 Con la guida davanti a un mural dedicato a Bobby Sands
Belfast
Data del viaggio: 2006
Si chiama ‘peace line’ e c’è una strana, tetra, ironia involontaria nel nome. Perché ricorda tutto fuorché la pace. Muri sormontati da reti, alti, fino a 8 metri e lunghi chilometri dividono le zone repubblicane da quelle protestanti. Per attraversarli ci sono solo piccoli cancelli sorvegliati dalla polizia, che di notte vengono chiusi a chiave. Da una parte e dall’altra ci sono ancora le grate alle finestre per proteggersi dai lanci di oggetti provenienti dall’altra parte del muro. Non si capisce se restino perché la paura non se ne va, perché ce n’è ancora bisogno o semplicemente per abitudine.
In realtà Belfast è così. In molti luoghi il tempo sembra non passare mai anche se la voglia di voltare pagina, parlando con le persone, è palpabile. Non è più una città  sotto occupazione militare e la violenza politica è in gran parte un ricordo, per quanto vivo nella mente di molte persone. Del resto sono ancora decine le persone ancora in carcere. Ma i simboli della divisione sono ancora tutti ben visibili. Il filo spinato continua ad apparire  dappertuto, nessuno lo toglie. Così come sui muri sgretolati si vedono ancora i cupi murals lealisti (alcuni dipinti di recente) pieni di tute mimetiche e armi in pugno. A uno sguardo veloce evocano la violenza molto più dei murals repubblicani, colorati, spiriturali e utopici. A una seconda occhiata, più attenta, si nota  che anche i dipinti repubblicani evocano la guerra, ma da un’altra prospettiva, quella del martirio.
 la peace line
Rispetto a Dublino e al resto d’Irlanda, non sono tanti i viaggiatori e i turisti che visitano Belfast, che è anche la porta d’ingresso alle struggenti bellezze naturali della costa nord. A Belfast molti si limitano a scattare qualche foto o a fare un paio di foto da un bus a due piani. Ma non si può provare a capire questa città osservandola solo come un museo a cielo aperto, un po’ macabro e pieno di dolore. I famosi murals (murales) sono solo una parte, la più visibile della storia della città . Perpetuano la memoria condivisa, ma non possono raccontare molto, da soli.
Se non si ha molto tempo o non si hanno le conoscenze giuste, l’occasione per parlare con qualcuno che ha vissuto in prima persona la travagliata storia dell’Irlanda del nord (e ascoltare così almeno una parte della verità ) la offrono i ‘political tours’ di Coiste, associazione di ex prigionieri politici e attivisti che propongono visite a piedi di alcune ore nelle zone repubblicana e unionista della città .
La visita sembra non finire mai. A ogni angolo del quartiere repubblicano di Falls road, povero e depresso, ci sono buchi di proiettile, case, murals, piccoli altari venerati che evocano storie mai dimenticate e relativi fantasmi. In giro, specie nelle strade secondarie, non si vede quasi nessuno. E’ una visita cupa, piena di dolore e violenza che lascia scossi quando, dopo quattro ore di cammino, si arriva al cimitero di Milltown. Qui, in una grande tomba monumentale sono sepolti Bobby Sands e gli altri hunger strikers, i dieci prigionieri dell’Ira che nel 1981 morirono dopo uno sciopero della fame durato oltre due mesi. Tutt’attorno, le case di un quartiere protestante.
Al momento il sito Coiste.com è in fase di ricostruzione, ma l’associazione esiste e organizza ancora i political tour. Per contattarla tours@coiste.com
Per saperne di più: Belfast, gli ultimi muri d’europa; Coiste sul giornale del Sinn Fein; the five demands (blog); i murals di Belfast; Belfast, una città che rinasce
 murale lealista, Sandy Row
 Il cimitero di Milltown
pubblicato in: viaggi, strade poco battute
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