Da Kobe (in Giappone) sono arrivate tante parole di buona volonta’, ma ben pochi sono i progressi verso un nuovo accordo globale sulla riduzione delle emissioni nocive visto che il protocollo di Kyoto scadra’ nel 2012. A luglio, quando in Hokkaido si svolgera’ il prossimo G-8 ci si aspetta che vengano poste le basi per il dimezzamento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050.
Ci sono pero’ forti divergenze tra Paesi industrializzati e Paesi emergenti, e anche all’interno del G-8 ci sono membri, per primi gli Stati Uniti, che temendo la concorrenza sleale delle nazioni emergenti come Cina e India (che non intendono assumere impegni in questo senso), sono contrari alla fissazione di obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni. A rappresentare l’Italia c’era il neoministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Tuttavia quando ha annunciato che il 5 giugno in Lussemburgo il Governo italiano ha intenzione di voler rinegoziare i target di riduzione di CO2 assegnati all’Italia dalla Commissione Ue (-6,5 per cento di qui al 2012 e -18 per cento fino al 2020), i colleghi europei si sono un po’ infastiditi. Secondo la Prestigiacomo sono obiettivi eccessivamente onerosi e irrealistici.
Vediamo dunque qual e’ la situazione italiana. Il peso dell’Italia in Europa in quanto a emissioni di CO2 e’ molto elevato, si pensi che per il periodo 1990-2003, le stime elaborate per l’Europa a 15 indicavano, con riferimento al sistema energetico, un aumento di 121 Mt (milioni di tonnellate) di anidride carbonica, pari a un incremento del 3,8 per cento rispetto all’anno base. Nello stesso periodo l’Italia e’ passata dai 403 Mt del 1990 ai 457 del 2003, con una differenza di 54 Mt, aumento che da solo costituisce il 44,6 per cento dell’intero aumento europeo. In Europa occupiamo la terza posizione in termini di quantitativi assoluti di CO2 immessa in atmosfera dai sistemi energetici, peggio di noi solo Germania e Regno Unito. L’Italia da sola immette il 14 per cento della CO2 europea.
L’Italia ha bisogno di agire sul mix energetico, ha bisogno di politiche capaci di incidere concretamente sulla riduzione delle emissioni del settore energetico. E i trasporti sono uno di questi modi.
Se guardiamo alla situazione delle emissioni di CO2 in Italia dividendola in macrosettori, notiamo che delle 457 milioni di tonnellate di anidride carbonica emesse in atmosfera nel 2003 dal settore energetico, circa il 35 per cento e’ dovuto alla produzione e trasformazione dell’energia, il 27,6 per cento va addebitato ai trasporti, mentre la quota restante va divisa in parti quasi uguali tra le industrie manifatturiere, le costruzioni e il complesso degli altri settori (terziario, agricoltura, domestico).
Se guardiamo i dati riferiti al tempo notiamo che il settore dei trasporti ha avuto l’incremento maggiore (+23,7 per cento), seguito dal settore della produzione e trasformazione energetica (+21 per cento), non e’ trascurabile neppure l’aumento del settore residenziale e terziario (+10 per cento).
E’ quindi necessario prendere provvedimenti per invertire la tendenza soprattutto nei trasporti. Ma mentre nel settore della produzione elettrica un miglioramento e’ possibile, nel settore dei trasporti non si vede purtroppo un’evoluzione positiva a breve. I miglioramenti dovuti all’innovazione tecnologica che porta ad un inquinamento inferiore delle singole vetture, viene vanificato dall’aumento del parco circolante e delle percorrenze medie. Tra l’altro aumento cui non fa seguito un miglioramento della rete stradale, che porta l’Italia ad avere la rete autostradale piu’ intasata d’Europa, con 5809 veicoli per ogni chilometro contro i 3218 della media continentale.
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