agli umani, e restano. Tanti folletti storpiati se ne stanno accovacciati sui marciapiedi di Napoli, a “Liegi ed altre capitali”, leccando un po’ di latte versato.
Con il suo amore per il fratello, questo figlio sciagurato della natura, Elmina pratica una religione senza Dio né preghiere. “Ama un fantasma e questa disgrazia merita il più grande rispetto.”
Sente per tutta la vita il canto di un cardillo, che la esorta a considerare il dolore un privilegio, e la invoca di non abbandonare mai quella creatura debole; e lei prende sul serio questa vocazione, come altri si dedicano agli affari di borsa o alla poesia. L’autrice ha piena comprensione per tale ossessione. Con una fitta rete di metafore elabora una poetica in difesa del superfluo, del debole e del ridicolo; di ciò che proviene dai gironi piĂą bassi dell’umanitĂ , contro la logica dei vittoriosi, contro l’arroganza profumata delle parrucche nei salotti aristocratici. Oppone loro, con convinzione, il suo racconto e le sue poetiche immagini dell’inanitĂ .
Elmina sopporta la sua sorte con la calma dei forsennati.
Il suo vecchio padre guantaio soffre molto piĂą di lei, per lo strano trovatello e per una moglie che non lo ha amato mai. In una scatola bucata custodisce le “lettere d’amore” di lei (oppure il trovatello?); qualche volta, attraverso i buchi filtra un lamento debole. Il guantaio trascina la scatola attraverso tutta la sua vita; ma in veritĂ  il pacco contiene una sola lettera di poche righe - una gelida richiesta di soldi.
In tutta l’opera di Anna Maria Ortese esistono simili creature del dolore, nĂ© folli nĂ© ottuse abbastanza da poter sopportare in silenzio. A loro l’autrice dĂ  voce: un miscuglio fra il realismo oscuro e “la magia nera delle parole” (Ingeborg Bachmann).
La strategia linguistica del romanzo è semplice e raffinata come l’esibizione di un vecchio clown esperto: dal rococò leggiadro delle descrizioni di certe cianfrusaglie color rosa fino al turbato silenzio esistenzialista di fronte alle cose di cui un poveretto non può parlare. E regolarmente l’ironia simulata si interrompe per fare largo ad un terrore verace. La grande arte di Anna Maria Ortese consiste in questo funambolismo dialettico-stilistico fra ragionevolezza disincantata e irrazionalismo spaventato e spaventoso.
L’autrice mantiene un continuo dialogo con il lettore, catturandolo con spiritosa ambiguitĂ : “É penoso compito del narratore di storie sotterranee (…) preparare il suo ipotetico Lettore a una tranquilla delusione e insieme cauta speranza.”
Si confida con lui per chiedergli, insicura e lusinghiera, se veramente lo interessa questa storia “di bambine dispettose e uccelli infelici”. In ogni capitolo è presente “il narratore” che sospira ammiccando: “Dov’è adesso, per favore, il Lettore silenzioso (…capace di) raccogliere il silenzio glaciale dell’Universo, le liti dei fanciulli del mondo sotterraneo, gli sputi, le lacrime (…)?”
L’eroe maschile dominante di questo romanzo è il principe Ingmar di Liegi; è quasi invulnerabile nella sua innocuitĂ . Avverte il dolore della delusione ma continua la sua vita da diplomatico, illuminato e ingenuo. “La magia non lo turbava, ma le cose del cuore sì.” Non sa cosa lo leghi veramente a Elmina, non conosce i rumori notturni nell’anima di una camiciaia. In fondo la considera sempre “una ruvida capra”, brutta nel suo dolore mediocre, la “capra del Golfo”. Quando egli si corica la sera, per riposare o per morire, il maggiordomo annuncia “un certo Cardillo, da Napoli”. Il principe è contento del canto e tutto intorno a lui diventa calmo, freddo, infinito.

Ho conosciuto Anna Maria Ortese la primavera del 1990, tramite Fabrizia Ramondino, proprio mentre stava lavorando a questo romanzo per il quale le servivano delle fotografie di quella zona di Napoli dove in parte è ambientato, il Pallonetto di Santa Lucia. Mi assumevo il compito di farle e poi di commentarle durante una mia visita a Rapallo. Nelle nostre conversazioni e nelle lettere che seguiranno Anna Maria Ortese si sofferma volentieri su Napoli, e mi parla con grande fremito del “Cardillo”, la sua creatura napoletana. Quando il romanzo esce, a maggio del 1993, all’autrice rimane l’antica angoscia causata dai suoi naufragi napoletani, e mi scrive: “Il libro è pronto (gliene ho mandato una copia) e dovrebbe essere in vetrina fra pochi giorni. Ma mi aspetto la stessa accoglienza che ebbe â€Toledo’. SparirĂ  subito. Vedrà”. (12 maggio 1993)
Questa è pura scaramanzia, perché già si stanno muovendo i tamburi della stampa, è in arrivo una valanga di recensioni favorevoli.
Nell’estate del 1993 faccio un’altra visita ad Anna Maria Ortese, a Rapallo. Orgogliosa, mi regala una copia della traduzione spagnola del “Porto di Toledo”, appena uscita. A dicembre del 1993 mi esprime la sua soddisfazione per il successo economico del “Cardillo”, ma pensa già al futuro, alla rinascita di “Toledo”, il suo libro ingiustamente affondato, la sua creatura più napoletana.
Di Napoli, di “Toledo” e del “Cardillo” la Ortese parla sempre con timoroso entusiasmo, ma volentieri affronta anche altri argomenti. Vuole conoscere le mie letture preferite. Le parlo di Carlo Emilio Gadda, di cui lei ha solo un vago ricordo, e poco dopo mi scrive: “Ho cercato subito “La cognizione del dolore”, e ho cominciato a leggerlo stanotte, sbalordita da tanta grandezza, e mortificata di non averne saputo del tutto – o quasi – nulla, finché Lei non me ne ha parlato.” (23 maggio 1990)
Una reazione simile, persino di maggiore entusiasmo, suscita un mio suggerimento su Ingeborg Bachmann – la Ortese non conosce affatto l’autrice austriaca. Le spiego che la Bachmann ha passato molti anni in Italia, che era approdata ad Ischia e a Napoli proprio quando lei, la Ortese, aveva lasciato per sempre la sua città, che a Roma, per molti anni, avrebbero potuto incontrarsi. In varie lettere la Ortese affronta gli scritti della collega austriaca, è palesemente emozionata: “Ho letto, con grande commozione, “Canti durante la fuga”, di Ingeborg Bachmann. Vorrei leggerne altre poesie. Dove? Chi le ha pubblicate? La neve del cuore rivela una Napoli ignota. Poesia, sì, da brivido: ma assolutamente alto.” (3 luglio 1990)
Nella mia lettera di risposta do le indicazioni bibliografiche, e qualche giorno dopo, ecco la sua ammirazione senza riserva:
“Della Bachmann ho letto, inviati dalla Adelphi, tutti e quattro (credo che siano quattro) i volumi di narrativa. Tutti i racconti sono di altissima qualità, le cose più alte scritte da una donna, in Europa. Non ci sono confronti con altre scrittrici, nel mondo. Come prosa, no. Nessuna donna scrive in un modo così vertiginoso, attento, limpido: e c’è un dolore quasi soprannaturale; il dolore moderno. Non c’è un suono, poi, che non sia puro. Non ci sono tracce di terra. Quando l’ho letta, ho sentito tutti i miei limiti. Ma senza umiliazione. (Di tutti i miei libri, Lei lo sa, ne considero uno solo. Un solo libro ho scritto, e il resto è così così.)” (10 agosto 1990)

“Un solo libro ho scritto” – è questa la sintesi drastica di una lunga vita, di settanta anni di incessante scrittura, il giudizio autocritico e ingiustamente duro, dopo essersi confrontata con Ingeborg Bachmann. Anna Maria Ortese è colpita particolarmente proprio da un’opera che la stessa Bachmann aveva rifiutata e mai pubblicata, il frammento di un romanzo che uscirà postumo con il titolo “Il caso Franza”. In una lettera dell’estate 1990, mentre sta lavorando incessantemente al Cardillo addolorato, la Ortese mi scrive le seguenti parole entusiaste:
“Nel Caso Franza (Adelphi), pag. 50-51, trovo la pagina più innocente, più splendida, di tutta la narrativa del dopoguerra. Quando Franza – e suo fratello – aspettano che il cielo (il mondo) si rassereni – si liberi. E poi arrivano solo delle umili Jeep – e Franza cerca di capire a chi rivolgere il suo benvenuto – la parola di Schiller – e si fa – da sola – capo del paese liberato.
Questo episodio non sopporta confronti con nessun altro della storia umana, visto da una donna – e forse da uomini – di questo secolo.
Lei può essere orgoglioso che l’Austria abbia dato una grazia e una grandezza simili. – Non ci sono confronti.” (26 agosto 1990)

* * *

INGEBORG BACHMANN: Il caso Franza, Milano, Adelphi, 1988.
ANNA MARIA ORTESE: Il cardillo addolorato, Milano, Adelphi, 1993.

54 lettere di Anna Maria Ortese a Franz Haas, scritte negli anni 1990 - 1998, sono accessibili all’Archivio di Stato a Napoli.

30/11/-1, 00:00:00
Sally...Capitolo 2
Sally... Capitolo 2 Stavo davanti a una finestra ampia da cui entrava aria fresca in abbondanza che si mischiava all’odore di minestra e di malattia, davanti a una scrivania color noce...

Leggi il resto su: http://fabiettoat.spaces.live.com

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30/11/-1, 00:00:00
Holly & Benji

Nessuno si è mai chiesto quanto è lungo il campo di Holly e Benji? Con un po’ di trigonometria, tenendo presente il raggio della terra (6327 Km), l’altezza di un osservatore (facciamo un 1,70 mt, anche se sono giapponesi e, di conseguenza nani) e la linea che va dall’osservatore fino alla linea dell’orizzonte, si ottiene che la distanza a cui un giocatore vede l’orizzonte e di 4,53 Km. Tenuto conto che la traversa della porta compare quando un giocatore è piu o meno sulla tre quarti campo, il campo risulta lungo circa 17,8 Km. Fin qua ci siamo. Ora la domanda e’: A

[continua...]

Nessuno si è mai chiesto quanto è lungo il campo di Holly e Benji?
Con un po’ di trigonometria, tenendo presente il raggio della terra (6327 Km), l’altezza di un osservatore (facciamo un 1,70 mt, anche se sono giapponesi e, di conseguenza nani) e la linea che va dall’osservatore fino alla linea dell’orizzonte, si ottiene che la distanza a cui un giocatore vede l’orizzonte e di 4,53 Km.
Tenuto conto che la traversa della porta compare quando un giocatore è piu o meno sulla tre quarti campo, il campo risulta lungo circa 17,8 Km.
Fin qua ci siamo.
Ora la domanda e’:
A che velocita media corrono Holly Hatton, Mark Lenders, Julian Ross e soci?
Supponiamo che il campo venga percorso dai piu in forma 4/5 volte a partita: 90 min. (+ 5 di recupero) = 5700 sec (tempo di gioco) 17800 m (dimensione campo) x 4,5 volte a partita = 80100 m (spazio percorso) 80100 / 5700 = 14,052 m/s (velocità) Corrono cioè 100 metri in 7 secondi e 11.
Circa 3 sec meno del record del mondo dei 100 metri piani (e il campo di Holly e Benji, si sa, non è in piano…).
Questo è sufficiente a spiegare perché il povero Ross, malato di cuore, abbia difficoltà a concludere le partite.
Avete presente quando Holly dalla sua area tira una mina che attraversa tutto il campo (di 17,8 km), buca la rete e sfonda il muro? In realtĂ  la domanda è un’altra:
Ma in Giappone li fanno i controlli anti-doping?
E ancora:
Che schema usano per occupare tutto il campo?
L’1-1-1-1-1-1-1-1-1-1?
In cosa consiste la tecnica del contropiede?
Come fa l’anziano in difesa a chiamare il fuori gioco, spara un razzo in aria?
L’arbitro gira per il campo in moto?
E se investe qualcuno?
E se gli finisce la miscela?
E se estrae il cartellino rosso mentre va a 80 all’ora con tutti i poliziotti lì intorno?
Per fermare il gioco cosa usa, la tromba?
Per fermare un giocatore lontano gli spara?
Alle gambe o altro “purchĂ© lo fermi”?
Se un tifoso fa invasione di campo quando lo ripigliano?
Se un giocatore resta a terra non rischia di creparci prima che qualcuno lo veda?
Come si fa a fare ostruzione?
A fine partita gira l’autobus per il campo o i giocatori se la devono cavare da soli?
I guardalinee usano una vela per le segnalazioni?
E quando devono mettersela tra le gambe per segnalare i rigori?
Se uno segna, dall’altra parte del campo come lo scoprono?
Se uno attraversa tutto il campo palla al piede, scarta tutti, scarta anche il portiere e giunto davanti alla porta vuota, dopo (stimiamo) un paio d’ore di corsa, la butta fuori cosa fa, si spara?
Si butta sotto la moto dell’arbitro?
E quando scopre che la partita era giĂ  finita da mezz’ora?
E che c’era pure stato l’intervallo?
Se in una partita c’è piĂą di una rete passa alla storia?
Se un giocatore chiamato dall’arbitro scappa via per non farsi riconoscere organizzano una squadra di ricerche?
Se uno perde palla sotto porta dopo azione continuata (tre quarti d’ora) della squadra cosa gli fanno?
Vivisezione?
Quando devono fare un cambio mandano le frecce tricolore ad avvisare?
Da quanti anelli sono composte le tribune?
Gli ultra’ si menano ugualmente o sono troppo lontani?
Ma… E SE CI FOSSE LA NEBBIA???
Ora si spiega come mai per giocare 90 minuti di partita servivano 200 puntate da mezz’ora l’una…

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30/11/-1, 00:00:00
I 100 biglietti da visita piĂą belli che abbiate mai visto!

Sia che voi siate dei freelance o che rappresentiate un’ azienda sapete benissimo che avere dei biglietti da visita è indispensabile per l’ autopromozione e per presentarsi in un certo modo alle altre persone. Un biglietto da visita infatti agevola l’ approcio tra voi o la vostra attivitĂ  e i vostri clienti. Generalmente la maggior parte delle persone adotta dei biglietti da visita “classici”, fatti di cartoncino con su stampati i dati personali e i dettagli per i contatti.

Origini dei biglietti da visita.

Per curiositĂ  vediamo come nascono i biglietti da visita, riproponendo un estratto di quanto scritto su wikipedia.

Dagli antichi cerimoniali cinesi si apprende che ogni persona che si recava a visitare un mandarino si annunciava con una striscia di carta, sulla quale erano riportati il suo nome e gli eventuali attributi e titoli che si competevano.

Il biglietto da visita viene inventato in Francia attorno al 1700.
In Italia iniziarono a diffondersi attorno al 1730. Originariamente erano dei cartoncini manoscritti, verso il 1750 cominciarono a diffondersi modelli stampati, i primi esemplari col solo nome della persona, i successivi con anche motivi decorativi e stemmi.

I piĂą creativi.

In quest’ articolo invece voglio segnalare 100 tra i piĂą bei biglietti da visita appartenenti a vari tipologie di attivitĂ . Alcuni di questi sono veramente fantastici, creati grazie all’ utilizzo di diversi materiali e colori miscelati alla perfezione tra loro.

Per vedere la lista completa andate su questo link.
E voi quali preferite tra tutti quelli proposti?

Ecco invece i due biglietti da visita che mi fanno letteralmente impazzire tra tutti quelli proposti dal blog webdesignerdepot.com.

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Sean-M-Kinney

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dr-Pramod



Ondadigitale.com



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30/11/-1, 00:00:00
MotoGP: abbiamo raggiunto il limite?
Adesso si, lo potete fare, adesso la potete chiamare per quello che è diventata: UomoGP. Si, perchè non mi sto riferendo all’esasperazione mezzi meccanici (che abbia raggiunto livelli tecnologici e costi da astronave è chiaro come il sole), ma alla gara degli uomini che si misurano in quello che definisco ormai come Schianta Spirito GP. Ciò che non ti uccide ti rende piu’ forte si diceva un tempo. Verissimo. peccato che sia dura sopravvivere a colpi cosi pesanti, profondi, laceranti, inesorabili e che rischiano di travolgere tutto quello che si è fatto ...

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Adesso si, lo potete fare, adesso la potete chiamare per quello che è diventata: UomoGP.

Si, perchè non mi sto riferendo all’esasperazione mezzi meccanici (che abbia raggiunto livelli tecnologici e costi da astronave è chiaro come il sole), ma alla gara degli uomini che si misurano in quello che definisco ormai come Schianta Spirito GP.

Ciò che non ti uccide ti rende piu’ forte si diceva un tempo. Verissimo. peccato che sia dura sopravvivere a colpi cosi pesanti, profondi, laceranti, inesorabili e che rischiano di travolgere tutto quello che si è fatto di buono fino a poco prima.

Lo stress ragazzi, la pressione, l’aspettativa propria e degli altri, l’impossibilitĂ  di commettere errori, la tv, giornali e fans che pressano, vogliono sapere, vogliono puntare su di te, i soldi che non bastano mai, i grandi sacrifici fatti fino a qui.

Tutto questo pensatelo per una persona normale. Ecco, ora moltiplicatelo per i miliardi in gioco in un campionato del mondo, cosa otterrete? Tanti ragazzi che sono costretti a crescere in fretta, che sbattono la faccia forte non solo per terra, manager con manie di persecuzione, societĂ  segrete per il controllo di sponsor e flussi di denaro, complotti piu’ o meno figurati, piloti che vengono usati per ottenere una fornitura di moto e buttati via per uno sponsor-pilota piu’ facoltoso.

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Tutto questo avvelena la vita di molti ragazzi. ragazzi come noi che scriviamo e voi che leggete.

La chiamo UomoGP perchè la sfida è nel riuscire a resistere a tutto quello che comporta questo ambiente! Vince chi resta in piedi: cioè chi sopravvive al bombardamento mediatico e promozionale di se stessi, chi serra i denti piu’ forte, nel sorriso piu’ tirato che immaginiate. Che volete che sia la gara per questi piloti? forse quello è il momento migliore per loro, il momento dove sono soli, chiudono la visiera e lasciano il mondo fuori.

Non è facile resistere all’ambiente. Spesso, direi, non si puo’ resistere all’ambiente: come ci insegna Darwin, non si puo’ rimanere se stessi, si deve mutare, cambiare al variare delle condizioni esterne: solo cosi la specie sopravvive.

Non solo, la specie sopravvisuta diventa la dominante, quella che si è adattata, quella che non subisce l’ambiente, lo sfrutta a suo vantaggio, ne trae energia e ci sguazza appena puo’!

Non ne siete convinti? Guardate i risultati degli ultimi anni e la Classifica del mondiale: Davanti c’è il benemerito…

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Dottor Rossi Valentino: vero ed autentico Asso al manubrio e vero pioniore dell’era del pilota “foto-telegenico mediatico” che avendo per primo sviluppato gli anticorpi allo stress e all’ansia da prestazione sembra poterla tradurre in energia e risultati favorevoli come se avessi pannelli solari al posto degli occhiali. Non solo, Valentino, avendo ricevuto riconoscimenti importanti da stampa e televisione ed avendo le spalle coperte da dorna ed emittenti televisive perchè in grado di far vendere come caramelle gli spazi pubblicitari durante i gran primi e fuori, ha sviluppato una enorme influenza nel paddock, un peso politico autonomo e derivato veramente grande, con il quale puo’ arrivare a schicciare i suoi avversari e metterli in difficoltĂ  ben prima che questi si allaccino il casco.

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Dani Pedrosa: altro alfiere di un mondo nuovo, è un bravo ragazzo, piacevole, che pero’ pare si stia rovinando a circondarsi di certi soggetti. Il suo team manager, Alberto Puig, in testa a tutti.Sembra che Si stia giocando il posto in HRC, e cercando casa in un team ufficiale come quello suzuki (non certo al posto di Capirossi pero’).

Jorge Lorenzo: Nasce come razza pura rispetto ai piloti del recente presente e passato: arrembante come mai prima d’ora ho visto, coraggioso come pedrosa, talentuoso come e forse piu’ di rossi per quanto riguarda il puro istinto motociclistico, è approdato in motogp l’anno scorso con una sola idea: diventare il numero uno non semplicemente vincendo il campionato, ma stracciando tutti. Questa è stata la sua idea, il suo istinto motore, il suo movente. Non ce l’ha ancora fatta, ma si vede che il ragazzo non si è per nulla chetato e vuole ancora tutto. Sa che è ancora tutto alla sua portata, piĂą ora che mai. E’ megalomane in tante cose: pensate che è il primo pilota a volere tutta una sua area paddock vip dove poter invitare i suoi sponsor, i suoi amici, e fare le sue feste ed eventi. e non avrebbe firmato nessun contratto se non avessero acconsentito. E’ spavaldo il ragazzo, ma ha le “gomme” sotto che lo sosterranno, magari acerbe, ma ce le avrĂ . Lo sento.

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Casey Stoner: Lui invece non si è evoluto (calma, è un manico di primissimo livello, non si sta parlando della loro bravura al manubrio o della capacitĂ  di adattarsi alla moto e far progredire lo sviluppo!). è quello che non centra nulla. ne con questi tre diavoli qua sopra, ne con molti altri del paddock (molti magari non saranno squali e lupi di mare, ma almeno sono menefreghisti e si godono il momento di gloria). Ma Casey no, lui ci prova a rimanere se stesso: un tipo semplice, con una bella ragazza semplice, una semplice famiglia. In questo senso è uno molto terra terra, che ha inseguito con immensi sacrifici il suo sogno di diventare pilota di moto. ci crede ancora. Eì molto legato a tutto questo e ai suoi ideali. Lui lo sa, non mollerĂ  mai. Solo che è dura per lui, è un pesce fuor d’acqua E non parla piu’. non sorride quasi per nulla, è sempre con la faccia tirata, anzi, direi decisamente attapirata.

Si è sposato a 20 anni, con una bellissima sua Fan, Adriana Stoner, australiana pure lei, insieme da 5 anni ormai. Lei lo segue come un ombra. Lei e i genitori di Casey. Lui non ha molti amici nel paddock, non è particolarmente fotogenico, non vuole poi esserlo piu’ di tanto, è un ragazzo riservato, timido, non vuole farsi immischiare in faccende che non lo riguardano.

Pero’…pero’ vive anche lui in questo ambiente. è come se volesse stare fuori senza ombrello mentre diluvia, anzichè in auto con gomme rain montate. deve attrezzarsi, deve mutare, non maturare. mutare proprio. o non ce la fara’. non tanto contro i suoi avversari, ma contro l’ambiente stesso. Per ora Casey sta perdendo, non sta vincendo. la moto è sempre quella dell’anno scorso (beh, fatta ancora meglio, ancora piu’ per lui), quindi sa guidarla come noi tutti sappiamo. Sta male, soffre di una patologia che molti riconducono a stress che abbatte le difese immunitarie e favorisce il proliferare di un certo virus debilitante. Altri sostengono che sia un malessere Psicosomatico. in ogni caso, è lo stress la causa di tutto. Da certe cose non si esce se non con lunghi periodi di riposo. e la cosa, lasciatemelo dire, è alquanto stressante in un campionato del mondo cosi ansiolitico!

Quindi il segreto per sopravvivere non è nella maturità, ma nella evoluzione.

Ma io, veramente, volevo vedere tanti piloti fare delle belle gare di moto, mica paranoici schizzofrenici ai comandi di missili costosissimi lontani anni luce da tutto quello che posso comprare o che sarĂ  mai prodotto in serie…!!! il limite è stato superato, e senza barriere, si va solo giu.

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30/11/-1, 00:00:00
La pista della settimana: CHIGNOLO PO
Non una, ma ben 3 piste si trovano a Chignolo Po (PV), a distanza di 300 metri l’una dall’altra: si entra dalla stessa via laterale al corso principale del paese, e troverete prima un indicazion e per “Circuito le colline”, per una stradina sulla sinistra, che vi portera’ dopo 30 metri in salita al circuito, andando diritti invece, troverete 100 metri dopo l’indicazione per il secondo circuito “CircuitoChignolo”, che in realtĂ , storicamente, è stato il primo: 1) Circuito di Chignolo Po La pista di Chignolo Po, si presenta come un circuito adatto ...

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Non una, ma ben 3 piste si trovano a Chignolo Po (PV), a distanza di 300 metri l’una dall’altra: si entra dalla stessa via laterale al corso principale del paese, e troverete prima un indicazion e per “Circuito le colline”, per una stradina sulla sinistra, che vi portera’ dopo 30 metri in salita al circuito, andando diritti invece, troverete 100 metri dopo l’indicazione per il secondo circuito “CircuitoChignolo”, che in realtĂ , storicamente, è stato il primo:

1) Circuito di Chignolo Po

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La pista di Chignolo Po, si presenta come un circuito adatto alle moto di media cilindrata, ai motard ed agli scooter.

La pista misura 1100 metri, che si snodano attraverso una dozzina di curve morbide, da raccordare, tuttavia si tratta di curve abbastanza strette, non ci sono curvoni veloci da ampio respiro (come quelli di Franciacorta per intenderci), tuttavia c’è comunque da divertirsi, e le velocitĂ  raggiunte sui rettilinei non sono affatto modeste. Anzi, le staccate, le frenate al limite sono secondo me una delle cose piu’ belle e divertenti dell’andare in pista, perchè ci costringono a imparare a gestire la frenata a moto piegata, a danzare sul quel delicato equilibrio di forze e grip che mantiene le nostre carene lisce e lucide!

Un altra qualitĂ  di questo circuito è la necessitĂ  di raccordare piu’ curve l’una con l’altra, cercando traiettorie alternative, inserendosi sull’avversario davanti con un altra linea, staccando e affrontando la curva in maniera diversa cercando di sfruttare le caratteristiche della propria moto (125 2t o 600-1000 4t).

Pur misurando come la pista piccola del circuito “Le colline” di cui parlero’ piu’ sotto, questa è costruita e disegnata con occhio alle motociclette di media cilindrata e ai motard: è piu’ larga, piu’ ampia, piu’ dolce nel suo scorrere, meno “contorta” dell’altra. Decisamente piu’ serena e meno affaticante e frenetica quindi.

Le strutture dei paddok si equivalgono tra i due impianti: un bar, un officina di riparazione modesta, ampi parcheggi, paddok ombreggiati da tende e tettoie.

Quello che manca molto sono i commissari di pista. In tutte e due i circuiti ho riscontrato la presenza di soli 2 commissari per turno. La sicurezza in circuito è costituita non solo dalle vie di fuga, ma anche dalle segnalazioni a bordo pista.

Non credo che si possa parlare di non legalità o leggerezza della questione: è infatti anche vero che le velocità in gioco non sono poi cosi alte, che le piste sono comunque distribuite e disegnate su una superfice tutto sommato piccola, per cui è possibile rendersi conto di quello che succede intorno facendoci attenzione, potendosi infatti vedere il commissario sbandieratore a distanza di diverse curve.

L’impressione è pero’ quella di essere un po’ abbandonati a se stessi.

La cosa buona è che di questo tutti i piloti sono consci, per cui in pista ci si da una mano e si collabora per la propria sicurezza, consapevolmente, attraverso comportamenti civili e prudenti.

Di seguito il video Onboard di un giro di pista.


2) Circuito Le Colline – austerikart -

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La pista Le colline si divide a sua volta in due piste: il tracciato a sinistra -visibile anche in questa foto aerea di qualche anno fa ,piccolo, squadrato, vocazione go-kart e minimoto (ma percorribile con moto di qualsiasi tipo (se andate con un mille pero’ non pensate di poter usare marce diverse dalla prima).

La pista di destra è nuova (finita nel 2008) attualmente una delle piu’ lunghe del nord italia; 2050 metri sulla carta, con possibilitĂ  di unire il tracciato piccolo (che cmq si dipana per 1100 metri) con quello grande per una pista complessivamente percorribile di piu’ di 3km!!! al quale puo’ essere aggiunto il tratto motard sterrato, diachiarato di 550 metri. inserisco qui un filmato gradevole e visibile anche in HD, per farvi rendere conto di come è fatta e come si gira nella pista nuova, 2km appunto di belle curve da raccordare e in grado di offrire divertimento anche con moto potenti e veloci come 600 e 1000.

Al momento della nostra prova la pista il tracciato grande era chiuso per manutenzione/perizie tecniche. Riaprira’ nell’agosto 2009.

Per quanto riguarda la pista di sinistra, i tempi medi di percorrenza del circuito piu’ piccolo sono di 43 secondi per scooter e minimoto, 45 per supermotard (parlando di piloti e mezzi al top). Il tracciato è cmq aperto al pubblico delle stradali, per cui ho preso su la nostra fantastica cagiva mito 125 aziendale e mi sono fiondato nella mischia di zanzare 2t scatenate lungo il tracciato piu’ piccolo (il piu’ grande era momentaneamente chiuso e riapre ad agosto 2009).

La battaglia è serrata, e il divertimento è alle stelle: lo spazio per passare l’avversario non manca, dato che la pista si allarga molto sui tornanti stretti e offre tre staccate dove poter fare la differenza senza rischiare le carene nuove.

Con la mito 125 siamo riusciti a tenere (per poco) il passo degli scooter elaborati prontopista che spadroneggiano in questo budello, tuttavia appare evidente come sia difficile imporsi realmente su di loro, date le doti di assoluta maneggevolezza (49 kg di motorino contro 97kg di mito…) e accelerazione (di poco inferiore alla mito). nelle staccate si poteva tentare qualcosa, ma il tempo sul giro avrebbe comunque premiato gli zip malossi e polini, e avremmo finito col fare da tappo gia dopo poco (per loro era un ritmo sostenuto, ma “normale”, per noi era un costante rischio mantenerci su quei tempi, faticoso, non sostenibile a lungo come “passo di gara”).

La guida con la moto in questi tracciati è piu’ che movimentata: spostarsi sulla sella rapidamente, fuori con tutto il corpo nelle curve lente (sono da seconda-terza ad affrontarle al massimo della velocitĂ  di percorrenza, senza contare i tornanti da prima, è faticosissimo, bisogna allenarsi un po’, non perdersi d’animo, cercare continuitĂ  nella guida, rotonditĂ  di traiettorie, velocitĂ  di ingresso -che evita cambi marcia prima-seconda-  sfrizionare quando serve, respirare con calma e mantenere luciditĂ  nello sforzo fisico.

La cosa migliore che possiate fare, una volta imparata la pista (vale per tutte le piste del mondo): dopo il primo turno, attaccatevi al posteriore di una moto simile alla vostra, o qualcuno che va un poco piu’ forte di voi: seguitelo: dove e come passa lui, potete passare anche voi. una volta che avrete scoperto i primi segreti della pista, passate a farvi tirare da una moto piu’ veloce, e via cosi. non perdetevi d’animo, abbiate coraggio e gomme fresche!

Costo Pista Piccola: 25 euro per la giornata intera, suddivisa in turni di 20 minuti alternati con turni 20 minuti go-kart.

Costo pista piu’ grande: 40-70 euro per la giornata intera. possibilitĂ  di fare pomeridiano o mattina soltanto, con conseguente dimezzamento dei costi.

Servizi di bar e assistenza meccanica (minima). contate sulla gentilezza e disponibilitĂ  dei vicini di paddok.

Si ringraziano:

- Torneria Sgrò per riparazioni meccaniche di precisione

- Giorgo Cazzulani per supporto tecnico e logistico

- Chiara Crispino per Servizio fotografico, impaginazione, marketing.

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30/11/-1, 00:00:00
Susanna Tamaro, femminismo e libertĂ 
Oggi, sul Corriere della Sera, è stato pubblicato un articolo di Susanna Tamaro: “Il femminismo non ha liberato le donne”. In questo pezzo la scrittrice italiana riflette sulla differenza tra le donne appartenenti alla sua generazione e quelle appartenenti alla generazione attuale: le prime hanno combattuto “la battaglia per la libertĂ  sessuale e per la [...]

miscOggi, sul Corriere della Sera, è stato pubblicato un articolo di Susanna Tamaro: “Il femminismo non ha liberato le donne”. In questo pezzo la scrittrice italiana riflette sulla differenza tra le donne appartenenti alla sua generazione e quelle appartenenti alla generazione attuale: le prime hanno combattuto “la battaglia per la libertĂ  sessuale e per la legalizzazione dell’aborto”, le altre attente quasi unicamente al loro corpo e “tutte apparentemente disponibili ai desideri dei maschi”. Le costatazioni della Tamaro, purtroppo, non fanno una piega. Noi giovani donne del 2000, pensiamo di avere pochissimo per cui combattere, le grandi conquiste sono giĂ  state fatte. Certo, possiamo votare, divorziare, abortire, ma il principio di base è sempre lo stesso di cinquant’anni fa: allora, come oggi, l’unico scopo nella vita femminile, è quello piacere agli uomini; una volta lo si faceva perchĂ© senza un uomo in casa non si tirava avanti, oggi perchĂ© la “mistica della promiscuitĂ …spinge le ragazze a credere che la seduzione e l’offerta del proprio corpo siano l’unica via per la realizzazione”. In questa ottica di strenua ricerca di conferme nell’altro sesso, alle donne nemmeno conviene porsi troppe domande sulle proprie condizioni, altrimenti passano per intellettuali noiose e pesanti, alle quali vengono spesso preferite le donne straniere perchĂ©, come mi è stato detto una volta, “hanno meno pretese”.

Susanna Tamaro si chiede, inoltre, per quale motivo ci sia una così alta incidenza di aborti tra le ragazze giovani: “Possibile che non sappiano come nascono i bambini? Si rendono conto della straordinaria ferita cui vanno incontro o forse pensano che, in fondo, l’aborto non sia che un mezzo anticoncezionale come un altro?” Questo fenomeno, come il sempre piĂą frequente ricorrere alla chirurgia plastica per migliorare il proprio aspetto fisico sono esempi lampanti di una distorta scala dei valori che, purtroppo, a mio avviso è tipica della nostra generazione. E’ molto piĂą importante curare il proprio aspetto fisico per piacere agli altri, piuttosto che stare attenti a non trovarsi nella situazione di dover decidere se abortire o no.

Con questa lunga invettiva femminista, non voglio assolutamente dire che noi donne dobbiamo svilire la nostra femminilitĂ , oppure che è meglio passare la vita da sole, perchĂ© gli uomini non sono altro che un intralcio. A mio avviso curare il proprio corpo è importante, ma per piacere a se stesse, non agli altri: se c’è un dettaglio del nostro corpo che ci causa un’estrema insicurezza, si può anche ricorrere alla chirurgia plastica, non c’è niente di male. E gli uomini, per lo meno quello giusti, sono importanitissimi, ci riempiono la vita, ci completano. Dovremmo però riflettere bene sul fatto che cinquant’anni fa eravamo considerate oggetti ad uso degli uomini perchĂ© eravamo gli angeli del focolare e oggi veniamo considerate ancora oggetti, ma quasi unicamente sessuali.

30/11/-1, 00:00:00
Cosa succederebbe se Berlusconi si fingesse morto, per poi resuscitare?
miscN.B. Questo articolo è totalmente fantasioso e chiaramente paradossale, ideato con l’unico ed esclusivo fine di suscitare ilarità fine a se stessa. Questo blog ripudia ogni forma di violenza (sia chiaro, visti i tempi).

Qualche settimana fa mi sono imbattuto nella teoria, suggestiva quanto improbabile, che sostiene essere l’aggressione a Berlusconi una scaltra e ben riuscita macchinazione ad opera dello stesso Cavaliere volta al recupero dei consensi. Mettete insieme questo dato e mischiatelo con due bicchieri di vino in una cena di fine Dicembre.


Ad un certo punto mi sono detto: e se Berlusconi simulasse la sua morte per poi miracolosamente “risorgere” come da copione? In prima battuta sembra una cosa evidentemente assurda e inconcepibile, ma se vi fermaste un attimo, pensando a come i TG nazionali elargirebbero la notizia alla grande percentuale di pecore che popolano questo Paese, sono sicuro che un po’ d’angoscia vi stringerebbe lo stomaco. Sì , esatto, in moltissimi crederebbero al miracolo!

Provate ad immaginare l’orda di scudieri del Cavaliere che invade ogni trasmissione televisiva per sostenere la tesi della resurrezione.

Partiamo da Emilio Fede, il suo TG 4 aprirebbe presumibilmente così:
“BERLUSCONI COME GESU’. ECCO LE IMMAGINI ESCLUSIVE DELLA RESURREZIONE”. Partono immagini “lite-motive” della vita del premier seguite da immagini con giochi di luce che introducono la resurrezione di San Silvio che si alza, ovviamente incredulo, da una bara d’oro zecchino (la quale, casualmente, si trovava pronta per la diretta in Piazza San Babila).

Per non parlare di Belpietro, ospite da un Santoro incazzato come una iena e votato anima e cuore a svelare l’inganno:
- Caro Belpietro, come si può sostenere un avvenimento contrario a tutti i principi della scienza fino ad ora conosciuti?
- Beh, mi chiedo invece come si possa dubitare della veridicità dell’accaduto. La scienza ovviamente si è sempre sbagliata, non è attendibile, la resurrezione è ovviamente possibile, così come gli asini volanti e il sistema Tolemaico. E aggiungo un’altra cosa, le prove le daremo domani in esclusiva sul mio giornale.

Giri canale e trovi Brunetta ad Omnibus mentre loda l’efficienza del nostro premier, capace di resuscitare in due giorni anziché in tre. Intanto, in collegamento telefonico da Milano (sembra si rifiuti di oltrepassarne il confine), c’è un Bossi raggiante – Silvio portabandiera dell’efficienza lombarda.

A Ballarò vengono spediti in coppia Bondi e Alfano. Il Ministro della Giustizia si prende modestamente una fettina di merito, sostenendo che anche la morte si è dovuta arrestare davanti al decreto legge sul legittimo impedimento. Bondi, commosso fino alle lacrime, recita una delle sue poesie: 

Tonfo nel cuore,
crepa nel respiro,
sospeso nell’attesa,
raggio di luce,
ritorna ai suoi discepoli.

A questo punto vi chiederete dov’è finita l’opposizione.
Dopo la notizia della resurrezione si sono perse le tracce di Bersani, Fini e Casini.
Alcuni sostengono di averli visti in un’isola dei Mari del Sud, dove hanno aperto un ristorante di specialità italiane.

E il caro Antonio Di Pietro? Ancora, per fortuna, non sa della resurrezione, è ricoverato al Sacro Cuore. La prognosi è coma-etilico dovuto ad una clamorosa sbronza di commiato.

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30/11/-1, 00:00:00
Vegetarianismo
Conclusione, ogni busta la dieta yoga ed i suoi molti benefici, trova tutto quello che cerchi al riguardo, ricette vegetariane e ma ecceda Vegetarianismo: Conclusione.

La carne non è un alimento appropriato per gli esseri umani. È certo che ha un alto da potere proteico, ma contemporaneamente ha un'alta capacità tossica. Allora, dove sta il guadagno?. Il Bhaga vad-Gita:, 17.8, calca un tipo speciale di alimentazione dicendo: "Gli alimenti nella modalità della bontà, satvika, incrementano la durata della vita, purificano l'existencia,propia e danno forza, salute, felicità e soddisfazione. Tali alimenti nutritivi sono dolci, sugosi, deliziosi ed ingrassano."

Il proposito dell'alimento è incrementare la durata della vita, purificare la mente e sostituto la forza corporale. Questo è il suo unico proposito. Le grandi autorità nel passato, conoscendo il beneficio reale della società umana in generale, selezionarono quegli alimenti che aiuterebbero meglio alla salute ed aumenterebbero la durata della vita, tali come i prodotti lattei, lo zucchero, il riso, il grano, le frutte, le frutte secche (noci) arachide, mandorle, etc., le foglie, tuberi ed altri vegetali e grani. Questi alimenti sono loro molto cari a quelli nella modalità della bontà. Alcuni altri alimenti tali come il mais tostato e la melassa, benché non siano molto appetitosi in se, possono diventare gradevoli quando si mischiano con latte o altri alimenti. Stanno allora nella modalità della bontà perché tutti questi alimenti sono puri di natura. Sono molto distinti agli alimenti intoccabili come la carne ed il liquore. Gli alimenti unti che si menzionarono prima, non hanno relazione alcuna col grasso animale che si ottiene nei mattatoi. Il grasso animale si ottiene in forma di latte, la quale è la meravigliosa di tutti gli alimenti. Il latte, il burro, il formaggio, lo yogurt ed altri prodotti simili, provvedono grasso animale in una forma che elimina la nececesidad di ammazzare creature innocenti. Il metodo civilizzato di ottenere il grasso necessario è mediante il latte; ammazzare gli animali è infrahumano. Non è una gran sorpresa sapere che innumerabili studi scientifici hanno concluso che i vegetariani sono molto più salutari dei consumatori di carne. Essere vegetariano non è solamente una maniera di alimentarsi, è anche una forma di comprendere il mondo, le nostre necessità proprie e naturali, e è anche un'accettazione delle leggi di Dio.

Le proteine sono ampiamente disponibili nei piselli, il dhal, la triqo integrale, etc. ottenendo proteine in questo modo, c'evitiamo la quantità di tossine contenute nella carne, il pesce e le uova, le quali diminuiscono il ciclo di vita e producono malattie ed indisposizioni non necessarie.

In multiple opportunità si è dimostrato scientificamente mangiare carne è inadeguato e dannoso per l'essere umano. E d'altra parte, si è verificato che il vegetarianismo è più benefico. Benché questo non sia in se stesso per lo meno un tema spirituale, ci proporziona l'aiuto di una mente calmata, la quale è molto importante per la nostra vita spirituale.

Esiste un concetto generalizzato, molto sbagliato per certo, secondo il quale essere vegetariano è mangiare lattuga, carota, una che un'altra frutta, egli quale finalmente produrrà una persona pallida, anemica e debole. Questo concetto non poteva stare più lontano dalla realtà. Si è studiato scientifica e profondamente che li vegeterebbe ci sono più forti, agili e hanno maggiore resistenza e capacità mentale che quelli che consumano carne.

Come esempio pratico degli straordinari risultati del cibo vegetariano, sta quello che quegli animali di maggiore forza fisica e beneficio diretto o indiretto per l'uomo, sono eminentemente vegetariani: il cavallo, il bue, il bufalo, l'elefante, conosciuti tutti essi per la sua capacità e forza. Possiamo dedurre facilmente che i vegetariani sono più sani di quelli che consumano carne, hanno maggiore resistenza ed energia, poiché i suoi corpi non devono spendere tremende quantità di energie, tentando di resistere le tossine provenienti della carne. Queste sono molto numerose ed i nutriente sono molto più difficili da assimilare. Pertanto, il corpo deve lavorare più cinque pesetas per sopravvivere, togliendo l'essere umano gran parte della sua energia, alla quale deve essere datogli un uso più nobile ed elevato.

Un'altra domanda frequente rispetto alla dieta vegetariana è questo: Sono sufficienti i nutriente della dieta vegetariana per mantenere la vita umana?.

Questa è una delle inoquietudes più correnti delle persone che pensano di seguire una dieta vegetariana. Niente deve preoccuparli, nonostante le differenti campagne edite per i grandi mattatoi e differenti propagande educative che lodano le bontà della carne, le uova o il pesce. Una dieta vegetariana adeguatamente oscillata provvede di maggiore quantità di nutriente che una dieta basata nella carne. Siamo stati condizionati a credere che carne significa buona salute, e che il resto degli alimenti sono solo un complemento alimentare di e lla. A metà della decade dei cinquanta le proteine della carne animale erano state classificate come di "prima classe", e quelle dei vegetali come di "seconda classe". Ma questo è stato, fortunatamente, confutato, perché si è provato che le proteine provenienti di prodotti vegetali sono altrettanto effettive e nutritive che quelle della carne. La differenza sta in che le proteine provenienti dei vegetali non sono inquinanti all'essere umano, e sono, per ragione di indole fisiologico, a propiadas a lui.

Le sostanze basilari che necessitiamo consistono negli otto aminoacidi essenziali. La carne era stata considerata l'elemento centrale della dieta perché contiene gli otto aminoacidi. Ma dobbiamo comprendere che non solamente la carne è l'unica fonte nutrizionale completa; per esempio, il latte e molte classi di grani sono anche fonti nutrizionali complete, cioè, che provvedono degli otto aminoacidi essenziali in una corretta proporzione ed inoltre, senza questi tossico.

La dieta vegetariana consiste di alimenti "innocenti" che si ottengono senza violenza e si cucinano o preparano semplicemente. In generale, non bisogna invecchiarli o curarli. Anche i prodotti vegetariani rendono più che quelli della carne perché sono più facili da ottenere. Per esempio, l'uomo potrebbe consumare direttamente il grano che semina, invece di darsilo ad un animale che presto o tardi sarà portato al mattatoio per approfittare della sua carne. Quanta fame del mondo si eliminerebbe se si applicasse la dieta vegetariana!. A questo rispetto dobbiamo notare che la carne degli animali no-vegetariani, come le tigri, non si usa quasi mai per il consumo umano, e si dimostra cosicché i vegetali ed i grani sono la dieta umana vera.

I mattatoi evocano la natura animale dell'uomo, mentre l'agricoltura e la protezione delle vacche fanno la cosa pertinente con la sua natura più elevata. In realtà si dice che molte delle guerre recenti si devono, per la legge del karma, al massacro irrestricta di animali che sono comune nella società moderna.

Non vogliamo suggerire che il vegetarianismo sia da solo un sinonimo di vita spirituale. Ma se osiamo dire che un stile di vita carnivoro ostacola la possibilità dell'avanzamento spirituale. La violenza non necessaria nella forma di massacro di animali, già sia quello che ammazza l'animale, o lo trasporta, la cosa breve, lo cucina, lo serve o lo consuma, porta tanto enorme peso di cattivo karma al suo esecutore che come parte della sua punizione è incapace di vedere le verità spirituali più semplici o di coltivare qualche interesse per l'atto-realizzazione. D'altra parte, il vegetarianismo può trasformarsi nella porta dell'avanzamento spirituale, per quanto c'avvicina ai piani di Dio per l'umanità di questa terra.
30/11/-1, 00:00:00
Ricette Yoga

Ricette Yoga, ogni busta l'alimentazione yoga ed alcuni ricette per imparare a mangiare coi principi vegetariani dello yoga, tutto quello che cerchi buste questa scienza millenaria, ed informazione sulle Ricette Yoga.

DIETA RACCOMANDATA

Presentiamo loro tre famose ricette vegetariane, le quali offrono loro una dimostrazione delle deliziose preparazioni del cibo vedico. Nel nostro corso completo, diamo loro una guida su alimentazione, con molte ricette più.

Ora, goda i deliziosi piatti indù.


Ricetta n.1 - CHAPURI


Ingredienti:

1 tazza di farina di grano integrale; 1/4 Cucchiaiata di sale; 1/2 Tazza di acqua tibia o siero; 1/2 Cucchiaiata di zucchero; 1 Cucchiaiata di burro; 1 Pizzico di polvere di infornare.


Preparazione:

Mescolare insieme la farina, il sale, lo zucchero, la polvere di infornare ed il burro. Aggiunga gradualmente l'acqua fino a che la massa sia soave ma non umida e possa essere maneggevole. Ama Lei ella approssimativamente 5 minuti, la copra e le lasci riposare per 1/2 ora. Lubrifichi il tavolo ed il rullo, divida la massa in palle di 11/2" di diametro. Caldo nel frattempo l'olio o il ghee, estenda col rullo le palle fino a che rimangano ben magre, collochi il chapuri nella padella e quando appaiano bolle lo rovesci e speri che si gonfi. Lo serva caldo. Dà 6 Chapuris.



Ricetta n. 2 - SABJI.


Ingredienti:

1 Zapallo medio (auyama); 2 Zucchine (zuchini); 2 Pimentos o Papriche; 1 Cetriolo piccolo; 4 Cucchiaiate di olio di oliva; 2 Tazze di brodo vegetale con papi; 3/4 Tazza di salsa di pomodoro; 3 Pomodori; 2 Cucchiaiate di sale; 1 Pizzico di cumino.


Preparazione:

Si offendono gli zapallos in cubi di 1", le papriche in strisce, la zucchina in strisce di 1", il cetriolo pelato e senza semi si unisce picchiata. Caldo l'olio di oliva in un gran polsonetto ed aggreghi il cumino. Dopo, aggreghi la zucchina, lo zapallo e la paprica, lo mescoli affinché tutto si impregni di olio; al vegetale caldo è aggregato il brodo di papi, la salsa di pomodoro ed il sale al gusto, dopo aggiunga i cetrioli. Cucini lentamente il vegetale con questo liquido. Rimescoli lentamente fino a che quello liquido si volatilizzi, questo si approssimativamente per un'ora fa. I vegetali devono rimanere soffici ma senza disintegrarsi. Nel frattempo tagli i pomodori in ottavi e mancando 1 o 2 minuti per ritirarlo del fuoco aggiunga i pomodori. Deve accompagnarsi con rotoli di pane fresco e caldo. Dà 8 porzioni.



Ricetta n. 3 - PALLINE MERAVIGLIOSE


Ingredienti:

2 tazze di latte in polvere; 1 Tazza burro od olio; 1 e 3/4 tazze di zucchero a velo; 1/2 Tazza di noci senza sale, cocco o uve uvette.


Preparazione:

Sciolga l'olio o burro in una padella del focolare e lasci raffreddare un po' il burro, od oli. Aggreghi lo zucchero a velo e rimescoli fino a che diventi cremoso, uguale senza grumi. Aggreghi dopo gradualmente latte in polvere e continui a mescolare continuamente. Tenti di fare una pallina di più o meno 2.5 cms. di diametro. Se ancora sta troppo inumidito aggreghi un po' più di latte in polvere. Se è troppo secca, allora aggreghi un po' di olio o burro sciolto. Quindi può procedersi a fare palline di 2.5 cms. di diametro. Sono già pronte per servirsi.



Ricetta n. 4  - PAPI, CAVOLFIORE E YOGURT.

Ingredienti:

1 cavolfiore piccolo; 4 Papi; Ghee sufficiente per friggere; 1 Tazza di yogurt naturale; 1 Cucchiaiata di cúrcuma; 1-1/2 Cucchiaiate di sale; 1-1/2 Cucchiaiate di jenjibre.


Preparazione:

Parta i cavolfiori in pezzi e le patate in rondelle, e lavi. Frite nel Ghee fino a che prendano un colore dorato. Ritiri del fuoco e sgoccioli. Mescoli lo yogurt coi condimenti e dopo versi sulle patate ed il cavolfiore. Rimescoli soavemente fino a che tutti gli ingredienti siano ben mischiati.
Può offrire già al Sig. Supremo e godere di questa semplice ma deliziosa preparazione.



Ricetta n. 5 - INSALATA DI CETRIOLO CETRIOLO (RAITA)

Ingredienti:

1 cetriolo grande; 2 Tazze di Yoghurt; 1/2 Cucchiaiata di cumino in polvere; 1/2 Cucchiaiata di sale; Un pizzico di pepe in polvere.

Preparazione:

Peli e grattugi il cetriolo. Aggiunga lo Yoghurt e le specie. Agiti soavemente. Raffreddi nel frigorifero.

Speriamo che preparando questa insalata gradevole e rinfrescante lei ricorderà l'origine degli ingredienti e darà grazie al Sig. Supremo per la sua generosa creazione. Mediante tale remembranza, lei si purificherà ed arricchirà spiritualmente. Come raccomanda il Bhagavad-gita: Oh figlio di Kunti, tutto quello che faccia, tutto quello che mangi, tutto quello che offra e regala, così come tutte le austerità che esegua, devi farli come un'offerta a Mio."


Ricetta n. 6 - LATTE MASALA

Ingredienti:

2 tazze di latte fresco. 2 cucchiaiate di Zucchero. 6 mandorle già pelate. 1/4 di cucchiaiata di noce moscada. 10 a 12 pistacchi già pelato 1 Pizzico di Zafferano.

Preparazione:

Bolla il latte tre volte senza che si sparga e diminuisca dopo il fuoco. Aggiunga tutti gli ingredienti, rimescoli e cucini per cinque minuti. La tolga dopo del fuoco e le lasci riposare. L'offra al Sig. Supremo e dopo diletti Lei con questa deliziosa e nutritiva preparazione.


Ricetta n. 7 - GHEE


Ingredienti:

3 libbre di burro senza sale.


Preparazione:


Collochi il burro senza sale in una stoviglia fonte, quelle che non si attaccano sono ideali. Il processo sarà più facile se il burro sciolto occupa solo la metà o le due terzi parti della stoviglia. Sciolga il burro a fuoco mezzo fino a che cominci a produrre una schiuma di colore tostato. Con un cucchiaio lungo, rimuova la schiuma man mano che esce. Abbassi il fuoco a lento. A poco a poco, usciranno tutti i solidi e man mano che lei il sacco, il burro diventerà più chiara. Continui tirando fuori i solidi ogni venti minuti, fino a che il Ghee prenda una colore ambra ed i solidi non salgano più. Questo processo prenderà un'ora e mezza a due ore e mezza. Tiri fuori con un mestolo il ghee chiarificato e lasci approssimativamente in fondo un pollice della stoviglia. Tenti di non rimuovere i solidi che abbiano potuto rimanere in fondo. La ghee eccedente può essere colata con un tessuto di cotone per avere appena rimosso i solidi proteici. Il ghee può conservarsi per tempo indefinito senza necessità di refrigerarlo. I solidi possono conservarsi ed utilizzarli per fare pane, torte, vegetali al vapore e cereali.

Qui hanno un piatto per preparare con ghee.

Malpouras

Ingedientes:

1 tazza di Zucchero a velo; 1 Tazza di Farina Bianca; 1 Tazza di Fragole partenze in pezzi piccoli; 3 Tazze di Yoghurt fresco e soave. Acqua per impastare Ghee per fritar.

Preparazione:

Primo faccia una massa. Usi lo zucchero, la farina ed acqua in quantità sufficiente affinché la pasta gli rimanga soave ed uniforme. Caldo il Ghee in una stoviglia fonte che sia il sufficientemente grande e fionda come per friggere. Badi a non scaldare il ghee tanto che gli esca fumo. Tiri fuori con un cucchiaino porzioni di massa e lasci loro cadere nel ghee caldo. Li rovesci occasionalmente, man mano che Lei fritan. Li tiri fuori quando siano dorate. Lasci loro sgocciolare in un tessuto o in un tovagliolo di carta. Quindi li collochi in una refrattaria grande e li copra con lo yoghurt e le fragole. Lasci riposare da tre a quattro ore prima di servire, migliore ancora se colloca la refrattaria nel frigorifero.

Non dimentichi offrire questa preparazione al Sig. Supremo. Quindi la serva e la goda.
30/11/-1, 00:00:00
Le Tre Gunas
Le Tre Gunas, ogni busta l'alimentazione Yoga, i principi universali nei quali si basa questa mitologica scienza, come guidano le sue vite e la sua alimentazione, ogni busta le qualità degli alimenti, e ma sullo Yoga, e Le Tre Gunas.


Alle persone sáttvicas piacciono loro gli alimenti che incrementano la vita, la purezza, la forza, la salute, l'allegria ed il buon appetito, che sono saporiti ed oleosi, sostanziosi e gradevoli.

Gli alimenti amari, aspri, salati, troppo caldi, secchi, piccanti e forti piacciono alle persone rajásicas e causano dolore, tristezza e malattie

Il cibo rancido, insipido, marcio, corrotto ed i rifiuti impuri" piace ai tamásicos

Bhagavad Corda di canapa, XVII, 8, 9 e 10.

Secondo la filosofia yoga tradizionale e come l'insegnano i maestri Swami Sivananda e Swami VishnuDevananda tutto l'universo risponde a tre qualità basilari o gunas - nel suo vocabolo sanscrito -. Sono le tre qualità basilari di tutte le cose che esistono nell'universo. Tutte le cose ed esseri dell'universo sono un miscuglio delle tre gunas, variando il suo predominancia secondo la sua grandezza di manifestazione, secondo le sue abitudini, etc.
Ogni azione, emozione o pensiero risponde nell'essere umano a queste tre qualità. Predominando una di esse.

Allora tutta la natura, perfino la dieta, di classifica di accordo a tre qualità o gunas; satva (purezza), schegge, attività, passione, e tamas (oscurità) inerzia. La composizione mentale di una persona può giudicarsi per la classe di alimenti che preferisce. Gli asceti credono che uno presa gli alimenti che riflettono il suo livello di purezza mentale e spirituale.


Le tre gunas è:


Sáttva:

"Gli alimenti che potenziano la vita, la purezza, la forza, la salute, l'allegria ed il buon umore, che sono saporiti, succulenti e gradevoli, piacciono alla gente sátvica"
È la qualità della purezza, della stabilità della natura. Nell'essere umano si manifesta come la purezza di coscienza, la salute, e le qualità positive della mente. In quanto agli alimenti, nello Yoga si preferiscono questa classe, poiché apportano al si una tendenza verso la purezza, pace mentale e salute al suo corpo. Dal punto di vista energetico questi alimenti puliscono e purificano il sistema di nadis o tubi astrali del corpo sottile, permettendo che l'energia vitale fluisca liberamente per tutto il corpo astrale. È essenziale l'alimentazione del tipo sáttvica per la pratica avanzata di qualunque tipo di Yoga, e specialmente per quella di del Hatha Yoga, poiché il maneggio del prana o energia vitale come di certe poderose energie Kundalini Shakti richiede come che i nadis o tubi sottili siano debitamente liberi di residui.
Gli alimenti puri che stimolano la vitalità, l'energia, il vigore, la salute e la gioia, che sono deliziosi, salutari, nutritivi e piacevoli sono sátvicos. Questi alimenti purificano e sosiegan la mente e generano equanimità, serenità e tranquillità. Gli alimenti sátvicos proporziona energia, aumentano la forza e la resistenza ed aiutano ad eliminare la stanchezza, perfino dopo un lavoro spossante.
Gli alimenti devono essere molto freschi e naturali, di preferenza coltivati di forma organica, senza modificazioni genetici non conservanti o aromi artificiali. Devono prendersi del modo più nativo possibile: crudi, lessi al vapore o leggermente lessi.
L'apprendista di yoga deve tendere verso questa qualità nelle sue differenti attività della vita. La meditazione si facilita per mezza della predominancia di sattva nella mente, questa è la pace mentale, l'equilibrio e l'equanimità.
La pratica dello Yoga rimuove le altri gunas della mente ed il corpo e favorisce
Sattva Guna.

Gli alimenti sátvicos include:

Cereali, come mais, grano, riso integrale, drena, miglio e quinoa. Bisogna includere nella dieta alimenti di grano grosso, come la farinata di avena ed il pane integrale: rinforzano i denti e le mandibole e stimolano i processi di digestione ed evacuazione. I cereali proporzionano idrati di carbonio che costituiscono la principale fonte di energia del corpo, e trattengono la metà dagli aninoácidos necessari per la formazione di proteine.
Alimenti ricchi in proteine, come legumi, noci e semi. Le proteine sono "il materiale di costruzione" del corpo. La chiave di una dieta vegetariana sana è una buona combinazione di alimenti che includano tutti gli aminoacidi necesarioss per la produzione di proteine.
Frutta, tanto fresca come secca, come succhi di frutte. La frutta è l'alimento più importante del menù degli asceti. Gli effetti curativi dei succhi freschi sono sorprendenti. Apportano minerali, fibra e vitamine energetiche e revitalizantes. Contengono sostanze alcaline che puliscono il sangue.

Erbe, per condire ed in forma di infusioni.

Dolcificanti naturali, come il miele, la melassa, lo sciroppo di acero ed il succo concentrato di mela. Sono molto più recomensables che lo zucchero raffinato. Lo zucchero integrale fa parte della dieta yoga dell'India. Conosciuto per il nome di jaggery, si estrae direttamente della canna e non si raffina. Lo zucchero bianco deve evitarsi in una dieta sana.
I prodotti lattei, come il latte, il burro, il formaggio e lo yogurt, che sono stati sempre parte essenziale della dieta yoga. Tuttavia, l'industria lattiera moderna maltratta gli animali ed aggiunge ormoni ed antibiotici al latte. Per quel motivo, nelle ricette suggeriamo un'alternativa vegetariana quando è possibile. Se, nonostante tutto, si vogliono consumare prodotti lattei, bisogna farlo con moderazione, poiché aumentano la produzione di mucosità ed ostruiscono il fluire naturale della respirazione.



Schegge:
"I cibi amari, inacidisci, salate e troppo piccanti, secche o scalda sono del gusto delle persone rajásicas e producono dolore, sofferenza e malattia."
È la qualità del movimento, del cambiamento nella natura. Nell'essere umano è quella che produce la passione, nelle sue distinte forme, e la tendenza all'attività.
La dieta yoga evita gli alimenti rajásicos perché eccitano il corpo e la mente. Incitano a passioni ed attuazioni turbolente, producono tensione fisica e mentale, agitano i coraggi e distruggono l'equilibrio tra mente e corpo che è imprescindibile per chiarire la felicità.
Gli alimenti rajásicos è gli alimenti molto piccanti, amari o salati, tra essi troviamo: le spezie piccanti, il caffè, il tè ed il sale.
La personalità rajásica tende sempre ad una costante attività incessante, iperattività e stati emozionali perturbati. Gran euforia e depressione sono i poli tra i quali oscilla. La tendenza verso le passioni forti ed incontrollabili è anche una caratteristica di questo tipo di personalità. La mente si sente inquieta ed incontrollabile, c'è una tendenza ad agire. Naturalmente, la meditazione e la pratica di Yoga gli risulta impossibile, diventa inquieto ed ansioso.



Alimenti Rajasicos:

La cipolla, l'aglio, il ravanello, il tè, il caffè e gli eccitanti di ogni indole integrano questa categoria, come i cibi molto conditi e salati, i piatti preparati piagati di prodotti chimici e gli spuntini. Se la cibo sátvica si consuma in fretta e correndo, diventa rajásica. Lo zucchero raffinato, bianco, le bibite, le senapi trattate, le spezie forti e gli alimenti troppo piccanti, amari, aspri o salature sono rajásicos e è migliore evitarli.

Condimenti:

Le spezie ed i condimenti forti sovreccitano la mente ed irritano la membrana mucosa dell'intestino. Gli alimenti rajásicos fomenta la lujuría, l'ira, l'avidità, l'egoismo e la violenza, che sono barriere che separano una persona di altra ed a tutte della comprensione della cosa divina. Spacchi è l'energia che genera discordía nella vita e guerre nel mondo.



Tamas:
Gli alimenti tamásicos fa alle persone rozze e pigre, e li spogliano di ideali, propositi e motivazioni. Inoltre, accentuano la tendenza all'isolamento cronico e la depressione, e riempiono la mente di tenebre, arrabbia e pensieri impuri. La rinuncia alle cibi tamásicas deve essere una dei primi cambiamenti che faccia nella tua vita.
È la qualità dell'inerzia, l'oscurità e distruzione nella natura. Nell'essere umano si manifesta come un stato di pesantezza ed embotamiento, corporale, emozionale e mentale. La tendenza all'inerzia, la svogliatezza ed all'oscurità è la caratteristica di questo tipo di personalità.
Delle tre gunas questo è la guna più densa a livello energetico, e la prima che è necessaria continuare a diminuire per il lavoro in Yoga.



Alimenti Tamásicos:

La carne, il pesce, le avvinazzate alcoliche, la marijuana e l'oppio sono tamásicos. Il consumo di carne e l'alchoholismo sono strettamente relazionati. La necessità di alchohol sparisce quando si elimina la carne della dieta.
Gli alimenti tamásicos include il cibo rancido e marcio, come la frutta troppo matura o troppo verde. Abbracciano anche il cibo fermentato, bruciato, fritto, arrosto alla griglia o riscaldata molte volte, i piatti mezzo stufati, troppo stufati o ricotture, come i prodotti scaduti o quelli che contengono conservanti, per esempio i cibi confezionati, trattati e precotti.
I funghi sono compresi in questa categoria perché hanno bisogno dell'oscurità per crescere. Anche l'aceto, per essere il risultato della fermentazione ed ostacolare la digestione.
Gli alimenti fritti in molto olio sono indigesti: il grasso ostacola l'azione dei succhi digestivi. La frittura distrugge la fine essenza nutritiva che risulta benficiosa per la salute, ed il cibo diventa tamásica.
Se gli alimenti sátvicos si consuma in eccesso, si trasformano in tamásicos.

* La dieta moderna distrugge l'equilibrio naturale del corpo. Ma lo yoga può aiutarti ad essere in sintonia di nuovo coi
necessità del tuo corpo.
30/11/-1, 00:00:00
Feng Shui
Trova tutto quello che devi sapere, su questa disciplina millenaria. i distinti tipi, e formi di praticare il Feng Shui, i suoi benefici e quello che devi tenere in conto, ma la migliore informazione su Feng Shui.

Feng Shui

L'arte del Feng Shui cominciò in Cina fa migliaia di anni come una forma di creare posti sacri che compiessero tutti i principi necessari per la pace dell'anima e l'armonia del corpo e la mente.
Molti anni dopo queste conoscenze cominciano a trasmettersi in Occidente e sorgono le pratiche e tecniche di Feng Shui che si conoscono ed applicano oggigiorno.


La definizione per le parole cinesi di "Feng Shui" sono "vento" e "annacqua." Inizio nell'antica Asia quando la gente incominciò ad osservare e giungo alla conclusione che l'ambiente colpiva la maniera che avevano per sopravvivere. Questo succedè 7,000-10,000 anni fa quando i cacciatori incominciarono a cul tu var ella tu erra e si stabilirono in un solo posto.


Attualmente il Feng Shui unisce alla saggezza ereditata dell'antichità orientale, fondamentalmente cinese, i sedimenti di scienze moderne come la psicologia, la geofisica, lo sviluppo ambientale, l'ecologia, etc., come così pure, prende elementi di discipline artistiche come la plastica e la musica.
In un principio, si cercava il posto ideale per ubicare i tempii, tombe e palazzi; ed a partire da questo ritrovamento si progettava il resto degli elementi per raggiungere che quella dimora stesse in perfetto ordine con le forze della natura.

Feng Shui è l'arte cinese di modificare l'ambiente, selezionando accuratamente l'ubicazione e direzione degli oggetti che ci circondano nella nostra dimora o posto di lavoro. In questo modo praticando la contemplazione ed osservando, gli antichi scoprirono i giochi della natura, le sue leggi, i suoi ritmi, i suoi movimenti e come pari tu cipar in essi senza la diminuzione della sua propria libertà.


Quando questa arte millenaria si fa conoscere in ovest per mezzo di maestri orientali che l'avevano ereditato del suo ancestros, dovette essere adattato ai cambiamenti tanti temporali come di posto: un'arte che sorse più di 3000 anni fa, in zone di campagna coltivata, non poteva applicarsi tale quale in città altamente popolate.
A modo di esempio possiamo dire che le case, così come gli ambienti di lavoro che abitiamo oggigiorno, sono circondati di altri molti posti (ognuno col suo Feng Shui) e delle migliaia di persone che abitano in essi.


Secondo gli insegnamenti dei maestri cinesi - che applicavano questa tecnica e conoscevano tutte le sue regole e principi alla perfezione -, una casa può essere il posto che permetta che i suoi abitanti godano di:

- Salute;
- Pace interna;
- Felicità;
- Prosperità;
- Pienezza.


Tutto questo può ottenersi quando si abita in una casa o si lavora in un posto i cui caratteristiche si adeguano ai principi che ci propone questa arte millenaria che alcuni chiamano scienza che è il Feng Shui. Perché? Perché è destinato a permettere che gli uomini e le donne vivano in equilibrio coi distinti campi di energia, ed in armonia con la natura, col suo ambiente e coi suoi simile.


Il Feng Shui è un'arte utilizzata attualmente per raggiungere l'armonizzazione delle energie nelle case ed i posti di lavoro, basato in principi millenari della saggezza cinese. Mediante questa arte, c'è possibile conoscere quale la perfetta ubicazione è per edificare una casa, il posto ideale per collocare ognuno dei mobili, come così pure la forma di ritornare le energie avverse che possano colpirci.
Il Feng Shui studia la relazione dell'uomo con la natura ed offre l'opportunità di vivere di accordo coi principi che la dirigono, e di questa maniera, approfittare di quelle energie che fluiscono dappertutto e possono avere influenza sul nostro benessere generale.
Per indicare le regole e principi affinché ogni edificazione si trasformi in un posto ideale, il Feng Shui analizza:

- L'orientazione
- Il design... del posto dove viviamo
- L'arredamento


Durante la storia si andarono formando distinte scuole di Feng Shui

Scuola della Forma: che osserva le forme della natura, il clima, edifici vicini e l'esistenza di acqua nei suoi paraggi
Scuola della Bussola: che considera importante l'orientazione di un spazio in relazione ai punti cardinali.
Scuola del Cappello Nero: che è un miscuglio della religione tibetana, Buddismo ed il Feng Shui cinese.
Esistono altre scuole che derivano da questi, o sono parte di esse come la scuola delle 8 case o quella delle stelle.

Essenzialmente il Feng Shui si occupa di approfittare al massimo del flusso dell'energia universale o corrente chi - anche chiamato ki, prana, o forza cosmica, tra altri nomi. Per un conoscitore del Feng Shui è imprescindibile creare l'armonizzazione in tutti gli spazi dove viviamo, lavoriamo o giochiamo.
30/11/-1, 00:00:00
Korbin Kameron by Office studio NY
misc

Disegnato da Jason Schulte di Office studio, rinomato studio di New York (tra i loro clienti v. Coca-Cola, Fanta, Levi's...), Korbin Kameron "è una boutique del vino con sensibilità moderna. La semplicità della confezione, lo distingue da più tradizionali approcci al vino di etichettatura, ma vuole fornire un senso di moderna eleganza e raffinatezza per queste annate prodotte in serie limitata.
L'identità del vino Korbin Kameron è stata creata come una moderna interpretazione della vite tendrils. La libera-forma geometrica del tendrils è analoga agli aspetti che miscelano l'arte e la scienza nella produzione del vino.


via dieline
graph Office studio
winery Korbin Kameron winery in Sonoma Valley, California
30/11/-1, 00:00:00
WSOP eventi, e stranezze, per tutti i gusti
I diversi eventi a cui ci si può iscrivere alla WSOP riescono a comprendere tutte le diverse varianti del poker che sono più in voga, ed offrono ovviamente una vasta gamma di buy-in che rendono possibile meglio definire la fascia [...] Related posts:
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I diversi eventi a cui ci si può iscrivere alla WSOP riescono a comprendere tutte le diverse varianti del poker che sono più in voga, ed offrono ovviamente una vasta gamma di buy-in che rendono possibile meglio definire la fascia di giocatori di un determinato torneo.
Sempre piĂą spesso è anche possibile assistere a degli eventi riservati alle sole donne, come per esempio l’evento #22, un torneo di  No-Limit Hold’em dal buy-in di 1000 dollari. Come saprete bene questi eventi anche se riservati al gentil sesso non negano l’iscrizione ai giocatori uomini, e così ad ogni torneo si possono vedere dei giocatori mischiati ai tavoli da gioco assieme alle giocatrici.
A questo torneo delle WSOP era presente anche Shaun Deeb, che non contento di essersi iscritto ad un torneo per donne, ha chiesto un piccolo favore a Liv Boeree, una delle migliori giocatrici del momento, per trovargli un vestito che facesse risaltare il suo fisico, ed anche qualche consiglio per il trucco, per cui Deeb non ha di certo una grossa esperienza.
Le sue foto hanno ormai fatto il giro del mondo, e siamo sicuri che anche se non dovesse riuscire ad ottenere un buon piazzamento il suo nome sarĂ  sulla bocca di tutti.

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