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30/11/-1, 00:00:00
Linux prende possesso della Camera dei Deputati
Dopo la migrazione del Parlamento Francesce a Linux (kubuntu, per la precisione), anche la Camera dei Deputati - dopo aver accolto anche me, ai tempi della quarta liceo - ha scelto di far entrare "Il Pinguino" dentro al cuore della Democrazia Italiana. Come riporta La Repubblica Il 10 luglio, è stato approvato dalla Camera un piano [...]

del+monteDopo la migrazione del Parlamento Francesce a Linux (kubuntu, per la precisione), anche la Camera dei Deputati - dopo aver accolto anche me, ai tempi della quarta liceo - ha scelto di far entrare "Il Pinguino" dentro al cuore della Democrazia Italiana.

Come riporta La Repubblica Il 10 luglio, è stato approvato dalla Camera un piano proposto dai Deputati dell’Unione Pietro Folena e Franco Grillini affinché vengano migrati tutti i computer del Parlamento da Windows a Linux.

La migrazione comprenderà obbligatoriamente circa 3500 macchine, sia desktops che servers, di uso “pubblico”, mentre ciascun Deputato e ciascuna segreteria di partito potranno anche migrare i propri computer (privati) a sistemi operativi Liberi.

Questa scelta è stata presa per varie ragioni… Innanzi tutto permetterà un bel risparmio economico, risparmando più di 3 millioni di Euro ciascun anno (le licenze di ciascuna macchina attualmente costano in media 900€ annui), ma si tratta anche di un bel passo avanti dal punto di vista della libertà ed indipendenza tecnologica, abbandonando sistemi proprietari che contrastano con il senso della Democracy stessa.
Tuttavia non vanno tralasciati i motivi tecnici che sono sostanzialmente legati alla sicurezza del Parlamento (e quindi a quella di tutti i cittadini).

Con questa decisione Folena spera che anche le amministrazioni locali inizino una migrazione verso sistemi liberi così come la provincia di Bolzano ha già fatto con il FUSS! project (di cui ne ha parlate anche Report).

Visto l’importanza della notizia (che finalmente pare rispettare il programma di Governo - dopo diversi erroracci), ho deciso di parlarne anche qui nonostante sia spesso restio a raccontare news di massa, ma anche di scrivere un articolo in inglese che spero possiate votare su digg (o diggare, se preferite) per dare una maggiore ampiezza a questa notizia anche a livello internazionale, dopo che è stata trattata quasi in sordina anche in Italia (quando ci si potrebbe vantare…).

EDIT [12-07-2007]: in base all’articolo del The Inquirer (che pare abbia intervistato Folena) oltre al fatto che si sottolinea che il passaggio sarà automatico per tutte le ~3500 postazioni pubbliche, mentre diventerà opzionale per 630 parlamentari (diventando così una delle migrazioni più imponenti in ambito amministrativo), si afferma che dal prossimo Settembre ed in circa 2 anni di switching, il Parlamento passerà a SuSE Linux e oggi [13-07-2007] Folena spiega brevemente che tale decisione è dovuta al fatto che la Camera aveva già un contratto con Novell e sfruttandolo anche per la migrazione si ridurrebbero anche i problemi ad essa collegati (mhmhm…).
Per un amante di Ubuntu come me non è esattamente la scelta migliore, ma anche se Novell ha fatto un patto con il Diavolo (leggasi Micro$oft) usa comunque il “nostro” kernel del+monte

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Grazie per aver votato questa notizia su Digg!

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30/11/-1, 00:00:00
Chip RFID e dati sniffabili: siamo in pericolo
RFID (acronimo di Radio Frequency IDentification - traducibile in Identificazione a radio frequenza) è una tecnologia per la identificazione automatica di oggetti, animali o persone. Il sistema si basa sulla lettura a distanza di informazioni contenute in un tag RFID usando appositi lettori. La tecnologia RIFD è considerata per la sua potenzialità di applicazione una tecnologia [...]

RFID (acronimo di Radio Frequency IDentification - traducibile in Identificazione a radio frequenza) è una tecnologia per la identificazione automatica di oggetti, animali o persone. Il sistema si basa sulla lettura a distanza di informazioni contenute in un tag RFID usando appositi lettori.

La tecnologia RIFD è considerata per la sua potenzialitĂ  di applicazione una tecnologia general purpose (come l’elettricitĂ , la ruota, etc) e presenta un elevato livello di pervasivitĂ , ovvero una volta trovata una applicazione in un punto della filiera, l’applicazione ed i benefici si propagano velocemente a monte e a valle della stessa. Con gli RFID, grazie allo sviluppo passato delle tecnologie dell’informazione e di internet, è possibile creare una “internet of things”, ovvero mettere in rete oggetti o cose.
Come abbiamo detto le applicazioni di questa tecnologia sono innumerevoli: recentemente chip RFID sono stati inseriti in carte di credito e passaporti. Tale implementazione è stata introdotta per aumentare il livello di tracciabilitĂ  e di sicurezza, ma purtroppo, al contrario mette a serio rischio i nostri dati che possono essere facilmente “sniffati”.

Paolo “Pablos” Holman in una intervista realizzata da Xeni Jardin per BoingBoingTV durante la O’Reilly Emerging Technology Conference 2008, ha dimostrato come le informazioni contenute in quei chip siano tutt’altro che al sicuro bensì facilmente leggibili in un attimo e senza spendere quasi niente.

Holman ha acquistato un lettore per RFID su ebay pagandolo 8 dollari e lo ha collegato al suo portatile, quindi con un software apposito ha potuto ottenere tutte le informazioni contenute nei chip di ogni carta di credito nelle immediate vicinanze. Si potrebbe ottenere in un secondo, nome e cognome del titolare, numero della carta e del conto, data di scadenza, codice di controllo e ogni altro dato la banca abbia immesso; lo stesso dicasi per i passaporti, che potrebbero essere facilmente clonati, con rischi facilmente intuibili.

Qual’è la soluzione per questo enorme problema di sicurezza dei dati? Holman suggerisce l’acquisto di un portafoglio piombato o di un porta documenti schermato, in modo da impedire la comunicazione radio tra chip e lettore. Probabilmente, però, per risolvere il problema sarebbe sufficiente che la decrittazione avvenisse in un apposito server a monte del lettore per garantire un miglior livello di sicurezza.

Seguiamo con interesse la vicenda, e stiamo attenti alle innovazioni “pericolose” per la nostra identitĂ  e per il nostro conto in banca…

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30/11/-1, 00:00:00
Intel aggiorna l’uscita del Centrino 2
Intel ha aggiornato la data di uscita del nuovo Montevina Centrino 2. Il lancio, infatti, avverrà nel mese di luglio; tale ritardo è dovuto a dei problemi di certificazione da parte della Federal Communications Commission statunitense la quale, in fase di test, ha riscontrato dei difetti sulla regolazione delle antenne. Il Centrino 2, oltre a fornire maggiori [...]

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Intel ha aggiornato la data di uscita del nuovo Montevina Centrino 2.

Il lancio, infatti, avverrà nel mese di luglio; tale ritardo è dovuto a dei problemi di certificazione da parte della Federal Communications Commission statunitense la quale, in fase di test, ha riscontrato dei difetti sulla regolazione delle antenne.

Il Centrino 2, oltre a fornire maggiori potenze grafiche ed una maggiore efficienza energetica, include lo standard Wi-Max e HDCP.

I primi porocessori a scendere in campo saranno le serie X e T, cui seguiranno gradualmente le altre. La completa commercializzazione dovrebbe concludersi comunque entro l’estate.

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30/11/-1, 00:00:00
Carta? Ha un documento?

del+monteVisa, Mastercad, American Express, Diners.

Nomi che hanno in comune una cosa: appartenere ad aziende che forniscono un servizio di accesso ad una linea di credito.

Comoda, veloce, sicura, la carta di credito nasce circa trentanni fa proprio con l'esigenza di snellire e velocizzare il momento del pagamento (in realtà la motivazione primaria era quella di invogliare l'utente a spendere senza che questi avesse la possibilità nell'immediato di controllare il monte spesa...).

Quanti usano la carta di credito? La risposta se riferita al mercato italiano, è decisamente poche persone: l'utente nostrano ha ancora molta diffidenza verso questi (avveniristici!) sistemi di pagamento, prediligendo di gran lunga il vecchio e sonante denaro (anche se la variante cartacea non fa rumore) .

In alternativa, in Italia spopola il famigerato Bancomat (che è una una carta di debito), sistema oramai somatizzato da tutti (in Italia ci vuole solitamente una generazione per assimilare una novità) come un modo di pagamento assai sicuro, legato al discorso di codice segreto da digitare per concludere ogni pagamento. Segretezza che poi viene meno in quanto lo stesso codice spesso viene conservato in tasca, oppure nel portafogli. E quindi decisamente molto facile da recuperare in casi di malaintenzione.

La verità è che l'italiano medio ha considerato fino a poco tempo fa la carta di credito come un oggetto appannaggio solo dei ricchi e dei benestanti, considerando erroneamente il sistema di pagamento come un sintomo di abbondante benessere.

C'è però un momento fastidioso (e quasi solo tutto italiano!) nell'uso della carta di credito: la richiesta oramai costante di accompagnare la carta con un documento di identità.

Due giorni fa ho acquitato per 17€ in un ipermercato di una nota catena francese. Alla vista della carta di credito (manco fosse stata una pistola!!!), la cassiera mi ha chiesto cortesemente un documento di identità, il cui numero ha diligentemente segnato sul retro dello scontrino che le ho reso firmato (ma il concetto di privacy non esiste più?).

Ma a quale pro? Il furto di carte di credito è operazione non così usuale, di difficile attuazione e di facile blocco da parte del proprietario (alcune carte portano con se apposite assicurazioni anti-frode). Semmai l'opera dei maleintenzionati si concentra sul furto dei numeri di carta di credito, ma non sul furto fisico della stessa.

Per contro le cronache parlano di clonazione di bancomat, manomissione degli sportelli che erogano denato, al fine di carpire i dati magnetizzati sul supporto e poterli copiare su supporti vergini.

30/11/-1, 00:00:00
Fenomenologia del Sesso
  La scopata putativa: E’ quella che subisci tra i dieci e i dodici anni, a volte prima, a volte dopo. E’ quando i tuoi genitori decidono che è il momento per spiegarti l’importanza del sesso e delle precauzioni da adottare. Di solito tutto comincia con "dobbiamo parlarti", e tu già ti prepari mentalmente all’ennesima punizione dopo [...]

 

La scopata putativa:
E’ quella che subisci tra i dieci e i dodici anni, a volte prima, a volte dopo. E’ quando i tuoi genitori decidono che è il momento per spiegarti l’importanza del sesso e delle precauzioni da adottare. Di solito tutto comincia con "dobbiamo parlarti", e tu già ti prepari mentalmente all’ennesima punizione dopo aver dipinto di rosa il cane del vicino. Non è quello (ma lo sarà il giorno dopo). "Dobbiamo parlarti del sesso". I tuoi si siedono sul divano, tu li guardi a gambe incrociate, c’è un silenzio che si taglia con il coltello, poi è tuo padre che decide di iniziare a parlare, svelando una verità mai immaginata prima.
"Il pisello non serve solo per fare pipì."
Sconvolgente. Inimmaginabile. Subito prima di ulteriori chiarimenti, ti viene spontaneo pensare ad altri utilizzi che possono avere insospettabili parti del tuo corpo, tipo mani, dita, piedi, orecchie, sopracciglia. Certo, di una cosa sei sicuro. Il culo serve solo per cagare.
Seguono quaranta minuti di spiegazioni scientifiche circa pene e vagina, sul loro utilizzo e cose così, comunque terribilmente nebulose. Quando mamma menzionò il monte di venere io pensai a un qualcosa di ripido e innevato tra le gambe delle donne, per dire.

La prima scopata:
Ti rendi conto che il traguardo è finalmente vicino quando il petting si sta spingendo un po’ troppo in là rispetto a quello che ti saresti aspettato, quando cioè riesci a superare soglie mai superate prima, come la biancheria. Lo spettro della temibile frase "no, non sono ancora pronta" aleggia nella tua mente, ma viene spazzata via nel momento in cui cerchi i profilattici e lei non ti dice nulla, anzi aspetta. E aspetta. Non li trovi. Li hai nascosti troppo bene, impaurito che un genitore ficcanaso possa trovarli. Poi spuntano nell’alloggiamento delle musicassette, ne afferri uno, prima che lei possa sgusciare via dal tuo letto e tu decida per l’autoevirazione punitiva. Hai provato quel momento dozzine di volte, spendendo fior di euro in profilattici che poi tristemente scadevano, all’ombra del cassetto del comodino, ma una cosa è farlo di giorno, in tutta tranquillità e in totale solitudine, e un’altra è farlo al buio, con le mani che tremano e una persona che ti guarda. Il tutto dura sì e no due minuti, al termine dei quali tu cercherai una frase adatta per uscirne nel migliore dei modi e sarà allora che lei ti dirà "non ti preoccupare, va tutto bene, va tutto bene", accarezzandoti la testa. La precisa sensazione di essere visto come un coglione non è solo una sensazione, ma non agitarti, le donne ci sono abituate.

La scopata romantica:
Luci soffuse, candele, lenzuola pulite, dolci carezze, sono gli ingredienti della scopata romantica, quella che ogni donna sogna. In realtà è tutta una farsa messa su da noi uomini per appinzarlo, ma fa lo stesso, se lei ci crede, lasciamoglielo fare, dico io. Non più di una posizione, andamento lento, un’interminabile effusione. Due coglioni tanti.

La scopata acrobatica:
Dopo venti minuti di riscaldamento capisci che è il momento. Si inizia a ritmo sostenuto, si cambia di posizione, poi si aumenta il ritmo, altre tre posizioni in rapida successione. Senti i muscoli del culo che iniziano a soffocare sotto l’acido lattico, ma stringi i denti e resisti. Gocce di sudore ti annebbiano la vista, ma hai un obiettivo e nulla ti può far desistere. Altre tre posizioni, poi seguono dieci minuti a ritmo sostenutissimo contro l’armadio. La prestazione dura così tanto perché piuttosto che pensare a ciò che stai facendo sei preso dal peso di lei (che sembrava molto più esiguo a cena) e dal tappeto sul pavimento che si sta arricciando sotto i tuoi piedi. Non puoi scivolare, non puoi. Il ritmo è paragonabile a quella di un trapano a percussione, il pisello potrebbe imploderti da un momento all’altro, lei potrebbe prendere fuoco, innescata dalle scintille provocate dalla frizione finite sul pelo pubico.
Finisce con te in rianimazione e lei ai grandi ustionati.

La scopata violenta:

Tutto è tranquillo, poi ad un certo punto un tuo morso sul collo un po’ troppo veemente la scatena. Ti pianta le unghie sul petto, ti lascia dei graffi lunghi dieci centimetri arandoti praticamente la schiena, poi inizia a urlare tirandoti schiaffi e botte. Tu, che hai una mano corrispondente al peso del 33% del suo corpo, non ti senti di controbattere. Ti insulta, incitandoti a darci dentro, ancora di più stronzo, ancora di più pezzo di merda.
Te ne vai prima che ti vomiti roba verde addosso.

La scopata violenta parte due:
Tutto è tranquillo, poi ad un certo punto un tuo morso sul collo un po’ troppo veemente la scatena. Ti pianta le unghie sul petto, ti lascia dei graffi lunghi dieci centimetri arandoti praticamente la schiena, poi inizia a urlare tirandoti schiaffi e botte, ti chiede di essere violento. Bene. Le tiri uno schiaffo, le piace, gliene tiri un altro e un altro ancora.
Si incazza, ti dà del coglione perché le hai fatto male, stronzo.
Se ne va.
Tu rimani lì come un idiota, sanguinante, domandandoti dove è che hai sbagliato.

 

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30/11/-1, 00:00:00
TRAMONTARE SUGLI UOMINI
Lo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilitĂ  interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenitĂ  sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può [...]

del+monteLo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilitĂ  interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenitĂ  sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può che riconoscersi per l’integerrimo distacco dalla vita terrena e non può essere altrimenti: se la loro vita altro non è che uno spurgo mestruale dell’anima, per una reazione uguale e contraria l’uomo spirituale non sarĂ  che una proiezione del proprio opposto.
Pazzi e farneticanti cialtroni! In quella claudicante cervice altro non sapete che trombettar puzzette e luoghi comuni!
Per il vero l’andatura di colui che dello spirito incarna il vigore, sarĂ  piĂą rispecchiante un procedere verso il tramonto che non verso un romantico risorgere, poichĂ© ben piĂą maschia prova attende chi i segreti dell’anima si è giĂ  spinto a conoscere. Se grande è la potenza che dimostra l’asceta nel portarsi alle frontiere dell’anima, di quale mistico coraggio dovrĂ  armarsi per accettare di ridiscendere tra l’umano genere? E’ lui il gigante, lo spirito che, dopo la lunga ed impervia scalata sulle scivolose e acuminate rocce della sapienza, sceglie di imitare il sole al tramonto, riavvicinandosi al mutevole scorrere del tempo.
Certo, è nell’innalzarsi che egli rende onore alla sua grandezza, ma quale divina magnificenza in lui dovrĂ  risiedere per tornare in un mondo che piĂą non riconosce il suo incedere, che disprezza il suo stomaco leggero e detesta il suo danzare?
Tornare a rivivere in una nuova grandezza le becere e rovinose povertĂ  di cui il mondo ama fargli carico, vincendole una volta e una volta ancora, per tutti i giorni della sua battagliera esistenza: questa è la mistica corona che lo sigilla come eccezione dello spirito, poichĂ© catturato il sole nel suo cuore, lo tramonterĂ  su quegli uomini che sa giĂ  esser morti e nient’altro che morte gli porteranno.

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30/11/-1, 00:00:00
31/08 - IL BLOG DAY
Non sono uno particolarmente attento alle ricorrenze, soprattutto quando quest’ultime hanno un’estensione massiccia ed impersonale. Mi creano spiacevoli sobbalzi interiori di impersonalitĂ  e quella sensazione di insicurezza che si prova quando non rimani che un numero in mezzo a tanti altri numeri. A predispormi diversamente verso questo blogday ci ha pensato Alex2000, che, con un gesto [...]

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Non sono uno particolarmente attento alle ricorrenze, soprattutto quando quest’ultime hanno un’estensione massiccia ed impersonale. Mi creano spiacevoli sobbalzi interiori di impersonalitĂ  e quella sensazione di insicurezza che si prova quando non rimani che un numero in mezzo a tanti altri numeri.
A predispormi diversamente verso questo blogday ci ha pensato Alex2000, che, con un gesto inaspettato di stima, mi ha segnalato nel suo spazio in questo giorno che, fino ad oggi, era semplicemente il 31 agosto.
L’iniziativa mi vede interessato anche per un fattore di carattere mentale: le regole di questa ricorrenza richiedono di segnalare nuovi blog, possibilmente differenti dalla nostra cultura, dal nostro punto di vista e dalle nostre attitudini, cosa che mi permette di dare anche sfogo a quelli che sono i miei interessi al di fuori di quella che potremmo dire la mia area di specializzazione… ma bando alle ciance.

del+monte www.pensierineccesso.it

Non è un nuovo blog: è giĂ  un po’ che è sulla scena ed io mi sono fatto suo affezionatissimo lurker (il proprietario non sa neppure che lo seguo… è la volta buona che glielo dico). Discorre sulle pazzie della gente in approccio con la tecnologia con linguaggio semplice ma preciso, condendo il tutto con una buona competenza su ogni aspetto trattato.
Sicuramente un mio appuntamento fisso.

del+monte www.larvotto.com

Anche lui non è esattamente un novellino della rete, ma io l’ ho scoperto da poco. A livello di contenuti è una specie di mia antitesi ed è proprio per quello che mi divertono così tanto i suoi post. Simpatico, leggero, maldestro, chiacchierone, gioioso, aperto a qualunque argomento. Mi piace.

del+monte http://blog.alex2000.it/

Lo segnalo non certo per ricambiare il favore: non sono il tipo da convenevoli.
Che io lo segua lo prova il mio widget di feed nella sidebar, in diretto collegamento con il mio Google reader, in cui spesso amo segnalare i suoi post.
Blog geek da cui ho talvolta preso ispirazione per l’impostazione grafica e tecnica di mastrofabbro.com e che, oltre a spiegare le cose in modo molto semplice e sintetico, riesce anche ad essere esauriente: qualitĂ  non così scontata.

del+monte http://graziella.myblog.it/

Questo blog rientra, per così dire, nella mia erea di interesse. Lo segnalo per due motivi:
1) l’autrice mi sta molto simpatica;
2) vengono proposti post dalla prospettiva non proprio opposta alla mia, ma sicuramente differente, sia nei contenuti, ma soprattutto per quella forma mentis che sta a monte dei contenuti stessi.
E’ successo piĂą di una volta di trovare in questo blog un incipit per un mio post.

del+monte http://ilvolodegliuccelli.blogspot.com/

A lui sono proprio affezionato. Con l’autore non ho una di quelle confidenze particolari, ma la nostra conoscenza risale ai lontanissmi tempi di Usenet (il mio primo accesso ai newsgroups è datato 1997 se non ricordo male).
Non sempre abbiamo la stessa prospettiva riguardo ad un problema dato, ma ritengo che la stima sia stata sempre ed immutabilmente reciproca.
Lui pensa che io sia scomparso dalla circolazione. Credo che userò questo post per rifarmi vivo.

Quel che è scritto è scritto.

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30/11/-1, 00:00:00
ULTRADISCRIMINATI
e se fosse stato tutto premeditato? Qualche carrozza di un vecchio treno distrutta e 60 mila euro di danni ai fatiscenti pullman dell’Atac. Alla vigilia di Roma-Napoli, ci avrei messo la firma. Perché secondo me domenica non è successo proprio niente, soprattutto se penso a quello che poteva succedere. In questa prima settimana di settembre [...]

e se fosse stato tutto premeditato? Qualche carrozza di un vecchio treno distrutta e 60 mila euro di danni ai fatiscenti pullman dell’Atac. Alla vigilia di Roma-Napoli, ci avrei messo la firma. Perché secondo me domenica non è successo proprio niente, soprattutto se penso a quello che poteva succedere.

In questa prima settimana di settembre l’italietta dei mestieranti si è scatenata. E a leggere le dichiarazioni e le decisioni che si sono susseguite in queste ore, c’è solo da ridere. Ieri il Ministro dell’Interno Maroni ha deciso che le trasferte dei tifosi del Napoli sono già finite.
del+monteDecisione che ci può anche stare, ma se si considera che nella scorsa stagione le partite esterne vietate ai partenopei furono 9 sulle 19 previste, non si tratta certo di una novità.

CAMORRA? - La novità invece è stata quella di vendere i biglietti per la trasferta di Roma, cosa invece vietata lo scorso anno. Cosa è successo allora in meno dodici mesi? Le due tifoserie - tra le più violente in Italia - si sono per caso di nuovo gemellate come negli anni Ottanta? Tutt’altro: perché a maggio romanisti e napoletani vennero a contatto in un autogrill a Montepulciano (ricorderete le immagini dell’assalto al pullman riprese da una telecamera fissa) e nelle prime uscite stagionali delle due squadre, con il Panionios al San Paolo i partenopei e a San Siro i romanisti in Supercoppa, le frange più estreme del tifo se le sono promesse con tanto di striscioni piuttosto espliciti. Dov’è allora il lavoro di intelligence? E soprattutto

(more…)


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30/11/-1, 00:00:00
LE DUE RAGAZZE CON GLI OCCHI VERDI, di Giorgio Montefoschi
In questi giorni sto leggendo “Le due ragazze dagli occhi verdi” (Rizzoli, 2009), il nuovo romanzo di Giorgio Montefoschi: uno dei principali scrittori italiani (con La casa del padre - 1994 - ha vinto il Premio Strega). La vicenda narrata nel romanzo si snoda in un arco temporale molto ampio che abbraccia tre generazioni e può essere suddiviso [...]

del+monteIn questi giorni sto leggendo “Le due ragazze dagli occhi verdi” (Rizzoli, 2009), il nuovo romanzo di Giorgio Montefoschi: uno dei principali scrittori italiani (con La casa del padre - 1994 - ha vinto il Premio Strega).

La vicenda narrata nel romanzo si snoda in un arco temporale molto ampio che abbraccia tre generazioni e può essere suddiviso in più fasi che provo a semplificare qui di seguito.

1956: la prima fase è incentrata sul rapporto tra un bambino (Pietro) e suo Nonno (Cesare). Pietro è il personaggio principale del libro.

1966: Pietro, a 22 anni, incontra Laura: la prima ragazza dagli occhi verdi. I due si innamorano, ma - a un certo punto - Laura rifiuta l’amore di Pietro considerandolo – forse – troppo invasivo… possessivo.

1988: Passano vent’anni…
Laura è sposata con figli. Pietro la ritrova e si innamora di nuovo di lei (o forse è meglio dire che non ha mai smesso di amarla). Tra i due scoppia una nuova passione, che però ha vita breve.

Passano altri dieci anni. Maria - la seconda ragazza con gli occhi verdi – incrocia la vita di Pietro. Giovane e bella, è identica a Laura (si scoprirĂ  che ne è la figlia)… e Pietro si accorge che la ragazza si sta innamorando di lui.

Quella narrata in questo libro è una grande storia d’amore… un amore anticonvenzionale, che tenta di superarare gli ostacoli, il tempo, i tradimenti.

Per farvi capire meglio la trama inserisco la nota presente in quarta di copertina del romanzo:
L’eros, inteso come attrazione dei corpi e dell’anima che non conosce regole e confini, è il grande protagonista di questo romanzo, che a molti potrĂ  parere inverosimile e invece è custode di una profonda veritĂ . Pietro e Laura si sono amati da ragazzi. Poi, lei lo ha lasciato. Si rivedono, casualmente, dopo vent’anni, e di nuovo scoppia una passione travolgente. Ma Pietro è un uomo solo, Laura è sposata e madre di due figli. La vita è andata troppo avanti per il loro amore: in pochi mesi, i sensi di colpa e un evento drammatico chiudono definitivamente la vicenda. Dieci anni piĂą tardi, Maria, la figlia maggiore di Laura, incontra Pietro: anche lei casualmente. Ă identica a sua madre: ha la sua voce, i suoi occhi. Presto consapevole che la ragazza si sta innamorando di lui, Pietro è sconvolto: diviso tra la tenerezza che Maria gli ispira e la nostalgia per la perdita dell’unica donna che ha amato, da cui non è mai riuscito a liberarsi. Ă un dissidio profondo, in cui ancora una volta il senso della colpa fronteggia la tentazione.
“Le due ragazze con gli occhi verdi” racconta un amore straordinario, capace di superare ogni limite, nel tempo e fuori del tempo, che ha sullo sfondo il complesso mondo di una famiglia borghese nell’arco di tre generazioni. Ambientato in una Roma splendida, da cogliere in tutti i sensi, il romanzo è sostenuto dalla raffinata scrittura di un impareggiabile scrutatore dell’animo umano qual è Giorgio Montefoschi, che con queste pagine sembra volerci dire che credere fino in fondo nell’amore è oggi l’unica vera rivoluzione. Che la fedeltĂ  è ormai la sola trasgressione possibile
.

Ciò premesso…
mi piacerebbe approfondire con voi la conoscenza di questo libro, discutendo dei temi da esso affrontati. Inviterò Giorgio Montefoschi a partecipare al dibattito. Per favorirlo, come al solito, pongo alcune domande…

La prima parte del libro (ambientata nel 1956) affronta il tema del rapporto nonno-nipote (ovvero, l’amore di un bambino per un nonno e di un nonno per un bambino).
Oggi - trascorsi oltre cinquant’anni da quella data - il rapporto nonno-nipote è cambiato o, in fondo, è rimasto uguale? E se è cambiato… è cambiato in meglio, o in peggio?

Un’altro dei temi che affronta il libro è: la relazione tra tempo, amore e “contrasti”.

Quali sono le condizioni ideali perché un amore possa durare nel tempo?

Un amore “contrastato” -  seppur travolgente - ha maggiori o minori possibilitĂ  di rimanere vivido (anche solo nella mente), rispetto a un amore privo di ostacoli?

Gli amori che sopravvivono agli ostacoli, al tempo, alle imboscate della vita… sono ancora credibili, o solo il frutto di una romantica illusione?

Di seguito potrete leggere la recensione di Antonio Debenedetti pubblicata sul Corriere della sera.

Massimo Maugeri

———————-

LE DUE RAGAZZE CON GLI OCCHI VERDI di Giorgio Montefoschi (Rizzoli, 2009, p. 357, euro 19,50)

Amore e fedeltĂ , quasi una rivoluzione

di Antonio Debenedetti - da Corriere della Sera, del 14 gennaio 2009

Le due ragazze con gli occhi verdi è un romanzo coraggiosamente controcorrente. Giorgio Montefoschi viene infatti recuperando, nel corso d’una vicenda in continuo crescendo emotivo, i valori fondanti della famiglia e della coppia. Primo, fra tutti questi, la fedeltĂ  che il lettore vedrĂ  mettere alla prova dagli imprevisti del destino, dai capricci della vita. Protagonista, lungo tutto l’arco della vicenda, è Pietro Angeli. Intorno a lui si muove una famiglia dell’agiata borghesia romana, residente in un elegante villino del quartiere Parioli. Quando ci viene incontro, nel lontano 1956, Pietro è un acerbo adolescente in vacanza a Nettuno. La mamma, il papĂ  e l’amatissimo nonno Cesare sono tutto (o quasi) il suo orizzonte. Montefoschi scrive queste pagine come una sorta di prologo, destinato a illuminare un insieme famigliare, i suoi componenti. I fatti, che animeranno l’intreccio, iniziano esattamente dieci anni dopo. Nell’ottobre 1966 s’incrinano infatti, in conseguenza di un’avventura galante del capofamiglia, i rapporti fra i coniugi Angeli. Fatto ancora piĂą importante, ai fini del racconto, il loro figlio Pietro inizia una «storia» con Laura Barbi, una splendida ragazza dagli occhi verdi. Figlia d’un noto professionista, forse un po’ viziata, si lascia baciare affidandosi al comportamento eccitante, sostanzialmente insondabile di chi vuole, disvuole e insomma non sa decidersi. In ogni caso, innamorato cotto, Pietro farĂ  di Laura la ragione stessa della sua esistenza. Non tradirĂ  mai, neppure per un attimo, una passione nata in lui con l’esuberante generositĂ  della prima giovinezza. Laura a un certo punto lo respingerĂ , forse per capriccio, dicendogli senza troppi complimenti (a pagina 135) «non sono piĂą innamorata di te». Passeranno circa vent’anni, frattanto lei si sposerĂ  e metterĂ  al mondo due figli. Nel 1988, quando inizia il terzo dei quattro blocchi temporali che scandiscono la narrazione, il caso fa rincontrare Pietro e Laura. Stavolta faranno sesso adulto, spogliandosi con la febbre nelle mani. Però… Laura, personaggio molto ben disegnato da Montefoschi, viene assumendo rilievo sentimentale e originalitĂ  in un logorante, a momenti crudele negarsi e poi concedersi e poi ancora negarsi mentre Pietro spasima. Sono queste centrali le pagine forse piĂą forti d’un romanzo che non ha paura della parola «amore», usandola senza censure o timidezze intellettualistiche. Senza voler compiacere cioè quelle mode che sembrano prediligere i sentimenti estremi, disordinati, conseguenti a un nichilismo di maniera. Intanto gli anni, trascorrendo veloci, compiranno puntuali la loro opera distruttiva e costruttiva a un tempo. Ci saranno funerali, matrimoni e battesimi. «Una brutta malattia», come lei la definirĂ  durante uno degli ultimi incontri con Pietro, stroncherĂ  Laura. SpetterĂ  dunque a sua figlia Maria (dagli occhi belli come quelli della mamma?) far battere per l’ultima volta, quasi alle soglie dell’anno 2000, il cuore ormai stanco del protagonista… Montefoschi, come il suo amato Moravia, in Le due ragazze con gli occhi verdi (Rizzoli) scrive di Roma e della borghesia. Molte cose, però, sono cambiate. Basti dire che i vent’anni dell’autore degli Indifferenti coincisero con l’incombere della dittatura fascista, quelli di Montefoschi sono coincisi con l’era democristiana. Nella casa, dove Pietro Angeli trascorre la giovinezza, il lettore ritroverĂ  (e non è certo motivo di poco interesse) umori, sentimenti, atmosfere che risentono, sia pure in modo indiretto, della temperatura morale riscontrabile nell’Italia del miracolo economico. Sono proprio quegli anni, l’atmosfera che si respirava all’epoca nelle case dei quartieri alti, a spiegare come e perchĂ© i personaggi di questo romanzo vivano noncuranti della politica, lontani dalle problematiche civili. Pietro Angeli, in particolare, è un «uomo senza qualità» che cerca nell’ amor-passione e nel sentimento il senso della vita senza però avere l’ impressione di trovarlo. Quella che si lascia dietro è alla fine una dolce, coinvolgente nostalgia della famiglia quale porto di duraturi e sereni affetti.

Corriere della Sera del 14 gennaio 2009 - pag. 39

30/11/-1, 00:00:00
ISOLE SENZA MARE, di Antonella Cilento
“Isole senza mare” è il nuovo romanzo di Antonella Cilento, ma è anche la storia parallela di due donne che attraversano l’Otto e il Novecento: Aquila, nobile caduta in povertĂ  e costretta a lasciare la Spagna, vende se stessa e tenta il riscatto diventando l’amante del marchese Campana, collezionista di arte e di vite altrui, [...]

del+monte


“Isole senza mare” è il nuovo romanzo di Antonella Cilento, ma è anche la storia parallela di due donne che attraversano l’Otto e il Novecento: Aquila, nobile caduta in povertĂ  e costretta a lasciare la Spagna, vende se stessa e tenta il riscatto diventando l’amante del marchese Campana, collezionista di arte e di vite altrui, un amore che la trascinerĂ  in una trama di ossessioni, vendette e fantasmi. Nina, ultima erede di una catena di donne che dalla Spagna sono fuggite, ha piĂą di ottant’anni, ha vissuto il Fascismo e una difficile intimitĂ  famigliare percorsa da molti nodi silenziosi: orfana di padre, sposa tardiva, madre mancata. Aquila e Nina amano con infelicitĂ , entrambe sono esiliate: legate a doppio filo da rimandi, coincidenze ed ereditĂ , le loro vicende si intrecciano con un coro di indimenticabili personaggi sullo sfondo del Mediterraneo.
Un romanzo sulla solitudine, sull’isolamento, sull’esilio. Sull’amore deluso. Un’opera letteraria che ha impegnato Antonella Cilento per ben dieci anni e che finalmente vede la luce.
Ce ne parlano Luigi La Rosa e Simona Lo Iacono.
Vi invito a discuterne con loro e con l’autrice.
Di seguito pongo alcune domande/riflessioni - ispirate al romanzo - con l’intento di favorire la discussione.

1 -Isole senza mare. Isole senza amore.
Siamo isole quando amiamo? E quando scriviamo?

2 - Isole senza approdo, anche. Perchè se non c’è mare, non c’è riva. Se scriviamo come isole siamo, anche, viaggiatori senza ritorno?

3 - Isole senza tempo. Le generazioni che sfalsano e scombinano destini.
Il tempo che scorre è solitudine? à compimento?

4 - Isole senza viaggio.
Un viaggio, per scrivere, è necessario? E quale viaggio?

Di seguito, gli ottimi contributi di Luigi La Rosa e Simona Lo Iacono.
Massimo Maugeri

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Isolitudine e racconto nell’opera di Antonella Cilento

di Luigi La Rosa (nella foto)

del+monteC’è un orizzonte frastagliato, visionario, dove le ombre si mescolano al crudo realismo del quotidiano e i sogni hanno lunga durata. Vita e morte dialogano, consonano, intrecciano relazioni, suggeriscono prospettive dello sguardo. Mi riferisco al luogo fantastico, metaletterario per eccellenza, nel quale Antonella Cilento fa muovere i primi passi di Aquila - forse il più intenso dei personaggi del suo nuovo libro: Isole senza mare (Guanda, pp. 368, 17 euro).
Aquila ha il pianto nella voce e la capacità magica di leggere nell’oblio, richiamando presenze misteriose. Dalla sua culla di bambina delicate dita di fumo la sfiorano, le passano sensazioni che la piccola porta con sé, crescendo, come una specie di irrinunciabile segreto. Forse, la traccia di una consapevolezza, l’impronta di una precoce predestinazione al dolore.
La scrittrice ritaglia intorno a questa amabile figura lo spettro di una vera e propria epopea sentimentale, una sorta di solenne splendore: il declino della nobiltà originaria, la decadenza della famiglia nella Spagna di fine Ottocento, la fuga in Italia, la miseria, la prostituzione e poi l’innamoramento per il marchese Campana, eccentrico collezionista e funambolico interprete di tutta una stagione di soprusi e follie.
La Spagna del mistico e dell’invisibile si sostituisce pian piano alla Roma sensuale e follemente cortigiana che fa da sfondo alle esperienze della giovane espatriata, mentre la realtà si traveste da spettacolo, il quotidiano si carica di inganno, il desiderio di tentazione, e il crescendo dipana con avveduta maestria misfatti e colpi di scena lungo orbite surreali e stravaganti.
Ma questo è solo uno dei due grandi temi che risalgono la carne del romanzo: sulle fibre coinvolgenti di tali vicende germogliano in fretta nuovi spiriti, e una nuova toccante umanità fa irruzione sotto il fuoco dell’obiettivo narrativo: quella di Nina, “angelo grasso” con aspirazioni suicide, che apre l’incipit del romanzo spiccando il volo dal balcone di casa e innestando le sue ferite personali a quelle della sorella Maddalena, o della madre Maria Azara, in una formidabile teoria di rifrazioni, sublimate in storia, in cronaca, in destino.
I perimetri esistenziali di queste donne si legano a quello di Aquila, le loro ansie alle sue peripezie in un’Italia animata da fervidi ideali rivoluzionari, e la narrazione diviene il punto di confluenza, il luogo nel quale i perimetri vengono miracolosamente a coincidere, a confrontarsi, a sovrapporsi.
Come i grandi musicisti del passato, Antonella Cilento ci offre una prova di indiscussa bravura compositiva: Isole senza mare rappresenta infatti un pregiatissimo esempio di romanzo bipartito, di partitura che muove i suoi due canoni strutturali in un’alternanza consapevole di tempi e luoghi armonicamente predisposti: l’Ottocento, documentato dalla splendida saga di Aquila e dei suoi amori infelici, e il più crudele Novecento, che sembra ancora spingere a fatica i suoi polverosi ingranaggi, chiamandoci a una profonda interrogazione sulla memoria e sul vissuto.
Aquila, Nina, Maddalena, Maria Azara, ma pure Aldo, Giampietro, Giacomo, e tutti quanti gli altri personaggi evocati dalla penna dell’autrice si tramutano in isole: è accaduto un prodigio, ed eccoli punti di luce smaniosa nella nevralgica solitudine di ogni esistere, isole nel mare dei giorni, degli anni, degli attimi, cui adattare la dolente prerogativa dell’isolitudine, coscienza dell’essere “isola” in un mare svanito, prosciugato, strappato alla pelle delle cose.
In epoca di minimalismi e di più o meno conclamate poetiche del disimpegno Antonella Cilento ci offre un romanzo avvincente, colto, raffinato, che si muove secondo una direzione assolutamente libera, spregiudicata. Un libro estraneo a mode e squallidi compiacimenti di stagione, che sperimenta, che seduce, e che punta in alto, con coraggio, con ostinazione direi, scommettendo a pieno la sua abbondante materia raccontativa e regalando al lettore un viaggio poderoso, straordinario, che emoziona dalla prima all’ultima pagina.
I miei omaggi a una scrittrice che non fugge davanti alle minacce della trama, alle preoccupazioni della struttura, alle remore dell’articolazione, e che accetta invece la complessità con la fierezza di chi è cosciente di padroneggiare al meglio la propria materia, di chi ha ancora il gusto plastico del raccontare, della fabula amena, e l’ambizione all’affresco, all’intreccio di casi, uomini, situazioni, nella costruzione di un’opera in grado di superare il tempo.
Isole senza mare è un libro davvero importante, uno di quelli che uno scrittore scrive una sola volta nella vita, lasciandosi dietro tutto un mondo di viscere e di risonanze: di pensieri, caratteri, sembianze. Forme accorate e veritiere, piene di struggimento, che ci chiamano dal loro fondo di buia e crepitante malinconia, per chiederci la complicità di una nuova occasione. Forse l’ultima. Le stesse alle quali la letteratura ha il potere di ridare forma, anima, spessore. E il cui fascino oscuro ci accompagnerà per giorni, infinitamente, anche dopo aver chiuso l’ultima pagina del romanzo.
Luigi La Rosa

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Antonella Cilento: Isole senza mare.
recensione e intervista di Simona Lo Iacono.

del+monteTracce di isola sono in noi tutti.
Siamo isole quando ci cerchiamo senza trovarci. Quando percorriamo secoli con la nostra storia sulle spalle, il passato a precederci, il futuro dietro - sempre.
Siamo isole di occhi e di cuore quando tentiamo di finire e non riusciamo a dire basta, quando la storia che pure accompagna il viaggio trascolora solo per ferirci, quando un amore ci compra e ci vende. O quando, silenziosamente, non può che lasciarci.
Isole senza mare di Antonella Cilento. Due donne a cavallo di secoli. Due galoppi e due incroci di destini. Isole senza mare non è come dire solitudine, o non solo. E’ non avere neanche il mare a cingerti. Un attraversamento. Onde da solcare e sguardi da ricongiungere. Mani tese. Uno scampolo, almeno, di noi.
Così Nina, che fende gli anni dei fasci e della guerra, che perde il padre e si sposa tardi, quando i figli non sono che un vuoto preannunciato e la sorella Maddalena rimane a custodirne la vecchiaia. E’ già una donna in fuga, Nina, prima dalla Spagna e poi da se stessa, come Aquila un secolo addietro, approdata a Roma senza splendori e costretta a prostituirsi.
A unirle, il paesino di Azara sui Pirenei e secoli che avviluppano e tornano indietro, e poi avanti e poi indietro, che stanno lì a sussurrarti all’orecchio che persino il tempo, e il suo incedere a strappi, non è che un’illusione.
E forse è questo tempo che Nina cerca di dimenticare mentre tenta il suo salto nel vuoto, a ottant’anni, e la memoria non è che un bandolo o una lunga coda di drago che chiama i morti a raccolta, li interroga e li consola. Li afferra tra venti sospirosi che non adempiono mai del tutto un destino, una storia, una verità.
Il romanzo affiora da qui. Da questa coda che non impiglia che resti e rimedia agli assalti del buio inventando altre ombre, scolorando dalle vetrate di ballatoi e saloni ottocenteschi, o di bordelli odorosi di cipria e acqua di rose, in cui i soldi lasciati sul comodino non assolvono mai a un riscatto.
Corpi che si vendono e corpi che si perdono, famiglie con segreti e segreti senza famiglia, anche questo – e molto altro – è un’isola che rinuncia a vedersi lambita dall’acqua.
Antonella svia la morte, cataloga e assesta, rimedia a smangiature , all’incedere delle scadenze. Lo fa con lingua che scava e brilla, che si staglia netta e viva, attingendo a inflessioni, a cantilene, chiamando a convitto i fantasmi.
Un viaggio e – forse - un ritorno, un attraversamento che non si rassegna a perdersi. Che incede come solo la scrittura sa fare: restituendo un passato.

-Antonella, cos’è la scrittura? Memoria, malinconia, trasfigurazione?
Tutte queste cose insieme. E’ sopra e prima di ogni altra cosa invenzione, nel senso antico del termine, inventio, ovvero cercare per trovare o cercando, non si sa bene cosa, scoprire di aver trovato oggetti che non si era partiti per cercare. Scrivere è come setacciare una spiaggia con il colino da thé: può darsi che sia un’impresa da pazzi, anzi lo è senz’altro, però se la si compie e la si fa durare per il tempo necessario (tutta la vita, da quando siamo bambini a quando moriamo) è possibile che ci riservi qualche sorpresa. Come scrive Natalia Ginzburg, che in Isole senza mare è citata in un esergo, scriviamo con la fantasia quando siamo felici e di memoria quando siamo infelici. Questo romanzo ha entrambe le condizioni dentro e mi sono accorta nei dieci anni che è durata la lavorazione, dal ’98 al 2008, che le due fasi dentro di me si sono del tutto mescolate, perché così è la vita e così è anche la scrittura: molte parti del romanzo autobiografico di Nina sono inventate di sana pianta e molte aree del romanzo storico e d’invenzione di Aquila sono decisamente autobiografiche. Dunque, scrivere è trasfigurarsi in modi così complessi e inaspettati, ma scientemente cercati, che poi l’opera finita viaggia davvero oltre noi, molto lontano dalla nostra condizione “terrestre” che, come scrive la Ginzburg, ci condiziona mentre narriamo.

-E quella coda di drago? Perché serve a impigliare le ombre?
Una delle cose straordinarie che ci capita dopo aver scritto un libro è che altri libri o la realtà ci rispondano o ci confermino nelle “scoperte” che abbiamo fatto scrivendo: ieri su una bancarella a Port’Alba ho trovato un romanzo di Hector Bianciotti (Senza la misericordia di Cristo, Sellerio, Premio Goncourt negli anni Ottanta) dove si legge: “Non so bene a cosa obbedisco cercando di preservare scrivendo una vita i cui giorni non si illuminarono di alcuna gloria (…), tanto più che sono portato a credere che se una certa cosa in questo mondo è esemplare, tutte lo sono: o tutti i fasti della memoria sono meritati o non lo è nessuno. Non sappiamo perché agiamo; la vita si serve di noi per fare scambi che sono oltre la nostra comprensione.(…) Non esiste memoria allo stato puro; per raccontare la propria vita, bisognerebbe già cancellare tutte le versioni che noi stessi ce ne siamo fatti e che in un certo senso, costituiscono le nostre azioni. (…) Scrivere su una persona che abbiamo conosciuto significa accomiatarsene.” Ho amato molto di Bianciotti un romanzo edito da Feltrinelli che s’intitola “Quel che la notte racconta al giorno” (tanto che un prossimo stage che terrò a luglio porta questo titolo): scriviamo per impigliare le ombre, come tu dici, per trattenere e per congedarci anche, come scrive Bianciotti. Ho impiegato questi dieci anni, ma in realtà tanti di più, per congedarmi dalla mia infanzia e da Nina e Maddalena, cioè la mia prozia morta suicida e mia nonna (che invece fra un anno ne compie cento e non mi pare abbia intenzione di lasciare questo mondo, è una roccia di granito sardo). La coda di drago che ci segue l’ho praticata una volta durante un training corporeo: s’immagina di avere la coda e ci si muove tenendo presente di questa protesi lussureggiante dietro di noi. Si diventa lenti e vanitosi e attenti a non inciampare. I morti sono il nostro patrimonio di memoria e la spiegazione di quel che siamo oggi. Una volta scritti li esorcizziamo, diamo loro una nuova vita, li trasfiguriamo con la parole. Cercare le parole giuste per fissare fuori dal mio corpo le sensazioni impresse in una vita è stato lo sforzo più grande e assurdo di Isole senza mare.

-Le ombre poi. Fragili e ostinate. Quanta parte hanno nella donna che scrive? E nella donna che ama?
Questa storia della donna in quanto autore è davvero seccante (scherzo): sono proprio stanca di dover ogni volta partire dalla mia condizione biologica per motivare la scrittura, un po’ come quando mi tocca partire dalla mia identità napoletana. Vengono sempre prima loro, la donna e la città, e poi io che scrivo. Comincio a diventare invidiosa: come si permettono questa donna e questa città di stare sempre in mezzo quando poi tutta la fatica la faccio io? Scherzi a parte, la questione che sollevi è relativa ai due aggettivi che hai usato giustamente: Nina e Aquila sono fragili anche se non lo sembrano. Nina non lo sembra perché trascorre una vita a ridere e far ridere, mentre il suo intimo non coincide a questa giocosità esterna. Aquila si costruisce una corazza per sopravvivere al mondo esterno e conserva le sue grandi fragilità dentro, le trattiene, le protegge, preferisce sdoppiarsi in Secunda, la sua sorellina mai nata, in un fantasma dell’anima, per non dover rinunciare del tutto a se stessa. Però entrambe hanno un fondo di resistenza, un nucleo solido. Nina lo perde, ma Aquila lo ritrova. Qualsiasi cosa ci accada, anche la più terribile, c’è un fondo bancario di resistenza umana in noi che si fatica a distruggere. La realtà ci si può accanire quanto si vuole contro, ma noi, a costa di fuggire nella follia, come un po’ accade a queste due donne, ci aggrappiamo al nostro intimo.

-Donne che amano. Uomini che si negano. Il destino di Aquila è, in fondo, lo stesso di Nina. Sono isole senza mare per questo? Sono isole senza amore?
Il primo a farmi notare questo gioco di parole nascosto nel titolo è stato Generoso Picone, che con Francesco Durante, Giuseppe Montesano mi hanno restituito finora le letture più precise e belle di questo romanzo e cui sono molto grata per la comprensione. Poiché la frase è tratta, non so più da dove, ma dall’Ortese, non ci si può stupire che contenga questo senso. Nina e Aquila non sono fortunate in amore: Nina ha un uomo accanto, non quello che forse aveva desiderato, ma non è sola. Pure, deve sentirsi molto sola. Aquila gli uomini li frequenta per mestiere e s’innamora di quelli sbagliati, fra cui del fantastico Giovanni Pietro Campana, che è una sintesi del fascino ma anche della pochezza maschile italiana. Quando s’innamora dell’uomo “giusto”, lo perde. Fanno insomma quel che molte donne fanno nella loro vita: proiettano la realizzazione di sé, anche quando si tratta di donne intelligenti e impegnate, realizzate in altri ambiti, sulla figura dell’Amato. L’Amato Bene le tradisce, scompare, si rivela un lestofante: e loro continuano a stargli dietro. Anzi si distruggono per lui. Ma il mare che è scomparso intorno alle isole di questo libro, Aquila e Nina ma anche tutti gli altri personaggi: Maddalena, Giacomo, La Rana, Egizia, la narratrice stessa, ecc…, è il mare della comunicazione. Sono svaniti i ponti che legano le persone in un destino comune. E’ svanita la comunità. Questa è forse una delle ragioni per cui il romanzo si dipana proprio dal Risorgimento ad oggi: un paese nasce mentre è già morto. E noi oggi assistiamo a questo scempio, impotenti.

-Uno sguardo alla lingua e ai modelli letterari. Nel progetto originario le isole erano Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Chi delle due è Nina e chi è Aquila?
Il progetto originario era uno spettacolo teatrale, breve, che è andato più volte in scena: lì c’era un’ipotesi di incontro mai avvenuta fra le due maggiori narratrici del nostro Novecento (e fra le maggiori d’Europa), entrambe autrici di romanzi in controtendenza rispetto alle mode del secolo. Poi, di queste due autrici così amate, in Isole senza mare non c’è più traccia narrativa, al limite ispirativi. Però se volessimo giocare a questo gioco che proponi, Aquila è Elsa, più battagliera e calata nel reale, e Nina è Anna Maria, persa dentro di sé, sola.

- La poesia di Angel Crespo che apre il romanzo : “ Misi le mani nell’acqua per assomigliare alle isole. Passava il mare tra le dita come aria tra le crepe. E s’inseguivano da sotto le mie parole le sirene. Quando volli tornare a terra, già non c’era più riva”. Antonella, un’isola senza mare è una terra ( o un destino) senza approdo?
Questo è un romanzo picaresco sull’esilio: l’esilio dalla Spagna cui è destinata Aquila, l’esilio dalla Sardegna che deriva da un esilio dalla Spagna cui sono destinate le sorelle Azara, Nina e Maddalena. L’esilio dell’anima di due donne minori per la storia e senza importanza nella quotidianità ma pure vive e bisognose di essere riconosciute e viste. Tutte corrono verso il loro esilio, che è anche già raggiunto. E’ dentro di loro. Il bello della vita è diventare ciò che già siamo, realizzare il nostro destino: Nina se ne spaventa, Aquila sfrontatamente va avanti. Chi di noi non è così un giorno e nell’altro modo in un altro? Una volta raggiunta l’isola che siamo noi vorremmo tanto fuggire al nostro destino, pure non ci è possibile. Trasformare, trasfigurare è l’arma, fuggire è la morte.

30/11/-1, 00:00:00
LA CAMERA ACCANTO 11° appuntamento
Il titolo di questo post non si riferisce a un romanzo erotico o a un film spinto. La camera accanto è la stanza, per l’appunto, posta di fianco a quella ufficiale (letteratitudine). Se letteratitudine è una sorta di caffè letterario virtuale, la camera accanto è un luogo dove si possono affrontare argomenti di diverso genere. Si può [...]

del+monteIl titolo di questo post non si riferisce a un romanzo erotico o a un film spinto.

La camera accanto è la stanza, per l’appunto, posta di fianco a quella ufficiale (letteratitudine).

Se letteratitudine è una sorta di caffè letterario virtuale, la camera accanto è un luogo dove si possono affrontare argomenti di diverso genere. Si può parlare di letteratura - certo -, di libri; ma anche di cinema, sport, televisione, politica, gossip, ecc.

Insomma, si può parlare di tutto ciò che volete. Ciascuno di voi può sentirsi libero di avviare un dibattito o, più semplicemente, scambiare quattro chiacchiere.

Anche qui, però, vige la nota avvertenza (colonna di sinistra del blog); per cui vi chiedo di rispettare persone e opinioni. Vi chiedo, inoltre, la cortesia di evitare litigi e toni eccessivamente scurrili.

(Massimo Maugeri)

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Questo appuntamento della camera accanto si è evoluto in maniera strana. Prima la notizia (falsa) della morte di Debenedetti, poi quella (ahimé, vera) della morte di Nico Orengo. Aggiorno il post inserendo un articolo che mi ha inviato Paolo Di Paolo proprio per ricordare questo celebre scrittore scomparso il 30 maggio. Vi invito - se vi va - a lasciare commenti in memoria di Orengo.

Altro argomento di discussione: 2 giugno, festa della Repubblica. Cosa significa per voi?

Segue l’articolo di Paolo Di Paolo a cui facciamo i migliori auguri per il suo nuovo romanzo appena uscito.

(Massimo Maugeri)

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In ricordo di Nico Orengo
di Paolo Di Paolo

del+monteSenza l’idea del mare (un odore di alga bagnata e di limoni, avrebbe detto lui), e senza l’idea di margine (di confine, di frontiera), è quasi impossibile ripensare l’opera letteraria di Nico Orengo (nella foto). C’è qualcosa – la presenza insistita di certi luoghi (ma, se si tratta di ossessione, è senza ombre: un’ossessione felice), con le luci e gli odori che li definiscono –, qualcosa che non è solo una quinta, un fondale, ma la prima sostanza poetica. In un suo libro di vent’anni fa, Miramare, non accadeva altro se non un’esplosione del paesaggio in forma di enumerazione: piante, fiori – e profumi, e molta luce. Con un gusto quasi voluttuoso, Orengo accumulava tutto ciò che, nel paesaggio della vita (la sua), gli stava a cuore.
Si può dire che ogni suo libro sia un ritorno al luogo da cui non si è mai separato. Nato a Torino nel 1944, ha sempre privilegiato – di là da alcune soste collinari, nelle Langhe – la riviera ligure; e in questo margine, altri margini: tra Piemonte e Liguria, tra Liguria e Provenza (per esempio in Ribes, o nell’Autunno della signora Waal, malinconico e pungente). à possibile vivere senza un giardino e una terrazza sul mare? senza il sapore del vino e senza, nella pelle, un desiderio invadente e sottile, anche erotico? viene da pensare leggendo i romanzi di Orengo. Nelle sue storie non accade quasi niente, quindi accade tutto: c’è il rumore, verrebbe da dire il ronzio, della vita che trascorre, assumendo forme varie e strane; a volte tanto ridicole da commuovere o irritare, a volte tanto commoventi da fare ridere. Talvolta si sarebbe tentati di accostare Orengo, cercandogli padri o fratelli maggiori, a Fellini, a un Fellini che fosse nato ligure; oppure di farlo entrare nel novero di scrittori lunatici, “ventosi” e dalla vena surreale come Cavazzoni. Ma poi una questione, appunto, di geografia sensoriale subito impone di riconsegnare Orengo a uno spazio (liminare) che porta soltanto il suo nome. La sua leggerezza, il suo disincanto, capace di tenerezze e di un’ironia acida e a volte impudica, spingono a chiedersi quale visione del mondo, quindi idea di letteratura, avesse Orengo; e perché, mentre il suo microcosmo sembrava precipitare nell’inattualità, lui sembrava tanto più intento nel salvarlo, nel tenerlo in vita. à stato, credo, per una questione di principio: la difesa di un preciso spazio dell’immaginazione, che rischiava (rischia) di svalutarsi e compromettersi. Nell’Intagliatore di noccioli di pesca, una voce che somigliava alla sua notava come fosse diventato sanguinolento l’orizzonte della letteratura italiana recente. E dove sono finiti – si domandava – i Calvino, i Pavese, le Ortese ecc.? Non per nostalgia, ma constatando come l’immaginazione letteraria più recente fosse praticamente ostaggio di detective e serial killer. Si può capire il mondo, l’esistenza – sembrava dire Orengo – anche osservando la signora Waal che raccoglie i fiori e li porta in casa; anche raccontando la storia sbagliata di un giocattolaio (L’ospite celeste,1999), quella di un’alga assassina (La guerra del basilico, 1994), della Riviera in una incredibile Belle Époque (Islabonita, 2008) o di una penna che Goethe donò a Puskin (Hotel Angleterre, 2007). Si può capire la storia e il proprio tempo anche spedendo una serie di Cartoline di mare vecchie e nuove (1984). O, ancora – come in uno dei suoi romanzi più felici, La curva del Latte (2002) – entro i confini di una scanzonata, sempre un poco perplessa, elegia per un’Italia prima della modernità: con una piccola folla di donne focose e di improbabili comunisti, tra insegnanti che aspirano a scrivere canzoni per il Festival di Sanremo e statue della Madonna a cui rubano la testa. à anche così – mostra l’opera di Nico Orengo – che si può restare davvero fedeli alla letteratura e a sé stessi: camminando soltanto nei luoghi che davvero ci appartengono, inseguendoli nella memoria o nella favola; cercando vizi e virtù dell’esistere nei dettagli che nessuno guarda, in un mondo minuscolo, rarefatto, strambo che specchia quello più vasto, generico, meno autentico. Si vede già tutto, insomma, dalla finestra della signora Waal – che “ascolta il cuore batterle nel petto”, ha un po’ paura di addormentarsi perché ¨ha capito che non è facile sentirsi morire, ascoltare l’arrivo della propria morte¨, e nonostante questo decide che è meglio pensare all’amore, al mare, o al prossimo bicchiere di moscato.

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Martedì 19 maggio 2009

Dedico questo nuovo appuntamento de La camera accanto all’annuncio di due dipartite. Il primo si riferisce a un trapasso avvenuto davvero: quello di Susanna Agnelli. Il secondo, invece, riguarda la notizia della morte di Antonio Debenedetti… prontamente smentita dall’interessato.

Vi invito dunque a ricordare Susanna Agnelli - se vi sentite di farlo - e a leggere, di seguito, un articolo sulla falsa morte di Debenedetti. E - mentre che ci sono - ne approfitto per porvi questa domanda:

Come reagireste di fronte alla notizia (errata) della vostra morte? Che effetto vi farebbe?
E come difendersi dalle “bufale” in rete?

Per il resto… la camera accanto rimane a vostra disposizione per ogni esigenza comunicativa.

Massimo Maugeri

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da IL TEMPO del 18 maggio 2009

Morto e risorto, i giornali tra “bufale” e “coccodrilli”: Antonio Debenedetti dato per defunto da giornali e televisioni. Lui replica: sono vivo e vegeto. Successe anche a Vitti e Loren.

di Lidia Lombardi

del+monteDicono che allunghino la vita. Lo dicono dei coccodrilli, le articolesse sulle gesta di questo o quel personaggio che riempiono a faldoni le redazioni dei giornali, pronti ad andare in pagina appena l’«indagato» tira le cuoia. Dicono che allungano la vita, i coccodrilli, anche quando - massimo dell’onta per qualsivoglia testata - escono intanto che il «coccodrillato» non è ancora allo stato di de cuius. Ieri è toccato ad Antonio Debenedetti. Scrittore e giornalista, figlio di Giacomo, tra i maggiori critici letterari del Novecento.
Un quarto d’ora dopo mezzanotte l’agenzia Agi batte la notizia: l’Antonio in questione «è morto improvvisamente a Roma nella sua abitazione. Aveva 72 anni. Nato a Torino, esordì giovanissimo con la raccolta di poesie “Rifiuto di obbedienza”». Eccetera eccetera. S’affannano - e sbuffano - i redattori di notte di molti giornali. Riaprono le pagine, smanettano per ribattere la novitĂ . Ci cascano i notiziari notturni radiotv, Repubblica.it, Televideo. Il «Corriere della Sera» telefona a Debenedetti, suo editorialista e inviato. Risponde lui in persona, fa segni apotropaici di scongiuro: «Sono vivo, è stata una prova generale che uno non vorrebbe mai fare».
E ancora: «Gli amici del Corriere mi hanno ricordato che la stessa cosa è successa a Hemingway e a Moravia. Ma mi sento troppo piccolo per sostenere il paragone. E però mi preoccupa la facilitĂ  con cui i media danno alcune notizie senza verificarle». Insomma, il colto scrittore che ha un Premio Strega e un Viareggio nel curriculum e un libro in uscita a fine maggio, non l’ha presa poi tantissimo bene. E invece che risate si fece Monica Vitti, data per schiattata nel 1988 da Le Monde, che abboccò alla telefonata di un tipo qualificatosi come Roger Baume, agente dell’attrice. «Così mi allungate la vita», ringraziò la rossa i giornalisti. Idem per Alberto Sordi. Idem per la Loren. «Pare sia morta», disse un fotografo nel 1998 lasciando in fretta e furia una conferenza stampa a Napoli e sconvolgendo il mondo intero. «Da due settimane gira voce che sia in coma», constatò seccata la sua portavoce a Los Angeles. Verificate, gente, verificate.
Anche perchĂ© le bufale fioccano in rete. Lo scorso dicembre Wikipedia pensò di mettere paletti alla diffusione degli articoli dopo che sull’enciclopedia on-line Ted Kennedy e il collega senatore Robert Byrd furono dati per morti. C’è malizia in queste siderali balle? Sono detrattori politici, colleghi invidiosi a seppellire tizio o caio? Oppure - boccaccia mia statti zitta - sono i diretti interessati a darsi per defunti, per farsi pubblicitĂ ? Paolo Villaggio annunciò qualche anno fa il suidicio. E andò su tutti i giornali. Due futuristi degli anni Trenta, Pannaggi e Fillia, fecero scena disegnandosi il manifesto funebre (il primo lo attaccò pure sui muri cittadini). Debenedetti non c’entra con queste manovre.
Lidia Lombardi
18/05/2009

30/11/-1, 00:00:00
MONTEVERDE di Gianfranco Franchi
Di Gianfranco Franchi avevamo giĂ  avuto modo di parlarne qui, in merito ai volumi “L’inadempienza” e “Pagano“. Torniamo a incontrare questo giovane intellettuale romano, nato a Trieste, classe 1978, creatore e gestore del popolare Lankelot, nonchĂ© scrittore e consulente editoriale di varie case editrici. L’occasione ce la fornisce l’uscita del suo nuovo lavoro letterario: Monteverde, edito da [...]

del+monteDi Gianfranco Franchi avevamo giĂ  avuto modo di parlarne qui, in merito ai volumi “L’inadempienza” e “Pagano“.
Torniamo a incontrare questo giovane intellettuale romano, nato a Trieste, classe 1978, creatore e gestore del popolare Lankelot, nonché scrittore e consulente editoriale di varie case editrici.
L’occasione ce la fornisce l’uscita del suo nuovo lavoro letterario: Monteverde, edito da Castelvecchi.

Trovo che la nota al libro sia molto intrigante. Ve la riporto di seguito: “Nella schiera degli antieroi che solo la migliore letteratura sa regalarci, ecco il protagonista di Monteverde, trentenne laureato e precario sempre in cerca di lavoro, e di volta in volta arbitro, giornalista-magazziniere, inseritore notturno, tirocinante, addetto allo sportello. Un nostalgico che seppellisce il suo vecchio palmare sotto la pianta di rosmarino, tifoso accanito della Magica, spirito rock, collezionista di mug. Un esule, un italiano, un letterato che rivendica orgogliosamente il suo ruolo. Uno a cui ogni tanto appare all’improvviso un cane, per strada, con un occhio piĂą chiaro dell’altro. Ma chi è davvero Guido, che percorre avanti e indietro la sua isola, Monteverde, sulle tracce di Pasolini, e che fa strani incontri al cimitero, tra le tombe di Keats e Gramsci? Un duro o un romantico? Un asociale? Uno che si innamora? Ascoltalo: è tutto ciò che non ha patria e si ribella, e sembra non voler morire mai”.

Monteverde inizia con queste frasi:
Sono una foglia che pesa ottanta chili. Sogno refoli di vento.
Sono una batteria che si sta ricaricando. Voglio ricaricare in pace, senza sbalzi di corrente. Sono un navigatore senza programma, non so orientarmi con le stelle. Sono lo stipite stanco di una vecchia porta. Sono un contratto firmato in bianco, sono una lettera senza mittente. Sono una tela d’acqua su una cornice di carta, un telecomando che non spegne niente; se mi punto sul cielo m’accendo, funziono. Sono un orologio che batte secondi sulle tempie della sua cassa. Sono un pallone bucato.
Sono una sigaretta che non si spegne, fuma soltanto.
Sono queste mani che dovresti mutilare.

Guido Orsini è l’alter ego di Gianfranco Franchi. Un personaggio che ci fornisce alcune indicazioni sulla condizione di alcuni giovani intellettuali italiani.

Ho chiesto ad Andrea Di Consoli e a Barbara Gozzi di dire la loro su questo libro, e vorrei discuterne con voi insieme all’autore (che parteciperĂ  al dibattito). E poi vorrei interrogarmi (e interrogarvi) sulla figura e sul ruolo dei giovani intellettuali oggi in Italia.

Così mi domando (e vi domando)…

Qual è la condizione dei giovani intellettuali oggi in Italia? Quale il ruolo?

Gli intellettuali trentenni di oggi, in cosa si differenziano da quelli di venti, trenta, quarant’anni fa? In cosa si assomigliano? I loro sogni sono uguali o sono cambiati?

del+monteInoltre ho chiesto a Gianfranco di mettermi a disposizione uno dei bellissimi racconti di Monteverde. Ho scelto Catafalco (potete leggerlo in coda al post), per un motivo ben preciso. Ă un racconto che affronta il tema della morte dal punto di vista dei bambini. Un racconto che mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Che mi ha fatto domandare: quand’è stata la prima volta che ho preso consapevolezza della morte?
Giro la stessa domanda a voi. E aggiungo quest’altra.
Secondo voi, è giusto parlare della morte ai bambini? E in che termini?

Ne approfitto per sottolineare che, oltre che con Monteverde, Gianfranco Franchi è in libreria con: “Radiohead. A Kid. Testi commentati” (Arcana).

Di seguito, le recensioni di Andrea Di Consoli e Barbara Gozzi.

Massimo Maugeri

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MONTEVERDE di Gianfranco Franchi
recensione di Andrea Di Consoli (nella foto)

del+monteMonteverde (Castelvecchi, 310 pagine, 16,00 euro), di Gianfranco Franchi, è un romanzo di formazione (Franchi è uno scrittore nato nel 1978, è romano, ma ha sangue triestino, mitteleuropeo). I romanzi di formazione sono, specialmente se costruiti sulla falsariga della propria esperienza personale, romanzi totali, generosi, magmatici – e l’unico rischio che corrono (un rischio tutto rivolto al futuro) è quello di “dire tutto”, di mettere tutte le carte sul tavolo, di bruciare in un unico fuoco legni accatastati nell’arco di due decenni. Mettiamola così: il rischio è tutto di Franchi (ripeto, per il suo futuro di scrittore), ché il lettore ha la possibilità di leggere “un mondo” e una vita con un solo libro. Questa generosità, voglio iniziare così, è il primo tratto “generazionale” di Franchi. Ne sono profondamente convinto: Monteverde è un romanzo generazionale. Ma non lo è nel senso del “target”, ma in un senso più profondo, perché riesce a dire la vitalità e il dolore e lo spaesamento tachicardico dei trentenni italiani (ripeto, senza volerlo) come nessuno lo aveva mai fatto prima. Franchi, cioè, delinea – e vi riesce, sia letterariamente che sociologicamente – la “linea d’ombra” che ha separato quelli nati negli anni ’70 da un “prima” e da un “dopo”, sia privato che collettivo, perché a questa strana generazione è capitato in sorte uno strano “passaggio” epocale, ovvero quello dal Novecento “rudimentale” e sostanzialmente romantico a un Duemila ipertecnologico, afasico, post-comunitario, globale e non più provinciale (ecc.); pure, a quelli nati negli anni ’70 è accaduto, come capita a tutte le generazioni del mondo, il “passaggio” dalla vita giovane a quella adulta. Ecco: come ebbe a dire Eduardo a Napoli, durante i bombardamenti, alla prima di Napoli milionaria al Teatro San Carlo (parafrasandolo): “Gianfranco Franchi ha detto il dolore di tutti noi”. Ripeto, ne sono profondamente convinto. E ora provo a spiegare una cosa che per me è fondamentale, ovviamente sperando di riuscirci. Mi è capitato di leggere recentemente romanzi anche interessanti come, per esempio, La futura classe dirigente di Peppe Fiore. Qual è la grande differenza che c’è, poniamo, tra Franchi e Fiore? La mia risposa è questa: che in Franchi grida e canta la tradizione e la storia sociale e letteraria italiana, perché nonostante Franchi racconti il “pop” o il cosiddetto moderno (la musica, il calcio, il precariato, gli amori spezzettati, ecc.) il collo di Franchi guarda avanti e guarda anche molto indietro (è un collo tormentato), cioè verso i padri, verso le cose perdute, verso una tradizione che continua a parlare, sia pure nell’ombra. Non è nostalgia, ma qualcosa di più profondo, ovvero, per citare Pound, “la contemporaneità di tutte le epoche”. C’è anche un’altra cosa che rende Franchi “generazionale” e sostanzialmente novecentesco, creatura divorata dalla tradizione ultima, figlia delle altre: lo stile non calcolato, non algido, non controllato, ma oscillante, con punte di incandescenza sentimentale e lirica davvero commoventi. Ecco, anche in questo Franchi rischia, rischiando, sempre, la fraternità. E’ un cuore messo a nudo, Monteverde. E vorrei dire un’altra cosa. Molti reportagisti si sono provati a raccontare Roma per mezzo della realtà (operazione utile, ricca di informazioni); ma l’anima di Roma, ecco, quella chi l’ha raccontata? L’anima di Roma l’ha raccontata Franchi. Non avevo mai visto così profondamente appalesarsi l’anima provinciale romana (Michele Plastino, i negozi di dischi, le strade d’estate, Giuseppe Giannini il giorno dell’addio, i concerti, ecc.), senza il compiacimento del provincialismo, della “trovata” sociologica. Ora so finalmente – ne ho il catalogo, le parole, lo stile – le cose che ho perduto in questi ultimi vent’anni di vita. Ora so che non sono solo – scusate la confessione – in questo disperato tentativo di fare il pieno della vita, di dare un senso a tutte le cose perdute, alle paure, al tempo, di entrare nella letteratura con tutti gli sbandamenti (dell’umore, dello stile, della cultura) che rendono certi nostri libri così poco calcolati. Ecco, finalmente, un “compagno di strada” che cercavo da tempo.

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â€Monteverde’ di Gianfranco Franchi – appunti di lettura di Barbara Gozzi (nella foto)

del+monteMonteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, â€prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in â€Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
â€Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il giĂ  accennato â€Disorder’, passando per â€Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile â€fisso’ quanto meno stabile, la possibilitĂ  dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della societĂ  che lo circonda, di questo â€Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno â€spot’ di ciò che il lettore affronterĂ , e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (â€lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontĂ , la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei â€sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene piĂą grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. à chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì - cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilitĂ  che non ha sapore nĂ© odore, senza â€quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)

Ă un romanzo amaro, â€Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con â€Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensitĂ , gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle â€storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dĂ  modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. Ă dunque possibile che il lettore perda la â€strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della â€Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o â€Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo â€Pelle’, â€Disorder’)

In â€Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, piĂą spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è â€un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

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CATAFALCO
da Monteverde (Castelvecchi), di Gianfranco Franchi

Un bambino non accetta un concetto in particolare. Che qualcuno o qualcosa possa morire, perché significherebbe che quel qualcuno non è più vero, non è più reale e quindi non è possibile, le cose cambiano ma non si dissolvono, niente si disintegra. Soltanto i soldatini quando li butti nel fuoco, ma qualcosa rimane e poi non sono vivi, sono veri, è diverso. Un essere umano è vivo e vero. La forma mentis del bambino si fonda su tutta una serie di implacabili sicurezze, date per acquisite e mai più smarrite. Una di queste è che le persone che lo stanno allevando saranno protagoniste per sempre della sua vita. Credo che cominciai a capire che potevano levarmi qualcuno pochi giorni prima che mio nonno morisse. Rimase chiuso in ascensore per un tempo che mi sembrò sconfinato, in realtà saranno stati quindici minuti, venti, non lo so. Avevo quasi otto anni, stavo aspettando che tornasse da lavoro, ero là sulla porta, come sempre. Magari mi aveva comprato un giocattolo. Oppure mi avrebbe raccontato un’altra storia. Un sabato pomeriggio, d’un tratto il rumore dell’ascensore s’interrompe. Sento una campana. Chiamo nonno, nonno, e nonno non risponde poi da lontano dice sono rimasto dentro e io mi spavento. Corro da nonna, lei s’è già precipitata a chiamare il portiere. I minuti passano e io non vedo chi doveva tornare. Allora m’accorgo che qualcosa può portarmi via nonno. Non so perché ma in quel momento ero convinto che non tornasse più. Nessuno era mai rimasto chiuso in ascensore, nella mia memoria, e quindi pensavo significasse qualcosa di terribile e di doloroso e di definitivo. Mi dispero, batto i pugni sul divano, piango. Non tornerà mai più, grido. Qualcosa di incomprensibile mi stava portando via nonno. Poi riescono a sbloccare l’ascensore, nonno torna, mi tranquillizza ma non serve a niente. Ho capito che c’è qualcosa che sfugge alla mia logica di bambino, qualcosa di triste e di doloroso e non è come quando un genitore se ne va per mesi interi, perché poi so che torna, questo è qualcosa di cattivo e di invincibile e imprevedibile. Qualcosa di meccanico. Tutto quel che è meccanico è sbagliato. à così. E qualche notte dopo, l’avvertimento diventa reale. Dormiamo nei letti vicini, io sto nel sonno profondo. Ricordo che qualcuno mi prende in braccio e mi porta a dormire altrove. Solo questo, mi sveglio un attimo ma mi confortano e mi ripetono dormi, dormi dai, dormi ciccio. La mattina c’è un parente in salone. Dico Marco come mai, è mattina presto. Una visita, risponde.

Mi mandano a scuola. Papà viene a prendermi prima della fine, parla con la maestra, la maestra fa un sorriso e mi dice puoi andare. Non capisco, c’è qualcosa che non va. In macchina papà tira su col naso ma non piange, mi dice che nonno se n’è andato in cielo e io immagino che ci sia una scaletta, qualcosa del genere, magari dei gradini a chiocciola come nei palazzi, che appaiono soltanto quando lo decidi tu, per cui ha preso e ha deciso di arrampicarsi sino in cima, quindi non dovrebbe esserci più fisicamente, non dovrebbe più essere visibile, immagino. Come se fosse a lavoro o in un’altra città. Mi sento triste ma ancora non capisco. Saliamo su in ascensore che stavolta non si rompe e la porta di casa è spalancata e ci sono delle corone di fiori. Un’amica di famiglia mi leva il grembiule nero della scuola Sant’Ivo, mi fa poggiare la borsa prima dell’uscio, la consegna a qualcuno e non vedo chi è. Nel grande salone c’è una sorta di baldacchino che non ho mai visto, è di legno e sembra un letto ma letto non è, papà mi dice si chiama catafalco, sul catafalco c’è nonno disteso, intorno tante persone e non tutte le conosco ma tutte mi guardano con aria mista di dispiacere e di malinconia e di attesa. Nonna da una parte con delle amiche attorno. Papà mi prende per mano e mi dice vieni a salutare nonno. Nonno è là con le mani giunte e mi sembra tanto bianco. Papà cos’è successo chiedo, dice nonno è stato male. Posso toccargli la fronte dico papà dice vai e mi fa un sorriso poco convinto. Ho paura perché è freddo e penso ora gli parlo e si sveglia come dopo che era rimasto chiuso in ascensore, torna. Non torna. Nonno ciao. Non dice niente.

Arriva una babysitter e mi portano altrove, a giocare vorrebbero, e qualcuno dice il bambino non capisce i bambini non capiscono fatelo stare lontano da qua ma io voglio stare con nonno, così si sveglia. Saliamo al piano di sopra, ma io so già che dal piano di sopra se apro la porta a vetri posso sbirciare in salone e nel salone c’è il catafalco e sul catafalco c’è nonno che se n’è andato in cielo ma invece è rimasto qua. Mia sorella rimane con la babysitter al piano di sopra, io sgattaiolo via come posso e vado a guardare il catafalco, guardo nonno e penso ora si muove, ora si alza, ora parla e tutti sorridono e invece niente, sale su la compagna di mio padre e mi dice cosa fai dico nonno è morto e voglio stare con nonno mi fa una carezza e sussurra andiamo di là da tua sorella e io voglio stare con nonno. Ci penso tutto il giorno mentre mi fanno giocare e sento il campanello suonare anche se la porta è aperta, penso che sia una forma di educazione o di rispetto che non conosco, ma trovo giusta e però non mi sembra giusto che tutti vanno da nonno e io no.

Il giorno dopo quando mi sveglio a casa non ci sono ospiti, c’è odore di caffè e la nonna sta in vestaglia e piange con la signora domestica e papà invece sta in salone vicino a nonno allora vado là, dico papà perché stai qua, risponde perché è l’ultima volta che vede suo padre, dico perché ha le labbra viola, dice è normale quando te ne sei andato, allora questa morte è meno astratta, sei freddo, hai le labbra viola, sei muto, non guardi e non rispondi a nessun segno, sei come spento, papà è come quando spengo qualcosa con la differenza che non so come si riaccende ma ci deve essere un modo. E il modo no, non c’è. Cos’è questo catafalco che non capisco, la parola ha un suono che non c’entra niente con la morte, in mente ho De Falco che gioca centravanti nella Triestina appena tornata in serie B e non capisco che c’entri il calciatore De Falco col catafalco, il catafalco è un antico uso borghese, dice, quando qualcuno importante muore in casa e non all’ospedale succede che si lascia esposto nel salone sul catafalco, è un segno di rispetto. Si muore quindi si va sul catafalco. E tutti vengono a salutare il morto.

E poi arrivano dei signori con la cravatta, con l’aria seria, e portano sulle spalle una bara. E nonna piange forte e non mi fanno guardare mentre nonno va dal catafalco sulla bara, quindi vedo loro con la bara sulle spalle e escono dalla porta nonna dice qualcosa sulla bara che esce dalla porta e credo di aver capito che questo è qualcosa di odioso e di insopportabile ma è nelle cose di quando qualcuno muore e non si può fare a meno, non c’è alternativa, finisce così, con quattro estranei che ti caricano sulle spalle chiuso in una scatola di legno. E il catafalco rimane vuoto e tu non ci sei più nemmeno per i saluti.

Non capivo tutte quelle persone, a dire cose che non capivo magari sottovoce a papà e nonna, e poi era rimasto il catafalco vuoto. Era caldo. Negli anni, a partire da allora, non credo di avere più visto nessun catafalco in nessuna casa, quando è successo che qualcuno s’è arrampicato sulla scala che porta sin lassù sino a non essere più visto; ho visto persone distese sul letto, con le mani giunte, con o senza crocifissi. Tutti bianchi, labbra viola e via dicendo ma nessuno disteso sul catafalco. Questo vuol dire che nonno era proprio importante e che quando è morto tutti dovevano andare a salutarlo, perché aveva fatto cose buone e giuste per tante persone. Questo vuol dire che ci sono tradizioni italiane che non si sono spente col passare dei secoli. Questo vuol dire che nella morte siamo una volta ancora tutti diversi, a dispetto della propaganda. L’uomo grande, forte e intelligente che ha cambiato la storia della mia famiglia per generazioni s’è disteso su un catafalco, e là ha consumato gli ultimi incontri con la luce preziosa e prepotente della nostra vita. Non sapevo che in casa avessimo un catafalco, e non ricordo che sia stato portato in salone da qualcuno: non l’ho mai visto entrare, non l’ho mai visto uscire. Non voglio nemmeno sapere se è stato nascosto da qualche parte. Credo di no ma non voglio andarlo a cercare. So che dal 1985 ci sono due metri, nel salone, in cui non cammino volentieri: là, tra i due divani di pelle, di fronte al camino, dove ho incontrato la morte di un uomo che mi amava più di ogni altra cosa al mondo, e che non aveva finito di prepararmi alle cose della vita. Avevo quasi otto anni e lui sessantaquattro, non aveva una gamba da dieci anni, doveva morire nove anni prima ma invece lavorava e mi insegnava tante cose, aveva un grande ufficio con quattordici dipendenti, tante amanti, tante case, tanti progetti e tanto orgoglio per il nipote primogenito, romanista e sveglio. Non ho capito come sia possibile che una persona così possa morire, so che quando muore la mettono in salone su un catafalco, e da quel momento il salone cambia per sempre.

30/11/-1, 00:00:00
RECENSIONI INCROCIATE n. 8: Giorgio Morale, Roberto Plevano
Nuova puntata delle “recensioni incrociate” di Letteratitudine. Gli scrittori/ospiti coinvolti sono Giorgio Morale e Roberto Plevano. Entrambi gli autori fanno parte della redazione del blog “La poesia e lo spirito“. I libri oggetto delle recensioni sono ”Acasadidio“, di Giorgio Morale, e “100 miglia” di Roberto Plevano Due libri diversi, ma che - forse - hanno tratti in comune nella [...]

del+monteNuova puntata delle “recensioni incrociate” di Letteratitudine. Gli scrittori/ospiti coinvolti sono Giorgio Morale e Roberto Plevano. Entrambi gli autori fanno parte della redazione del blog “La poesia e lo spirito“.

I libri oggetto delle recensioni sono ”Acasadidio“, di Giorgio Morale, e “100 miglia” di Roberto Plevano

Due libri diversi, ma che - forse - hanno tratti in comune nella gestione dei rapporti umani e famigliari.
100 miglia racconta il volo, il sogno, e nel volo… la libertĂ  suprema, la scrittura. Acasadidio, fotografa - tra le altre cose - le ristrettezze dell’ufficio, una Milano chiusa e intabarrata nei soliti ritmi, l’oscuritĂ  di mura di uno “stabile vecchio, volutamente povero”, “angustia dell’ingresso, oscuritĂ  delle scale, locali tutti uguali”, “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcutta”. Una casa di Dio ben impiantata che però nasconde giochi truffaldini e impasti della solita Italia… e le distorsioni di alcune organizzazioni di volontariato.

Così vi domando:

Che rapporti avete con il “volo”?
Avete mai sognato di volare?
Cosa vuol dire sognare di volare: libertĂ  o desideri inappagati? Cosa fu per Icaro?
E la scrittura - come il volo - è libertà o desiderio inappagato? Pienezza o mancanza?

E poi…

L’oscuritĂ  (rappresentata dalle angustie dell’ufficio) è solo smarrimento, dovere?
O anche il dovere è libertà?
Che rapporti avete con il mondo del volontariato?
Cosa ne pensate?

Di seguito potrete leggere le recensioni incrociate dei due scrittori/ospiti di questa puntata.

Vi chiedo di interagire con Giorgio Morale e Roberto Plevano, che parteciperanno alla discussione. Come dico sempre… che ciascuno di voi faccia il giornalista culturale e ponga delle domande per scoprire (insieme) cosa offrono questi due libri. Chi ha giĂ  avuto modo di leggerli è pure invitato a esprimere la propria opinione.

Massimo Maugeri

Extrapost: domani pomeriggio sarò ospite della trasmissione culturale condotta da Mariella Alì a Radio Catania: h. 17-19 circa. Sono previsti gli interventi di Roberto Alajmo e Simona Lo Iacono. La trasmissione si può ascoltare in diretta collegandosi al sito: www.radiocatania.it

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100 MIGLIA di Roberto Plevano
Recensione di Giorgio Morale

del+monteCi sono sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Ci si affaccia alla finestra e si guarda. à tutto pieno, di sostanze diverse ma ugualmente compatte: case, aria, nuvole. à come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura. Si anela al vuoto – chissà quando, chissà dove. Come soccorrerebbe allora un’immagine come questa:

“Era come sospeso a qualche filo invisibile che aveva come punto d’origine il puro nulla, e quel pendolo aereo privo di perno pareva comunque un muoversi con segreta regolarità di oscillazione. O era a tratti un galleggiare su polle e cascate create e disfatte a ogni istante nel silenzio dell’incerto e pur così continuo procedere” (p. 9).

Di tutti i sogni dell’uomo, il volo, pur da tempo tradotto dai sogni alla realtà, pare conservarsi inalterato: forse per essere legato al desiderio inesauribile di libertà, di acquisire una leggerezza che superi la gravità naturale. O forse perché è quello che più ci equipara agli uccelli, gli esseri felici per eccellenza, come ebbe a definirli l’operetta leopardiana. E anche qui c’è una sorta di elogio degli uccelli da parte di un istruttore di volo, strana figura di puro di cuore e truffaldino al contempo, in un discorso a metà tra Leopardi e Francesco d’Assisi:

“Gli uccelli… sono nostri amici. Sono come nostri fratelli. Fratelli maggiori. Ci mostrano l’aria, ci segnalano dove si sale, e dove c’è turbolenza. Osservare sempre! Gli uccelli sono allegri, cantano, e più sono contenti, meglio cantano e meglio volano! Si divertono quando volano. Nessun animale si diverte come loro, volano e cantano e ci insegnano! Aria buona, uccelli cantano!” (p. 133).

Tutto un immaginario mitico e mediterraneo si mescola ad arditezze poetiche e filosofiche, da Icaro a Baudelaire a Nietzsche, nel rinverdire continuamente questo sogno. Come si vorrebbe, noi stessi, poter dire così!

“I rumori, tutti, cessarono… E improvvisamente il mondo si srotolò davanti a me, prese a scorrere a una velocità ridicola… scorrevo anch’io incontro a esso. E non capivo, non sapevo che cos’era, il quadro di riferimenti spaziali che era nato con me e che mi aveva accompagnato fin dai primi miei passi era sconvolto… la terza dimensione era entrata in me con la vertigine e la meraviglia, e poi allargava la cavità del mio petto con una grande euforia” (p. 24).

La citazione di p. 9 è il primo contatto col parapendio, nel romanzo 100 miglia di Roberto Plevano, da parte del protagonista Luca; quella di p. 24 è la sua prima esperienza di volo.

Alcune delle pagine piĂą felici del romanzo sono quelle dedicate al volo:

“à come un conflitto di naturali armonie, la gravità che ti blocca a terra dove sei nato, la spinta che porta in alto, che pare il compiersi di un’antica promessa. Cambia il respiro, cambia la percezione del tuo corpo, una liquida vibrazione comincia ad agitare i polmoni e lo stomaco… sentivo nel corpo la felicità dell’asino che raglia, la gioia del gallo all’alba, la completezza organica dei sensi nell’esercizio dell’azione perfetta e funzionanti in concordia. à una specie di vibrazione interna, il canto della carne” (p. 122).

E una delle scene più toccanti in assoluto è quella in cui uno spettatore non riesce a trattenere l’emozione al vedere uno stormo di cicogne che vola per un tratto appaiato a un gruppo di umani:

“Aprì la bocca, e d’improvviso il suo corpo fu preso da una specie di fremito convulso. Ero dietro di lui e pensai a una fitta di tosse. Erano singhiozzi invece. L’uomo piangeva, come chi non aveva piĂą conosciuto lacrime dagli anni dei giochi e la chiusa delle acque dell’anima fosse andata in frantumi, per lunga usura, in un momento. â€Ma dove vanno? Dove vanno? Le hai viste? Dove vanno?’. Non riuscì a dire altro, la voce rotta da singulti, un pianto dirotto” (p. 126).

* * *

Lo spirito della gravitĂ  in 100 miglia è rappresentato dallo spirito del tempo, in cui “anche i piĂą semplici rapporti personali sono avvelenati da interessi nascosti e da continue manipolazioni” (p. 41), da una “societĂ  spuria, che a lungo, nel disinteresse generale, ha incubate alcune malattie degenerative di diagnosi difficile e impossibile cura” (p. 34). In cui “tutti, tutti! Si lamentano che è dura, lavorano tanto, che non hanno tempo, che è sempre piĂą complicato” (p. 53). Ă rappresentato da una societĂ  che presenta una realtĂ  capovolta, in cui ci sono “McDonald’s e simili che vendono cibo che non nutre, delle canzoni che non sono musica, professori che non insegnano… medici che ammazzano… giudici che vendono sentenze per un appartamento in centro,… ricchi che sono poveri e viceversa… partiti che sono club… politica che non è piĂą governo,… arte che è mera esibizione,… religioni fai-da-te con tessera d’iscrizione a scalare secondo il reddito e il livello di plagio,… storia che è diventata successione di eventi, e che è finita, a quanto pare” (pp. 55-56). E arrivano anche sentenze come: “Benessere? Quale benessere?… non c’è nessun benessere in Italia. Ci sono solo un po’ di soldi, e finiranno in fretta” (p. 53).

Ma nella dimensione umana pesantezza e levità si intersecano, comunicano come per osmosi. Così in questo romanzo avviene ai due amici. A Luca, che per la pratica del suo sport preferito potrebbe apparire spericolato, ma in realtà vive nella provincia rassicurante e sonnolenta con moglie e bambini che riempiono il suo mondo, e al cui equilibrio basta l’evasione del volo una volta la settimana. E a Renato, che, dopo l’illusione di un progetto di ricerca in America abortito per l’ignoranza e la corruzione degli ambienti universitari, è diventato agente di commercio, ma anche lui si scoprirà coltivare una sua via per la libertà.

Cento miglia di volo è il percorso che il protagonista Luca aspira a percorrere e la misura della sua libertà, mentre le cento miglia di Renato sono un volumone che Luca trova nell’abitazione, dopo la morte prematura dell’amico in un incidente automobilistico: è come se lo stesso soffio diventasse il vento che alimenta il volo di Renato e lo spirito che ispira la scrittura di Luca. Nel volumone, nonostante l’amarezza della sua esperienza del mondo, perennemente sulle soglie della disillusione e della tragedia, Renato ha salvato grazie alla scrittura la gioventù sua e del suo gruppo di amici. Proprio lui, che sembrava il più lontano dalla scrittura e mai aveva lasciato trapelare questa passione.

Anche se lo stesso Renato lo aveva dichiarato, parlando con l’amico: alla scrittura va affidata “la mia esperienza, quello che ho passato, amicizie, lavoro, amori, affetti, diventare adulti, e la fine della giovinezza… è stata tutta roba abbastanza inaspettata, cioè non l’ho riconosciuta in nessuna storia che ho letto finora”. E anche Anna: “A sentire sulla carne certe verità, che cos’altro si può fare se non lasciare un segno, scrivere, se si può? Può essere una testimonianza… scrivere è una validazione dell’esperienza” (p. 209).

Fa da contraltare ai due amici Anna, l’amore giovanile di Renato, che “Fin da bambina era stata attenta a quello che la circondava. Se anche non capiva subito il mondo intorno, la fede nell’intelligenza delle cose non veniva meno, quasi mai… era sempre un pensare: perchĂ© le cose sono così? PerchĂ© le persone fanno così?… â€Il dolore c’è, il male c’è, il male c’è!’. Non era piĂą un pensiero, era un riscontro spassionato, la lettura di una cartella clinica, una mesta constatazione della prognosi infausta… C’era il suo dovere, solo il dovere” (pp. 25-29).

Ma anche lei: con il suo senso del dovere e la sua decisionalità, professionista in carriera e al contempo moglie e madre, colei che come una Parca recide definitivamente i fili con il passato rifiutando la pubblicazione postuma del manoscritto di Renato presso la casa editrice per cui lavora: anche lei è protagonista di una squallida relazione extraconiugale. Insomma, tutte le vite sembrano a metà e pare potersi applicare a tutti i personaggi la sentenza che nella vita non c’è relazione tra intenti e risultati. La fine della giovinezza pare capovolgere i sogni, e forse questo libro, questo 100 miglia, rappresenta per lo stesso autore Roberto Plevano il prolungamento della giovinezza con il compimento di un sogno.

E allora si capisce quanto afferma Luca, che la ricerca vera, nel volo, nonostante le comuni proiezioni e, confesso, anche le mie, non sia la nozione di libertà: “quella è rudimentale. La storia sta nel pilotaggio, che è un’idea di se stessi” (p. 150).

* * *

Roberto Plevano è scrittore colto e ironico. Il suo testo fa rivivere figure mitiche e occhieggia ai classici della letteratura e della filosofia. Il romanzo si fa metaromanzo, dove la stessa penna dello scrittore esercita il suo spirito critico riflettendo sulla scrittura, ad esempio quando affida ad Anna una sorta di definizione della sua opera: “Non c’è una storia, una struttura, un’unità di proposito” (p. 211). In realtà la mancanza di una storia non è un problema. Nonostante gli strilli del mercato che la invoca, la tradizione novecentesca dovrebbe averci immunizzato dalla soggezione alla dittatura della storia – dovrebbe: anche se sappiamo che tuttora non è del tutto così.

Il problema in 100 miglia mi pare risiedere nella struttura. Le storie di Luca e Renato non sono ben intrecciate né procedono parallele, cosicché solo nelle ultime pagine si realizza pienamente la funzione del personaggio di Renato. Mentre la vicenda di Luca (il volo) è raccontata in presa diretta, quella di Renato emerge solo nei racconti in flash back, per cui il suo percorso perde in forza e immediatezza. Le note sullo Zeitgeist anziché essere fatte figura e storia sono affidate ai discorsi di Luca e Renato a tavolino e talvolta appaiono come digressioni non sempre necessarie.

Una maggiore sintesi e una migliore organizzazione della materia potrebbero permettere di gustare in pieno la scrittura sicura e curata e l’insieme dell’opera, in cui sono da ricordare, oltre alle già citate pagine sul volo e quelle su Jacek, quelle sulla corsa di Anna in bicicletta, quelle sulle montagne, sul primo bacio tra Renato e Anna, e quelle finali, che, malgrado l’intenzione parodistica della ripresa della petrarchesca ascesa al monte Ventoso, hanno la trasparenza e lo spessore delle migliori pagine di Plevano, quelle in cui è minore il controllo e l’autore riesce a coniugare armonicamente sensibilità e cultura.

Le critiche sono doverose. Tuttavia 100 miglia è un romanzo insolito, e forse l’intenzione dell’autore non era quella di confezionare un lavoro “riuscito”, calibrato, rispettoso di una certa organizzazione, di regole di costruzione del testo, ecc., bensì quello di presentare vario materiale narrativo e metterlo al servizio della comunicazione di un’esperienza assai particolare: a mia conoscenza, infatti, questa è la prima opera narrativa in assoluto che abbia il volo libero come tema principale. Dal momento però che il volo è materia preferibilmente trattata nel suo valore metaforico (anche se 100 miglia prende il suo materiale in termini molto letterali), rimane allora un interrogativo inevaso a proposito del destinatario implicito di questo testo, che non pare confinato nella cerchia di chi per sorte abbia condiviso questa esperienza.

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Acasadidio di Giorgio Morale
Recensione di Roberto Plevano

del+monteOggetti umili, luoghi a margine, situazioni quotidiane, i piccoli piaceri soffocati nel fastidio delle abitudini moleste: una caffettiera pronta dalla sera sul fornello, l’ufficio nell’“estrema periferia”, “alle spalle le macchine sulla tangenziale”. Impiegate che arrivano alla spicciolata, stanche e incazzate giĂ  a metĂ  mattina.
Il romanzo Acasadidio di Giorgio Morale (2008 Manni Editori) si apre con l’umore amaro di una consueta grigia mattina milanese, che sembra stendere una coltre di claustrofobia sopra ogni gesto e ogni ambiente.
E il racconto sembra via via fermarsi di proposito in luoghi circoscritti; non andare, con lo sguardo, oltre il chiuso dell’ufficio, e poi l’abitacolo del tramvai, qualche via cittadina sul cammino di casa, o il collegio di suore imposto per decoro piccolo borghese a una giovane inquieta, la vecchia casa di famiglia dalle stanze chiuse, che rimandano alle stanze chiuse della memoria che trattengono i ricordi, le cose salvate di una passata, inconsapevole, e non proprio rimpianta infanzia, affollati atrĂ® e uffici di questura, o la luce fredda, compressa, di un obitorio, il dolore muto di una madre, che ammutolisce il narratore: “non mi lasciava una parola in bocca”.
L’ufficio, “stabile vecchio, volutamente povero”, “angustia dell’ingresso, oscuritĂ  delle scale, locali tutti uguali”, “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcutta”, è un centro di “volontariato” che ha in gestione l’accoglienza e l’avviamento al lavoro degli immigrati: le necessitĂ  e i drammi degli ultimi arrivati. In realtĂ  un luogo che l’italico genio, e la retorica dell’impresa, ha trasformato in un pretesto, uno dei tanti in cittĂ , di speculare attraverso clientele, appropriazione di denaro pubblico e favori incrociati. La modestia esteriore, l’impronta confessionale, la finzione del volontariato e la locazione periferica, a casa di Dio appunto, sono gli studiati camuffamenti con cui si dissimula il fulcro della via lombarda, e italiana, sgangherata e truffaldina, alle politiche dell’immigrazione, dietro copertura di “servizio” e iniziativa privata: “indirizzano i poveretti da famiglie facoltose del loro partito o da aziende della Bassa della loro congrega – per essere piĂą forti si sono messi in una Compagnia che ha sbaragliato la concorrenza. Così riforniscono i loro amici di manodopera a basso costo e per di piĂą sono pagati dallo Stato perchĂ© trovano lavoro. Come se non bastasse, hanno il riconoscimento morale”. Piana allusione alla struttura di potere della Compagnia delle Opere, e tuttavia Morale si concentra sui caratteri dei personaggi piuttosto che sulla descrizione dei meccanismi di malaffare e di connivenza delle istituzioni.
Il romanzo alterna, in modo un po’ schematico, due piani narrativi.
Molte le storie che si dipanano dalla racchiusa unitĂ  di luogo dell’ufficio. Da qui procede il racconto impersonale dell’andirivieni delle faccende di lavoro ed esistenziali dei vari personaggi. Teresa è l’impiegata (forse l’unica in autentica buona fede) che apre l’ufficio, e in un certo senso ne custodisce sempre le chiavi. Il direttore faccendiere, figlio di immigrati meridionali, passato da una gioventĂą di ristrettezze al caparbiamente e spregiudicatamente cercato successo economico e sociale. La vicecapa Martina (“ha preferenza per le mignotte nere da redimere e i cingalesi dall’aria cattolico-remissiva”), una vedova bulimica e bigotta, delusa di non vedere il figlio prete (e che vedrĂ  assecondata, in modo imprevedibile e imbarazzante, la propria preferenza in fatto di immigrati dal figlio stesso). Ombretta, che “da ex femminista incallita, rifiuta belletti e profumi: «i deodoranti inquinano» dice”. Vanna, una chiusa, che va “diritta per la sua strada”, ostenta senso del sacrificio ma non si è mai sicuri sull’effettivo rispetto degli impegni, e si fa ingannare “da un eterno fidanzato” che nasconde una moglie in Romania. Altri personaggi maschili aggiungono carattere alla vita dell’ufficio.
Teresa prende voce direttamente nel secondo piano narrativo, che occupa i capitoli resi in prima persona e contrassegnati dalla scelta tipografica (non necessaria, a mio parere) del corsivo. Qui il narratore fornisce un commento interposto alla vita dell’ufficio e porta il lettore ad immedesimarsi con la realtĂ  esistenziale di una giovane donna alle prese con rapporti non facili con la famiglia, con la propria stessa crescita, i suoi luoghi dell’anima, con gli uomini, con una gravidanza inattesa. Qui Morale risolve il resoconto episodico in una solida unitĂ  di resa psicologica della vita di una donna e del suo incontro con il dolore altrui, da lei accolto con l’ospitalitĂ  offerta ad Anila, una prostituta albanese dal destino segnato, e poi alla madre File, venuta in Italia a reclamarne il corpo. File è una figura straordinaria di mater dolorosa che ha in sĂ© le risorse di dare un senso e una tenue speranza in una vicenda che ha il pathos e i lutti di un dramma tragico. File riannoda un linea spezzata di umanitĂ  prendendosi cura di Teresa durante la gravidanza e il parto.
La concisione del lavoro di Morale (30 capitoli distribuiti in 130 pagine) non deve trarre in inganno: Acasadidio è un romanzo certosinamente preparato, in cui ogni paragrafo rivela una scrittura nitida e controllata, capace di annullare ogni distanza tra lettore e fatti descritti, tra costruzione dell’impianto narrativo e piacere della lettura. Ecco, questo è il merito del romanziere, di portare il manufatto di testo, con i suoi artifici e dispositivi, a essere come una lama di bisturi che affonda nella realtĂ  politica e sociale della crisi italiana, nella vita delle coscienze distratte e appannate. Il romanzo prende vita sul suo doppio binario di registro narrativo ed è un’importante testimonianza sullo stato dell’umanitĂ  dell’Italia nel nuovo millennio, tra emigrazione e condizione speculare del precariato degli indigeni italiani, e le incertezze della vita di tutti. Ma c’è di piĂą.
L’intento ironico, a tratti satirico, di Morale è in realtĂ  uno sguardo politico, che tuttavia forma solo un primo, e forse non così rilevante, livello di lettura, perchĂ© la crisi, il fallimento delle classi dirigenti, in una parola la catastrofe italiana che viene da lontano, è davvero sotto gli occhi di tutti, ad ammettere un po’ di onestĂ  intellettuale. La letteratura, oggi in Italia, se si può parlare di letteratura di impegno civile, aggiunge un valore conoscitivo importante ma tutto sommato marginale all’analisi della realtĂ  (e credo che molti non saranno d’accordo con questo apodittico giudizio). Il testo di Morale allora ha la forza di evocare caratteri e strutture esemplari dell’esperienza umana. Si nota, ad esempio, una marcatissima asimmetria di giudizio morale tra personaggi maschili e femminili: il presidente, il padre spirituale nel ricordo della giovane Teresa, il padre che se va, gli approfittatori che lavorano nel centro, il fidanzato albanese, sono figure insicure, disonesti, ipocriti, traditori, detentori di un’autoritĂ  usurpata, vengono sistematicamente meno alla responsabilitĂ  vera: il romanzo illustra il collasso delle pretese morali dell’autoritĂ  maschile. A Teresa, a File, piĂą che alle donne costrette dalle, e vittime delle, aspettativi maschili, viene affidato il compito di fare da levatrici dell’unico futuro possibile, quello incerto ma che, solo, può salvare della disumanitĂ  montante del presente. Presente provvisorio, presente sotto continua emergenza, e perenne condizione umana: “escono tutti dallo stesso buco e finiscono tutti sotto la stessa terra” (pag. 123). Quando coloro che guadagnano dalla sofferenza del prossimo non ci saranno piĂą, quando i guadagni illeciti saranno stati spesi, gli uomini e le donne continueranno a nascere e a morire.
Sotto questo aspetto, il titolo del libro oltrepassa l’ironia dell’attualitĂ , ed esprime una dolente, amara presa d’atto del mercimonio che gli uomini hanno fatto del dovere sacro, prima che etico, della relazione di ospitalitĂ , e proprio in nome di quella religione che dello straniero fa il prossimo. Nel romanzo Dio non parla, non c’è, fugge dalle istituzioni che gli uomini fabbricano in suo nome per dissimulare miseria, la loro miseria, e sopraffazione. Sarebbe facile arrestarsi alle considerazioni di un umanesimo laicista, la religione come superstizione, strumento di dominio, imposizione sulle coscienze, e certo Morale condivide questo clima intellettuale, ma l’immediatezza delle sofferenze rappresentate in Acasadidio chiama il compito urgente della compassione, piĂą che dell’analisi razionale. Compassione assente in tutti i volontari del centro, tranne che in Teresa, che accanto alla compassione per l’altro impara la compassione per se stessa.
Forte di questo sentimento, Teresa al termine del romanzo compie l’unico autentico atto di libertĂ , decidendo di lasciare l’impiego e portare a termine la gravidanza, pur senza la presenza di un compagno e di sicurezza economica. Teresa è testimone e custode del dolore dell’oggi e dell’attesa del domani. Ă una degna conclusione di un romanzo toccante, in cui Morale descrive con competenza, senza compiacimento nĂ© sensazionalismo, i meccanismi di sfruttamento “legale” degli “sfigati” così come quello illegale delle giovani nigeriane e albanesi (ma potrebbero provenire da tante altre parti del mondo) nel micidiale cozzo tra strutture familiari arcaiche e la seduzione pornografica predominante nella comunicazione sociale. Ă la persistente materia umana della violenza e dello sradicamento. Sono i paralleli dell’inganno, dell’ipocrisia perbenistica del “padre spirituale” per nulla devoto allo spirito, della preside del collegio di suore, e dei finti fidanzati delle ragazze mandate al mercato (che diventa macello) del sesso. Le famiglie, tutte, sono acquiescenti, corrive, impotenti di fronte al male.
Le famiglie tutte. Il romanzo descrive noi, e descrive gli altri che saranno noi nel tempo di una generazione, perchĂ© la societĂ  oggi si muove in fretta, e tutto assimila. La vita piĂą intima di tutti i personaggi di Acasadidio è inestricabilmente intrecciata con lo straniero, con l’immigrato, che giĂ  straniero non è piĂą.
Per chi ci sarĂ  domani, saranno duri da affrontare i risentimenti, le scie di malcontento che la nostra cecitĂ , le nostre furbizie stanno ora depositando, con la rinuncia preventiva, stupida, demagogica, autolesionistica, al tentativo di formare una societĂ  meno ingiusta di questa.
Dobbiamo essere grati a Giorgio Morale e al suo Acasadidio per ricordare, con sobrietĂ  e molta fermezza, queste ovvie veritĂ .

30/11/-1, 00:00:00
La Solenne Benedizione dei Santi nella...

del+monteLa Solenne Benedizione dei Santi nella chiesa abbaaziale di abbadia San Salvatore

La sera del primo Gennaio, alle ore 17, nell’abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata si ripete l’antico rito della benedizione con le reliquie: i fedeli sono benedetti con quaranta reliquiari, di varie epoche, contenenti circa cinquecento ex ossibus o vesti di Santi e 21 reliquie simboliche. La tradizione è documentata per la prima volta nel 1600 ma è senz’altro più antica: il culto delle reliquie è da sempre una caratteristica dell’abbazia amiatina, tappa di pellegrinaggio posta sopra la Via Francigena, che passava nell’alta valle del Paglia, al confine fra le attuali regioni della Toscana e del Lazio. Al ricco corredo sacro e vasto elenco di reliquie fa menzione la pergamena contenente la memoria della notizia della consacrazione della nuova chiesa avvenuta il 13 novembre 1036. Altre reliquie furono acquisite a fine secolo XII al tempo dell’Abate Rolando.
San Salvatore venne fondata nella prima metà dell’ VIII secolo dai nobili fratelli longobardi Erfo, Anto e Marco; fino al 1228 appartenne ai benedettini neri, per passare poi in questo anno ai cistercensi ed essere soppressa dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo nel 1782. Nel 1939 vi tornarono i monaci cistercensi. è stata uno dei più importanti centri monastici dell’Italia centrale, per potere feudale e per vita culturale e spirituale. Oggi conserva l’eccezionale cripta costruita dall’abate Winizzo nel 1035, con la chiesa superiore dello stesso periodo e un chiostro cinquecentesco e notevoli resti del ricchissimo patrimonio storico artistico.
Per info: www.abbaziasansalvatore.it.

Pubblicato da italiamedievale | Commenti


Tag: medioevo, medievale, cistercensi


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30/11/-1, 00:00:00
il vino e....le nuove frontiere dell'arte
del+monte

Ok, avevo voglia di scrivere un post dopo tanto, tantissimo...troppo tempo di assenza.
Va' beh...lavoro, nuovi progetti, figli, casa, clienti....vino...si, si...la mia assenza su °Alice è imputabile in parte al fatto che ho dovuto mettermi a tavolino e spiegare un po' di web 2.0 anche ad alcune aziende ... ma questa è un'altra storia, magari ne riparleremo.

L'ispirazione a scrivere è venuta mentre stavo archiviando queste foto scattate all'interno dell'azienda Icario di Montepulciano in occasione della mostra di GABRIELE BASILICO: MONTEPULCIANO SITE SPECIFIC. , la mostra ormai è in fase di chiusura....peccato ne abbia parlato solo oggi.
Ma veniamo alla cantina, sicuramente da visitare...un interessante sviluppo nel progetto architettonico, curato dallo Studio Valle, ne fa un punto di riferimento nel panorama delle aziende vinicole sul territorio intorno a Montepulciano.
Interessante la volontà di creare uno spazio espositivo, al quale si accede dal piano terreno salendo una splendida scala il cui progetto è stato affidato all'Architetto Guido Ciompi, realizzata con struttura e parapetto in ferro cortain (ferro ossidato e arrugginito artificialmente e trattato a cera) usato anche per gli infissi e per gli arredi fissi.
Dalla sala espositiva, si può vedere la cantina sottostante attraverso un pavimento in vetro, questo anche per permettere l’accesso e l’affluenza del pubblico alle mostre senza interferire con l’attività produttiva della cantina.
La soluzione tecnologica adottata consente di stabilire un rapporto visuale tra spazi rappresentativi e spazi destinati al tradizionale ciclo produttivo del vino.

del+monte
Durante l'inaugurazione della mostra, ho avuto modo di degustare alcuni vini dell'azienda tra cui il RossoIcario I.G.T (70% Sangiovese, 20% Teroldego, 10% Merlot),
l'ottimo Nobile di Montepulciano Vitaroccia D.O.C.G. e, non nego con una certa curiositĂ  e gran sorpresa il Bianco Nysa I.G.T fatto con uve Pinot Grigio 70% e Gewurztraminer 30%.Sicuramente una mossa azzardata impiantare nella patria del Sangiovese il Pinot Grigio ed il Gewurztraminer ... infatti mi riservo dall'esprimermi su questo bianco su cui avrei qualche dubbio.
Il Nobile di Montepulciano, invese l'ho trovato interessante anche se non ho avuto molto tempo per pensarci...la cantiina mi aveva catturata, e dovevo riuscire a vedere tutto nel minor tempo possibile, scambiare due chiacchiere, conoscere Gabriele Basilico, assaggiare l'ottimo Pecorino di Pienza in degustazione...e poi....e poi è scaduto il tempo e sono dovuta correre in ufficio....insomma sembravo più il Bianconiglio che °Alice e il vino


del+monte
30/11/-1, 00:00:00
Feste natalizie senza luminarie a Petacciato marina, residenti delusi

del+monte PETACCIATO. Cittadini di serie B. E' così che si sentono, ancora una volta, i cittadini di Petacciato Marina. Per loro infatti, il Natale non arriva. O almeno così sembra pensarla l'amministrazione comunale che ha deliberatamente escluso le "periferie" dai luoghi in cui sono state sistemate le luminaria natalizie.

Non un solo filo luminoso, non un addobbo, nemmeno un "buone feste". Niente di niente. Nè a Petacciato Marina, nè in contrada Colle Calcioni nè nelle campagne al confine con Guglionesi e Montenero. Le poche luminarie presenti in paese sono state sistemate su Viale Pietravalle e in qualche altra strada del centro del paese. Probabile che dietro questa scelta ci siano anche motivi economici, ma sta di fatto che ancora una volta a pagare per primi sono cittadini "lontani". Quelli di serie B, appunto. [via primonumero]

30/11/-1, 00:00:00
Motel Woodstock [ITA][DVDRIP][DOWNLOAD][MU][MEGAUPLOAD][FREE][GRATIS]
del+monte


Elliot Theichberg lavora come arredatore al Greenwich Village ed è impegnato sul fronte del riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Ha però un grosso problema perchè i suoi genitori Jake e Sonia (due ebrei fuggiti dall'Europa dell'Est) stanno per perdere, a causa dei debiti, il decrepito motel che gestiscono a Catskill. Le soluzioni non sembrano a portata di mano fino a quando giunge la notizia che gli organizzatori di un'importante manifestazione musicale si sono visti ritirare l'autorizzazione dalla municipalitĂ  di Wallkill. Elliot telefona, offre il motel come base e presenta il vicino proprietario di un terreno di 600 acri. I â€mitici' 3 giorni di Pace e Musica stanno per realizzarsi.
Ci sono film d'occasione che tali sono e tali rimangono. Si sfrutta cioè l'opportunitĂ  di un anniversario per tuffarsi nella rievocazione nostalgica o illustrativa di un evento. Ricorrendo i quarant'anni da quando ebbe luogo l'epocale concerto di Woodstock si poteva pensare che un Ang Lee in surplace avesse accettato di fare un film quasi su commissione. Non è affatto così. Quasi fosse tornato alle sue origini conosciute in Occidente (ricordate 
Banchetto di nozze?) il regista coglie l'occasione per rileggere da un punto di vista inusuale l'epopea di Woodstock non rinunciando a uno sguardo critico, anche se sorridente, nei confronti dell'istituzione familiare.
Woodstock ha rappresentato per lui gli ultimi momenti di innocenza di una civiltĂ  che metteva piede sulla Luna ma stava affontando un futuro carico di incognite. Il raccontare il grande evento collettivo dal punto di vista di Elliot Tiber vuol dire scegliere lo sguardo di colui che ci vide un'opportunitĂ  personale ancor prima di rendersi conto del valore che quei tre giorni avrebbero finito con l'assumere per la cultura tout court. Tiber ha scritto con Tom Monte il libro "Taking Woodstock. A True Story of a Riot, A Concert and a Life" ed Ang Lee prende le mosse dalla sua testimonianza non per raccontare il concerto (lo ha giĂ  fatto con grande adesione 
Michael Wadleigh che aveva tra gli aiuti un ragazzo che si chiamava Martin Scorsese) ma per descrivere una societĂ . Lo fa attraverso una moltitudine di personaggi e di figuranti ognuno dei quali finisce con il rappresentare una delle facce di quel prisma che erano gli Stati Uniti all'epoca.
Si sorride e si ride (grazie anche alla superba caratterizzazione di Imelda Staunton nei panni della taccagna e iperattiva madre di Elliot). Ma soprattutto si percepiscono la vitalitĂ  e l'energia di un universo giovanile che, nonostante il Vietnam o forse anche grazie a quell'orrore insensato, sentiva ancora il bisogno di credere in un'utopia pacifista che sembrava però traducibile in realtĂ . Ang Lee non ha alcuna intenzione di proporre una lettura acritica dell'epoca. Ecco allora che al seguito dell'ideatore trasgressivo simile a un Jim Morrison in versione hippie ci sono le limousine nere da cui escono manager in giacca e cravatta. Come afferma 
Woody Allen si chiama Show Business perchè senza il business non c'è lo show. Alla fine resta però la sensazione di un sipario calato su uomini e donne forse ingenui ma sicuramente sinceri nelle loro aspirazioni. Una tipologia di esseri umani di cui, nonostante tutti gli eccessi loro attribuibili, il mondo ha sempre bisogno.

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30/11/-1, 00:00:00
Bari - Palermo diretta streaming
Al San Nicola va di scena il primo dei due anticipi del Sabato. In campo Bari e Palermo in una sfida che si preannuncia spattacolare dal punto di vista tecnico grazie a due squadre che stanno proponendo un ottimo calcio.

Queste le probabili formazioni:

Bari (4-4-2): Gillet; Belmonte, A. Masiello, Bonucci, S. Masiello; Alvarez, Donati, Almiron, Koman; Greco, Barreto.
A disposizione: Padelli, Diamoutene, Stellini, Gazzi, Allegretti, Rivas, Kamata. All.: Ventura
Squalificati: Meggiorini
Indisponibili: Parisi, Donda, Kutuzov, Ranocchia

Palermo (4-4-2): Sirigu; Cassani, Kjaer, Bovo, Balzaretti; Migliaccio, Liverani, Nocerino, Simplicio; Cavani, Miccoli.
A disposizione: Brichetto, Goian, Melinte, Blasi, Pastore, Budan, Hernandez. All. Rossi
Squalificati: Carrozzieri
Indisponibili:Mchedlidze, Bresciano

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30/11/-1, 00:00:00
Bari - Inter
Nonostante continuino a divampare le polemiche tra Inter e Milan in vista del derby di domenica prossima, oggi è tempo di campionato. Nell'anticipo del San Nicola, stasera la squadra di Mourinho affronterà il sorprendente Bari di Ventura per un match tutt'altro che semplice. I biancorossi, infatti, nel girone di andata non hanno mai perso con le grandi, pareggiando a San Siro con Inter e Milan e vincendo davanti al proprio pubblico contro la Juventus. Con l'inizio del girone di andata, dunque, la squadra pugliese proverà a confermare il trend positivo che l'ha contraddistinta fino ad ora. Dall'altra parte, però, Mourinho non ha mai vinto cinque partite consecutive in questo campionato, e proverà a farlo proprio a Bari.

Nonostante i numerosi infortuni e le squalifiche da ambedue le parti, sarĂ  un'Inter superoffensiva quella di scena al San Nicola: con Quaresma, Pandev, Milito e Balotelli in ottima condizione, Mourinho potrebbe optare per un modulo spregiucicato supportato dalla fantasia di Sneijder. Probabile anche l'esordio di Santon dal 1'. Il Bari, invece, punterĂ  sul solito 4-4-2, con Koman forse preferito a Rivas sulla corsia di sinistra e il tandem d'attacco Meggiorini-Barreto confermatissimo. In attesa di Castillo, che sarĂ  a disposizione di Ventura sin dalla prossima giornata.

Le probabili formazioni in campo stasera alle 20.45

BARI (4-4-2): Gillet; Belmonte, A. Masiello, Bonucci, Parisi; Alvarez, Gazzi, Donati, Koman; Meggiorini, Barreto. All. Ventura.

INTER (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Cordoba, Santon; Zanetti, Muntari; Balotelli, Sneijder, Pandev; Milito. All. Mourinho.

ARBITRO: Rosetti di Torino.

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30/11/-1, 00:00:00
Motori - Fiat: Piemonte, investire su motore pulito

Il piano della Regione Piemonte per l'auto punta sullo sviluppo della ricerca nel settore automotive e in particolare dell'auto pulita.

L'intenzione e' di eff...

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30/11/-1, 00:00:00
La moto d’epoca: una grande passione ostacolata da troppe regole
Acquistare una moto d’epoca da restaurare è di per se un’impresa abbastanza impegnativa. Se poi ci mettiamo che è pure radiata o che è priva di libretto e di targa, allora la cosa diventa davvero problematica. Il consiglio sarebbe quello di trovare una moto ancora marciante, dove il proprietario è in regola con i documenti, bollo e [...]

del+monteAcquistare una moto d’epoca da restaurare è di per se un’impresa abbastanza impegnativa.
Se poi ci mettiamo che è pure radiata o che è priva di libretto e di targa, allora la cosa diventa davvero problematica.
Il consiglio sarebbe quello di trovare una moto ancora marciante, dove il proprietario è in regola con i documenti, bollo e quant’altro.
Ma purtroppo è sempre più difficile trovare occasioni del genere, e chi vende mette in conto anche questi fattori per far lievitare il prezzo.
E allora quando ci si imbatte in un modello che desta il nostro interesse ma che purtroppo risulta radiato o privo di documenti, dobbiamo fare un pò di conticini e mettere anche nella bilancia un non indifferente esborso di denaro (oltre che una notevole perdita di tempo) per risolvere tutti i problemi del caso.
Difficilmente ci si imbatte in un lungo restauro per il solo fine di ammirarla all’interno del proprio box… chi resisterebbe al desiderio di farsi una bella sgroppata con il proprio “gioiello”?
Quindi si finisce sempre per incappare nelle complicate maglie della burocrazia.
Sembra comunque che i nostri legislatori ultimamente si stiano finalmente interessando a mettere un pò d’ordine in questa giungla, o meglio, di cercare di uniformare tutta la parte burocratica e la parte interpretativa delle leggi, decreti, delibere, circolari, scappatoie, interpretazioni e quant’altro regola questo settore. Speriamo che ciò avvenga presto e che tanti di quei “gioielli” tenuti segregati nelle cantine e nei box dei collezionisti, ritornino a vedere a testa alta, la luce del sole.
Dopotutto questi mezzi rappresentano delle vere e proprie opere d’arte, un bene della comunità, e come tale vanno quindi incentivate, salvaguardate e agevolate.
Inquinano troppo?
Non rientrano nelle norme anti inquinamento?
Ma cosa volete che inquini un mezzo che esce così raramente?
Sono pericolose perché mal frenate?
Ma a che velocitĂ  pensate che vadano queste nonnette?
Perché tutte queste attenzioni, tutti questi controlli, tutte queste interpretazioni?
Problemi con le misure delle gomme che prima erano indicate nel libretto di circolazione in pollici mentre adesso sono in millimetri… e per poterle installare sulla nostra moto occorre il nulla osta del costruttore con relativo aggiornamento della carta di circolazione… ma daiii!!!
Revisione del mezzo con scadenza dopo un anno, ma c’è chi propone dopo due, chi dopo quattro; adesso anche il bollino blu… ma daiii!!!
Per poter iscrivere la propria moto o il proprio scooter alla FMI occorre che questi sia perfettamente rispondente all’originale.
Quindi banditi un paraspruzzi d’epoca, una modanatura cromata sempre dell’epoca, una sella o una maniglietta di sollevamento sempre di quel periodo, persino un portabollo… ma daiii!!!
Che poi mi chiedo, ma se un mezzo dev’essere di interesse storico perché non lo dovrebbero essere anche gli accessori che già montava nella sua epoca?
Non lo sanno che poi il proprietario rimonterà il tutto com’era prima?
E allora perché tutta questa farsa?
Anche le assicurazioni agiscono in modo poco uniforme (ma questo è un argomento che tratterò in un altro articolo).
Cerchiamo allora di mettere un pò d’ordine in tutta questa confusione, cercando di semplificare, semplificare, ancora semplificare e poi unificare.
Fare leggi e regolamenti che non si prestino ad interpretazioni che variano da regione a regione né tanto meno che non prestino il fianco alle scappatoie ed ai cavilli, come generalmente accade oggi.
Le moto d’epoca non sono da vedere come mostri da tenere a freno, anche se sulla carta risulteranno più inquinanti di una euro tre, due o uno, che però circolano ed inquinano per tutto l’anno.
Vediamole invece come opere d’arte, come prodotto dell’acume dei suoi progettisti, come precursori di intuizioni stilistiche e meccaniche che pur con qualche modifica e qualche aggiornamento hanno fatto scuola fino ai giorni nostri!

30/11/-1, 00:00:00
AMICHEVOLI O NON QUI SI FA SUL SERIO, ARGENTINA, SPAGNA, BRASILE E INGHILTERRA DI UN'ALTRO PIANETA
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Mentre l'Italia di Lippi che a tre mesi dal mondiale fa ancora esperimenti, che servono a poco o nulla, visto che gente come Cossu, Criscito, Borriello e Maggio il mondiale lo vedranno comodamente seduti da casa, come oltretutto faranno gente di spessore come Balotelli, Ambrosini, Cassano e compagnia, gli altri hanno le idee ben chiare in testa.
Tutto scorre tra esperimenti e convocazioni stravaganti, le altre nazionali fanno sul serio schierando le squadre titolari, come hanno fatto Brasile, Spagna e Argentina.
Il Brasile l'altro ieri ha strapazzato nemmeno con tanta fatica, l'Irlanda del Trap, confermando che le figurine (vedi Pato e Ronaldinho a cui sono state date possibilita', al contrario di come ha fatto Lippi con Cassano e Balotelli), servono poco o niente.
L'Argentina tanto criticata dai media di tutto il mondo, nelle grandi sfide si esalta sempre, e contro la Germania ieri sera hanno dato dimostrazione che quando c'e' bisogno di fare sul serio, pur essendo un'amichevole, e' sempre presente, vincendo meritatamente grazie ad un gol del "Pipita" Higuain.
La Spagna ci impiega un tempo per polverizzare una Francia, fischiata per tutto il secondo tempo, dai propri tifosi. Gol messi a segno da Villa e Sergio Ramos. Gli spagnoli sono tra i favoriti al prossimo mondiale insieme a Brasile, Inghilterra e Argentina

Vince anche Olanda, per 2 a 1 sugli Usa grazie alle firme di Kuyt e del rossonero Huntelaaar e
Identico punteggio per l'Inghilterra di Capello che si sbarazza dei Faraoni, dopo essere andata sotto. Gli egiziani vanno in vantaggio con Zidan ma poi cadono sotto i colpi di uno scatenato Crouch, autore di una doppietta, e di Wright Philips.


GUARDA TUTTI I RISULTATI DELLE PARTITE


I RISULTATI DELLE AMICHEVOLI INTERNAZIONALI:
Armenia-Bielorussia 1-3
58' Putilo (Bie), 59' Pachayan (Arm), 73' Hleb (Bie), 86' Rodionov (Bie)
Macedonia-Montenegro 2-1
29' Naumovski (Mac), 34' Pandev (Mac), 62' Basa (Mon)
Corea del Sud-Costa d'Avorio 2-0
4' Lee, 90' Kwak
Georgia-Estonia 2-1
45' Kobiashvili (G), 83' Purje (E), 90' Siradze (G)
Grecia-Senegal 0-2
71' Niang, 80' N'Daw G.
Angola-Lettonia 1-1
45' Karlsons (Lett), 76' Job
Cipro-Islanda 0-0
Slovacchia-Norvegia 0-1
67' Moldskred
Bosnia-Erzegovina-Ghana 2-1
22' Muntari (Gha), 40' Ibisevic (Berz), 65' Pjanic (Berz)
Moldavia-Kazakistan 1-0
65' Epureanu
Malta-Finlandia 1-2
17' Mifsud (Mal), 66' Eremenko (Fin), Väyrynen (Fin)
Turchia-Honduras 2-0
41' Güngör, 55' Altintop
Algeria-Serbia 0-3
16' Pantelic, 55' Kuzmanovic, 65' Tosic
Sudafrica-Namibia 1-1
42' Bester (N), 70' Mpela (S)
Ungheria-Russia 1-1
40' Vanczak (U), 59' Bylialetdinov (R)
Romania-Israele 0-2
45' Benayoun, 85' Brada (R)
Lussemburgo-Azerbaigian 1-2
27' Guliyev (Azr), 33' Strasser (Lus), 36' Mammadov
Svizzera-Uruguay 1-3
29' Inler (Svi), 34' Forlan (Uru), 49' Suarez (Uru), 87' Cavani (Uru)
Austria-Danimarca 2-1
11' Schiemer (Aut), 17' Bendtner (Dan), 37' Wallner (Aut)
Polonia-Bulgaria 2-0
43' Kuba (P), 62' Levandowski (P)
Albania-Irlanda del Nord 1-0
26' Skela
Belgio-Croazia 0-1
63' Kranjcar (C)
Germania-Argentina 0-1
45' Higuain
Olanda-USA 2-1
40' Kuyt (O), 73' Huntelaar (O), 88' Bocanegra (U)
Slovenia-Qatar 4-1
14' Novakovic (S), 30' Cesar (S), 34' Kim (S), 41' Montezine (Q), 67' Jokic (S)
Galles-Svezia 0-1
44' Elmander (S)
Francia-Spagna 0-2
21' Villa (S), 45' S. Ramos (S)
Inghilterra-Egitto 3-1
23' Zidan (E), 57' Crouch (I), 75' Wright Philips (I), 80' Crouch
Scozia-Repubblica Ceca 1-0
62' Brown (S)
Portogallo-Cina 2-0
36' Almeida (P), 95' Moutinho (P)

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30/11/-1, 00:00:00
JUVE, PRIMA HIDDINK POI BENITEZ ADESSO CAPELLO....MA QUANDO LA SMETTIAMO CON QUESTE FARSE !!??
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LA FARSA DEGLI ALLENATORI ATTRATTI DALLA JUVENTUS CONTINUA..TV E GIORNALI NE PARLANO E STRAPARLANO PER VENDERE E FARE ASCOLTI, E TUTTI CI CASACANO, DIMENTICANDO I COSTI E LE POSSIBBILITA' CHE REALMENTE LA SOCIETA' BIANCONERA PUO' PERMETTERSI. TUTTO QUESTO ESCLUDENDO IL FATTORE APPEAL.
PER QUALE MOTIVO UNO COME BENITEZ DEBBA LASCIARE UNA SOCIETA' COME IL LIVERPOOL, PER APPRODARE IN UNA COME QUELLA DELLA JUVENTUS???...


E' INCREDIBILE LEGGERE SEMPRE NUOVE INDISCREZIONI "INVENTATE" SUI GIORNALI PER POI SENTIRLE NELLE TRASMISSIONI SPORTIVE. CIRCA DUE MESI FA ALLA JUVENTUS SI FACEVA IL NOME DI HIDDINK COME NUOVO ALLENATORE DELLA VECCHIA SIGNORA, SENZA PENSARE CHE HIDDINK PER ALLENARE SEI MESI IL CHELSEA, PER SEI MESI, HA PERCEPITO SEI MILIONI DI EURO.
PASSATA QUALCHE SETTIMANA, PERSO HIDDINK DIVENTATO CT DELLA TURCHIA CON UN CONTRATTO RICCHISSIMO, SI ARRIVA A BENITEZ, CHE VIENE DATO IN ROTTA COL LIVERPOOL E PRONTO A SEDERESI SULLA PANCHINA JUVENTINA DA SUBITO O AL PIU' TARDI DA GIUGNO PER RICOMINCIARE UN NUOVO PROGETTO..
TUTTO BELLO, PER CARITA', MA 250 MILIONI DI EURO IN CINQUE ANNI, CHI LI DA AL TECNICO SPAGNOLO, LA JUVE DOVE LI PRENDE? PER GIORNALI E TV LA COSA SI FA O SI FARA', E IN COMINCIANO A EMERGERE CIFRE FANTOMATICHE E MAI REALISTICHE. DIMENTICANO CHE BENITEZ HA UN CONTRATTO COL LIVERPOOL, E NON LA JUVENTUS DI OGGI, FINO AL 2014 E PRENDE 6 MILIONI A STAGIONE, PER VENIRE A TORINO PRETENDEREBBE UNO MINIMO FINO AL 2015 E SETTE MILIONI A STAGIONE, ALTRIMENTI LA CONVENIENZA DOVE E', IL SUO STAFF E' COMPOSTO DA 15 PERSONE E DI QUESTE ALMENO 10 VERREBBERO CON LUI A TORINO. POI C'E' IL MERCATO, E BENITEZ E' ABITUATO A MANGIARE A BASE DI MASCHERANO, TORRES E COSI VIA, LA JUVENTUS INVECE PUO' PERMETTERSI AL MASSIMO DIEGO, POULSEN, THIAGO, MELLBERG O MELO, E LA DIFEFRENZA E' TANTA, E SOPRATTUTTO LA CIFRA 150/200 MILIONI PER LA RIFONDAZIONE CHE BENITEZ RICHIEDE NON E' ALLA PORTATA DELLA SOCIETA' BIANCONERA. OLTRETUTTO BENITEZ HA CHIARAMENTE DETTO CHE A TORINO NON VERREBBE NE MO E NE MAI.
ALLA FINE E' ARRIVATO ZACCHERONI, A 350,000 EURO, NON MILIONI, FINO A GIUGNO, E PERSO L'OBBIETTIVO BENITEZ, SI E' PASSATI A CAPELLO, CT IN CARICA FINO AL 2012, DELLA NAZIONALE INGLESE, CHE COSTA PIU' DI TUTTI GLI ALLENATORI CITATI PRIMA E ANCHE PIU' DI MOURINHO, CHE ALL'INTER PRENDE 14 MILIONI ANNUI.
PER LA CRONACA, CAPELLO NELLA ROMA DELLO SCUDETTO, PRESE BATISTUTA, SAMUEL, MONTELLA, EMERSON, CASSANO E SOLO PER QUESTI CI SONO VOLUTI QUASI 150 MILIONI DI EURO CIRCA, ESCLUSI GLI INGAGGI.
ARRIVATO A TORINO PROPRIO ALLA VECCHIA JUVENTUS DI MOGGI, PRETESE VIEIRA, IBRAHIMOVIC, EMERSON, CANNAVARO, ZEBINA E C. ZANETTI, QUESTI SONO I PRINCIPALI. CIFRA TOTALE 80 MILIONI CIRCA, IN UNA SQUADRA GIA' FORTISSIMA.
FATTA QUESTA PREMESSA, MOLTO IMPORTANTE E DETTO CHE IN INGHILTERRA COME CT E NON COME ALLENATORE, PRENDE 9 MILIONI DI STERLINE CIRCA 10 MILIONI DI EURO ALL'ANNO, SI PUO' MAI CREDERE, ANCHE IL MENO INFORMATO SUI FATTI O IL PIU' CREDULONE, A QUESTE FARSE E TITOLONI, CREATE E FATTI SOLO PER VENDERE GIORNALI E NULL'ALTRO?!! RISPOSTA SEMPLICE...NO.

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30/11/-1, 00:00:00
Bari - Palermo diretta live
Al San Nicola va di scena il primo dei due anticipi del Sabato. In campo Bari e Palermo in una sfida che si preannuncia spattacolare dal punto di vista tecnico grazie a due squadre che stanno proponendo un ottimo calcio.

Queste le probabili formazioni:

Bari (4-4-2): Gillet; Belmonte, A. Masiello, Bonucci, S. Masiello; Alvarez, Donati, Almiron, Koman; Greco, Barreto.
A disposizione: Padelli, Diamoutene, Stellini, Gazzi, Allegretti, Rivas, Kamata. All.: Ventura
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30/11/-1, 00:00:00
Bari - Inter
Nonostante continuino a divampare le polemiche tra Inter e Milan in vista del derby di domenica prossima, oggi è tempo di campionato. Nell'anticipo del San Nicola, stasera la squadra di Mourinho affronterà il sorprendente Bari di Ventura per un match tutt'altro che semplice. I biancorossi, infatti, nel girone di andata non hanno mai perso con le grandi, pareggiando a San Siro con Inter e Milan e vincendo davanti al proprio pubblico contro la Juventus. Con l'inizio del girone di andata, dunque, la squadra pugliese proverà a confermare il trend positivo che l'ha contraddistinta fino ad ora. Dall'altra parte, però, Mourinho non ha mai vinto cinque partite consecutive in questo campionato, e proverà a farlo proprio a Bari.

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INTER (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Cordoba, Santon; Zanetti, Muntari; Balotelli, Sneijder, Pandev; Milito. All. Mourinho.

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30/11/-1, 00:00:00
Napoli - Sampdoria
Sono molteplici i precedenti tra Napoli e Sampdoria che si sono disputati sul prato verde del San Paolo: 61 in totale tra Serie A, Serie B e Coppa Italia. Il bilancio complessivo tra le due compagini è piuttosto bilanciato anche se la Samp soltanto in 10 occasioni ha fatto sua l’intera posta in palio; per il resto sono 26 le vittorie del Napoli e 25 i pareggi.

L’ultima vittoria del Napoli è dell’ anno scorso, un 2-0 firmato Mannini (ora dall’altra sponda) e Zalayeta. Anche due anni fa il Napoli vinse con il medesimo punteggio: allora segnarono Hamsik e sempre Zalayeta.

L’ultimo pareggio è del 5 ottobre 2002, in Serie B: tra Napoli e Samp finì 1-1 con gol di Volpi, per gli ospiti, e Montezine per gli azzurri.

L’ultimo successo esterno della Samp è datato 19 aprile 1998: 0-2 con doppietta di Laigle.


I GOL - Il conteggio totale dei gol vede il Napoli in leggero vantaggio con 77 gol contro i 54 della Sampdoria.

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