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30/11/-1, 00:00:00
Qualcosa di incredibile... e verde...
"Ci sono aspetti della mia personalità che non so controllare. E quando perdo il controllo... è molto pericoloso starmi vicino".

Credo proprio di essere uno dei pochi ad aver apprezzato il film "Hulk" diretto da Ang Lee. Da più parti mi è stato detto che fosse noioso e troppo "intellettuale", mentre a me è piaciuto sotto tutti i punti di vista. Ho gradito l'approccio "psicologico", figlio delle origini dell'eroe e della sua lunga sequenza di storie a fumeti scritte dal grande Peter David, ed il trattamento cinematografico in generale. Anche le famigerate riprese con "montaggio a vignette" secondo me sono funzionali e ben inserite nel contesto del film, oltre ad essere un voluto ed apprezzabile omaggio del regista ai natali fumettistici del "Gigante di Giada" creato da Stan Lee e Jack Kirby. Dopo aver promosso il primo capitolo e in quanto "vero credente", dunque, non potevo esimermi dall'andare al cinema, insieme ad un manipolo di nerdacci composto da Alessio, Carlo e Leonardo, per vederne il sequel... che poi in realtà non è nemmeno un vero seguito, ma andiamo con ordine...

"L'incredibile Hulk", uscito nelle sale da un paio di settimane, è la seconda produzione diretta dei Marvel Studios dopo "Iron Man" e si stacca volutamente e chiaramente dal suo quasi omonimo predecessore. Ce ne si accorge subito, sin dai titoli di testa, in cui vengono mostrate in maniera molto interessante le origini del personaggio e la sua prima trasformazione. Ma questa "nascita" è diversa da quella del primo film, a dare immediatamente il senso del distacco dalla precedente pellicola. Si tratta, piuttosto, di un remake funzionale delle origini mostrate nella vecchia serie televisiva "The Incredible Hulk", da cui il film non ha dunque mutuato solo il titolo. Il parallelo parte proprio con la narrazione delle origini, che strizza chiaramente l'occhio ai fan del serial per elementi e inquadrature, ma prosegue poi con l'utilizzo del tema musicale e la sostanza del film più in generale. Così come accadeva in TV al Bruce Banner interpretato da Bill Bixby, anche in questa nuova versione su celluloide il tormentato personaggio, che questa volta ha le fattezze del grande Edward Norton, è visto come un uomo in fuga. Ha deciso di allontanarsi dal suo mondo e dai suoi cari per evitare di metterli in pericolo e ora vaga per il pianeta pur di sfuggire all'esercito degli Stati Uniti, mentre impara a controllare i suoi stati d'animo e prova a liberarsi della sua maledizione. All'inizio del film troviamo Banner in Brasile, ma l'ex scenziato che nasconde in sè i segreti dell'energia Gamma viene presto stanato dalle forze militari USA comandate dal Generale Thaddeus "Thunderbolt" Ross (William Hurt) ed inizia così... con una splendida sequenza di inseguimento a piedi in una favelas... il suo viaggio di ritorno verso New York, per ritrovare la sua amata Betty Ross (Liv Tyler) e sottoporsi ad una cura. Ma incrocerà il suo cammino con quello del micidiale Emil Blonsky (Tim Roth), abbagliato dalla forza di Hulk e disposto a tutto pur di ottenere un potere grande quanto il suo.

come+far+crescere+il

Alla fine della visione, la pellicola diretta da Louis Leterrier mi ha lasciato davvero soddisfatto, dandomi proprio quello che speravo e che mi aspettavo. Quasi due ore di azione e avventura, con una trama semplice, ma al tempo stesso molto solida, che permette al regista di farci conoscere i personaggi e di mostrarci come interagiscano fra loro, senza mai dimenticare che al centro della scena c'è comunque un mostro verde di due metri e mezzo che "più si arrabbia, più diventa forte". Gli effetti speciali sono ottimi e riescono a creare un Hulk convincente e "realistico", che assomiglia quasi un un gorilla umanoide, muovendosi e spostandosi in molte situazioni proprio come farebbe un enorme primate che cammini eretto. Anche le scene di lotta sono tutte davvero spettacolari e regalano alcuni momenti indimenticabili, specialmente il primo scontro fra Hulk e Blonsky "potenziato" (da un certo siero...), un condensato di adrenalina e dinamismo, che ti mostro anche nel video più in basso. Insieme a questa, le scene che mi hanno emozionato di più sono state altre due. L'incontro fra Betty e Hulk in una grotta, sotto una pioggia tremenda e con il "mostro / bambino" che sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione contro la tempesta. Ed il lancio di Banner dall'elicottero, per scatenare la bestia rinchiusa dentro di se e combattere contro il sanguinario Abominio. Entrambe hanno prestigiose origini fumettistiche: se la prima richiama proprio le origini dell'eroe, la seconda si riferisce alla sua più recente interpretazione in chiave "definitiva" sulle pagine della geniale serie "Ultimates" di Mark Millar e Bryan Hitch.

Da segnalare le divertenti apparizioni speciali del mitico Stan Lee e di Lou Ferrigno, il culturista che nel serial TV veniva dipinto di verde per interpretare Hulk, oltre che l'inserimento del defunto Bill Bixby, che appare in un programma televisivo visto da Banner mentre è ancora in Brasile. Senza dimenticarsi, naturalmente, di tutte quelle chicche da "Marvel zombie" che infarciscono la pellicola. La citazione di Nick Fury e del Dottor Samson, gli accenni al progetto del "super soldato", ma specialmente il fugace arrivo sul finale di Tony Stark, interpretato proprio da Robert Downey Jr, dunque davvero lo stesso di "Iron Man". Inoltre sembra proprio che sia stata stata tagliata all'ultimo momento, in fase di montaggio, una scena che avrebbe dovuto mostrare l'incontro fra Hulk e Capitan America... Ma si dice la ritroveremo fra i contenuti extra della prossima edizione del film in DVD... Il Marvel Universe sul grande schermo, comunque, continua a crescere e potrebbe addirittura rivoluzionare il modo di fare e pensare un certo tipo di cinema block-buster: i Vendicatori e la continuity stanno arrivando... Hollywood, preparati a cambiare...

come+far+crescere+il come+far+crescere+il come+far+crescere+il come+far+crescere+il
30/11/-1, 00:00:00
Treviso, la torre d’avorio.
Leggendo un post su MenteCritica, dove si parla di Treviso, della sua pulizia, dell’ordine imperante, della sua bellezza fasulla e museale, mi sono sentito assalire dalla rabbia. Rabbia frustrata e quasi dimenticata, sono ormai 3 anni che non vivo più lì, e mi pare passato un secolo. Io, figlio di veneziani di città, a Treviso ci ho [...]

Leggendo un post su MenteCritica, dove si parla di Treviso, della sua pulizia, dell’ordine imperante, della sua bellezza fasulla e museale, mi sono sentito assalire dalla rabbia.
Rabbia frustrata e quasi dimenticata, sono ormai 3 anni che non vivo più lì, e mi pare passato un secolo.

Io, figlio di veneziani di città, a Treviso ci ho abitato per 17 anni convinto di dovermi tappare un pò il naso, un irrazionale sentimento, innato figlio di una caratteristica tutta veneziana: la spocchia verso i terrìcoi, sappatèra, terài o càvapatate o boàri. quèi de teraferma, insomma.

Devo precisare che il trevisàno (non trevigiano come si vuole adesso) è l’archetipo del contadino, scarpe grosse e cervello fino. Però è pieno di giovialità, buon compagnone, senza pretese, un pòco tirà coi schèi, un pò avaro ma semplice e genuino. Pochi fronzoli e tanto lavoro.
Negli anni 70/80, lavora che ti lavora, il trevisano si inventa la microimprenditoria: famiglie intere a menar le mani fino alle dieci di sera, tomaie di scarpe, pezzi di stufette, maglioni di Benetton, tutti a farsi l’attività in garage, nella vecchia stalla riattata.
Infine, col boom dell’edilizia, tutta quella terra di contadini diventa improvvisamente preziosa, tutti a far su case a vender case. Le famiglie trevisane erano tutte divise in due settori, le donne a far le maglie dei benetton in taverna, gli uomini invece fuori a far casette a schiera, a lottare per ottenere le concessioni, a votare nei consigli comunali.
Cosi, suda e lavora, spingi e tira, i contadini trevisani sono diventati tutti imprenditori e benestanti.  Decisamente benestanti. Ed è giusto che sia così, se esiste una razza di lavoratori, se esiste qualcuno che ha meritato di arricchirsi è proprio il trevisano.

A poco a poco il trevisano è cambiato, il denaro  gli ha portato benessere e socialità. Due parolacce,  mariavèrgine! quasi due bestemmie, fino a 15 anni prima.
Il trevisano che, se eri una persona di molto riguardo ti accoglieva nel salotto col cellophane sul divano e i giornali a proteggere i tappeti, altrimenti ti portava giù, in taverna, scaldata da una cucina economica, a bere un goto de vin de casàda, una fetta di soppressa, nel nido dove la famiglia si accoccolava, con la moglie che intanto tirava avanti qualche maglia che èl lavoro el xe sempre indrìo, il trevisano che usciva con la ritmo se c’era anche la moglie, altrimenti via, in bici o in motorino, questo trevisano semplice e lavoratore, cominciava a spostarsi nei piani alti della casa, a comprarsi la Mercedes.
Nella treviso dove l’evento più mondano era la messa della domenica, ora si cominciavano a vedere musei e turisti, manifestazioni e congressi, gente che sfoggiava pelliccie e abiti alla moda, a passeggiare in calmaggiore, anche se restava un particolare gusto del semplice tutto trevisano come+far+crescere+ila caratterizzare le manifestazioni, i musei o le feste. Tutto manteneva comunque quell’aria semplice e tranquilla, da festa di paese, dove l’importante è divertirsi tutti, sensa far i  massa i sbòroni, senza ostentazione.
Da questo spirito nacque ad esempio, l’ombralonga, ne più ne meno che un’idea nuova per passare una domenica in compagnia, messa in piedi da una accòlita di osti, gente in gamba e amante della compagnia.

Poi è piovuto Gentilini. Perdonate la mancanza di ortodossìa ma se la pioggia qui avesse potuto arrivare a cavallo, avrebbe cavalcato la Lega. E così fù.

Giancarlo Gentilini figlio della cultura contadina, trevisano come pochi, ma allevato in banca, paladino del movimento che più rappresentava la nuova borghesia trevisana, si propose come messìa della trevisanità nel mondo politico, e venne eletto sindaco, scalzando il vecchio predecessore, rappresentante della vecchia politica democristiana, immobilista e compromissoria, qui vigorosamente radicata.
Da allora ha cominciato a trattare la città da ricco contadino, e la cultura contadina, si sa, ha un solo modo di ragionare, pratico e diretto. Ferma e consolida tutto, puntella i muri e chiudi la stalla. Ed appunto treviso è diventata una stalla chiusa, un museo della trevisanità senza possibilità di evoluzione.

Senza tanti fronzoli, anzi, con meritevole ed esemplare efficienza, Gentilini ha applicato il metodo che tutti i trevisani si aspettavano, l’unico linguaggio politico del quale i trevisani avrebbero capito l’utilità.
C’era sporcizia e Gentilini ha assunto pensionati a fare gli spazzini, c’era degrado architettonico e Gentilini ha trovato finanziatori per restaurare, restituendo alla cittadina i suoi bellissimi scorci, palazzi e vicoli.
Poi si è rivolto al problema della sicurezza ed ha ottenuto un’aumento dell’impegno delle forze dell’ordine, ora spingendo qualche leva, colà stringendo qualche mano, da bravo contadino ha usato e dato la propria parola, ponendosi sempre in prima linea a subire le critiche ed affrontare i media (i quali in realtà si sono limitati a stigmatizzarne il folklore).
Gli abitanti del centro si lamentavano dei locali aperti fino a tardi e lui ha comandato che chiudessero entro le due quindi, per scoraggiare gli amanti della vita notturna, ha sguinzagliato i vigili a multare le auto dopo mezzanotte, a pattugliare le vie del centro, a piazzare autovelox notturni intorno alle mura.
Poco importa se questo andava contro qualche principio. A lui è stato chiesto e lui ha sempre provveduto, che poi usasse dei metodi piuttosto grossolani ed impositivi anziche le più lente vie democratiche, beh, il fine giustifica i mezzi, no?
L’ho incontrato un paio di volte, in giro per òsterie, qualche volta era alticcio, ma sempre mi ha dato l’impressione di uno intenzionato al bene. Magari con una visione poco obiettiva del concetto di bene, ma sempre di bene si tratta. I barboni dan fastidio ed il prefetto non può intervenire? Il nostro uomo si è personalmente occupato della rimozione delle panchine davanti alla stazione.
Se non è senso pratico questo!

Certo, se proprio devo trovare un difettuccio a quest’uomo, forse, e ribadisco forse, è stato quello di ascoltare un pò troppo la sua borghesia, gente dimentica della semplicità trevisana, gente oramai impegnata a firmare atti in studi notarili, o imbarcata in qualche viaggio d’affari.

La gente consolidata, benestante, non ha alcun interesse nell’apertura delle culture come nel progresso. Questa era diventata una borghesia che poteva permettersi di arrivare in centro col mercedes, nel garage di proprietà a pochi passi da Calmaggiore. Il problema democratico però ha cominciato a rendersi palese quando il sindaco ha dovuto finanziare, tramite i parcheggi, le sue opere di miglioria,  i borghesotti furono contenti di questa ennesima tassazione, in fondo loro, i parcheggi non li avrebbero mai usati. E poi trovatemi a treviso un vigile che non sia disposto a chiudere un occhio sulla Porsche senza gratta e parcheggia davanti all’attico dei Benetton. Suvvia, sarebbe troppo fiscale multare tutte le mercedes e le audi che ignorano costantemente il parchimetro in piazza borsa o piazza duomo. Ce n’è gia abbastanza da multare in altre zone casualmente meno frequentate dalle auto di lusso.

Così, a poco a poco, tra ordinanze e lacciuoli, con una stiratina ai diritti qui ed una ripassatina alla democrazia là, la città è diventata esattamente quello che la borghesia trevisana voleva divenisse: sicura, pulita, a prova di ladro e silenziosa, il luogo perfetto dove crescere i propri vitelli. Una città dove, dopo le nove di sera, la vita si ritira nei locali. Dove il fermarti a chiacchierare in piazza dopo una certa ora ti garantisce la visita di una pattuglia, per la verità molto discreta, per la verità limitata ad una ripassata col riflettore, ma sempre di un’intrusione poco liberale si tratta. Non è opponibile l’argomentazione secondo la quale la polizia fa il proprio dovere quando ti rendi conto che al secondo passaggio, nel giro di 10/15 minuti, la pattuglia si ferma nei pressi e rimane a piantonare la tua presenza, sia che si tratti di chiacchierata tra amici sia che si tratti di discussione galante con una ragazza. Credo che questo tipo di servizio abbia anche un costo piuttosto elevato.
Altro problema affiorante, i pochi locali nuovi, per emergere, cercano di fare qualcosa in più, danno qualche festa, s’inventano delle piccole manifestazioni, invitano un DJ a movimentare la serata, ma questo, alla borghesia, non va bene.
L’evento incuriosisce, e così facendo richiama gente che vuole divertirsi, e mica siamo al luna park, che vadano a Jesolo, è lì apposta.
Alla fine Treviso, di notte, rimane deserta e silenziosa. I gestori dei locali alle due ti invitano a pagare, ad andartene, perciò a te non rimane che girellare spaesato in questa città silenziosa e muta come un dipinto del canaletto, sfumato nei toni della malinconia, una cittadina fatata, quasi tetra nell’echeggiare dei passi di qualche coppietta annoiata, probabilmente già segnalata a qualche pattuglia.

Concludo con un’ultimo aneddoto che forse può ben descrivere l’atmosfera di quella città. Mio figlio, all’età di 17 anni, è stato prelevato dal muretto dov’era seduto e portato in questura per un controllo. Caricato nell’auto della polizia, con la sua minore età, solo perchè seduto su un muretto a bordo piazza in attesa della moròsa. Sul verbale di servizio, unico documento redatto dagli agenti, probabilmente cònsci di essere usciti troppo dalle righe risulta che aveva un comportamento sospetto, infatti è sospetto che un ragazzo intorno alle 13,00 si trovi seduto a leggere un fumetto ascoltando heavy metal con l’ipod.
E notevole che la polizia ti scoraggi dal sederti sul muretto a bordo piazza.

A questo punto mi chiedo a cosa servano le piazze a treviso.
Ai comizi di gentilini? Certo, ma anche per essere affittate a suon di denaro ai grandi marchi della moda per fare sfilate. Oppure per essere chiuse al pubblico come accade d’inverno alla loggia dei trecento.

Ecco dunque spiegato il perchè di tanta fredda pulizia. ecco come quella città, è diventata una bomboniera racchiusa in una teca, il salottino di rappresentanza per una particolarissima loggia borghese, dove questa ha edificato la propria torre d’avorio.

Fonte immagine

Tag: cassamarca, decadenza, gentilini, lega, treviso

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30/11/-1, 00:00:00
Il disco del mese - Banco del Mutuo Soccorso (Salvadanaio) del Banco del Mutuo Soccorso
Prima di parlare dell’album scelto come Disco del Mese, mi sembra giusto fare una breve panoramica del periodo in cui è ambientato. Periodo conosciuto come “gli anni ‘70†e considerato l’apice creativo della Musica di un certo tipo perchè è in questi anni che dominavano la scena gruppi come Jethro Tull, Genesis e Queen e [...]

Prima di parlare dell’album scelto come Disco del Mese, mi sembra giusto fare una breve panoramica del periodo in cui è ambientato. Periodo conosciuto come “gli anni ‘70†e considerato l’apice creativo della Musica di un certo tipo perchè è in questi anni che dominavano la scena gruppi come Jethro Tull, Genesis e Queen e cantanti come Freddie Mercury, Ian Gillan e altri che ormai fanno parte della storia. Gli anni ‘70 vengono definiti gli anni del Rock e chissà per quale motivo, anche se lo si può intuire, del rock principalmente anglosassone ma se ci si sofferma un attimo e si va alla ricerca di qualcosa di particolare presente nel nostro paese in quel periodo, alla fine si incontrano loro: il Banco del Mutuo Soccorso.

come+far+crescere+ilIl Banco del Mutuo Soccorso è un gruppo romano che incise il suo primo disco nel 1972 e lo chiamò con lo stesso nome (BMS, per abbreviare), anche se spesso viene ricordato per la sua forma quanto mai originale: l’LP era a forma di Salvadanaio e l’album omonimo viene chiamato così, Salvadanaio.

BMS dura circa quaranta minuti ed è in prevalenza musicale, i testi e la voce di Francesco Di Giacomo, la cui presenza è fondamentale e unica, compaiono solo in pochi momenti. E’ la musica a parlare e a trasportare l’ascoltatore di oggi in epoche che furono, lontane, a far immaginare luoghi che solo con la fantasia si possono visitare. Salvadanaio è composto da sei tracce e tra queste spiccano due suite in successione: Metamorfosi e Il giardino del Mago - quest’ultima divisa in quattro movimenti.

Come comincia l’album? Con un intro in stile medievale, un richiamo alla storia e ad Ariosto (“da qui messere si domina la valleâ€), un intro con un suono ipnotico di effetti di tastiera che anticipano la comparsa delle parole. La canzone si chiama In Volo ed è cantata da due voci distinte: la prima, la più importante, è di Vittorio Nocenzi, mitico tastierista e cuore della band.
Terminato l’intro, segue R.I.P. (Requiescant in pace). Un brano puramente rock al cui interno trovano spazio passaggi di piano dove lo stesso Vittorio esalta le sue doti classiche e accompagna la voce possente, quasi lirica, di Di Giacomo. Il canto non dura molto, è presto per far esplodere le capacità vocali del cantante ed infatti, dopo appena due strofe, ritorna a parlare la musica attraverso il moog, il piano e accordi di chitarra. I giri di piano la fanno da padrone nel pezzo, anche se ci sono stacchi in cui la voce viene lasciata sola per un po’ ma subito riaccompagnata da un pianoforte melodico che fa rabbrividire.
Il finale di R.I.P. è impetuoso e questo sembra centrare poco con il brano successivo, Passaggio. Non è così. Passaggio è sì il brano più breve dell’album, l’unico realizzato con un solo strumento, il pianoforte, ma è anche un intermezzo a quello che è il cuore di BMS: Metamorfosi.

Sono trascorsi appena dieci minuti e si è raggiunto l’apice dell’intero disco. Metamorfosi è un brano che rende magnificamente l’idea della trasformazione. E’ possibile toccare con mano i vari stadi di questo cambiamento, le varie fasi prima di raggiungere la forma definitiva e lo si fa attraverso un piano lasciato solo, ad impazzire e a crescere prima di essere raggiunto anche dagli altri strumenti. Note penetranti accoppiate ad una chitarra aggressiva e ripetitiva prima di un ulteriore momento di silenzio: un’altra fase della trasformazione è stata raggiunta.
Metamorfosi rappresenta quello che un essere che sta crescendo affronta. Ci sono momenti che riescono a trasmettere paura e disorientamento perchè non si conosce lo stadio raggiunto e non si sa dove si sta andando. La suite vede comparire Di Giacomo solo verso la fine, quando sono trascorsi otto minuti; la presenza delle parole è importantissima perchè queste pongono delle domande “se io somiglio a te / non lo soâ€, è come se l’essere facesse un paragone e si confrontasse con qualcun altro ma, una volta scoperto di essere unico, impazzisce e ritornano gli strumenti fino alla fine del brano.

Il suono dell’organo accompagnato dai piatti e da tutto il resto si fonde in una musica sublime che cattura man mano che i minuti trascorrono. Crescendo, uso delle dinamiche e riff sono le caratteristiche di questa canzone molto sperimentale. Rock progressivo allo stato puro.

Il mutamento è finito. E’ la volta di entrare ne “Il giardino del Mago“, la seconda e più lunga suite di BSM. La canzone è divisa in ben quattro parti: “…passo dopo passo“, “…chi ride e chi piange“, “…coi capelli sciolti al vento“, “compenetrazione“.
Questi momenti si fondono tra loro molto bene e infatti risulta difficile capire a che punto del percorso si è arrivati. Nei diciotto e più minuti del brano la voce di Di Giacomo ci guida e ci prende per mano, diventa forte e scura allo stesso tempo. Inizialmente sussurrata, man mano alza il volume e le parole diventano forti perchè ne “Il Giardino del Mago†ci sono crocifissi che rappresentano gli ideali degli uomini, grandi idee invecchiate, il tempo che passa senza mai fermarsi e permette di conoscere anche il futuro, quello che ci aspetta.
La canzone è caratterizzata da ritmi veloci cui seguono silenzi. Molti suoni e giri in loop vengono ripetuti piano e forte, di continuo con un pianoforte sempre in primo piano.

Traccia” è un brano breve che riprende in parte l’intro. Una chiusura e un sunto di tutto quello che è stato raccontato nell’album. Un ritorno all’inizio perchè Salvadanaio sembra un cerchio da cui non si riesce ad uscire tanto facilmente e forse, una volta ascoltato, non si ha tanta voglia di farlo.
Traccia è diversa da In Volo, qui il volo si è già spiccato, si è in alto, molto in alto! Un coro è la caratteristica di questo brano, coro scuro e coperto dall’uso massiccio di timpani e tom, da una chitarra distorta e da un organo da chiesa.

Banco del Mutuo Soccorso è un album che ancora oggi conserva tutto il suo splendore, gli anni non hanno intaccato la sua bellezza e lo si ascolta davvero tutto d’un fiato. E’ un album completo, c’è tutto lo spirito del Banco che si ritroverà nei loro lavori successivi e in particolare in Darwin. Salvadanaio è un esempio di come la musica italiana negli anni ‘70 non abbia niente di meno se confrontata con la musica straniera.

Tracklist:

1. In volo - (2.13)
2. R.I.P. (Requiescant in pace) - (6.40)
3. Passaggio - (1.19)
4. Metamorfosi - (10.53)
5. Il giardino del mago (18.26)
…passo dopo passo…
…chi ride e chi geme…
…coi capelli sciolti al vento…
…compenetrazione…
6. Traccia - (2.10)

Musicisti:

Vittorio Nocenzi - organo, clarino, voce
Gianni Nocenzi - pianoforte, piccolo mib, voce
Marcello Todaro - chitarra elettrica, chitarra acustica, voce
Renato D’angelo - basso elettrico
Pierluigi Calderoni - batteria
Francesco Di Giacomo - voce

Collaboratori:
Walter Patergnani - tecnico del suono
Sandro Colombini e Walter Patergnani - mix

Sul forum parliamo del Banco nel topic Banco del Mutuo Soccorso.

Scritto da Mac La Mente

30/11/-1, 00:00:00
D&D - Il mio fantasmagorico gruppo!
Chiunque sia entrato a che fare nel nostro gruppo di gioco di D&D.. e’ rimasto terribilmente sconvolto! Siamo proprio dei fanatici, tiriamo i personaggi quanto piu’ possibile (e il master fa del suo meglio per limitarci in questo.. anche se non sempre ci riesce e riusciamo a fregarlo! xD). Attualmente il nostro gruppo e’ composto da 4 [...]

come+far+crescere+il

Chiunque sia entrato a che fare nel nostro gruppo di gioco di D&D.. e’ rimasto terribilmente sconvolto!

Siamo proprio dei fanatici, tiriamo i personaggi quanto piu’ possibile (e il master fa del suo meglio per limitarci in questo.. anche se non sempre ci riesce e riusciamo a fregarlo! xD).

Attualmente il nostro gruppo e’ composto da 4 personaggi piu’ il DM: ognuno di noi sembra davvero uno di quei personaggi di una qualche storia cno caratteristiche bizzarre e divertenti, a volte tristi, che rendono il gioco un qualcosa di unico e di irripetibile! Ogni sessione ne tiriamo fuori una nuova, sempre piu’ cazzoni xD

Iniziamo la descrizione dei nostri pg..

Mia sorella, Marilu’, categorizzata come il pg “NON LO SO”.
Dopo circa mezz’ora che e’ iniziato un turno di gioco, ed essendo lei l’ultima, si sveglia dal suo trance con la testa sul tavolo e fa “eh? che stiamo facendo?”.. Poi ricordandosi di essere una druida di 12° livello, due attacchi con il suo arco lungo ricercante gelido e spacca tutto e tutti con i suoi tiri mirati. E’ troppo simpatica da vedere giocare!
Antagonista preferito: nessuno, e’ buona con tutti xD
Antagonista secondario: come sopra.
Citazione preferita (da me, poi chissene xD): “..i peli”
Quando era chierica, guarda bramosamente i cani da slitta ed esclama: “Ma i peli di cane vanno bene lo stesso al posto di quelli dell’orso per fare forza del toro?”

Roberto, il pg “LO SO IO” o “LO SFONDO” o “ah.. si, embe’?” (di solito dopo una lunga citazione di qualita’ speciali, riduzione al danno, caratteristiche abnormi)
E’ quasi sempre stato un guerriero possente, pelato e impotente (a detta di tutti nel gruppo, tranne della druida che ogni tanto lo difende). Ama toccarsi la pelata per recuperare un po’ di punti ferita grazie ad un tatuaggio. Ha tantissima voglia di giocare, sempre e comunque, e’ sempre pronto in qualunque momento della notte e del giorno anche se.. FA SEMPRE TARDI (Cit: non sono io che faccio tardi, e’ mio fratello che mi trattiene; cosa che dice il 99,999% delle volte!).
E’ in grado di creare una perfetta macchina da guerar, infligge oltre 150 unti ferita in un solo round di corpo a corpo dall’11° livello in poi grazie alle sue mitiche asce, che lo accompagnano ovunque. Grazie ai numerosi personaggi guerrieri che e’ riuscito a crearsi, quasi mai morti, e grazie al mio aiuto di ricerca talenti\abilita’ e quant’altro, il suo personaggio Silversword e’ in grado di arrampicarsi con le asce su un vulcano, di sfondare porte bloccate, di arrivare a un punteggio di 27 di forza al 12° livello, di fare oltre 150 danni a round (se prende tutto e tutti xD),. e’ un mostro.
Antagonista preferito: DM
Antagonista secondario: 1 sul d20 (e quindi critico maldestro)
Citazione preferita: “La finezza di un guerriero”
DM:â€Come li svegli?â€
GRR:â€Con un’asciata in testa!â€

Io, Alessandro, il personaggio piu’ destabilizzante della storia di D&D (a detta di tutti xD)
Amo giocare a D&D quanto son convinto che nella vita un gioco di ruolo sia necessario per evadere dalla realta’ e far accrescere quel desiderio di infinito che ognuno ha dentro (non prendetemi per culo, la penso cosi’ perche’ posso dar sfogo a tutto cio’ che di fantasy la mia mente puo’ riuscire a congeniare!) come+far+crescere+il
Riesce sempre a trovare come fot… trovare una scappatoia e una variante alle regole non ben specificate, litigo tantissime volte con il master per questo (e per tante altre cose ma.. che gioco di ruolo sarebbe se non potessi divertirmi cosi’? :D)
Devo ammettere che pecco in manie di grandezza, ma ora che il mio attuale personaggio ne Il Ritorno del Tempio del Male Elementale e’ riuscito a diventare un Lich (essendo un Mago\chierico\Necromante Puro con poteri immensi sia divini sia arcani) credo di aver creato una sorta di Dio non-morto, in grado di utilizzare al massimo i poteri della non-vita, utilizzare incantesimi divini, incantesimi arcani.. E’ IL mio pg, come mai ne avevo forgiato uno prima: E ME LO SONO SUDATO EH!!! come+far+crescere+il
Certo prima avevo personaggi come un ladro che faceva, contando i furtivi, circa 48d6 a round al 13° livello con una balestra a ripetizione pesante folgorante gelido, un guerriero potente (quasi quanto quello di roberto) e tanti altri (da non dimenticare due pg morti a distanza di 2 stanze l’uno dall’altro, alla prima missione.. Zanzer Tem).
Mi sento realmente soddisfatto come+far+crescere+il
Nemico preferito: il Dungeon Master (o Demente Mongoloide, o Disoccupato Deficiente, o Disoccupato Malaticcio.. a seconda dei periodi!)
Nemico secondario: come sopra XD
Citazione Preferita: “ORA SENZA VOCALI!”
Il master sta descrivendo una stanza…
PG: Prova a descriverla senza usare le vocali!
DM: NLL STNZ NN C’ NT……

Poi c’e’ il DM..
Il nostro DM è fondamentalmente un tenero bastardo…..(â€mahuhuahuah!â€, risatina malefica!).E’ ricco di sorprese, soprattutto quando ce ne usciamo con interpretazioni “personali†delle regole che vengono accettate “sulla fiducia†e che quando vengono chiarite sono fonti di lunghi battibecchi. Ci accontenta quando invochiamo l’incontro con un mostro di sostanzioso grado sfida (anche se non perde tempo a rinfacciarci costantemente che il mostro scelto da noi e’ troppo forte e quello scelto da lui e’ troppo debole! xD). Chiude un occhio quando ritiriamo un dado mentre lui è distratto (ma se ne accorge lo stesso…lui è il DM!). Ci mette mostri con il 100% dei punti ferita…..se ci va bene, alle volte anche il 200, il 300 oppure un piccolo cucciolo goblin che, appena nato, fa “20″ “20″ e “20″ e sei automaticamente morto per annegamento da vomito fanciullesco! (kidding!!)Certo! Ogni tanto deve riportarci all’ordine….quando iniziamo a ridere senza un motivo o parliamo mentre lui ci spiega il dungeon e noi dopo chiediamo “che dobbiamo fare?†oppure dopo una lunga descrizione, c’e’ un QUALCHE CHIERICO che alza lo sguardo dormiente e dice “chi e’?†Somiglia al noto Master Assassinus (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Dungeons_and_dragons), il nostro e’ un master con le palle, che preferisce finire una sessione con un po’ di amaro che con l’amaro in bocca! (uccidendoci tutti! <- anche se secondo me ci godrebbe >_>)

Ora ora ora.. vi lascio, vi ho gia’ rotto le scatole abbastanza xD
Il prossimo post sara’ sulle razze e sulle classi base, sotto il mio punto di vista, dei manuale base e forse del Manuale Completo delle Arti Psioniche

Saluti ancora, spero che qualcuno legga sto post e si fa due risate

30/11/-1, 00:00:00
TU NON DICI PAROLE di Simona Lo Iacono
Conobbi Simona Lo Iacono nel 2006 in una libreria, a Catania, nel corso della presentazione di un volume (io ero tra i relatori). In quell’occasione ebbi modo di accennare alla mia esperienza letteraria on line su Letteratitudine (che era appena nato). Finita la presentazione Simona mi si avvicinò e mi chiese l’indirizzo del blog, affermando di [...]

come+far+crescere+ilConobbi Simona Lo Iacono nel 2006 in una libreria, a Catania, nel corso della presentazione di un volume (io ero tra i relatori). In quell’occasione ebbi modo di accennare alla mia esperienza letteraria on line su Letteratitudine (che era appena nato). Finita la presentazione Simona mi si avvicinò e mi chiese l’indirizzo del blog, affermando di essere molto interessata da questa esperienza.
In verità non intervenne subito. Passarono mesi. Credo che il suo primo commento letteratitudiniano sia datato 26 settembre 2007. Vi riporto uno stralcio: “la letteratura è solo quella dei libri? Non è spesso aria, desiderio, pensiero non ancora incarnato? Non è anche eco di versi? E che differenza fa se questi versi prendono forma in musica o nella voce di un altro poeta? A volte la poesia rinasce dalla stessa poesia, e la narrazione da un suono. Tutto, nell’arte, può convivere con tutto, purchè le combinazioni non turbino l’armonia, la bellezza, l’etica del linguaggio“.
Tutto, nell’arte, può convivere con tutto. E - in effetti -, da quel giorno, l’arte di Simona cominciò a convivere anche con questo blog.
I suoi commenti si fecero sempre più frequenti… e interessanti.
Una delle prime cose che subito mi colpì fu la sua tendenza a miscelare in maniera mirabile diritto e letteratura… la sua esperienza di magistrato, con quella di scrittrice. Per tale ragione il primo post che le affidai fu questo dedicato al romanzo “In una lingua che non so più dire” di Tea Ranno (era il 19 novembre del 2007). Il protagonista di quella storia era un magistrato. Pensai: chi meglio di lei?
Il post ebbe grande successo. Nel frattempo continuò a scrivere commenti su commenti… dai quali venivan fuori la sua abilità di scrittrice frammista alla sua esperienza di giurista.
A un certo punto ebbi un’intuizione, determinata anche dalla lettura della bozza del suo primo romanzo “Delle parole e delle sue figliolerie” (rispetto al quale mi permisi di darle qualche consiglio… compreso quello di cambiare il titolo).
E capii…
Le dissi: “secondo me devi portare avanti una nuova poetica, capace di mettere insieme diritto e letteratura; parola e processo”. Fu per questo che le proposi di condurre, su questo blog, una rubrica intitolata Letteratura è diritto, letteratura è vita (era il 10 luglio del 2008).
(E le dissi che, secondo me, avrebbe dovuto cercare di approfondire questa “poetica” anche con i libri futuri).
Il 29 luglio del 2008 parlai di lei sulla pagina Cultura del quotidiano Il Mattino, all’interno di un articolo sulla letteratura siciliana (l’articolo fu poi ripubblicato su Carmilla on line)… dove la presentai come una scommessa.
Ecco. Credo che l’attribuzione del Premio Vittorini 2009 - sezione Opera prima - a “Tu non dici parole”, sancisca la vincita di questa scommessa.
Di seguito troverete il post originario… e tre video tratti dalla presentazione catanese di questo romanzo.
Il mio piccolo omaggio a una scrittrice che è cresciuta insieme a questo blog e che è destinata a raggiungere traguardi sempre più importanti.
Auguri, Simona!

Massimo Maugeri

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POST DEL 21 GENNAIO 2009

come+far+crescere+ilParliamo di un romanzo ambientato in Sicilia, a Bronte, nel 1638… ai tempi dell’Inquisizione.
Non tutti sanno che l’Inquisizione siciliana nacque sotto forma di… balzello. In effetti fu formalmente introdotta intorno al 1224 dall’imperatore Federico II, quando dispose che tutti gli eretici e gli Ebrei dovessero pagare una tassa a suffragio degli inquisitori di fede preposti al loro controllo.
Il 6 ottobre 1487 Ferdinando II il Cattolico creò il Tribunale dell’Inquisizione e fu inviato in Sicilia il primo inquisitore delegato, un certo Frate Agostino La Pena, la cui nomina fu approvata da Papa Innocenzo VIII.
Nel solo anno 1546 i quindici tribunali attivi condannarono 120 persone al rogo, 60 in effigie e 600 a penitenze minori. I reati per i quali si veniva processati erano l’eresia… ma anche la bestemmia, la stregoneria, l’adulterio, l’usura.
L’Inquisizione nell’isola venne abolita con decreto regio del 6 marzo 1782 (disposto da Ferdinando III di Sicilia).

Torniamo al romanzo.
Francisca Spitalieri è una innamorata delle parole. Ma non di parole qualsiasi… delle parole belle. Francisca “ruba†queste parole. Le ripete. Per certi versi le re-interpreta. Sono parole latine, per lo più. Parole liturgiche e dell’offertorio… sentite in convento.
Cos’è che colpisce Francisca? Forse la loro austerità… che le fa sembrare al di sopra delle parole ordinarie. O, ancor di più, la loro musicalità. Qualunque sia la ragione, Francisca ama queste parole, rimane estasiata dalla loro bellezza. E le ripete. Le ripete senza nemmeno conoscerne il significato.
Ora, questo suo amore per le parole viene considerato… strano. Anormale. E viene messa a giudizio.
Il romanzo si intitola “Tu non dici parole†(Perrone, 2008, € 15). L’autrice è Simona Lo Iacono.

Vi invito a discutere di questo libro interagendo con Simona.
E poi vi invito a riflettere (e a discutere) sul ruolo della parola. E sulla sua importanza.

Quante persone - tra cui scrittori e intellettuali - hanno pagato, stanno pagando, o pagheranno, sulla pelle… il peso delle loro parole?

Di seguito potrete leggere la recensione di Maria Rita Pennisi e la monografia di Maria Lucia Riccioli. Su “Lo schiaffo” c’è una recensione di Salvo Zappulla. Mentre sul blog “La poesia e lo spirito†trovate una mia minirecensione con intervista all’autrice.
Massimo Maugeri

“Tu non dici parole†di Simona Lo Iacono – Perrone, 2008 – euro 15
di Maria Rita Pennisi

Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, romanzo simbolico che adombra la scomparsa del femminino sacro. Anno 1638, la luna, ultima testimonianza della perduta divinità femminile, illumina il sonno delle Esposte della casa di Bronte. Non si tratta di una luna bella e lucente, ma di una luna fosca e tenebrosa, presaga di morte. Ormai nel mondo cristiano la luna non può più ammantare del suo splendore le donne, come accadeva nei boschi sacri dei Druidi, né il suono dei sistri dei riti misterici di Iside può accompagnarne i passi di danza. E’ sceso un luttuoso silenzio, che acuisce i sensi di queste donne sempre all’erta, che sembrano fondersi con la madre terra e divenire un tutt’uno con la vegetazione.
Donne che preferiscono tenersi nascoste, stare ai margini, fiutare nell’aria. Adesso non sono più considerate figlie della luna, ma figlie di Eva, la corrotta, la corruttrice. Guardate con sospetto nella società misogina del Seicento. Peccatrici e dannate, dette streghe da quegli uomini che avvertono ancora in loro un barlume di divinità. Il femminino sacro di cui essi hanno timore, un timore che spesso arriva al parossismo.
Nella notte del massacro delle esposte, perpetrato dal Pilosa e dai suoi compagnacci, solo Pititta, forse tra le poche figlie della luna rimaste, ha avvertito il pericolo. Lo ha fiutato nell’aria, lo ha letto nella faccia della luna prima che il massacro avvenisse, ma non si è salvata.
Mentre Francisca, unica su cento, è ancora in vita. Francisca che ha gridato miserere, miserere, miserere. L’hanno salvata queste “parole belle†che hanno turbato il Pilosa fin nel profondo e che per questo l’ha risparmiata.
Francisca ha capito che il mondo è diviso in due dalle parole. Esistono parole belle come le cose che non sono di questa terra per i ricchi e parole lorde, bastarde e fetenti dell’alito di chi ha lo stomaco vuoto. E capisce anche che sue per sempre devono essere le parole belle. Nel suo sé profondo Francisca percepisce la potenza delle parole, intuisce che le parole muovono il mondo, che le parole sono vita.
Un romanzo speculare, “Tu non dici parole”… scandito da due equinozi e due solstizi in cui si collocano i quindici giorni del Carnevale, che sovvertono l’ordine del mondo. Lo specchio capovolto della vita di Francisca. Francisca innocente, ma strega perché dice le parole belle, le parole rubate. Cento parole in tutto. Novantanove parole belle più la centesima, che le racchiude tutte nella rappresentazione del Cristo di fra’ Umile, a cui si possono rivolgere solo parole belle. Novantanove le esposte uccise. Una sola donna sopravvissuta, Francisca, salvata dalle parole belle.
Uno spaccato storico della Bronte del Seicento, dove imperversano povertà e superstizione. Dove le vite sono già segnate dalla luce o dalle tenebre.
E non c’è salvezza. La mascherata del Carnevale cercherà di portare giustizia sotto le spoglie della “rondine Tufania†improvvisatasi avvocato di Francisca, nel Tribunale della Santa Inquisizione. Riuscirà infine Tufania nel suo intento? Francisca, dal canto suo, conserverà per sé le parole belle, perché sa che la morte è muta, non dice parole. La morte quando arriva è silenzio.
Maria Rita Pennisi

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La monografia di Maria Lucia Riccioli

Sicilia, 1638.
Siccità e carestie, l’ignoranza e la sofferenza delle plebi schiavizzate da nobili e gabelloti corrotti, da un clero spesso teso a difendere i privilegi acquisiti più che a farsi strumento e voce di liberazione di poveri ed oppressi.
Questo lo sfondo del libro d’esordio di Simona Lo Iacono, raffinata e sapiente poetessa ed autrice di racconti brevi che qui si cimenta nella forma romanzo e supera brillantemente la prova, donandoci una storia dolente e bruciante d’umanità e sofferenza.

Protagonista, un’esposta. Suor Francisca Spitalieri.
Orfana e donna: questa la summa delle disgrazie per una donna del Seicento.
A questo si aggiungono i suoi misteriosi poteri, che rimangono inspiegati anche alla stessa Francisca. L’esposta è additata come strulusa e magara, fraintesa nel suo desiderio di bellezza. Francisca infatti è alla ricerca di parole belle, «che hanno parole sugli spiriti e sulla morte, sulla paura e sulla speranza» (p. 42), che sono capaci di lenire le sofferenze e le privazioni di orfana sottomessa, gli stenti e le angherie che è costretta a subire.
Parole belle sono quelle di chiesa, stralci di breviari, fogli scompagnati di messale, che ruba per tenerle con sé, quasi come fossero talismani contro il male, la sofferenza, la morte.

Opera visionaria e a tratti surreale, questo romanzo risente della lezione dei sudamericani, in primis di Gabriel García Márquez e di Isabel Allende, che trasfigurano il reale con incursioni nel mito, nel sogno, nell’incubo, grazie ad una fantasia sbrigliata e potente.
La Lo Iacono vi trasfonde l’esperienza e gli studi giuridici, oltre che l’amore e la pratica della letteratura, dato che questa è anche la storia di un processo, la riflessione poetica e sofferta del rapporto tra diritto e giustizia, il ripensamento sulle catene di codicilli che hanno mandato sul rogo decine d’innocenti per sospetti e accuse di stregoneria.

La metafora del furto di parole da parte di Francisca è un chiaro riferimento al lavoro dello scrittore, che è ladro di parole per eccellenza: le cerca nei libri, nelle storie che legge e in quelle che gli vengono raccontate, le pesca per strada, le orecchia nelle conversazioni, le stana in una continua ricerca di bellezza.
Ma in questa ricerca di purezza l’esposta si scontra con l’ingiustizia e farà a sue spese la conoscenza con quella che Cesare De Marchi ha chiamato in un recente romanzo la furia del mondo, così come lo scrittore, il poeta, si scontrano con l’indifferenza, l’opposizione, spesso con la persecuzione da parte di chi le sue parole non vuole ascoltarle o le fraintende o vuole piegarle ai suoi scopi.

Francisca «ha capito che esistono parole per i ricchi e parole per i poveri. Le une lette, scolpite, recitate e – soprattutto – belle, bellissime come cose che non sono di questa terra. Le altre lorde, bastarde e fetenti dell’alito di chi ha lo stomaco vuoto» (p. 18).

L’esposta è più attratta dal significante di queste parole – il loro suono, che le appare celestiale – che dal significato, che le rimane ignoto, misterioso perfino, estraneo sempre.

[…] le parole sono peggio del fiato. […] sono cose di poveri, le parole, di malaugurati come te e me, che non hanno pane, né letto, né vestine e, parlando, se le inventano (p. 15).

Meglio tacere? Non sempre è possibile. Ma per Francisca è meglio che le parole vengano pensate, lette oppure, meglio ancora, rubate.
Ed è così che si appropria di pezzi di breviario, di pagine che almeno fisicamente l’avvicinino a quelle parole belle che la escludono da un mondo per il quale Francisca Spitalieri non esiste.
Le parole belle sono un’ossessione:

«continuano a tormentarla, a deriderla, a volarle intorno come mosche invadenti e riottose. Francisca le ripete tamburellandole, ballandole nella testa e nei pensieri» (p. 19).

Pesano, le parole rubate, come un lascito, una necessità compulsiva, una responsabilità, un tesoro prezioso da nascondere ai profani.
Francisca addirittura le interroga, le parole. Come se fosse nelle parole il mistero di ciò che rappresentano, come se possederle volesse dire avere le chiavi che possano aprire, come poetava Montale, i mondi. Quando invece le parole possono dirci, a volte, nient’altro che ciò che non siamo, ciò che non vogliamo:

«ditemi parole belle, ditemi parole maliarde, il perché e il per come del nascere e del morire, o anche del sopravvivere» (p. 34).

La verità, invece, parla un linguaggio diverso, che va al di là delle parole, com’è nel romanzo della Lo Iacono, in cui la ricerca di Francisca sarà fraintesa, a partire dalle monache, fino al bandito Pilosa e agli inquisitori, e come l’esistenza stessa ci testimonia.

Oltre che oggetto del desiderio di Francisca, che le ricerca con foga angariosa (p. 14), le parole belle sono la chiave del romanzo. Rappresentano inoltre l’ossessione dello scrittore per la bellezza, per la sua cristallizzazione nella scrittura, che non le perda e le conservi intatte.

Nel suo percorso alla ricerca delle parole belle, Francisca comprende che esse rispondono ai bisogni delle persone – ricerca di consiglio, di conforto, di promesse, di conferme… non siamo tutti, in fondo, alla ricerca di parole?
Francisca «sussurra fraseggi che paiono cinguettii d’uccelli, o strisciare frusciante di bisce.
Una cosa sola sa, Francisca. Che qualunque cosa svelino le parole belle, lei piange con chi piange. E lei ride, con chi ride […]. Mie sono le vostre fatiche, miei i vostri sguardi, mia, solo mia la vostra parola.
Se ve la ridò, affrescata di cantici, ripulita da ogni bruttura, è per restituirvela.
Perché, nella sua bellezza, già vi apparteneva» (p. 53).

Francisca dunque scopre la parola come segno di comunicazione, di partecipazione emotiva profonda. Che poi è il livello a cui agisce lo scrittore, che si fa in un certo senso interprete delle attese di bellezza ed espressione non superficiale ma dalla risonanza intensa legate alla parola.

Anche il suo stesso nome, riconquistato dopo una faticosa ricerca della propria identità – prima esposta, poi monaca, poi… soltanto Francisca – è una parola che racchiude una storia, un autoriconoscimento, un destino.

«[…] le parole belle assottigliano l’udito, l’olfatto, la vista» (p. 108).
Dunque la parola è addirittura anticipatrice del futuro, veggente quindi, visionaria e diremmo profetica.
Come non pensare alla scrittura, al poeta veggente – Rimbaud – , alla letteratura, che oltre a riflettere il reale esteriore e interiore dell’artista presagisce e spesso anticipa ciò che verrà?
Diverse sono invece le parole dell’amore, che nascono da un bisogno, da una ricerca quasi febbrile dell’altro, da una malìa che strega corpo mente e spirito, oltre la volontà, la ragione, la paura: «pare una febbre malsana di deliri, un ansimare che quasi la tradisce, le fa sfuggire un lamento subito soffocato, un rigurgito di parole mai più pronunziate.
Risalgono le qualità del suo essere, sono alle sommità dello sguardo, del pensiero, della bocca. Le muovono lingua, palato, gola contro la sua volontà.
Non sono le parole belle.
Ma […] sente di non poter più tacere» (p. 54).

Per dire l’amore, non servono parole da rubare.

«Servono solo quelle con cui è nata» (p. 65).

A volte, non è necessario neanche usarle, le parole: quando si è felici, quando si gode del semplice stupore di essere vivi, «ogni istante è nudo, così pieno da sembrarle bello senza avere bisogno di essere detto» (p. 82).

Non è facile comprendere che «la bellezza di quelle parole esiste, ed è nella donna che le ha pronunciate. Non può sapere che la bellezza è nuda: senza maschera, senza copertura, senza travestimento» (p. 76).

Nel romanzo c’è chi non crede alle parole, come l’arcivescovo Angimbè, perché offeso e tradito dal silenzio: «finge di non voler credere alle parole e invece le teme, le cerca e le annusa come un maschio innamorato» (p. 77), c’è chi le parole le utilizza per vessare, ingannare, rovinare.

Tu non dici parole si pone dunque come una storia fatta di parole sulle parole.

L’autrice nutre anche lei un vero e proprio culto per le parole belle, risentendo della ricerca e dello sperimentalismo linguistico di una Silvana La Spina, di Vincenzo Consolo, dei siciliani insomma che hanno narrato scavando nell’essenza stessa della parola per cavarne fuori tutti i possibili sensi o magari quelli più riposti, o quelli che fanno risuonare corde intime e profonde.

La Lo Iacono si affida a una sintassi musicale, come se il testo fosse una nenia, un lamento, uno scongiuro, una formula di fattucchieria, o una delle litanie delle reverendissime monache.
Pensiamo alla parola “miserereâ€, che Francisca pronuncia per la sua bellezza, perché crede nel potere taumaturgico, sacrale, magico della parola, non perché ne comprenda il significato.
Spesso il ritmo è franto, spezzato com’è da una fitta serie di punti e di a capo che costringono il lettore a concentrare l’attenzione sul frammento, sulla parole, spesso sul suono di una singola sillaba.
Il filo della narrazione, spezzato in un capoverso, viene richiamato e ripreso al paragrafo successivo, conferendo alla pagina un andamento di pieni e vuoti. A volte la ripresa è affidata al capitolo successivo.
Grazie a questi espedienti tecnici, l’attenzione del lettore viene catturata e trascinata per le pagine del romanzo e il filo della narrazione rimane teso e avvincente.
La lingua della Lo Iacono è una lingua ricca, mossa, inventiva: l’autrice accosta audacemente parole latine e vocaboli inventati, dialetto autentico e una lingua propria, un idioletto che la caratterizza, per narrare una storia in cui le vere protagoniste sono le parole, con il loro segreto di senso concettuale ma sensuali, nel senso che portano con sé odori colori sapori sensazioni tattili suoni rumori: «ripetono voci straniere senza capirle mischiandole a parlate paesane fatte di scongiuri e fatture, improperi e preghiere» (p. 45).

Qualche riflessione sparsa sulla parola.
Che cosa significa “parola�
Il termine deriva dal latino parabula. E qui ci sovvengono le parabole evangeliche, le quali non sono altro che exempla, verità che prendono la forma di apologo, di racconto con una sostanza sapienziale che due millenni non hanno scalfito. Densità, efficacia narrativa: ecco la forza delle parabole.
Nel latino basso, per intenderci non più il latino classico di Cesare e Cicerone, ma quello parlato e più recente che poi si sarebbe trasformato nei vari volgari, i quali si sono poi evoluti nelle lingue neolatine o romanze, il termine parabula è passato a designare la parola.
Ma il termine che più mi interessa è verbo. Il verbo, inteso come parte del discorso, è il motore di una frase: senza l’azione o lo stato espressi dal verbo, non c’è vita in un pensiero.
Il Verbo per eccellenza, secondo il vangelo di Giovanni, è la seconda persona della Trinità: il Cristo, che era in principio e grazie al quale tutte le cose sono state create.
Nulla esiste, tutto resta informe finché non viene nominato. Adamo nomina le cose e gli animali per divenirne il signore e custode. Dio stesso ci chiama per nome e Gesù assicura che i nostri nomi sono scritti nei cieli.
Per i musulmani il Corano è la stessa parola di Allah discesa sulla terra, per gli Ebrei il nome di Dio, impronunciabile perché sacro e terribile, poteva fluire dalle labbra del sommo sacerdote una sola volta all’anno, solennizzata secondo riti complessi e stabiliti.
Nomen omen, dicevano i latini, cioè il nome stesso conterrebbe il “destino†di un uomo e nell’antichità la maledizione, il male dicere, aveva valore ed effetto magico.
La parola quindi non ha solo valenza comunicativa, ma ad essa fin dall’antichità sono state associate virtù taumaturgiche e sacrali – pensiamo alle formule degli sciamani, alla forza della preghiera e delle formule rituali.
La parola ha valore anche giuridico: pensiamo ai giuramenti, alle sentenze, alle formule giuridiche dell’antico diritto romano, a tutto il problema delle norme e della loro interpretazione.
Esiste una disciplina il cui nome vuol dire “amore per la parolaâ€: la filologia.
Il filologo è quello studioso che tenta di ricostruire la forma originaria di un testo, di congetturare sulle parti danneggiate o mancanti – pensiamo ai manoscritti antichi, spesso giunti fino a noi in condizioni di estrema precarietà e fragilità – ; questo preziosissimo lavoro, fatto anche di confronto con la tradizione orale, di collazione, cioè di operazioni di raffronto tra le varie versioni di uno stesso testo, consente di ottenere un testo più vicino a quella che è stata la volontà dell’autore e quindi di approssimarsi ad una possibile verità sul testo. Quantomeno permette di disporre di un testo su cui poi esercitare quello che è il compito del critico: l’esegesi e l’interpretazione della moltitudine di significati, di sollecitazioni, di valori di un testo.
Questa parentesi per cercare di intravedere la complessità di un discorso sulle parole e sul loro valore e significato profondi.
Oggi la parola è stata desacralizzata. Ne viene perpetrato un uso massiccio ma spesso un abuso evidente: parola usata per pubblicizzare, persuadere, conculcare, ingannare, calunniare, e non solo per «calmare la paura, togliere la pena, suscitare la gioia, accrescere la pietà», come scrive la Lo Iacono in epigrafe alla prima parte del romanzo citando Bufalino.
Quale argine a certi profluvi di parole che ci vengono dai mass media, da Internet, dai cellulari?
Riappropriarsi del valore della parola. Gustarla nel silenzio della riflessione. Della lettura.
Perché è il poeta, lo scrittore, che carica ogni parola di sensi e sovrasensi, che dal suo testo ci permette di indovinare contesti e sottotesti. Il poeta e lo scrittore lavorano sulla struttura, sul capitolo, sulla pagina, sul capoverso, sulla riga, sulla singola parola.
Perché nessuna sia fuori posto, perché permetta di esprimere mondi interiori, passioni e storia, individualità e coralità di destini.
Come accade nel romanzo di Simona Lo Iacono.

Maria Lucia Riccioli

30/11/-1, 00:00:00
E ritorno punto e da capo (riflessioni e paranoie apatiche di un afoso Venerdì pomeriggio)
 

come+far+crescere+il"Fai conto di essere una maratoneta.Stai correndo con i tuoi amici e le tue amiche.A un certo punto capisci di avere una buona gamba,un bel passo,di poter andare più veloce,e allora decidi di seguire questa tua forza.Di convertirti al tuo talento.Dopo un po' che corri,ti accorgi di aver staccato il gruppo.Ti giri e ti scopri solo.Loro sono indietro,tutti insieme che ridono,e tu sei solo con te stesso.Siccome non riesci a reggere questa solitudine,rallenti finché il gruppo ti raggiunge e,negando il tuo talento,fingi di essere come loro.Rimani nel gruppo.Ma tu non sei così,non sei come loro.Infatti anche lì in mezzo ti senti comunque solo†(Fabio Volo)  Sarà il polline,che lento e implacabile entra nei miei bronchi.Sarà il caldo,l’afa o il ventilatore che non funziona.Sarà quel che sarà o forse quel che è stato,ma oggi mi sento davvero come un orsetto di peluche.Un orsetto di quelli soffici,che fin dal primo sguardo ispirano tenerezza e con cui tutti,almeno una volta,abbiamo dormito.E se non fosse per questo cuore che batte,ben mi vedrei su uno scaffale in attesa che qualcuno mi compri per poi,dopo essersi divertito con me,abbandonarmi nella polvere.Mi torna in mente un verso di un famoso pezzo degli 883 “Quanti in questi anni ci han deluso,quanti col sorriso dopo l’uso ci hanno buttatoâ€.Resto fermo immobile un attimo,poi con l’affanno di un naufrago tra le onde del mare,apro l’armadio in cerca del mio amichetto di stoffa.Eccolo,che emozione!Mi guarda con l’unico occhio che gli è rimasto,l’altro purtroppo gli si è scucito.Erano anni che non gli regalavo un’attenzione e preso un pò dal senso di colpa,immagino me al suo posto.Cosa avrei provato io a rimaner chiuso da solo per anni in uno stanzino?Ci rifletto un secondo poi lascio perdere,di sicuro lui non si è accorto di niente e mi concentro sulla strana la sensazione che provo nel accarezzarlo.È come poter prendere in mano un ricordo che di solito invece rimane un impalpabile mitizzata nebbia nei meandri della mente.Questa volta è diverso.Questa volta è tutto così reale.Mi stendo sul letto e lo stringo ancora più forte.Accorgersi che non siamo più in grado di consolarci a vicenda è una delle logiche conseguenze dell’esser diventato grande.Pur di non sentirci soli i nostri sguardi cadono allora sul parato che lentamente sta venendo meno.“Noi sappiamo fare di meglio? Noi siamo in grado di non fare la stessa fine?" Chiedo rivolgendomi all’orsetto,che mi ignora.Probabilmente non lo sa,o non vuole ammettere nulla.Ho visto imbiancare,stuccare,dipingere e poi ricoprire quel muro.Come ho visto crescere,fortificarsi,rompersi e poi guarire le mie membra.In fondo mi chiedo quale sia la differenza reale tra me e lui,tra e me e quel pupazzo.Io posso respirare,uscire,scappare ma in quelle â€certe notte†che il Liga ignora,l’apatia è più forte anche del mio essere umano.E ritorno punto e da capo.Mi sento un pilota che passa più tempo ai box che in pista.Un inutile portachiavi attaccato ad una catena.E più vado avanti,più i miei piedi sembrano urlarmi:â€stai sbagliando strada,stai sbagliando stradaâ€.Non sono un gambero,ma un granchio sordo.Evito i problemi,evito di soffrire e le delusioni inutili.Evito talmente tante cose che alla fine mi abituo a non far niente per migliorare la mia situazione.E quando,per la semplice legge fisica per cui ogni azione ha delle conseguenze,mi arriva il boomerang indietro,non riesco proprio a schivarlo.Lo prende ogni volta in pieno viso ma non importa,sono un muro,un pupazzo infondo E pensare che non è stato sempre così.Quando soffrivo per amore era tutta un'altra storia.In quel periodo ero solito rinchiudermi nel dolore solo per trarne  forza,rabbia,e vigore.Ogni ferita mi faceva sentire sempre più vivo e mi avvicinava inevitabilmente all’esser disposto a tutto.I miei obbiettivi erano principalmente due: salire sul ring con il mio Ivan Drago e dopo averlo battuto urlare “Adriana,Adrianaaaaaaâ€.Inutile chiedersi chi fosse il mio eroe all’epoca.Entrambi fecero la fine dei cracker nello zaino.Una consapevolezza sarebbe nata da lì a poco:per quanti cazzotti puoi prendere,non saranno mai abbastanza per farti capire quanto sai stato stupido ad esagerare nelle ambizioni.“Io farò questo,io farò quelloâ€..e poi?Dove finiscono tutte i proclami che il vento ridendo ascolta?Nella spazzatura,con le bucce di banana e i fazzoletti sporchi.Pensandoci non è così difficile capire perché a Napoli ci sia stata l’emergenza rifiuti.Un napoletano medio produce più sogni di qualsiasi altro cittadino .Siamo un popolo di sognatori,di artisti di strada e di aspiranti qualcuno.Il problema per me si complica,poiché essendo nato ad Alessandria,il mio sangue non è unicamente partenopeo.Ho nelle vene anche la pacatezza e la narcolessia degli alessandrini oltre che la parlantina e il caos mentale dei figli di “Pulcinellaâ€.Le due cose non sono conciliabili.Forse è per questo che non trovo il mio posto da nessuna parte .Quando sono a Napoli aspetto l’inverno per avere pace e tranquillità.Quando sono tra i "polentoni" ricerco affannosamente un po’ di vita ed allegria fino a notte fonda.Il parato continua a perder pezzi,nel frattempo,spero non mi cada nulla addosso. a non ne sono poi tanto convinto.Forse invece non aspetto altro.Una forte botta in testa e poi il buio totale.Mi va bene anche un buio parziale,un "buino",un'apparizione,un segno magari,qualsiasi cosa possa essermi utile a svegliarmi da questo incubo.Suvvia,possibile mai che di Venerdì pomeriggio io non abbia di meglio da fare che stringere un peluche e guardare una parete?

30/11/-1, 00:00:00
Non voglio mettermi l’anima in pace (la strada è lunga e io non ho paura,quindi che problema c’è?!!)

come+far+crescere+il“La vita essenzialmente è un continuo bungee jumping.Ci tuffiamo nel vuoto da cui poi non è sempre semplice risalire.A volte non basta volerlo.Non provarci però sortirebbe lo stesso effetto.Sarebbe come lasciare una partita di poker dopo aver visto le prime due carte che la sorte ti assegna.Non si sa mai cosa c’è dopo.È per questo che ho scelto di vivere sempre al massimo e nel caso bluffare,non posso certo arrendermi per un paio di mani andate male!†Non credo nel silenzio.Non credo nel silenzio semplicemente perché per me equivale ai titoli di coda,al nulla eterno,alla morte.Credo nel dolore e nel sacrificio piuttosto,ma in particolare nelle persone e nel loro sorriso,la più misteriosa tra le finestre sull’anima. E sono convinto che le impronte digitali,diverse per tutti e 6 miliardi di individui,non siano l’unico segno della nostra unicità.C’è dell’altro nascosto tra le pieghe degli abiti che ogni giorno indossiamo,solo che molti non lo scopriranno mai.Troppi sono impegnati,ed è un gran bel paradosso,nel culto dei segreti di una qualche religione,per sprecare tempo nel conoscere il mondo che li circonda. E dato che mettersi alla prova spesso equivale a commettere peccato,questi individui prediligono sedersi davanti ad una finestra in attesa della vita che verrà,pensando a quanto sarà bello ricongiungersi con i loro cari.E’ troppo facile vivere così.Preferisco essere una “pecorella smarrita†ma vivere senza preconcetti,né pregiudizi,senza limiti ne restrizioni.Non voglio mettermi l’anima in pace.Voglio essere tormentato.Voglio tremare.Voglio aver paura e vivere questo viaggio in tutti i suoi risvolti . Belli o brutti che siano.Voglio potermi alzare alle due di pomeriggio non lasciando andare il cuscino quasi fosse per me vitale stare con lui.Oppure rimanere sveglio per 24 ore con la testa tra le nuvole,aspettando il nuovo giorno.E correre a vedere ogni singola alba che l’occasione mi pone di fronte stringendo forte chi mi trovo affianco:un amico, una fidanzata,una sconosciuta,una bottiglia di rum.Non conta chi,conta come. Non conta quando ,conta perché.Non credo nel silenzio perché è la fine del movimento,delle passioni,dei respiri lenti .Io non riesco a stare fermo,neanche quando gioco alle belle statuine.I miei pensieri,il turbine colorato del mio io,sono motori che non sanno fermarsi .E ne sono contento,è sinonimo di essere vivo ,di esserci ancora.E fino a che i miei polmoni supplicheranno ossigeno e il cuore pomperà sangue in tutto il mio organismo,non voglio neanche provarci a stare zitto e fermo.Ho tenuto a freno troppo a lungo idee e genio. Mi ricordo che a volte quando andavo al liceo e la professoressa spiegava le poesie.io letteralmente implodevo.Non riuscivo e non riesco tutt’ ora ad essere d’accordo con le interpretazioni che ci vengono imposte,poiché ritengo distruggano la fantasia e la creatività con la quale quei versi erano stati creati.Ognuno di noi proietta se stesso in quelle dolci noti e trovo che la parafrasi rovini del tutto l’armonia,congelando il calore delle parole. Preferisco non capire niente  restando meravigliato davanti a tanta bellezza che farmi imboccare delucidazioni da qualcheduno.Discorso diverso vale per la musica. Non avendo intermediari,questa musa ti colpisce direttamente.Non hai bisogno di capirla per poterla apprezzare.Ma comunque degli aspetti in comune con la letteratura ci sono,essendo entrambe figlie di un riflesso della nostra anima. E la prova ci viene dal fatto di ascoltare canzoni diverse a seconda del “periodo†e dell’umore.Io sono passato dal rock al pop,dal rock al metal e poi di nuovo al pop e ora,guarda caso,ascolto generi diversi.Questo succede perché la melodia,è l’accordo  che più si avvicina al ritmo del battito del nostro cuore e allo stile di vita che scegliamo .I testi invece,comprendono quasi sempre le frasi che vorremmo sentirci dire o che non abbiamo il coraggio di confessare.Non sono d’accordo con i critici dicevo ma nemmeno con le masse,con la televisione,con i politici e di tanto in tanto neanche con me stesso.Non ho mai saputo scegliere tra avere rimorsi o rimpianti quindi tra ragione e il coinvolgimento del momento.Quindi capita che io prima di agire rifletta tantissimo e poi faccia il contrario e viceversa ,avendo la consapevolezza in ogni caso di averci provato e di non essermi tirato indietro.Tenendo a mente i propri limiti certo .Fino a qualche tempo fa  gli ostacoli più grossi che e che non riuscivo a superare dipendevano dalla timidezza e dal non saper dire di no.Cominciavo a farfugliare e a fare strani giri di parole pur di accontentare la persona che avevo di fronte.Ora molto è cambiato e preferisco utilizzare il linguaggio degli occhi e dei segni,concentrare l’affetto in gesti semplici,piuttosto che perdermi nelle mie stesse parole. Un abbraccio ad esempio è l’apoteosi del voler bene e rimane tra l’altro una delle poche dimostrazioni che sanno manifestare l’â€ineffabileâ€,tutte quelle sensazioni ed emozioni altrimenti quasi impossibili da spiegare.Ed è soprattutto quando scrivo che mi rendo conto di quanto sia difficile descrivere un sentimento.Allora spesse volte mi limito a trascrivere solamente cosa le frequenze della radio del mio cuore trasmettono,senza modificare nulla.Arrivo ad eclissarmi lasciando alla tastiera carta bianca.Il discorso cambia se si fanno le veci di un’altra persona,esistente o inventata che sia.Entrare nei personaggi,provando ad immedesimarmi in loro,e raccontarli è molto più semplice che entrare dentro di te Ma egualmente utile.Sembrerà strano ma alcune mie creazioni sono riusciti a farmi crescere,mostrandomi punti di vista che non avevo mai considerato.Quindi da creatore sono tornato ad essere io il materiale su cui lavorare. E c’è nè di lavoro da fare,me ne rendo conto.Ma la strada è lunga e io non ho paura,quindi che problema c’è?!!

30/11/-1, 00:00:00
L’ignoranza dei “secchioni†(studiare troppo nuoce gravemente alla salute)

come+far+crescere+il

“..poi un giorno ti alzerai da quella sedia scomoda,lasciando per un istante le sudate carte e affacciandoti dal balcone della vita,vedrai affranto il mondo di cui tanto avevi sentito parlare.Macchine,pedoni,vetrine addobbate ma soprattutto il cielo,le nuvole,il vento che soffiando ti scompiglia i capelli.Sentirai le gocce di pioggia bagnarti i piedi,consapevole però che la tempesta è altrove.Conosciuti quali sono i tuoi limiti,non vorrai altro che far parte di quella realtà conosciuta solo in teoria,ma prima dovrai riuscire a convincere te stesso di non appartenere a quella sedia,a quei libri su cui stai puntando tutto ma che rischiano di distrarti dalle cose davvero importanti..†E se fossero quelli che spesso soprannominiamo “secchioniâ€,in realtà i veri ignoranti?Sembra paradossale ma…partendo dal presupposto che il tempo è limitato e che quindi andrebbe ottimizzato,il rapporto ore di studio-risultato nel concreto,come crescita e formazione dell’individuo,è davvero così positivo?No,o almeno non lo è del tutto.Una premessa è doverosa,altrimenti sembra quasi che questa mia riflessione voglia lodare gli “sfaticatiâ€.Io sto parlando di quelle persone che pongono come “primo motore immobile†la scuola e non fanno altro che chiudersi in casa ad imparare nozioni su nozioni.Esagerano insomma..perchè anche studiare,come bere,mangiare e lavorare troppo,alla lunga è solamente controproduttivo.La vita è una continua prova di abilità pratiche,nella quale è fondamentale imparare a sapersi arrangiare e a scendere a compromessi.Per quanto si possa imparare sui libri,manuali o seguendo lunghi e noiosi corsi integrativi,non si va da nessuna parte senza aver fatto esperienze “sul campoâ€.E solo avendo una discreta “attività sociale†infatti,degli amici con cui parlare,litigare e sognare,facendo sport,uscendo la sera,si può aspirare ad avere quel bagaglio indispensabile per sopravvivere in questa giungla.Ho sempre apprezzato quindi coloro che per superare i compiti in classe,usavano fotocopie ridotte nascondendo gli appunti nei posti più disparati,poiché considero la furbizia nello specifico come una delle vette più alte della mente,e come prova tangibile di aver compreso buona parte delle leggi non scritte.Certo il presupposto è che un minimo indispensabile si sappia,si debba conoscere l’argomento e le sue linee generali poiché il menefreghismo è ancora più deleterio.E quando ho potuto,confesso di non esseremi mai tirato indietro,anche se stavo “imbrogliando†e i sensi di colpa avrebbero dovuto distruggermi.O almeno così dicono.La cultura è il primo fondamentale passo verso la libertà;conoscere e soprattutto elaborare uno spirito critico e dei punti di vista personali ti permettere di non essere pecora,semmai pastore.Ma se questo è indubbio è altresì vero l’aforisma di Aristotele “la virtù sta nel mezzoâ€,e il saper alternare divertimenti e momenti di svago a riflessioni e considerazioni sui testi più che imparare a memoria nomi e date che non serve a niente,è fondamentale e necessario nel mondo di oggi dove non sono solo i più colti,quelli che riescono a fare strada.Mi ricordo che fin dai tempi delle medie ho trovato perciò ridicoli e un po’ patetici coloro che stavano sempre a lamentarsi dei voti che prendevano,per due semplici motivi:manifesta presunzione,e poca elasticità mentale.Tutto è relativo e può essere messo in discussione, e anche le valutazioni,risentendo della soggettività e del metodo del professore, possono essere erronee.Perchè c’è il fattore c,(quante volte abbiamo pensato“Mi hanno chiesto proprio quello che non sapevoâ€) da mettere in conto,che si può sconfiggere con quelle doti “del sapersela cavareâ€che elogiavo prima e che possono influire molto sulla valutazione.Mi viene in mente lo stupendo film “The millionaire†a supporto della mia tesi.Un ragazzo di strada,nato tra le baracche di fango,riesce a conquistarsi l’opportunità per partecipare all’importante show televisivo,nonostante i pregiudizi,e a sorprendere tutti.Risponde con sicurezza ad ogni domanda,pur non avendo una vasta cultura,con l’aiuto dei ricordi di una vita difficile e a tratti drammatica ma certamente piena di emozioni e soddisfazioni.Il “ragazzo del thè†che ha saputo sfruttare l’attimo e conquistare un posto nella storia ma quel che più conta:l’amore.Questa è una favola è vero,una finzione,però non è detto che ognuno di noi non possa vivere la sua..Ed il primo passo perché si avveri è scendere per strada e respirare e vivere le altre persone,valutare le reazioni,le espressioni e poi..â€Carpe diemâ€.Tra un po’ ci sarà la maturità e già immagino la disperazione stampata a fuoco sul viso degli alunni,i siti web invasi da domande su questo e quel docente e consigli su quali autori studiare.Se posso dare un consiglio,dato che l’ho affrontata e vissuta intensamente l’anno scorso,tutto sta nel saper stare sereni e non farsi prendere dall’ansia.Quel numero che alla fine viene dato,non solo è poco utile (se non in rari casi nelle selezioni,e per una riduzione minima delle tasse) ma non attesta alcun che. E lo capisci quando entrando all’università,non ci sono aule per i sessanta,e altre per i cento,ma sedie scomode allo stesso modo per tutti.In definitiva i numeri,le formule,le correnti di pensiero sono utili solo se non vanno a riempire un contenitore vuoto.Fino a che non viviamo sulla pelle il dolore,il piacere e tutte le sensazioni forti che fanno crescere e maturare,non siamo altro che una pianta i cui frutti non sbocceranno mai,un potenziale inespresso.Espresso invece incredibilmente meglio da coloro per anni sono stati considerati discreti scolari ma che qualche anno dopo non solo hanno colmato “il gap†con i “secchioni†avendo acquisito consapevolezza delle proprio abilità,ma di fatto si sono più avvicinati all’obbiettivo primario di tutte le persone:essere felici,dimostrando per giunta che quell’idea che poteva sembrare strana inizialmente non è poi tanto paradossale infondo.“Ti volterai ancora un secondo,come un naufrago che osserva il mare in cui tanto ha penato,e guardando quella sedia,quei volumi accatastati l’uno sull’ altro,e quel voto appeso al frigo,capirai..e con le lacrime agli occhi correrai sotto quella pioggia come non avevi mai avuto il coraggio di fare.Sarà quello il tuo primo giorno da uomo libero"

30/11/-1, 00:00:00
I Minimi Comuni Denominatori del Marketing Virale
come+far+crescere+ilBuongiorno a tutti e buon 1° Maggio. Quest'oggi, anche se temo che l'articolo avrà ben pochi lettori, almeno per oggi vista la giornata di festa (divertitevi, mi raccomando... come+far+crescere+il), riprende l'argomento "Marketing Virale" iniziato nel post del 4 aprile e ripreso poi qualche giorno più tardi con l'esposizione del caso più famoso di Viral Marketing finora conosciuto (hotmail).

Ed è proprio da quì che riprendiamo...

Molti potranno certamente dire che sono pochi i siti che hanno le caratteristiche di Hotmail. Il servizio è gratuito, è molto utile ed efficiente e interessa potenzialmente i navigatori di tutto il mondo. Questi fatti sono innegabili; ma se il marketing virale non funziona allo stesso modo per tutti i tipi di siti, è anche vero che non esistono casi in cui abbia portato danni – se correttamente amministrato – o abbia avuto scarsi effetti.

Una strategia di marketing virale deve avere fra le proprie caratteristiche:

1. Offrire prodotti e servizi
2. Non comportare sforzo per l’utente che divulga ‘automaticamente’ il messaggio
3. Potenzialmente deve essere in grado di crescere molto rapidamente
4. Deve utilizzare sistemi di trasmissione/comunicazione già esistenti

Dare gratis subito per vendere in seguito

Un sito di e-commerce, essenzialmente portato alla vendita di prodotti, potrebbe ritenersi escluso dal network di siti che possono sfruttare la potenza del marketing virale. Non è assolutamente così.

Certo, il meccanismo di propagazione virale (ed esponenziale) del messaggio deve essere legato indirettamente al business principale del sito.

Se per avere un account su Hotmail.com fosse stato necessario pagare, la curva di crescita del sito sarebbe stata certamente inferiore a quella che si ebbe nell’ultimo terzo degli anni ’90; questo è vero, ma bisogna aggiungere che, in primis, il sistema non sarebbe stato certamente inefficace e, in secondo luogo, che la gratuità di un servizio deve essere sfruttata anche quando questo non rappresenta il core business del sito.

D’altronde, quali sono i siti che effettivamente offrono un prodotto gratuitamente senza avere nulla come contropartita?

Se prima erano pochi oggi non esistono affatto. I banner furono le prime fonti di reddito per siti “totally freeâ€, da Hotmail a Napster.

Offrire un servizio gratuitamente (purché efficiente e utile a molti) significava infatti avere la possibilità di raccogliere un immenso pubblico.

Sfruttare questo immenso pubblico è un’altra questione, ma se non si riconosce in una grande utenza la possibilità di fare profitti, non avrebbe alcun senso la realizzazione di servizi gratuiti e la diffusione di questi attraverso strumenti di marketing virale (a meno che non si tratti di siti universitari, associazioni, siti istituzionali etc).

Come già accennato, i banner furono la prima fonte di introiti per siti che offrivano servizi in modalità gratuita.

Oggi la loro forza è certamente minore anche se, nonostante le ‘traversie’ dei banner negli ultimi tempi, sarebbe però totalmente errato pensare che essi non rappresentino più una fonte di reddito.

D’altronde, nuove fonti di revenues si sono già da tempo affacciate sul mondo del Web. Hotmail stessa, per esempio, ha fatto dell’e-mail marketing una grandissima fonte di guadagno. Inoltre, già da tempo, Hotmail ha diviso i propri servizi tra gratuiti e a pagamento.

Chi sceglie il servizio gratuito non dispone di tutta una serie di funzioni e di servizi di cui invece godono gli iscritti a pagamento.

Questo è un classico sistema per introdursi velocemente ed efficacemente in qualsiasi mercato: prima si offre un servizio gratuitamente e poi, dopo che un gran numero di utenti lo usa e lo può apprezzare veramente, lo si mette a pagamento (almeno in parte).

Anche se la gran parte degli iscritti non accetta di pagare pur rinunciando a servizi già esistenti o a nuovi da introdurre, saranno in molti a sottoscrivere un abbonamento a pagamento e questa sarà una fonte di guadagno tendenzialmente destinata a crescere.

Certamente, sono numerose le aziende che non potrebbero mai fornire gratuitamente dei servizi o dei prodotti e che non sarebbero capaci di compensare i costi dei prodotti con attività pubblicitarie o altro. In questo caso, l’offerta gratuita deve essere parallela al core business. Un famoso sito statunitense decise di offrire ai suoi utenti la possibilità di spedire gratuitamente delle cartoline digitali. Chi riceveva la e-card avrebbe potuto poi iscriversi ad altre newsletter. La percentuale d’iscrizione agli altri servizi (sempre gratuiti) fu molto alta. Il sito cominciò quindi a diffondere la pubblicità dei propri prodotti a sempre più persone e questo aumentò enormemente la penetrazione della sezione e-commerce (quella principale) del sito stesso.

Tra gli esempi più recenti, ne possiamo trovare uno tutto italiano...

come+far+crescere+ilDa qualche tempo, infatti, proprio quì a casa nostra, è nato un Circuito di Centri Commerciali Gratutiti che presenta tutte le caratteristiche necessarie...

1. Offrire Prodotti e Servizi - Più di 3 milioni di prodotti a catalogo ed un sacco di servizi a disposizione degli utenti (blog, area annunci, video e photogallery, etc...) GRATIS!!!

2. Non comportare sforzo per l’utente che divulga ‘automaticamente’ il messaggio - Chiunque si iscriva al circuito non vede, logicamenete, l'ora di comunicarlo ad altre persone (così da accrescere velocemente il proprio circuito ed i propri guadagni... come+far+crescere+il)

3. Potenzialmente deve essere in grado di crescere molto rapidamente - I numeri di crescita del circuito sono impressionanti... e non sembrano essere destinati a fermarsi... anche perchè per attivare un nuovo Gigacenter bastano un paio di Click... come+far+crescere+il

4. Deve utilizzare sistemi di trasmissione/comunicazione già esistenti - A disposizione degli utenti Blog, Video e Photogallery, sistema di Email Marketing (Viral Shop) ed altri metodi molto interessanti...

Vi lascio, quest'oggi, con un video che riguarda proprio quest'ultimo caso tutto italiano...

Se volete approfondire potete trovare maggiorni informazioni quì: Gigacenter




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30/11/-1, 00:00:00
I 2 Ebook di Alfio Bardolla Gratis Grazie alla Bruno Editore?!?
come+far+crescere+ilCiao a tutti!!! Questa sera, in realtà, non avevo nessun post in programma, ma poi, sbirciando tra le mail ricevute, ne ho notata una in particolare che ha attirato la mia attenzione perchè segnalava un "evento" particolare ed un interessante offerta ed ho deciso di segnalarvi la cosa...

Proprio oggi, infatti, parte il prelancio dei 2 ebook di Alfio Bardolla:
I Soldi Fanno la Felicità + L'Arte della Ricchezza

Ebbene, per chi aderisce dal 15 al 22 aprile, entrambi gli ebook saranno praticamente GRATIS!!!

Tutto questo sarà possibile grazie ad un offerta che comprende non solo 7 report bonus sugli investimenti in immobili e in Borsa. Ma anche la versione completa (venduta a 29+iva) dell'ebook in 264 pagine "Il Negoziatore".

Dunque facciamo due conti insieme:

- la versione cartacea dei 2 libri I Soldi Fanno la Felicità e L'Arte della Ricchezza, editi da Sperling&Kupfer, costano 16,50+16,50= 33 euro

- l'ebook Il Negoziatore costa 29 euro

- i 7 report bonus sugli investimenti immobiliari e di Borsa hanno un valore di circa 39 euro

TOTALE: 33+29+39= 101 EURO+iva

Invece, per chi aderisce al pre-lancio, il prezzo di tutto il pacchetto (I Soldi Fanno la Felicità + L'Arte della Ricchezza + Il Negoziatore + 7 Report Bonus) è in totale di: 29 euro+iva!

In pratica è come se gli ebook di Alfio Bardolla & Alessandra Croce fossero completamente gratuiti!

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I due best-seller di Alfio, "I Soldi fanno la felicità" e "L'Arte della Ricchezza", offrono un approccio alla ricchezza inedito.

Se non sei ancora ricco è perché nessuno te lo ha mai insegnato: niente di più vero. Puoi diventare ricco anche partendo da un piccolo capitale, perché quello che farà crescere i tuoi soldi sarà la tua intelligenza finanziaria. Infatti tante persone, pur avendo un patrimonio invidiabile alle spalle, finiscono per sperperare tutto.

Infatti, come possiamo diventare ricchi e mettere in atto con efficacia le giuste strategie se le nostre convinzioni sul denaro sono quelle sbagliate?!? Occorre quindi ripensare i soldi per ripensare la propria vita e il proprio benessere.

Vuoi scoprire i segreti dei ricchi?!? Vuoi cambiare per sempre la tua situazione economica e conoscere i segreti per vivere di rendita?!? Scopri i due ebook di Alfio Bardolla sul Wellness finanziario.

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30/11/-1, 00:00:00
Maurizio Galluzzo: l’insegnante 2.0
Intervista a Maurizio Galluzzo, l'insegnante 2.0

come+far+crescere+ilQuesta settimana abbiamo stressato con le nostre domande Maurizio Galluzzo.

Non sapete chi è Galluzzo?
Maurizio è un docente universitario che insegna quello che stiamo usando noi tutti i giorni , le tecniche digitali abbinate alle forme di comunicazione, mente attiva partecipa a diversi progetti… ma sentiamolo da lui:

- Chi sei? Descrivi la tua passione….

Insegno all’università tecnologie digitali nelle diverse forme espressive ma sempre legate al mondo della comunicazione, della grafica e della simulazione.
Opero, come mi piace definire, nell’ambito della creatività digitale applicata.

Qualche mese fa ho lanciato il progetto “L’università che vorreiâ€.

Si tratta di un manifesto, ovvero un patto tra docenti e studenti per l’introduzione e l’utilizzo delle migliori tecniche e tecnologie per l’education.

Il tutto senza impattare sui difficili e spesso precari equilibri con l’università. Il progetto sta avendo grande diffusione,

- Da quanto tempo ti occupi di web?

Mi occupo di web dal 1993 e di informatica dal 1982. Ho iniziato molto giovane a occuparmi prima di elettronica digitale e poi come naturale conseguenza di informatica.

Il primo libro l’ho scritto a 17 anni ma all’epoca era facile.

Eravamo pochi ad occuparci di informatica e pertanto ci conoscevamo quasi tutti.

Ho vissuto tutte le trasformazioni e rivoluzioni delle nuove tecnologie, è stata un’esperienza esaltante.


- Quali sono le tue più grandi soddisfazioni in ambito lavorativo?

Le soddisfazioni migliori le ho dagli studenti al termine dei diversi percorsi formativi.

Verificare che il lavoro svolto produce ottimi risultati è davvero un momento importante.

Le materie che insegno sono comunque nell’ambito dell’interesse dei giovani anche se i giovani stessi tendono a leggerne solo la superficie.

Forse i più bei lavori li ho svolti in corsi all’estero. Ricordo quelli in Bosnia, subito dopo la fine della guerra, e in Slovacchia.

Proprio in Slovacchia, a Kosice, al confine con l’Ucraina, siamo dovuti andare nella
sede delle poste per collegare l’università con la rete internet.
Non avevano grande dimestichezza con queste tecnologie e ricordo che eravamo in due a lavorare e una dozzina di persone intorno a guardare…

- Cosa ti piace del tuo lavoro?

Principalmente la possibilità di fare ricerca e di sperimentare.
Sperimentare nuove tecnologie ma anche nuove esperienze.
Mi piace ascoltare i racconti degli altri e imparare cose nuove.
Mi annoia ogni lavoro ripetitivo.

Per fare un esempio ogni anno cambio oltre il 50% dei contenuti dei miei corsi, questo per adattarli alle più recenti innovazioni e per fornire sempre il massimo della qualità nella docenza.

- Hai mai pensato a condividere la tua conoscenza attraverso eventi o corsi?

Lo faccio quotidianamente, non solo attraverso seminari e percorsi di conoscenza all’università ma anche attraverso workshop, BarCamp o altre forme più o meno istituzionalizzate.

- Consiglieresti il tuo lavoro ad un giovane? Perché?

I consigli, ho imparato da tempo, a non darli.
In ogni caso i giovani devono scegliere un loro percorso dettato fondamentalmente dalla passione.
Senza dubbio il web è una delle aree di maggior interesse per un giovane perché può fondere creatività, fantasia, cultura.

Le possibilità offerte dal nostro paese però in tal senso sono limitatissime e pertanto chi vuole crescere deve andare all’estero.

- I tuoi progetti futuri, cioè… cosa farai da grande?

Sto lavorando su un progetto che riguarda un modo nuovo di sfruttare il mezzo televisivo e in particolare le iptv.

E’ un progetto ambizioso e di media durata che richiede uno sforzo di immaginazione non indifferente ma lo sforzo maggiore è nel convincere i partner di progetto su soluzioni mai sperimentate.

Saluti
Maurizio Galluzzo

30/11/-1, 00:00:00
the 3d technologies: intervista a Nicola Deiana
Intervista a Nicola Deiana, il famoso blogger di the 3d technologies

come+far+crescere+ilIl personaggio che vogliamo intervistare oggi è Nicola Deiana, un noto blogger che vive in Sardegna.

Nonostante abiti in una terra lontana dalle grandi metropoli, Nicola, ha saputo affermarsi nel suo campo pubblicando un blog, anche in lingua inglese, che gli permette di autosostenersi.

Nicola è un chiaro esempio per tutti, dimostra come è possibile, avendo volontà, riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati, vediamo cosa ci ha detto Nicola…

- Chi sei? Descrivi la tua passione …

Mi chiamo Nicola, ho 33 anni, e sono un ex ingegnere edile che si è convertito al web. La mia professione nel web riguarda principalmente il settore del blogging e del marketing di affiliazione.
Mi sto specializzando in questi due campi, ma mi interessano anche altri modelli di business online che sono gia presenti e che mi piacerebbe un giorno sviluppare. In generale, guardo come si evolve il mercato su internet e mi muovo di conseguenza per vedere se ne posso in qualche modo trarre profitto.

- Da quanto tempo ti occupi di web?

Ho iniziato nel 2006, da zero, senza avere conoscenze di html, php e sopratutto l’inglese che è la lingua principale dei miei blog. Tuttavia devo ammettere che ho iniziato seriamente intorno alla metà del 2008.
Un giorno ero in un negozio che vendeva libri all’interno di un centro commerciale e ho acquistato un libricino di non piu’ di 30 pagine intitolato “come creare la vostra prima pagina web”.
Da li è incominciato tutto. Il mio puo’ essere considerato un esempio di come chiunque con po di pazienta e costanza puo incominciare un business online senza inizialmente avere delle conoscenze sulla materia.

- Quali sono le tue piu grandi soddisfazioni in ambito lavorativo?

Le mie piu’ grandi soddifazioni le ho quando ricevo email da qualcuno che mi fa i complimenti per il libro che ho scritto, o per gli articoli che scrivo. Ovviamente anche questa intervista è inclusa tra le grandi soddisfazioni.
Spero che pero’ un altra soddisfazione verrà con il secondo libro che sto scrivendo e che spero di lanciare presto.

- Qual’è il lavoro che ti ha dato meno soddisfazione? Lo rifaresti?

Non esiste! Mi piace tutto di questo lavoro.
Cerco di fare sempre le cose che mi piacciono e forse per questo che non ho ancora trovato qualcosa che non mi ha soddisfatto.


- Cosa ti piace del tuo lavoro?

Quando lavoravo da ingegnere, sia in studio che in cantiere ero sempre sotto controllo da parte del mio datore di lavoro. Non ero libero di fare e pensare come volevo. Internet invece mi ha dato la libertà di fare come voglio io, anche se lavoro molto di piu’ di quando facevo l’ ingegnere.
Ovviamente adesso qualcuno potrebbe chiedersi: se lavori cosi’ tanto dov’è tutta questa libertà?
Beh, la liberta e nel poter creare quello che mi piace, e quando non mi piace cambiarlo come voglio io.
Per me questa è la vera libertà. E’ sopratutto la libertà di potermi gestire il tempo come mi pare e piace.

- Hai mai pensato a condividere la tua conoscenza attraverso eventi o corsi?

Questo è un passo che vorrei fare, o spero di farlo in futuro quando avro’ acquistato la fiducia dei miei lettori.
Senza la fiducia non si puo’ iniziare un corso o un evento. Per adesso ho scritto un libro e gia questo è qualcosa che mi ha permesso di condividere le mie conoscenze con gli altri.

- Consiglieresti il tuo lavoro ad un giovane? Perchè?

Mi piacerebbe consigliarlo a tutti.
Ma a mio parere non tutti sono predisposti per farlo… molti pensano che è facile fare soldi online, invece è piu’ difficile di qualunque altro lavoro.
In particolare, lo consiglierei solo a quelle persone che hanno tanta voglia di scrivere, imparare, condividere le proprie conoscenze, una mentalità aperta alle nuove technologia, e sopratutto, tanta, tanta pazienza.
Senza questi requisiti non si va troppo avanti. Perchè? E’ molto stimolante come lavoro e non ti annoi mai.

– Se potessi ritornare indietro, cosa non faresti? (in campo lavorativo)

Come blogger e affiliate marketer niente. Rifarei tutto quello ho fatto.
Anche gli errori sono importanti per crescere, e se sei un principiante non li puoi evitare. Quindi rifarei anche quelli.

- I tuoi progetti futuri, cioè… cosa farai da grande?

Ho tante cose nella mente. Ma faccio un passo alla voltà, insomma vivo alla giornata, senza pero’ pensare anche un po al futuro.
Per adesso mi accontento di continuare con i miei blog, cercando di renderli piu’ professionali possibili. Ogni volta trovo sempre qualcosa di nuovo per migliorarli.
Ovviamente l’altro mio obbiettivo è quello di finire di scrivere il mio secondo libro.

Colgo l’occasione per ringraziare Michele (clikkiamo.it) per avermi dato l’opportunità di rilasciare questa intervista è ovviamente un saluto a tutti i lettori

A presto
Nicola Deiana
The3dtechnologies.com

30/11/-1, 00:00:00
Andrea: purificatore d'aria tramite piante
come+far+crescere+il

Si dice che l'aria che si respira ogni giorno nei luoghi in cui si vive e lavora può essere da 5 a 10 volte più nociva che camminare per la strada, insieme con le sostanze chimiche pericolose presenti nei prodotti domestici di uso comune.

Progettato da Mathieu Lehanneur e David Edwards dell'Università di Harvard, ANDREA è un purificatore d'aria che utilizza le piante da interno per filtrare l'aria. Originariamente conosciuto come BelAir, il progetto è passato attraverso una serie di prove, al fine di renderlo disponibile per i consumatori, con funzionalità aggiornate.
Il dispositivo si basa sulla fitodepurazione naturale tipica delle piante per eliminare i composti organici volatili.

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È sufficiente posizionare qualsiasi pianta d'appartamento all'interno del contenitore che è appositamente progettato per richiamare le tossine presenti nell'ambiente per poi farle circolare tra le foglie e le radici, che ne assorbono e metabolizzano le tossine. Anche se possono essere utilizzati tutti i tipi di piante, le più indicate sono lo Spathiphyllum,  la Marginita Dracaena, il Chlorophytum comosum e l' Aloe Vera, tutte piante semplici da trovare, adatte alla coltivazione interna e di facile mantenimento.

Basandosi sulle ricerche della NASA, il purificatore d'aria rimuove tutte i componenti organici tossici, tra cui la formaldeide e altre sostanze tossiche emesse da pitture, tappeti, e adesivi, e ri-circola aria pulita in casa tua. ANDREA per la purificazione utilizza sia la pianta stessa che l'acqua e la terra usate per farla vivere. In questo modo garantisce un sistema multistadio che pulisce l'aria dalle sostanze dannose che possono irritare ed essere dannose.

come+far+crescere+ilNaturalmente purifica l'aria utilizzando un ventilatore, che "attira" l'aria dall'esterno e la spige attraverso le foglie e le radici della pianta, poi attraverso l'acqua e il terriccio, per poi farla ritoranre nell'ambiente esterno.
Un vassoio estraibile della base permette di cambiare facilmente l'acqua della pianta e si può regolare la velocità della ventola girando una manopola.


Le sue dimensioni sono di 32 centimetri di diametro e 45 centimetri in altezza e sono adatte per l'uso in qualsiasi tipo di ambiente. I progettisti dicono che queato sistema migliora del 360%  la capacità di filtrazione dell'aria di una pianta in condizioni "naturali" ed ha un'efficenza di 440 volte superiore ai soliti filtri al carbone attivo Andrea fa aumentare la velocità di filtrazione di una piante anche del 1000% (non ho scritto male, mille per cento!).

Ora i lati negativi:
La progettazione stessa, anche se minimalista e funzionale, potreva essere stata studiata, a mio parere, meglio.
Ho dei dubbi sulla reale possibilità di sviluppo della pianta, essendo costretta a non crescere più di 35cm, a vivere in condizioni di illuminazione non naturale e ad essere costantemente sotto sforzo.
Gli sviluppatori dicono che lo sviluppo del progetto costò 250.000$ e adesso è in vendita, per l'Italia, a 149€. Un po' troppi per un purificatore d'aria...

Per acquistarlo clicca qui.

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30/11/-1, 00:00:00
Le Tre Gunas
Le Tre Gunas, ogni busta l'alimentazione Yoga, i principi universali nei quali si basa questa mitologica scienza, come guidano le sue vite e la sua alimentazione, ogni busta le qualità degli alimenti, e ma sullo Yoga, e Le Tre Gunas.


Alle persone sáttvicas piacciono loro gli alimenti che incrementano la vita, la purezza, la forza, la salute, l'allegria ed il buon appetito, che sono saporiti ed oleosi, sostanziosi e gradevoli.

Gli alimenti amari, aspri, salati, troppo caldi, secchi, piccanti e forti piacciono alle persone rajásicas e causano dolore, tristezza e malattie

Il cibo rancido, insipido, marcio, corrotto ed i rifiuti impuri" piace ai tamásicos

Bhagavad Corda di canapa, XVII, 8, 9 e 10.

Secondo la filosofia yoga tradizionale e come l'insegnano i maestri Swami Sivananda e Swami VishnuDevananda tutto l'universo risponde a tre qualità basilari o gunas - nel suo vocabolo sanscrito -. Sono le tre qualità basilari di tutte le cose che esistono nell'universo. Tutte le cose ed esseri dell'universo sono un miscuglio delle tre gunas, variando il suo predominancia secondo la sua grandezza di manifestazione, secondo le sue abitudini, etc.
Ogni azione, emozione o pensiero risponde nell'essere umano a queste tre qualità. Predominando una di esse.

Allora tutta la natura, perfino la dieta, di classifica di accordo a tre qualità o gunas; satva (purezza), schegge, attività, passione, e tamas (oscurità) inerzia. La composizione mentale di una persona può giudicarsi per la classe di alimenti che preferisce. Gli asceti credono che uno presa gli alimenti che riflettono il suo livello di purezza mentale e spirituale.


Le tre gunas è:


Sáttva:

"Gli alimenti che potenziano la vita, la purezza, la forza, la salute, l'allegria ed il buon umore, che sono saporiti, succulenti e gradevoli, piacciono alla gente sátvica"
È la qualità della purezza, della stabilità della natura. Nell'essere umano si manifesta come la purezza di coscienza, la salute, e le qualità positive della mente. In quanto agli alimenti, nello Yoga si preferiscono questa classe, poiché apportano al si una tendenza verso la purezza, pace mentale e salute al suo corpo. Dal punto di vista energetico questi alimenti puliscono e purificano il sistema di nadis o tubi astrali del corpo sottile, permettendo che l'energia vitale fluisca liberamente per tutto il corpo astrale. È essenziale l'alimentazione del tipo sáttvica per la pratica avanzata di qualunque tipo di Yoga, e specialmente per quella di del Hatha Yoga, poiché il maneggio del prana o energia vitale come di certe poderose energie Kundalini Shakti richiede come che i nadis o tubi sottili siano debitamente liberi di residui.
Gli alimenti puri che stimolano la vitalità, l'energia, il vigore, la salute e la gioia, che sono deliziosi, salutari, nutritivi e piacevoli sono sátvicos. Questi alimenti purificano e sosiegan la mente e generano equanimità, serenità e tranquillità. Gli alimenti sátvicos proporziona energia, aumentano la forza e la resistenza ed aiutano ad eliminare la stanchezza, perfino dopo un lavoro spossante.
Gli alimenti devono essere molto freschi e naturali, di preferenza coltivati di forma organica, senza modificazioni genetici non conservanti o aromi artificiali. Devono prendersi del modo più nativo possibile: crudi, lessi al vapore o leggermente lessi.
L'apprendista di yoga deve tendere verso questa qualità nelle sue differenti attività della vita. La meditazione si facilita per mezza della predominancia di sattva nella mente, questa è la pace mentale, l'equilibrio e l'equanimità.
La pratica dello Yoga rimuove le altri gunas della mente ed il corpo e favorisce
Sattva Guna.

Gli alimenti sátvicos include:

Cereali, come mais, grano, riso integrale, drena, miglio e quinoa. Bisogna includere nella dieta alimenti di grano grosso, come la farinata di avena ed il pane integrale: rinforzano i denti e le mandibole e stimolano i processi di digestione ed evacuazione. I cereali proporzionano idrati di carbonio che costituiscono la principale fonte di energia del corpo, e trattengono la metà dagli aninoácidos necessari per la formazione di proteine.
Alimenti ricchi in proteine, come legumi, noci e semi. Le proteine sono "il materiale di costruzione" del corpo. La chiave di una dieta vegetariana sana è una buona combinazione di alimenti che includano tutti gli aminoacidi necesarioss per la produzione di proteine.
Frutta, tanto fresca come secca, come succhi di frutte. La frutta è l'alimento più importante del menù degli asceti. Gli effetti curativi dei succhi freschi sono sorprendenti. Apportano minerali, fibra e vitamine energetiche e revitalizantes. Contengono sostanze alcaline che puliscono il sangue.

Erbe, per condire ed in forma di infusioni.

Dolcificanti naturali, come il miele, la melassa, lo sciroppo di acero ed il succo concentrato di mela. Sono molto più recomensables che lo zucchero raffinato. Lo zucchero integrale fa parte della dieta yoga dell'India. Conosciuto per il nome di jaggery, si estrae direttamente della canna e non si raffina. Lo zucchero bianco deve evitarsi in una dieta sana.
I prodotti lattei, come il latte, il burro, il formaggio e lo yogurt, che sono stati sempre parte essenziale della dieta yoga. Tuttavia, l'industria lattiera moderna maltratta gli animali ed aggiunge ormoni ed antibiotici al latte. Per quel motivo, nelle ricette suggeriamo un'alternativa vegetariana quando è possibile. Se, nonostante tutto, si vogliono consumare prodotti lattei, bisogna farlo con moderazione, poiché aumentano la produzione di mucosità ed ostruiscono il fluire naturale della respirazione.



Schegge:
"I cibi amari, inacidisci, salate e troppo piccanti, secche o scalda sono del gusto delle persone rajásicas e producono dolore, sofferenza e malattia."
È la qualità del movimento, del cambiamento nella natura. Nell'essere umano è quella che produce la passione, nelle sue distinte forme, e la tendenza all'attività.
La dieta yoga evita gli alimenti rajásicos perché eccitano il corpo e la mente. Incitano a passioni ed attuazioni turbolente, producono tensione fisica e mentale, agitano i coraggi e distruggono l'equilibrio tra mente e corpo che è imprescindibile per chiarire la felicità.
Gli alimenti rajásicos è gli alimenti molto piccanti, amari o salati, tra essi troviamo: le spezie piccanti, il caffè, il tè ed il sale.
La personalità rajásica tende sempre ad una costante attività incessante, iperattività e stati emozionali perturbati. Gran euforia e depressione sono i poli tra i quali oscilla. La tendenza verso le passioni forti ed incontrollabili è anche una caratteristica di questo tipo di personalità. La mente si sente inquieta ed incontrollabile, c'è una tendenza ad agire. Naturalmente, la meditazione e la pratica di Yoga gli risulta impossibile, diventa inquieto ed ansioso.



Alimenti Rajasicos:

La cipolla, l'aglio, il ravanello, il tè, il caffè e gli eccitanti di ogni indole integrano questa categoria, come i cibi molto conditi e salati, i piatti preparati piagati di prodotti chimici e gli spuntini. Se la cibo sátvica si consuma in fretta e correndo, diventa rajásica. Lo zucchero raffinato, bianco, le bibite, le senapi trattate, le spezie forti e gli alimenti troppo piccanti, amari, aspri o salature sono rajásicos e è migliore evitarli.

Condimenti:

Le spezie ed i condimenti forti sovreccitano la mente ed irritano la membrana mucosa dell'intestino. Gli alimenti rajásicos fomenta la lujuría, l'ira, l'avidità, l'egoismo e la violenza, che sono barriere che separano una persona di altra ed a tutte della comprensione della cosa divina. Spacchi è l'energia che genera discordía nella vita e guerre nel mondo.



Tamas:
Gli alimenti tamásicos fa alle persone rozze e pigre, e li spogliano di ideali, propositi e motivazioni. Inoltre, accentuano la tendenza all'isolamento cronico e la depressione, e riempiono la mente di tenebre, arrabbia e pensieri impuri. La rinuncia alle cibi tamásicas deve essere una dei primi cambiamenti che faccia nella tua vita.
È la qualità dell'inerzia, l'oscurità e distruzione nella natura. Nell'essere umano si manifesta come un stato di pesantezza ed embotamiento, corporale, emozionale e mentale. La tendenza all'inerzia, la svogliatezza ed all'oscurità è la caratteristica di questo tipo di personalità.
Delle tre gunas questo è la guna più densa a livello energetico, e la prima che è necessaria continuare a diminuire per il lavoro in Yoga.



Alimenti Tamásicos:

La carne, il pesce, le avvinazzate alcoliche, la marijuana e l'oppio sono tamásicos. Il consumo di carne e l'alchoholismo sono strettamente relazionati. La necessità di alchohol sparisce quando si elimina la carne della dieta.
Gli alimenti tamásicos include il cibo rancido e marcio, come la frutta troppo matura o troppo verde. Abbracciano anche il cibo fermentato, bruciato, fritto, arrosto alla griglia o riscaldata molte volte, i piatti mezzo stufati, troppo stufati o ricotture, come i prodotti scaduti o quelli che contengono conservanti, per esempio i cibi confezionati, trattati e precotti.
I funghi sono compresi in questa categoria perché hanno bisogno dell'oscurità per crescere. Anche l'aceto, per essere il risultato della fermentazione ed ostacolare la digestione.
Gli alimenti fritti in molto olio sono indigesti: il grasso ostacola l'azione dei succhi digestivi. La frittura distrugge la fine essenza nutritiva che risulta benficiosa per la salute, ed il cibo diventa tamásica.
Se gli alimenti sátvicos si consuma in eccesso, si trasformano in tamásicos.

* La dieta moderna distrugge l'equilibrio naturale del corpo. Ma lo yoga può aiutarti ad essere in sintonia di nuovo coi
necessità del tuo corpo.


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