Riemergo dopo mesi (sabbatici?) dalle ceneri di questo blogghe per comunicarvi le mie impressioni sul comizio di Uòlter, avvenuto nella tiepida giornata di oggi ad Alessandria City in un tripudio di cartelloni, bandiere, fans sfegatati e demagogia.
Innanzitutto è stato confortante notare come ad accogliere il leader di un partito innovatore e che intende rompere tutti i legami col passato ci fosse un pubblico con l’età media di 85 anni. Ben metà degli astanti è infatti deceduta prima della fine dello spettacolo, nelle concitate fasi riguardanti il tema delle pensioni. Vabbè, capita.
Ma oltre a ciò mi è piaciuto il modo in cui “er Barack de noantri”, osannato dai vecchietti agonizzanti con grida quali “Si può fare!” oppure “Ies ui chen” (giuro), si è lanciato in un panegirico delle virtù dei lavoratori italiani, da ognuno dei quali - a giudicare dai suoi racconti - è stato invitato a pranzo, a bere una birra, ad una cena in osteria, ad un rinfresco nuziale. Un vero scroccone, ’sto Walter.
Il nostro, va sottolineato, è ormai talmente orientato all’americanismo dall’indirizzare l’intero comizio in tal senso, mediante - oltre agli effetti scenografici da vero e proprio rally a stelle e strisce - frequenti riferimenti alla situazione oltreoceano.
Senza contare le continue frecciatine ad una “destra” non meglio specificata (con cui però ha precisato di “non voler polemizzare”), Veltroni se l’è comunque cavicchiata con l’ars oratoria, a tratti capace di spunti interessanti, frasi efficaci e battute riuscite. Ma di soluzioni concrete poche, ahimè.
Dopo la chiusura in bellezza dedicata allo screditamento dell’avversario (nessuna polemica si era detto, eh), parte l’inno (americano) e giù tutti a cantarlo, ebbri di gioia. Poi una canzone di Jovanotti che ritengo essere l’inno del nuovo partito (vecchie che ballano nelle Cadillac), ed il ritorno alla vita normale.
Alla prossima Uòlter (ma io a pranzo non ti invito, sia chiaro).
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