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30/11/-1, 00:00:00
Configurare Compiz in scioltezza con CompizConfig!
Come preannunciatovi nel post precedente, parliamo un po’ di nuovi sistemi di configurazione per Compiz sorti all’ombra di OpenCompositing.org… Come saprete compiz, fin dagli esordi, funzionava sfruttando il sistema di configurazione principe di GNOME: GConf, e questo elemento fu uno dei principali motivi di proteste da parte della comunità (spcialmente, quella non-gnome, ovviamente) e quindi [...]

blog+roiCome preannunciatovi nel post precedente, parliamo un po’ di nuovi sistemi di configurazione per Compiz sorti all’ombra di OpenCompositing.org… Come saprete compiz, fin dagli esordi, funzionava sfruttando il sistema di configurazione principe di GNOME: GConf, e questo elemento fu uno dei principali motivi di proteste da parte della comunità (spcialmente, quella non-gnome, ovviamente) e quindi della nascita di progetti paralleli (fork) quali compiz-quinn, prima e Beryl poi.

Con un certo ritardo (si sa, DavidR non è per i workaroundblog+roi ) fu stravolto il sistema utilizzato  fin dagli esordi, inserendo la possibilità di usare plugin diversi per il salvataggio delle opzioni e Mike mikedee Dransfield creò un plugin "ini" che permette il salvataggio della configurazione in dei files (ciascuno per plugin) in ~/.compiz/options. Tuttavia, il ritardo dell’aggiornamento rispetto a Beryl che già aveva i suoi configuratori ed il sistema poco friendly di gestione non resero questo cambiamento troppo apprezzato…

Tutto il resto è storia recente, con il porting da libberylsettings (il fiore all’occhiello di Beryl) a libccs adesso rinominata in libcompizconfig di cui ho spiegato il suo funzionamento in questo articolo che è fondamentalmente sempre valido a parte il fatto che la libreria ha cambiato nome e che adesso il backend gconf usa gli stessi parametri del plugin standard di compiz (per il plugin ini verrà fatta la stessa cosa presto).

Nonostante i flames che ci sono stati nella Mailing list di CompComm riguardo l’approccio usato da questo sistema (alcuni validi, altri un po’ meno) portati avanti più che altro da mikedee e RYX (entrambi "ex" compiz-extra), la discussione è proseguita con un ritmo serrato e attualmente pare essersi placata sia perché si è deciso di mantenere una linea che rimanga sempre fedele ai plugin standard di configurazione di Compiz, sia perché fino ad oggi non esiste sistema migliore che permetta sia la configurazione, che la gestione dei conflitti sia in modalità online, che offline (ossia, con sia con compiz avviato che no).

Andiamo quindi ad installare CompizConfig; prerequisito a tutto ciò è l’installazione di Compiz-git dal mio repostory eyecandy (come era stato indicato anche tra i commenti del primpo post su CompComm), dopo di che vi basterà fare:

sudo apt-get install compizconfig-settings-manager

Questo, fondamentalmente, farà tutto il necessario per avere le librerie libcompizconfig, il plugin ccp (che funge da tramite per compiz) ed il configuratore CompizConfig Settings Manager (e relative librerie in python), tuttavia sappiate che per aver un sistema funzionante usando la configuazione di CompizConfig, vi basterebbe il solo pacchetto compizconfig-plugin libcompizconfig0 (ma ovviamente sareste senza interfacce).
Altri pacchetti che definirei opzionali, sono:

libcompizconfig-backend-gconf    # backend per salvare i dati attraverso gconf (GNOME)
libcompizconfig-backend-kconfig  # backend per salvare i dati attraverso kconfig (KDE)
python-compizconfig              # bindings in python per l’accesso a libcompizconfig
compizconfig-settings-legacy     # settings manager "obsoleto" scritto in C e GTK+

Per usare compiz con questo sistema di configurazione, se usate i miei pacchetti o il mio wrapper (per come è stato impostato quest’ultimo), vi basta dare il classico comando

compiz --replace                 # corrisponde a dare ‘compiz --replace ccp’

Presupponendo che avrete installato il settings manager principale, ecco cosa vi apparirà lanciando ccsm:

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CompizConfig Settings Manager - Compiz Configurator

Ci tengo a sottolineare, di nuovo, che tutto questo è indipendente dall’uso o meno dei plugin di Compiz Fusion (ex CompComm).

A presto! 

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30/11/-1, 00:00:00
ARTE_mostra: "work in progress"


Work in progress
Perché work in progress... sugli studi d'arte?

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a cura di Maurizio Chelucci
dal 11 al 20 Marzo 2008
Inaugurazione martedì 11 Marzo, ore 18.00
tutti i giorni (no festivi), 16.00-20.00 - ingresso libero
Massenzio Studi 2
via A. Cotogni 16 (traversa a destra di via di Valleranello), Roma

Autori: Domenico Di Bona (fotografia); Maurizio Chelucci (fotografia); Carlo Gianferro (fotografia): Lughia (installazione); Giandomenico Marini (fotografia); Adamo Modesto (pittura); Laura Peres (fotografia); Paco Del Pino (fotografia)


Perché non solo gli esami, come diceva Edoardo, non finiscono mai: anche i lavori non finiscono mai.

Per noi, abituati da sempre a lavorare con le mani, essi sono il banco di prova della nostra fede nella contemporaneità e nell'evoluzione,(sempre che esista). Si amplia Il terreno della ricerca del bello, da farsi con mezzi poveri e con scarse possibilità. Solo coloro per i quali il recupero e la riconversione sono una VERA NECESSITA' danno a questo termine un significato creativo. Ormai tutti parlano di recupero e di riconversione; si chiama in causa l'ecologia, l'economia e la globalizzazione, e si raffrontano questi temi ad un mondo non più ricettivo al nuovo, e voglioso di ordinare l'esistente, senza invadere altri spazi. Ma la vera domanda da porsi è quale riconversione, quale globalizzazione, quale recupero?

Preservare spazio agli uomini non significa soltanto prendere coscienza del riutilizzo degli scarti a protezione dell'ambiente: è anche e soprattutto ottimizzare le risorse ed intraprendere un cammino di ricerca del bello nei luoghi dove non appare ad un primo sguardo disattento.

Insomma, prima di riconvertire lo scarto per produrre ricchezza, perché non esaminarlo per produrre bellezza? La funzionalità non è sempre bellezza, ma la bellezza è sempre funzionale ad un ambiente sano.

Soprattutto è realizzare che nelle cose minime, nei "minimaminimalia" deve iniziare la ricerca di nuovi canoni estetici contemporanei: il minimalismo, l'oggetto ritrovato e scoperto sono correnti dell'arte solo marginalmente propedeutici a questa ricerca; ricerca che, tuttavia, deve invertire rispetto a queste correnti, la sua rotta di indagine.

Non si tratta di scoprire un oggetto che esprima forme o concetti che si uniformino ad un bello preesistente ed antico; non si ricerca la bellezza codificata o il concetto che presuppone una componente storica del pensiero, anche archetipale.

Si tratta semplicemente di confrontarsi con ciò che casualmente troviamo, che il più delle volte è frutto di abbandono o disattenzione, per scoprire, in qualunque cosa il caso ci ponga di fronte, un significato nascosto ed un collegamento senza tempo con il tutto, atti a restituire dignità alla cosa ed all'osservatore.

Perché applicare allo scarto della natura o dell'uomo i canoni estetici mutuati dalla storia dell'arte è una violenza che noi facciamo A QUELLE COSE CHE IL CAOS ED IL CASO CI PONGONO INNANZI. Anche l'architettura non sfugge a questa regola. Se in natura non esiste la linea diritta un motivo deve pur esserci; se nel mondo reale è il caos che domina gli eventi, perché ostinarsi a ricreare un ordine sottostante?

In questa dinamica delle cose l'occhio fotografico aiuta : la foto, a differenza dell'artista, guarda e non giudica: riprende anche ciò che il fotografo non cercava e vedeva nell'istante dello scatto. Particolari e cose che nascono dalla luce e dall'ombra per affermare non visti la propria esistenza, oltre ed al di sopra delle discariche.

Work in progress significa che quanto è stato fotografato e riutilizzato anche per un solo istante, perché elemento casuale e fortuito nella attività lavorativa di produzione, il pubblico non lo rivedrà dal vero, nella realtà espositiva, perché probabilmente inviato alle discariche senza alcun senso di gratitudine.
Ma è proprio quel che non si troverà più, esistente solo per un attimo nello scatto del fotografo, ad aver diritto di cittadinanza in questa ricerca di un bello concettualmente diverso.

Il sudore degli operai e le loro mani; il sorriso del riposo nell'attimo della foto, le loro vuote bottiglie di acqua: nudi componenti di arredo apparentemente desueti. Avanzi di ferro, pezzi di legno di scarto, cartoni per imballo che hanno completato il loro destino. Tutti avanzi di vita di cose apparentemente passate, con un pezzetto di anima da rispettare, amare e riscoprire.

Amare anche le cose non è vergogna: insomma non è blasfemo. Fissare l'attenzione a tutto, con una predisposizione di amore, curiosità e voglia di comprendere anche la cosa, oltre che le persone, per assimilarne l'intima struttura, aumenta , estende i canoni del bello. Se la bellezza dovesse preesistere al nostro sguardo, tale atteggiamento potrebbe ampliare la nostra coscienza, ed aggiungere alla vita un aspetto che ancora non ci era apparso chiaro e conoscibile.

Chissà quanta energia e luce è ancora presente in quello che abbandoniamo. Le cose vecchie hanno un'anima che quelle nuove non hanno. Pertanto, quando lavoriamo, fermiamoci ogni tanto a fare questa ricerca. Non getteremo via insieme agli scarti una parte della nostra stessa vita. Si potrebbe anche scoprire che la bellezza è nel percorso, e non nel punto di arrivo. Per questo Work in progress ...per Massenzio arte 2005
Alessandro D'Ercole




Come arrivare:
Con mezzi pubblici metro B: fermata Eur-Fermi + Bus: 706 fermata Resistenza/Eroi di Roma


Ufficio Stampa
Massenzioartepress
massenzioarte@alice.it - massenzioarte@yahoo.it
328631849

blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
ON THE ROAD
ROMA - Tra mugugni e malumori per i tempi stretti di esame e per alcuni 'ritocchi' introdotti dalla Camera, l'assemblea di Palazzo Madama ha dato il definitivo via libera al decreto Bianchi sulla sicurezza stradale. Molte le novitĂ : Alcol vietato...

ROMA - Tra mugugni e malumori per i tempi stretti di esame e per alcuni 'ritocchi' introdotti dalla Camera, l'assemblea di Palazzo Madama ha dato il definitivo via libera al decreto Bianchi sulla sicurezza stradale.

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Molte le novitĂ : Alcol vietato nei locali notturni dopo le 2; giro di vite per "piloti da F1 della notte"; maggior attenzione all'ambiente. I senatori hanno infatti "accettato", con ironie e qualche vistoso imbarazzo - e al solo fine di non far decadere il decreto in scadenza - anche la 'svolta' ecologista approvata dalla Camera la scorsa settimana: sarĂ  infatti vietato tenere il motore acceso durante la sosta per far funzionare l'aria condizionata. Coloro che trasgrediranno, evidentemente solo in estate, rischiano una multa da 200 a 400 euro. Per i patiti delle discoteche alle 2 di notte scatterĂ  l'ora X per l'alcol 'off limits'.

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I gestori dovranno obbligatoriamente avere all'uscita dei locali un alcol test volontario. Sarà guerra aperta a chi schiaccerà troppo l'acceleratore nelle ore notturne o peggio guiderà in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di droghe. Oltre alle sanzioni già previste, ce ne sarà un'altra di 200 euro per chi ha bevuto un bicchierino di più o supera i limiti di velocità tra le 20 e le 7 del mattino. Gli introiti di queste ammende serviranno per rimpinguare le tasse del fondo contro gli incidenti notturni da istituire presso la Presidenza del Consiglio. Per questa iniziativa è prevista una spesa iniziale di 500 mila euro l'anno fino al 2009.

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Per i neopatentati si riduce da tre a un anno il tempo durante il quale non potranno condurre auto di potenza superiore a 50 KW/T. Mano meno pesante per chi ha gradito un bicchierino di piĂą. Non rischia infatti di finire dritto in cella, fino ad un mese, nel caso di tasso alcolemico nel sangue compreso tra 0,5 e 0,8 grammi per litro. Tuttavia le sanzioni non sono leggere: ammenda da 500 a 2.000 euro e sospensione della patente da tre a sei mesi.

Resta la sanzione dell'arresto per chi verrĂ  trovato con valori nel sangue compresi tra 0,8 e 1,5 Gr/l e valori superiori a questi. Per il superamento dei limiti di velocitĂ  entro i 60 chilometri orari sono state confermate le pene, ritoccate verso il basso: la sospensione della patente scende da uno a tre mesi, prima era da tre a sei mesi, ma arriva l'inibizione alla guida dalle 22 alle ore 7 nei tre mesi successivi alla restituzione della patente.

Per quanto riguarda gli autovelox ad avvisare gli automobilisti sarĂ  sufficiente o un cartello o un dispositivo luminoso e quindi non ci sarĂ  piĂą la doppia segnalazione obbligatoria. Sul versante della prevenzione ci saranno corsi di educazione stradale nelle scuole e l'obbligo per i locali notturni di esporre cartelli ben visibili all'ingresso, all'interno e all'uscita, sui rischi dell'alcol. Chi non lo fa rischia la chiusura fino ad un mese. 

http://www.ansa.it                                                                                             

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NovitĂ  dall'Inghilterra:

Nell'edizione riveduta e corretta del Codice della strada, infatti, è stato aggiunto un articolo che proibisce tassativamente il fumo a chi è al volante di un'automobile. Come per il telefonino, accendersi una "bionda" è considerata un'azione che distrae dalla guida ed è quindi passibile di multa.

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Ma, almeno questa volta, i fumatori non si sentiranno gli unici "discriminati", visto che il severo Codice britannico punisce anche altre distrazioni, fra cui mangiare e bere mentre si è alla guida, soffermarsi a cercare una stazione radio, discutere con gli altri automobilisti o leggere una cartina. "Sebbene il Codice della strada non abbia forza legale - ha spiegato Brian James della 'Magistrates Association' - la non osservanza delle sue norme potrebbe essere usata come prova a carico in un processo".

Ho da poco comprato una macchina nuova,deliziosa,ma con una stranezza...

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il posacenere è una specie di "tazzina" piccola,tipo che farci cadere la cenere devi mirare e bene; la mia assistente,Stefi la coraggiosa, quando guida e fuma , mi manda in apprensione,ma,mi rendo conto, il tabagista è forse più pericoloso quando non aspira boccate...

Tornando alle novità "italiane" approvate da qualche ora, mi aspetto ('sta puntata l'avremo già fatta almeno 10 volte,ma se cambiano le regole sarà anche il caso di capirle bene...) le vostre reazioni: siamo "sulla strada giusta"? C'è qualcosa che non va o qualcosa manca? Codice attento più alle esagerazioni giovanili che ai "disastri" di guidatori attempati altrettanto pericolosi? Cartelli e avvisi serviranno realmente a qualcosa? Popolo di quattroruotisti,a Voi la parola!!!

Download francesco_guccini_i_nomadi_canzone_per_un'amica.mp3

30/11/-1, 00:00:00
ROMINA RAFFA CARMEN E LA DUSE
Compie gli anni Romina Power( auguri per i 56 portati benissimo...) e domani ricorre "l'anniversario" (3 ottobre 1993) del debutto di "Pronto Raffaella?" in Rai,oltre ad essere la data di nascita di Eleonora Duse e di Carmen Russo...Insomma un tripudio...

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Compie gli anni Romina Power( auguri per i 56 portati benissimo...) e domani ricorre "l'anniversario" (3 ottobre 1993) del debutto di "Pronto Raffaella?" in Rai,oltre ad essere la data di nascita di Eleonora Duse e di Carmen Russo...Insomma un tripudio per chi come me ama l'esagerazione,le "ICONE" ( vere o presunte tali) e quindi a loro modo, dei,anzi delle NUMERO UNO...
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In un periofo in cui l'insicurezza del gusto è l'unica vera tendenza accreditata come "stile" mi piacerebbe consegnare, con le necessarie motivazioni gli "ASCARI" ( versione poverissima degli OSCAR...gli ascari erano soldati indigeni dell'Africa Orientale Italiana, inquadrati come componenti reg olari delle truppe coloniali italiane in Africa. Erano abili esploratori, ed implacabili esecutori di ordini, specie in battaglia...) alle o ai Numeri Uno di cui siamo (eventualmente...) a conoscenza... Ho pensato a 7 categorie ( le magnifiche sette...)
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1 Per la categoria "peggiore programma televisivo di sempre ( o di oggi) ma non riuscivo o non riesco a fare a meno di guardarlo..."
2 Per la categoria "Ancora oggi non capisco come abbia fatto a diventare così popolare senza sapere fare nulla...
3 Per la categoria"Delusione massima" ( muoviamoci tra musica cinema e televisione),partito/a bene poi...ciao
4 Per la categoria "Il trash non è più quello di una volta" ma lui/lei ci sono molto vicini...
5 Per la categoria giornali "Non lo compro ma se lo trovo,anche dal dentista, lo sfoglio..."
6 Per la categoria "Sogno erotico proibito ma se lo dicessi in giro, anche ad un amico fidato, riderebbe di me..."
7 Per la categoria "Ho chiesto o vorrei chiedere l'autografo a...ma me ne sono vergognato/ me ne vergognerei subito dopo..."

Download carmen_russo_oh_jumbo_buana.mp3

Download raffaella_carrĂ _fatalitĂ .mp3

Download romina_power_acqua_di_mare.mp3

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Che si dia il via,sotto l'occhio attento della DUSE, alle nominations per gli

A S C A R

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30/11/-1, 00:00:00
...
INTERIOR DESIGN

Cari lettori fashionisti, per il consueto appuntamento con l'interior design siamo collegati con il nostro inviato, il blogger Confuso, in diretta del più prestigioso evento dedicato all'architettura d'interni e all'arredo artistico. A te la linea, Confuso.   Amici lettori, In questo momento ci troviamo nel padiglione dell'arredobagno in una magnifica esposizione di oggetti di gran pregio, ideati dai più grandi geni del nostro tempo e quindi proibitivi per quanto riguarda i costi spaventosi a  voi pezzenti ma di sicuro effetto sul piano estetico. Ecco il titolare dello stand che ci viene incontro per cacciarci via: cercheremo di farcelo amico. Buongiorno, siamo la troupe del blog Personalitaconfusa. E che cazzo è? Ehm... Internet, web. I blog. Ha presente? Ah, Internet. Forte. Vuole raccontarci quali sono gli ultimi tendenze in materia di gabinetti? Bè, il nostro bathstyle recupera lo spazialismo simmetrico dell'espressione adeguata a un fascino asimmetrico per soluzioni mediate dall'avanguardia angolare. In parole semplici, la nostra analisi strutturale della realtà si allontana dalle remore funzionaliste e coniuga cultura creativa con la sintesi concettuale alla ricerca audace del lusso più sfrenato. Mi pare ovvio. Ci fa vedere qualcosa? Qui abbiamo uno splendido orinatoio in resina titanica e ametista, ma per chi come voi preferisce l'estetica high-tech la scelta più naturale è il magnifico sciacquone a riconoscimento vocale. Viceversa nelle categoria tazze da cesso, ecco le forme più innovative, dalla semisfera al cilindro, dalla piramide all'ovoidale fino al parallelepipedo rotabile sul perno fisso del simpatico scarico trasparente. Sì ma sembra tutto scomodissimo. E lo è. Però 'sta roba l'ha disegnata un designer canadese e quindi costa come se fosse d'oro. Passando all'accessoristica più ricercata, osservi l'allure rétro neobarocco coloniale di quel portacartaigienica  in wengé e pelle di pitone,  o il minimalismo di questo innovativo (e assai caro) spazzolone da water firmato da un creativo giapponese. Stupendo. Senta, e per quanto riguarda le assi da seduta? L'ultima moda è l'asse di legno in frassino cocco e macassar, ma un'alternativa ancora più raffinata benché disagevole è quella del rivestimento in cristallo temperato al vetro soffiato di Murano. Tuttavia, lasci che le mostri il nostro bidè in pietra supai e labradorite bianca con erogatori d'acqua a effetto ruscello: vien quasi voglia di metterlo in salotto. E poi, che mi dice di questa turca in alabastro e onice tigrato con maniglie a scomparsa, progettata da un architetto di grido? Bella domanda. Vuole provarla? No grazie, basta così. Per oggi è tutto, il collegamento si chiude qui. Amici lettori, a presto con un nuovo elegante reportage dal pianeta interior design. Alla prossima!

30/11/-1, 00:00:00
Premio Strega, Festival delle Letterature, accidenti vari
Ringraziando Wind-Infostrada per la mancata connessione ADSL di una settimana (sono saltati i parametri di configurazione della navigazione con router e al call center, quando rispondono, non sanno cosa dirmi - roba che verrebbe da prendere Mike e Fiorello e...

blog+roiRingraziando Wind-Infostrada per la mancata connessione ADSL di una settimana (sono saltati i parametri di configurazione della navigazione con router e al call center, quando rispondono, non sanno cosa dirmi - roba che verrebbe da prendere Mike e Fiorello e torturarli) cerco di farmi perdonare l’assenza degli ultimi giorni con qualche anticipazione, curiosità etc etc

Intanto novità dal premio Strega: è interessante quando sono in lizza piccoli editori e autori poco conosciuti, quindi segnalo che Razza bastarda di Cristina Masciola (Fanucci) e La guerra dei cafoni di Carlo D’Amicis (minimum fax) sono tra i dodici romanzi selezionati per il Premio Strega 2008.

minimum fax, inoltre, oggi, porta a Roma Lawrence Ferlinghetti, poeta della beat generation. I dettagli sul sito della casa editrice.

Su Il Giornale, Luca Crovi racconta una curiosità su Simenon.

Per Javier Mariàs – che non è proprio l’ultimo arrivato – scrivere è un lavoro da bambini.

Sempre dalla Fiera del libro di Torino – in leggero ritardo, ma era troppo divertente per non segnalarla – la cronaca di Roberto Moroni della mitica Festa Einaudi.

Joe R. Lansdale a Roma, ma anche Carlo Lucarelli, Jeffery Deaver, Massimo Carlotto, Nick Hornby: è il programma del Festival delle Letterature 2008, dal 20 maggio al 19 giugno alla Basilica di Massenzio. Inaugurazione con La storia siamo noi (Neri Pozza).

Ugo Mazzotta ha messo su Google Maps la mappa dei luoghi del Commissariato Bella Napoli.

Infine, ho la sensazione che questo libro potrebbe risolvere i miei problemi (informatici e non).

 

 

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30/11/-1, 00:00:00
"A qualcuno piace giallo": il racconto di Merisi
"A qualcuno piace giallo" si conferma l'evento più riuscito dell'anno. Giunto ormai all'ottava edizione, è diventato il festival del giallo e noir per eccellenza, migliore di altri per capacità organizzative e qualità e quantità degli ospiti.Ecco il racconto di Merisi...

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"A qualcuno piace giallo" si conferma l'evento più riuscito dell'anno. Giunto ormai all'ottava edizione, è diventato il festival del giallo e noir per eccellenza, migliore di altri per capacità organizzative e qualità e quantità degli ospiti.

Ecco il racconto di Merisi (nella foto sopra, di Ida Ferrari):

Mentre sto per entrare all’Auditorium della Camera di Commercio di Brescia penso a quando ho partecipato la prima volta, a come ero rimasto sorpreso dall’efficienza dell’organizzazione, all’effetto nel vedere il Teatro Sancarlino gremito alle due del pomeriggio, a come gli organizzatori mi avevano trattato con riguardo e rispetto pur essendo uno scrittore autoprodotto, e spero di ritrovare tutto questo, oggi, anche se sono qui solo per presentare un altro autore.
Certo è che l’Auditorium non è intimo come il Sancarlino, è imponente e mette una certa angoscia, io sono nervoso, mi serve il tempo per ambientarmi.
All’ingresso Alessandro Toselli mi guarda attento, mentre mi tiene la mano dice che mi ricorda bene, butta giù il nome Merisi e ride.
Cazzo, è vero, si ricorda, anche se sono passati due anni.
Eppure ne ha visto passare di autori in queste otto edizioni, e il festival è cresciuto parecchio dalla lontana prima volta, ed è diventato tanto importante che forse nemmeno le 4 moschettiere si sarebbero mai azzardate a pronosticare.
Mentre mi fa firmare dei fogli scambiamo due chiacchiere, racconta che è già stanco morto che è da venerdì che pedala; guardo il programma e penso che deve avere muscoli allenati: oggi, martedì 15, ore 11, al Teatro Sancarlino c'è stato Giuseppe Farinelli (ordinario di storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Cattolica di Milano) a parlare di scrittori tra religione e giallo, poi qui, nella nuova sede del festival, l'importante Auditorium della Camera di Commercio di Brescia, attaccherà tra poco Paolo Centenari (Bonaccorso Editore), poi sul palco ci sarò io a presentare Patrizio Pacioni (Zampognaro e Pupi Editori), poi sarà la volta di Ermanno Paccagnini a presentare Stefano Bartezzaghi (Einaudi); poi una botta di due toscani e un siciliano, tutta roba della Sellerio (Marco Malvaldi, Francesco Recami e Domenico Seminerio) poi sarà la volta di Cesare Fiumi (Mondadori) prima della botta finale col premio alla carriera gialla di Gigi Proietti… ah, non è finito il martedì, dovrà sgambettare ancora al Sancarlino per lo spettacollo teatrale "Non sparate sul presepe" genere giallo brillante, e infine accompagnare gli ospiti al ristorante della Raffa.
Minchia.
Attenzione, non è solo, non è Superman, ma è come se lo fosse perché al suo fianco ci sono donne dai superpoteri - Sonia, Carla, Magda e Milena - le 4 moschettiere già citate, quelle che insieme organizzano tutto, e decidono, inventano, assemblano, chiamano, intrecciano…
Soppeso il programma, scelgo a caso una giornata, sabato 12: Danila Comastri Montanari, Fabrizio Arrighi (Il filo Editore), Maurizio Vecchi (Montedit), Leonardo Gori (Hobby & Work), Michel Schneider (Bompiani), Margherita Oggero (Mondadori).
Questa è la forza straordinaria di A qualcuno piace giallo, riesce a mettere insieme scrittori che mai si incontrerebbero, mai dividerebbero il palco - quello arrivato e famoso assieme all'esordiente al primo libro con la casa editrice sconosciuta -, riesce a far brillare nella medesima luce autori lontanissimi, per storia personale, prestigio, fama, e li rende - questi ultimi - re per un giorno, davanti ad una platea di 70/100 persone, e li porta a vedere quello che potrebbero essere un giorno.
È una scelta importante, quella di queste super donne, perché potrebbero giocare con la schiena coperta, ormai il prestigio del festival è tale che potrebbero riempirlo solo di nomi famosi, invece continuano a dare spazio anche agli ultimi arrivati.
Passa trafelata una bionda in nero, è una delle quattro, è superSonia; anche a lei basta l’attimo di un'occhiata poi sussurra il mio nome, quello vero, mi offre un sorriso e tende la mano, si ferma a parlare.
Questo è un punto importante a loro favore, la gentilezza e la cura con cui accolgono chi sarà di scena, qualunque sia il suo status.
Non c’è niente di meglio che sentirsi coccolati, indispensabili quasi, un po’ è come sentirsi a casa.
Sul palco c’è già il primo autore e la gente inizia ad applaudire.
Ora basta parlare, dice Sonia, ora c’è solo da ascoltare.
Ora sono rilassato, il posto è cambiato ma l’atmosfera è sempre quella. Magica.
 

 

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30/11/-1, 00:00:00
"A qualcuno piace giallo": premio alla carriera per Gigi Proietti
Da Brescia, un nuovo resoconto di Ida Ferrari.Ovazione per Gigi Proietti ieri sera a Brescia nel corso del festival. L’auditorium della Camera di Commercio era stracolmo di gente per lui, l’attore romano amato da tutti e non solo per l’interpretazione...

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Da Brescia, un nuovo resoconto di Ida Ferrari.

Ovazione per Gigi Proietti ieri sera a Brescia nel corso del festival. L’auditorium della Camera di Commercio era stracolmo di gente per lui, l’attore romano amato da tutti e non solo per l’interpretazione de “Il maresciallo Rocca”.
Proietti non ha deluso le aspettative di simpatia. Dopo aver ricevuto la targa “Premio carriera gialla” dalle autorità bresciane Alberto Cavalli (presidente della Provincia di Brescia) e Costantino Vitali (direttore generale del Banco di Brescia gruppo UBI), si è seduto per l’intervista di Lilia Gentili dando l’impressione di essere in un salotto di pochi intimi, offrendo complicità al pubblico mentre raccontava aneddoti.
Ha cominciato con un umile: “Che Dio vi benedica, questo premio è molto originale e penso di non essere neanche degno di entrare nel mondo della letteratura”.
Lilia Gentili ha ripercorso la carriera di Proietti dal ’64 quando iniziò cantando un aforisma di Ennio Flaiano.
Proietti: Si chiamava Gli intelligenti, era una critica a un “generone” romano, una cosa un po’ strana…
Gentili: Ti fai conoscere al grande pubblico nel ’68 con “Alleluia brava gente” di Garinei e Giovannini in sostituzione di Modugno.
Proietti: Non era una sostituzione, lui non arrivò proprio. Io accettai di fare le prove, avevo un pubblico di pochi amici, poi la gente è aumentata e quando ho sentito gli applausi ho pensato “E chi se muove più da qui?”
Gentili: È stato un grande successo.
Proietti: non ci ero abituato. Un exploit teatrale allora prevedeva copertine sui giornali. Sono stato male, ho dovuto mettere le pezze fredde.
Continua poi raccontando di quella volta quando avrebbe dovuto baciare Gina Lollobrigida nel film del ’67 ‘Le piacevoli notti’:
“Mi ero fatto la barba, ma il personaggio la prevedeva, così il truccatore avrebbe dovuto  mettermi dei peli attaccati col mastice e poi tagliarli a filo in modo fa farci una barba perfetta, ma faceva molto caldo e invece del mastice usò la vaselina. La Lollobrigida tardava ad arrivare così andai a mangiare e bere e poi mi addormentai su un bancone. Quando arrivò sentii che disse inorridita: e io dovrei baciare questo qui? Mi sentii offeso finché il regista mi disse: vatte a specchià. La barba era tutta un po’ de qua e un po’ de là fuorché nei posti giusti.”
O quella volta durante lo spettacolo teatrale ‘A me gli occhi please’ nato nel 1976, quando tra il pubblico era presente Eduardo de Filippo:
“Ero molto in ansia perché Eduardo non faceva una piega, non sorrideva né applaudiva. Solo alla fine si è avvicinato, io  gli ho dato la mano, lui me le ha prese tutte e due e… me le ha baciate.”
Attore di cinema e di teatro, regista, doppiatore, intrattenitore, cabarettista. Personaggio che sfugge ogni tipo di catalogazione. Il vero successo televisivo è arrivato con il maresciallo Rocca. Dieci milioni di spettatori a puntata con punte di quindici milioni. Nel ’96 aumentarono del 45% le domande nell’arma dei carabinieri.
Gentili: Perché piace tanto il maresciallo Rocca?
Proietti: Lui è un italiano medio, anzi, meno che medio visti gli stipendi della categoria. Molta gente si è identificata con questo personaggio che coniuga l’aspetto del carabiniere con quello della famiglia con tutti i problemi  della quotidianità.
Gentili: Quanto hai dovuto lavorare sul personaggio per farne un antieroe?
Proietti: Mi sono rifatto a mio padre, era un po’ burbero, ma aveva un’onestà di fondo, è un omaggio che gli dovevo.
Gentili: C’è un segreto per il successo?
Proietti: Più che un segreto credo che si tratti di una sorta di stima e siccome questo mestiere  lo faccio da tanto tempo è stato graduale. All’inizio mi dicevano che non bucavo lo schermo, poi… l’ho sfondato. Gli esperti… il guaio è che qui in Italia ci sono un sacco di esperti, guai se non ci fossero…
Ha sempre un largo sorriso, Proietti. Solo quando Lilia Gentili accenna al teatro Brancaccio di Roma del quale è stato direttore artistico per sei anni fino al 2007 (passato poi a Maurizio Costanzo nonostante una sollevazione popolare con raccolta di firme) cala un velo malinconico, ma è un gran signore e non commenta.

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30/11/-1, 00:00:00
Scerbanenco, Wan, Graham
Giorgio ScerbanencoSei giorni di preavvisoSellerio - collana La memoriaPagine 300Prezzo 12,00 euroUn celebre attore, narcisista e pieno di sé, ma ormai sul viale del tramonto, vive da giorni barricato in casa insieme alla sua corte. Riceve quotidianamente minacciosi messaggi con...

blog+roiGiorgio Scerbanenco
Sei giorni di preavviso
Sellerio - collana La memoria
Pagine 300
Prezzo 12,00 euro

Un celebre attore, narcisista e pieno di sé, ma ormai sul viale del tramonto, vive da giorni barricato in casa insieme alla sua corte. Riceve quotidianamente minacciosi messaggi con la data, il luogo e l’ora della morte. E tutti i possibili colpevoli hanno sempre alibi indistruttibili. Le operazioni di polizia per scoprire il mittente, ovvero il potenziale assassino, sono affidate ad Arthur Jelling, archivista della polizia di Boston e investigatore sui generis. Schivo e timidissimo, l’archivista è un tenace temperamento speculativo, affinatosi nello studio dei rapporti d’inchiesta, che riordina e cataloga. Jelling è il primo degli investigatori di Scerbanenco, e Sei giorni di preavviso è il primo dei romanzi gialli del futuro inventore del noir italiano.

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blog+roiMichelle Wan
Morte in Dordogna
Garzanti
Pagine 358
Prezzo 17,60

Sud-ovest della Francia. È una fredda mattina di marzo quando la violenza irrompe a Périgueux, il pacifico capoluogo della Dordogna. In un solo giorno vengono rinvenuti due cadaveri, sono quelli dello spacciatore Yvan Bordas e dell'ottantacinquenne Amélie Gaillard. Per la polizia non ci sono legami tra le due morti: nel primo caso si tratterebbe di un regolamento di conti legato alla malavita di Marsiglia, nel secondo di una banale caduta dalla terrazza di un ristorante. Eppure la designer d'interni Mara Dunn, cara amica dei Gaillard, non crede alla versione degli inquirenti: troppe stranezze e incongruenze. Perché mai la prudente Amélie, che passava le sue giornate ad assistere l'anziano marito malato, sarebbe salita su quella terrazza dalle scale così ripide? Chi era veramente Yvan Bordas? E perché negli ultimi tempi il negozio di gastronomia esotica degli Ismet, famiglia turca immigrata, è oggetto di continue aggressioni? Mara inizia a indagare con l'aiuto del compagno Julian, che più di chiunque altro conosce il territorio e i segreti dei suoi abitanti. Ma mentre gli interrogativi e i sospetti si rincorrono sempre più numerosi, la violenza scoppia di nuovo.

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blog+roiPatrick Graham
Il vangelo secondo Satana
Ed. Nord
Pagine 516
Prezzo 18,60 euro

Mary Parks, profiler dell'FBI, non avrebbe mai voluto vivere un tale incubo: quattro ragazze, orrendamente torturate, crocifisse all'interno di una chiesa abbandonata. E quegli omicidi rituali sono soltanto l'ultimo anello di una catena di morte apparentemente senza logica. Eppure Mary è convinta che i delitti facciano parte di un turpe disegno religioso. E i suoi sospetti hanno una conferma quando la donna scopre che tutte le vittime erano collegate alle Recluse, l'antico e misterioso ordine istituito dalla Chiesa per nascondere agli occhi del mondo documenti proibiti e testi eretici. L'assassino sarebbe dunque alla ricerca di un testo che i seguaci di Cristo hanno occultato fin dai primi anni successivi alla crocifissione e di cui non si hanno più notizie dal medioevo. Aiutata da padre Carzo, un giovane prete cui il Vaticano ha affidato il compito di indagare su inquietanti fenomeni di possessione demoniaca, Mary decide di ricostruire e seguire le labili tracce che il volume ha lasciato nel corso dei secoli. Nel frattempo, però, all'interno del Palazzo Apostolico, la setta della Fumata Nera, la confraternita erede dei Templari, sta tramando per rovesciare il papa e le gerarchie ecclesiastiche grazie al testo che aveva reso i loro predecessori l'ordine più potente della Storia: il Vangelo secondo Satana.

 

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30/11/-1, 00:00:00
"A qualcuno piace giallo": da Brescia, la corrispondenza di Ida Ferrari
Preziosa testimonianza in esclusiva, corredata da foto, di Ida Ferrari che, in quel di Brescia, ha assistito all'inaugurazione del Festival "A qualcuno piace giallo". A Camilleri (e anche a noi) piace gialloDi Ida FerrariBrescia torna a tingersi di giallo...

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Preziosa testimonianza in esclusiva, corredata da foto, di Ida Ferrari che, in quel di Brescia, ha assistito all'inaugurazione del Festival "A qualcuno piace giallo".

A Camilleri (e anche a noi) piace giallo
Di Ida Ferrari

Brescia torna a tingersi di giallo sotto un cielo di tutte le nuances di grigio tendenti al nero, che potrebbe ispirare un “A qualcuno piace noir”. Ad  accontentare gli appassionati di entrambi i generi.
Condizioni atmosferiche pessime dunque, ma discreta affluenza di pubblico venerdì pomeriggio per l’inaugurazione dell'ottava edizione del festival.
Partito in sordina otto anni fa per la promozione della lettura e degli autori, il festival è cresciuto fino a diventare un appuntamento ambito e nazionale. Sono le parole del presidente della Provincia Alberto Cavalli, orgoglioso del successo ottenuto. La manifestazione è anche teatro, cinema, fiction, musica. Un susseguirsi di appuntamenti dall’11 al 17 aprile in due sedi: lo storico Sancarlino  e da quest’anno il rinnovato auditorium della Camera di Commercio. Il calendario culminerà con il premio alla carriera gialla a Gigi Proietti martedì 15.
Personaggio di riferimento della manifestazione: Raymond Chandler con il suo detective Philip Marlowe.
Venerdì pomeriggio, magnifica l’esclusiva videointervista ad Andrea Camilleri. Intervistatrici Lilia Gentili e Magda Biglia.
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Ecco alcune domande e risposte:
Gentili: Il commissario Montalbano in testa a tutte le classifiche…
Camilleri: È un fenomeno piuttosto strano. Ultimamente per ogni libro ho 20-30 mila lettori in più, è un ventaglio che non finisce mai di allargarsi. All’inizio i miei lettori erano dai cinquant’anni in su, poi un giorno verso il 2000, mentre facevo una presentazione a Firenze mi sono accorto che c’erano dei giovani vestiti da giovani. Ho pensato che fossero lì per manifestare… invece… erano miei lettori.
Gentili: Montalbano sta invecchiando?
Camilleri: Vede, quando cominciai a scrivere ispirandomi al Maigret di Simenon (al quale devo moltissimo) mi accorgevo che lui era immutabile. Mentre succedevano guerre e rivoluzioni, cose terribili, Maigret era sempre lo stesso e mi dissi “Com’è possibile che questi delitti non stingano su di lui?” Così decisi che il mio commissario sarebbe invecchiato. L’usura è inevitabile, sono i delitti che lo fanno invecchiare.
Biglia: Nei suoi due ultimi libri, Il campo del vasaio e Il tailleur grigio, si parla di tradimenti. C’è un disagio da parte di Montalbano.
Camilleri: Il tradimento esce dalla natura dei siciliani. Montalbano è a disagio non tanto per il comportamento di Mimì Augello, ma perché non si è confidato con lui. L’amicizia è un’arte per i siciliani, basta una parola in più per romperla. L’amico non deve chiedere, devi essere tu a prevenire la richiesta per non metterlo in imbarazzo.
Gentili: Parlando di Marlowe. C’è qualcosa della sua ironia che troviamo in Montalbano? O è una forzatura?
Camilleri: No, non lo è. Anche se il mio è un personaggio istituzionale e Marlowe  è un poliziotto privato, devo molto alla scrittura di Chandler. Lui ce l’ha insegnata, noi giallisti abbiamo un debito enorme con lui. E dire che ci ha messo dieci anni perché gli editori gli passassero una frase. Noi gli siamo grati per questi dieci anni di sua insistenza.
Gentili: Perché  nei suoi romanzi  la mafia si percepisce appena?
Camilleri: Rispondo come sempre: temo che appena un mafioso diventi protagonista di un romanzo di serie zero, ne divenga nobilitato. Io non ho nessuna intenzione di nobilitarlo. Prendiamo ad esempio il film Il padrino: il protagonista è un assassino puro, ma viene quasi visto come persona nobile, io non lo farò mai.
Biglia: Montalbano ha 58 anni. Quando andrà in pensione?
Camilleri: Fra due anni, verso i 60. D’altra parte… il suo autore ne ha 82 e mezzo.
Andrea Camilleri ride mentre lo dice. E sembra un ragazzino.

Subito dopo l’intervista di Cinzia Sasso (La Repubblica) a Claudio Brachino (vicedirettore di Studio Aperto) e Paolo Filo della Torre (giornalista e per 25 anni corrispondente dal Regno Unito per la Repubblica) che a quattro mani hanno scritto il libro Chi ha ucciso Lady D? A dieci anni  dalla morte della principessa ci sono ancora molti dubbi e nessuna certezza anche se l’inchiesta inglese ha concluso l’indagine affermando che la colpa è dei fotografi e dell’autista con alto tasso alcolico. Brachino ha condotto indagini personali e ha esposto i dubbi che ne sono usciti tra i quali il fatto che nessuno sappia di preciso cosa sia successo dal momento dell’incidente a quello della dichiarazione ufficiale della morte della principessa, avvenuto parecchie ore dopo. Diana era ancora viva, ma l’ospedale è stato raggiunto solo un’ora e quarantatre minuti dopo. I paparazzi erano molti, ma nessuna fotografia è più disponibile a documentare quei momenti.
Paolo Filo della Torre ha conosciuto la principessa  personalmente. Di lei dice:
“Era una donna affascinante, ma non brillante. Portava al ristorante i figli accompagnata dai suoi corteggiatori che davano l’impressione di esserne gli amanti. Però gliene sono stati attribuiti più di quelli che ha avuto. A un certo punto della sua vita si è impegnata in modo serio per il sociale e quando è stata in Angola e ha lottato contro le mine antiuomo ha dato molto fastidio a certe persone. Persone che pare fossero su una lista della quale la principessa era venuta in possesso”.
Molti altri particolari nel libro.
Per chi è ancora appassionato alla vicenda.

Il pomeriggio è continuato con l’omaggio a Chandler. Sono intervenuti Sergio ‘Alan D.’ Altieri (scrittore e traduttore) e Carmen Iarrera (scrittrice) intervistati da Alessandro Bertante (La Repubblica).
Con Chandler, dice Carmen Iarrera, nasce un nuovo tipo di scrittura, l’hard boiled in cui esiste il lato oscuro dell’uomo.
Lui, Chandler, era una persona devastata dall’alcol e grande malinconia fa parte dei suoi libri. Forse voleva essere come Marlowe, era il suo alter ego.
È uno dei primi a descrivere la realtà americana, i suoi personaggi non sono macchiette, ma persone vere. Marlowe è l’eroe, il cavaliere con la spada dritto per la sua strada senza macchia e senza cinismo. Un eroe romantico. Oggi non si potrebbe più fare. Carmen Iarrera ha aggiunto che i libri dell’americano si leggono come sceneggiature, per questo ne sono stati tratti dei film.
Altieri ricorda che Laura Grimaldi ha ritradotto per I Meridiani di Mondadori nove libri dello scrittore.

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30/11/-1, 00:00:00
MacBook solo a LED entro il 2009
Secondo quanto riporta Digitimes, nota testata asiatica sempre ben informata su questi argomenti, Apple si sta preparando a concludere la transizione della sua gamma di portatili verso la[...]

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Secondo quanto riporta Digitimes, nota testata asiatica sempre ben informata su questi argomenti, Apple si sta preparando a concludere la transizione della sua gamma di portatili verso la retroilluminazione a LED.
Come ricorderete, Apple ha iniziato a sostituire le tradizionali lampade alogene con la nuova generazione di schermi qualche tempo fa (il MacBook Pro da 15″ è stato il primo), con un duplice intento: da un lato la tecnologia a LED permette un considerevole risparmio energetico, incrementando l’autonomia; dall’altro questi nuovi schermi hanno un impatto ambientale decisamente inferiore, essendo privi di materiali pericolosi e inquinanti come il mercurio.

Tra gli altri vantaggi bisogna ricordare anche la minore dispersione di calore rispetto alla tecnologia alogena e, fattore molto importante per i professionisti della grafica, il controllo completo della temperatura del bianco, parametro facilmente regolabile negli schermi a LED.

Attualmente la tecnologia a LED è utilizzata da Apple per il giĂ  citato MacBook Pro da 15″ e per il MacBook Air. Per il MacBook Pro da 17″ è possibile segliere “i LED” tra le opzioni build-to-order.
Entro l’anno venturo, presumibilmente dunque con le prossime generazioni dei portatili di Cupertino, non solo sarĂ  completamente eliminata la tecnologia alogena, ma tutti i portatili con la mela verranno equipaggiati con una nuova generazione di lampade a LED, piĂą efficienti ed affidabili prodotte da Kenmos Technology: i MacBook saranno gli ultimi a beneficiarne, sia per rispettarne il naturale ciclo vitale, sia per una mera ragione di costi.

[via]

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30/11/-1, 00:00:00
onore agli eroi (ultimo rantolo pre-elettorale)

blog+roiL'ultima settimana di campagna elettorale si sta concludendo - in pieno stile italico - a tarallucci e vino, con sparate abominevoli da entrambe le parti.
Voglio intervenire un'ultima volta sull'argomento per fare un pó il punto della situazione, e perché mi preme sottolineare ancora una volta un punto che evidentemente a molti sfugge, non é chiaro. Perché si sa, la memoria dell'italiano é pericolosamente corta.
Il punto é che rischiamo, veramente e non per scherzo, di ritrovarci per la terza volta governati da un uomo la cui ultima delle abilitá é quella di governare un paese.
Lo stesso uomo che ha portato l'Italia al declino economico e sociale. Lo stesso che ci ha fatto vergognare - con le sue gag e le sue corna - davanti a tutta Europa e che i piú importanti osservatori internazionali hanno piú volte definito unfit e the european anomaly (ma daltronde chi osa parlar male del padrino é, nella piú mafiosa delle logiche, denigrato. E cosi' persino The Economist é stato liquidato come stampa comunista). Quell'uomo che oggi, a 71 anni, invece di andare in pensione si candida per la quinta volta, quell'uomo é esattamente lo stesso.
Ma la terra dei cachi é pur sempre la terra dei cachi. E cosi' prima si é evitato, con un illogico e schifoso accordo bipartisan, di votare la legge sul conflitto di interessi che avrebbe evitato una futura ricandidatura di quell'anomalia tutta italiana. E ora la corta memoria italiana si é di colpo dimenticata tutto ció che é stato, e si gongola amabilmente nell'ipocrita illusione che quello stesso uomo possa essere di nuovo il salvatore della patria dai cattivi elementi della sinistra che hanno governato (male o bene é opinabile) negli ultimi due anni.
In qualche modo questo "sortilegio" va annullato. Lo sapremo solo martedi prossimo, ma nel frattempo lui, il principale esponente dell'opposizione, continua a fare di tutto (volente o nolente) per ricordarci chi é e come ragiona. E allora non dobbiamo far altro che dare ascolto alle sue parole.
Come il suo benevolo appoggio alle sparate anarco-insurrezionaliste dei leghisti, come sottolinea oggi in un suo editoriale Nicola Tranfaglia:

Certo, dal punto di vista mediatico, il ricorso ai fucili e alle marce leghiste sulla capitale fa sensazione e riempie le prime pagine dei giornali e delle televisioni ma non può avere effetti concreti: è come se si giocasse una partita di calcio con i regolamenti da tempo concordati e improvvisamente entrasse in campo una squadra di picchiatori armati di bastoni che vuole risolvere la partita attraverso l´aggressione fisica. In un mondo normale sarebbe cacciata dal campo e probabilmente costretta a non entrare più.

Questo con la Lega non succede, sia perché pochi credono a quel che proclama Bossi, sia perché il partito nordista fa parte dello schieramento di destra che fa capo al Cavaliere. Non è la sinistra radicale, già emarginata dai mezzi di comunicazione, e presentata dalla maggior parte delle televisioni e dei giornali come una forza da uccidere a tutti i costi.

Ma io credo che le battute di Bossi dovrebbero preoccupare di più il governo e le istituzioni perché segnalano una volta ancora la minaccia di alcune forze di destra di passare ai fatti se non si accettano i loro diktat.

In un Paese normale l´offesa alla Costituzione, al Governo, al Parlamento dovrebbe essere condannata da tutte le forze in campo e i colpevoli di questi reati dovrebbero essere puniti e isolati non solo da una parte dello schieramento politico ma da tutti gli altri partiti. Invece questo non è mai avvenuto e non avviene neppure adesso.

O come le minacce alla piú alta carica dello Stato: dopo aver definito il Quirinale le forche caudine, adesso arriva il diktat: "dimettiti Napolitano e concederemo una camera all'opposizione" (come se l'elezione del presidente non fosse piú valida).

O come l'ipotesi di sottoporre i giudici a esami psichiatrici. O di riscrivere i libri di scuola eliminando il capitolo della Resistenza al fascismo. O ancora la sua mancata espressione sul problema del precariato (la cui soluzione pare essere il matrimonio con un milionario) o i suoi inni all'evasione fiscale.
Tutto di quest'uomo indica la sua totale mancanza di ogni minimo senso civico e rispetto per le istituzioni e per i cittadini. La sua é l'espressione degli interessi di parte (la sua parte) che prevalogono sul bene comune.
E quel che é ancora peggio, quest'uomo ha nel suo pensare e nel suo esprimersi e nel suo agire un timbro spiccatamente mafioso. Ce lo ha ricordato recentemente quando si é vantato che la vittoria di Milano per l'Expó é stata dovuta alle sue conoscenze e alla sue importanti influenze.
Ce lo ha ricordato ancora piú marcatamente in questi giorni, quando insieme a Dell'Utri ha definito Mangano (condannato all'ergastolo per associazione mafiosa) un eroe nazionale.

Credo che questa, piú di tutte, sia la cosa che ci deve far riflettere.
Quest'uomo ha avuto (e ha tuttora,non scordiamolo) processi penali. Si é votato le sue leggi per scapparvi. Ha passato anni a denigrare la magistratura che lo accusava e a promuovere la cultura dell'illegalitá e dell'impunitá. Ora non pago si diverte a osannare personaggi di spicco della mafia (quelli che non é riuscito a candidare nelle sue liste,ovviamente) e ad attaccare i giudici di mani pulite che avrebbero a sua detta condannato gente innocente. Adesso i mafiosi diventano anche eroi nazionali.
Il motivo per cui Mangano sarebbe un eroe poi é ancora piú interessante:
il suo "eroismo" starebbe nel non aver fatto i nomi di Berlusconi e Dell'Utri davanti ai giudici.
Come dire che quei nomi avrebbe potuto farli, quindi quella vicenda nasconde ancora tanti aspetti di cui probabilmente Berlusconi e Dell'Utri sono a conoscenza ma che noi (e i giudici) ignoriamo.
E come dire, infine, che l'eroismo secondo Berlusconi sta nell'omertá, nella fedeltá al clan e al padrino.

Io personalmente sono orribilmente scandalizzato ed irato.
E il motivo per cui sono incazzato non é che mi sono guardato allo specchio stamattina (come ha simpaticamente ironizzato lui), ma che certi pericoli pubblici sono candidati alle elezioni invece di essere chiusi nelle patrie galere.
Si, sono antropologicamente diverso, e me ne vanto.
E lancio un appello a tutti i miei amici e conoscenti (e sono tanti) che non vogliono andare a votare: mettevi una mano sulla coscienza, e l'altra sulla matita.
Non andare a votare, e lasciare il paese nelle mani di questi squilibrati criminali, non é segno di libertá.
E' segno di egoismo e mancanza di senso civico.

blog+roiE con questo mi chiudo anche io nel silenzio stampa pre-elettorale.
E aggiungo un'altra immagine per parcondicio:







30/11/-1, 00:00:00
Gears of War 2: un mare di dettagli da EGM
La rivista EGM è riuscita a mettere le mani su una build giocabile di Gears of War 2, ed ha rivelato una sequela non indifferente di dettagli, molti dei quali relativi al multiplayer. Ecco[...]

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La rivista EGM è riuscita a mettere le mani su una build giocabile di Gears of War 2, ed ha rivelato una sequela non indifferente di dettagli, molti dei quali relativi al multiplayer. Ecco l’elenco:

  • Pressato dalle domande di un lettore, Cliff Bleszinski non ha confermato ma nemmeno smentito il coop a 4 giocatori
  • SarĂ  implementato un sistema per catturare screenshot, inviarli in un sito apposito e votarli (come accadeva ad esempio in Forza Motorsport 2)
  • Forse sarĂ  implementato anche un sistema simile per i video
  • Epic sta pensando di introdurre un contatore per tenere traccia dei danni inflitti e dei punti guadagnati in ogni partita
  • Potrebbero venire implementati dei bot dotati di intelligenza artificiale da usare a piacimento nelle partite multiplayer
  • Il nome dell’uccisione da dietro con la motosega è “Chainsodomy
  • Gorgon Burst Pistol è il nome di una delle nuove armi, una pistola che spara proiettili a brevi raffiche
  • Scorcher è invece il nome del lanciafiamme, che avrĂ  gittata limitata ma potenza estrema (una ricarica perfetta aumenterĂ  la gittata)
  • Boltok Pistol: la nuova pistola “vecchio stile” potrĂ  sparare piĂą velocemente dopo una ricarica perfetta
  • Epic ha annunciato numerose nuove armi in arrivo, fra cui si vocifera di un mortaio

Sono inoltre stati definite le nuove azioni eseguibili verso nemici a terra o quando si è noi stessi a terra:

Con nemico a terra:

  • Tasto X: la vecchia stivalata in testa
  • Tasto Y: Esecuzione, diversa in base alla razza e all’arma impugnata. Sempre molto violente: con l’arco Torque, ad esempio, l’aggressore mette il collo della vittima sulle lame dell’arco e aiutandosi con il piede lo decapita (!!! vedremo che ne penseranno Fiorello e Riccardo Schicchi)
  • Pulsante A: presa per utilizzare un nemico atterrato come scudo umano (o non umano, nel caso delle locuste). Una volta preso il nemico gli si può spezzare il collo con il tasto B
  • Tasto B: per finire il nemico in maniera veloce e poco coreografica

Quando si è a terra:

  • Grilletto R con granata equipaggiata: si fa esplodere la granata per uccidere eventuali nemici nei paraggi (e naturalmente si muore all’istante)
  • Grilletto R senza granata equipaggiata: richiesta di aiuto agli altri membri della squadra che farĂ  apparire un’icona agli altri giocatori vivi, che potranno identificare facilmente il ferito
  • Tasto A: per strisciare lentamente verso zone sicure. Si morirĂ  se nessuno verrĂ  in aiuto entro un certo limite di tempo

Gears of War 2 arriverĂ  a novembre in esclusiva Xbox 360.

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30/11/-1, 00:00:00
Desperate Housewives ovvero Elena di Troia: la bellezza e il tradimento
Desperate Housewives: la bellezza e il tradimento. Questo, in sintesi, il cuore della serie targata Abc. Ciascune delle cinque protagoniste incarna un aspetto dell'Elena greca. Forse è per questo che le “disperate” al termine della sigla mostrano maliziosamente una mela...

Desperate Housewives: la bellezza e il tradimento. Questo, in sintesi, il cuore della serie targata Abc. Ciascune delle cinque protagoniste incarna un aspetto dell'Elena greca. Forse è per questo che le “disperate” al termine della sigla mostrano maliziosamente una mela (che è sì la mela addentata da Eva nella Genesi, ma è anche quella che Paride destina ad Afrodite per avere in sposa Elena).
In Desperate Housewives sono le donne, anche e soprattutto con la loro bellezza, a muovere i fili del destino:

Gabrielle Solis (Eva Longoria): si dimostra donna della metis, astuta e maliziosa, per nullablog+roi sprovveduta di fronte alle minacce maschili. Ex modella, usa la sua bellezza per ottenere quello che vuole dagli uomini. Decide di smettere di lavorare dopo aver sposato un ricco uomo d’affari, Carlos Solis. Ma, perennemente annoiata, tradisce il marito – che la trascura per il lavoro - con il giardiniere diciassettenne John Rowland. Successivamente Carlos viene arrestato e lei rimane incinta, ma non vuole diventare madre. Un aborto spontaneo manda ulteriormente in crisi il rapporto già fragile dei due, segnato anche dal tradimento di lui con la cameriera cinese. Neanche tornare dal giovane amante – che si sta per sposare - l’appaga più. Nella terza serie Gabrielle diventa moglie di Victor Lang, un ricco politico che diventa sindaco di Fairwiew. Il giorno stesso del matrimonio viene a sapere che Lang, con ambizioni da governatore, ha voluto sposarla solo per influenzare il voto dell’elettorato latino-americano. Per vendetta, lo tradirà - vestita ancora degli abiti nuziali - con l’ex marito Carlos, che va al ricevimento dopo avere rotto con la nuova compagna, Edie Britt.

Susan Mayer (Teri Hatcher): è il rovesciamento parodico dell’Elena/Gabrielle: madre, divorziata,blog+roi di ottimo aspetto, è sbadata, insicura e maldestra. Incarna la figura dell’Elena saffica, per la quale la cosa più bella è rappresentata dalla persona amata. Le sue scelte avventate sono sempre legate a grandi passioni (tant’è vero che la figlia Julie, nelle prime stagioni, sembra più matura di lei: madre e figlia come battaglia tra sentimento e ragione). S’innamora prima dell'idraulico Mike Delfino, suo misterioso vicino di casa, e se lo contende con Edie; poi del dottor Ron, salvo poi separarsene accorgendosi di amare ancora Mike; quando Mike entra in coma (investito di proposito dal nuovo marito di Bree) s’innamora in ospedale di Ian, un gentiluomo inglese la cui moglie è a sua volta in coma. Nella quarta stagione, il sentimento si stabilizza: Susan e Mike finalmente si sposano.

Lynette Scavo (Felicity Huffman): la meno bella tra le cinque disperate. Forse proprio per questablog+roi ragione, è il personaggio che più incarna il ribaltamento dell’Elena donna-oggetto in balia dei ratti maschili. E’ una madre (di quattro bambini, più una figlia adottiva) in carriera, abile in campo pubblicitario. E’ sposata con Tom Scavo, a sua volta pubblicitario, ma meno dotato di lei sul lavoro: in confronto alla moglie, un debole. In casa Scavo è Lynette a portare i pantaloni. Tant’è vero che è Tom a rimanere a casa a curare i bambini, quando lei decide di riprendere la carriera da dove l’aveva lasciata. Il ritorno di Tom al lavoro e la scoperta della figlia undicenne dell’uomo, avuta dall’ex-compagna, Nora Huntington, fa vacillare il loro matrimonio. Così come quando Lynette si innamora di Rick, lo chef del ristorante aperto dal marito, da lei stessa assunto. Ma Lynette, che rappresenta la donna capace di scegliere, resiste a entrambi gli urti. Alla fine della terza stagione le viene diagnosticato un linfoma: una sfida tragica per una donna fino a quel momento forte, dai tratti quasi maschili.

Bree Van De Kamp (Marcia Cross): di Elena incarna la bellezza algida, che fa scattare lablog+roi guerra tra gli uomini, e la perfezione ricercata in tutti i suoi aspetti. Il carattere rispecchia invece la personalità della sorella di Elena, Clitemnestra, assassina del marito Agamennone (che sarà poi vendicato dal figlio Oreste) con la complicità dell’amante Egidio. Bree ha sposato Rex, di professione dottore, da cui ha avuto due figli Andrew e Danielle. Rex, malato, viene ucciso dal farmacista George Williams - ossessionato da Bree – che scambia i suoi farmaci con dei placebo. Bree è in qualche modo complice dell’omicidio: Rex in passato l’ha tradita e lei, accecata dalla vendetta come Clitemnestra, prima favorisce il corteggiamento di George, poi, quando Rex ha un infarto, prima di chiamare l’ambulanza perde tempo a rifare il letto matrimoniale; il figlio Andrew, un novello Oreste, non perdonerà mai alla madre di essersi fidanzata con l’assassino del padre e non avrà un buon rapporto nemmeno con Orson Hodge, suo patrigno. Per farla pagare a Bree, incarnerà l’opposto del figlio modello, sbandierando la sua bisessualità.

Edie Britt (Nicollette Sheridan): pluridivorziata, incarna la figura dell’Elena “cagna”, malvista dalleblog+roi altre vicine di casa in quanto cacciatrice di uomini. Tenta di sedurre prima Mike Delfino, successivamente Karl, ex-marito di Susan. Infine prova a intraprendere una relazione con Carlos, ma, fallita anche questa, alla fine della terza stagione tenta il suicidio appendendosi al lampadario con una corda. Proprio come quella versione del mito di Elena che vuole la donna impiccata a un albero, dopo avere causato tante sventure a chi le sta attorno.

NB Materiale non riproducibile perché depositato (tratto dalla tesi di laurea di Elena Redaelli)

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30/11/-1, 00:00:00
Buffy va all'universitŕ. Negli Stati Uniti una conferenza sulle serie tv di Joss Whedon
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"Buffy. The Vampire Slayer" ed altri lavori di Joss Whedon sono oggetto della una conferenza "Slayage Conference on the Whedonverses" che si sta svolgendo alla Henderson State University di Arkadelphia, nello stato di Arkansas, negli Stati Uniti.

I professori riuniti in questa tre giorni dedicata agli eroi televisivi Whedoniani, ne parleranno soprattutto analizzandoli dal punto di vista filosofico o antropologico.

Sin dal suo esordio, Buffy si è attestata come un fenomeno culturale suscitando l'interesse di curiosi ma anche studiosi a livello universitario, e la serie televisiva è stata lo spunto di diversi libri, come "Buffy the Vampire Slayer and Philosophy: Fear and Trembling in Sunnydale", "Buffy The Vampire Slayer Television Program History And Criticism".

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"Buffy. The Vampire Slayer" ed altri lavori di Joss Whedon sono oggetto della una conferenza "Slayage Conference on the Whedonverses" che si sta svolgendo alla Henderson State University di Arkadelphia, nello stato di Arkansas, negli Stati Uniti.

I professori riuniti in questa tre giorni dedicata agli eroi televisivi Whedoniani, ne parleranno soprattutto analizzandoli dal punto di vista filosofico o antropologico.

Sin dal suo esordio, Buffy si è attestata come un fenomeno culturale suscitando l'interesse di curiosi ma anche studiosi a livello universitario, e la serie televisiva è stata lo spunto di diversi libri, come "Buffy the Vampire Slayer and Philosophy: Fear and Trembling in Sunnydale", "Buffy The Vampire Slayer Television Program History And Criticism".

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30/11/-1, 00:00:00
DICO :
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E in mezzo a questo troiaio nazionale quotidiano e dilagante di vip e vippesse svaccati, di celebrità ricattate perché ricattabili, di puttanieri e puttane, di principi magnaccia, di donne che la danno via per una velinata in tv spinte dalle loro mammine, di pezzi grossi con moglie e figli che pretendono il droit de culage, come i signorotti feudali, per farle lavorare, di giornalisti e intellettuali che si vendono l'anima, parte presumibilmente più importante del sedere, per un pezzetto di potere, di coca come se nevicasse, di politicanti sepolcri imbiancati che convivono, divorziano, si risposano e fottono come conigli mentre invocano i Santi Evangeli, di preti pedofili che hanno ferito a morte il cattolicesimo americano, io dovrei preoccuparmi per il futuro della famiglia e della civiltà occidentale perché le due vecchie lesbiche del piano di sopra sognano di firmare un patto civile? Qui si è davvero perso il comune senso del pudore, ma quello serio, il pudore morale.

Vittorio Zucconi, scrive molto, forse troppo, talvolta insopportabile, ma quando è un capolavoro bisogna riconoscerlo.
30/11/-1, 00:00:00
LETTERA APERTISSIMA AI MOSTRI DI DINO RISI...
Avete visto le pagine dei giornali e i servizi e i film che le tv hanno dedicato al defunto Dino Risi. Compianto in morte, già compianto in vita perchè tutti sono, tutti siamo rimasti affezionati ai[...]

blog+roiAvete visto le pagine dei giornali e i servizi e i film che le tv hanno dedicato al defunto Dino Risi. Compianto in morte, giĂ  compianto in vita perchè tutti sono, tutti siamo rimasti affezionati ai suoi lavori d’autore degli anni che vanno dai Cinquanta agli Ottanta, trent’anni di carriera. Ma soprattutto siamo rimasti soggiogati, rivedendoli in qualche ripresa tv, a “Poveri ma belli”, “Il sorpasso”, “Una vita difficile”. La memoria va agli anni Cinquanta- Sessanta, mentre giĂ  “In nome del popolo italiano” (su un clamoroso errore giudiziario) è del 1971 e il premiato, copiato in Usa, Profumo di donna” è del 1974.

Da lì in poi non è’ che manchino titoli significativi- e comunque minori tipo “Telefoni bianchi”, “Sono fotogenico” o “Tolgo il disturbo”- ma la vena non risulta essere piĂą la stessa. Era cambiato Dino ma era cambiato anche il cinema, e con il cinema anche la tv che lo aveva invitato a girare storie e storielle che strizzavano l’occhio alle commedie leggere di un tempo (remake impossibile di “Poveri ma belli”) o tentavano di raccontare di ragazze prosperose (un telefilm con Monica Bellucci appena scesa dalle passerelle di moda e un altro sulle Miss Italia) o cercavano di rilanciare qualche gloria ormai sfiorente (”La ciociara” con Sophiona).

E’ strano ma le enciclopedie sulla tv in circolazione ignorano il nome di Dino Risi e delle sue eroine da piccolo schermo. Non so il perchè, o meglio lo so. La televisione viene spiegata al popolo attraverso titoli di programmi, nomi di persone, dirigenti, potenti, tipetti cult (si fa per dire), tipetto scandalosetti, generi, sottogeneri, format e sformati, e basta. Mentre sarebbe giusto percorrere altre strade nuove per rendere il meritato omaggio ai Giusti come Dino. Strade inventate che influenze. Prove d’autore che generano e vengono copiate.

Questa riflessione a bara calda la faccio perchè ho avuto una sfortuna sfacciata. Un paio di anni fa ho trascorso quattro ore della nostra vita (la sua e la mia) in esclusiva. Dovevamo andare e tornare da un teatro di Benevento dove avremmo dovuto parlare di Vittorio De Sica a partire da un mio libro, intitolato “Vittorio De Sica- VitalitĂ ,passione e talento in un’Italia dolceamara”, edito da Ediesse e Rai-, oltre che presentare la copia restaurata di un film di Dino considerato minore, e invece molto interessante, intitolato “Un amore a Roma”, tratto da un romanzo di Ercole Patti.

In quelle quattro ore, senza farsi pregare e senza posa, Dino prese a raccontarmi per filo e per segno della sua vita e del suo cinema. Avessi avuto con me un registratore! Un racconto delizioso, appassionato, interessante, condito di intelligenza e di cattiveria. Ma non è su questo che voglio soffermarmi qui. Bensì su una riflessione che feci e che mi torna in mente adesso. Bisogna riscoprire senza posa la vitalitĂ  e la germinante forza della sensibilitĂ  inventiva di Dino. Quella che mi ha fatto venire la voglia di scrivere una lettera apertissima ai mostri del regista, ovviamente i “Mostri” con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, 1963, giustamente famoso.

Dunque. Cari Mostri, ovunque voi siate, e sappiamo bene che siete fra noi, anzi che noi siamo fra voi. Se n’è andato il vostro e nostro Maestro. Un riconoscimento bisogna darlo a voi e al Maestro. Voi siete i veri Mostri della storia, e non i vari Frankenstein (compresa la versione di Mel Brooks), Dracula, King Kong, e chi piĂą se li ricorda li metta pure. Lo siete perchè avete acceso un filone che ha cambiato i massmedia e ci cambia ogni momento che passa. Specie in tv.

Il piccolo schermo, anzi tutti i piccoli schermi, usurpano da anni l’Idea di Dino- generoso, mai gretto, franco e leale, mai dispettoso, incapace di cattiverie gratuite- e ce la servono in tutte le salse. Dai tg al varietĂ , dai talk show ai contenitori. Un esempio per introdurre il tema, tanto per intenderci. “Striscia la notizia” non solo non avrebbe una acclamata rubrica dedicata ai deformi o deformati o spaventosi del video, ma non potrebbe funzionare con i suoi servizi e persino con le sue Veline.

Veline che sono state il seme dal Velinario dove inzuppano la fregola del successo sia le Fanciulle in Fiore che le Tardone annaffiate dal Silicone (prima e poi tornano, vedrete). In questo senso “Striscia” esercita una lodevole continuazione della modellstica dei Mostri di risiana origine.
Sulla stessa via, vanno gli show darwiniani di Bonolis the Great Monster, le Iene, i Lucignoli, ma anche i conduttori alla Luca Giurato, alla Marzullo, alla Cocuzza, alla Costanzo, alla Biscardi, alla Augias, alla Baudo, eccetera.

I Mostri sono, come si è detto, ovunque. Alcuni sono tramontati altri sono a cavallo e galoppano con artriti e ictus in agguato (augurando che li possano sventare e… deliziarci ancora). Ed è lecito chiederci: cosa saremmo senza Mostri? Ne abbiamo bisogno. Alimentano i nostri occhi e sensi. Incoraggiano il nostro moralismo, perbenismo, senso comune; insomna, ci fanno un piacere perchè ci fanno sentire migliori di quel che siamo.

Sono sicuro che, cari Mostri doc, i Mostri di Risi, leggerete questa lettera dove siete e dove vi ha raggiunto il grande Dino che saluto di cuore. Come ci mancate veri Mostri non da laboratorio, vivi, vivaci, sinceri, carichi di fascino e di idee. Pezzi della nostra testa, della nostra carne, dell’Italia che reagiva, della gran commedia alla Balzac in cui in punta di piedi si era, è specializzato lui, Dino forever.

Mandate l’indirizzo, quando sarĂ  il momento vi raggiungeremo. In nome della setta infinita dei Mostruosi, amanti del buon cinema e della buona tv (qual è?), il vostro rispettosissimo
ITALO MOSCATI

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30/11/-1, 00:00:00
Salva la cheerleader, salva il mondo
Per tutti gli appassionati di super-eroi, "Heroes" è stato un sogno diventato realtà. Il serial TV creato e scritto da Tim Kring, infatti, non solo è un perfetto condensato di tutti gli elementi della "cultura super", ma è in generale un ottimo prodotto, che contribuisce a "sdoganare" ulteriormente il genere al di fuori del "mondo nerd". Una serie che in qualche maniera ha "cavalcato l'onda" del successo dei film dedicati ai super esseri, ma calandoli in un'atmosfera più cupa e ansiogena, rendendoli in qualche maniera "reali". Sulla scia del genere "revisionista", che parte da "Watchmen" di Alan Moore fino ad arrivare a "Rising Stars" di J. Michael Straczynski, il serial è riuscito a mostrarci come potrebbe essere "veramente" un mondo popolato da umani dotati di capacità speciali. Anche se, nello sviluppo delle trame, probabilmente "Heroes" è maggiormente debitore dell'acclamata saga degli "X-Men" ideata da Chris Claremont. Non solo perchè i personaggi sono inquadrabili come mutanti, quanto perchè il serial pesca a piene mani nelle numerose trame e nei "trucchi narrativi" creati dall'autore britannico sulle pagine del fumetto Marvel. Non a caso, lo scrittore fa anche una breve apparizione nell'ultima puntata della prima stagione, vestendo i panni di un riparatore di spade.

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La storia è focalizzata su un gruppo di persone dotate di super-poteri, che sembra abbiano un destino comune. Alcuni di loro stanno scoprendo solo ora di essere speciali, altri lo sanno da tempo. Vivono vite diverse, nei luoghi più lontani del pianeta. Nulla sembra legarli. Eppure le loro esistenze sono strettamente interconnesse a quelle degli altri, in un disegno apparentemente impercettibile, che viene svelato lentamente e con sapienza. A fare da collante fra loro, il professor Mohinder Suresh e il pittore Isaac Mendez. Il primo è un esperto di genetica deciso a rintracciare e aiutare chiunque mostri di avere facoltà speciali, per permettergli di controllare i propri poteri e condurre una vita normale. Il secondo è uno degli "eroi", un artista eroinomane capace di prevedere il futuro nelle sue opere, che realizza in stato di "trance". Attraverso i suoi dipinti (splendidamente realizzati nella realtà dal grande Tim Sale) verrà alla luce l'immensa tragedia che sta per abbattersi su New York e che sarà provocata proprio da un super-umano. Chi sarà il responsabile? L'eroico Peter Petrelli? Il malvagio Sylar? La schizofrenica Niki Sanders? L'incontrollabile Ted Sprague? Provocherà la disgrazia in maniera volontaria o per errore? E perchè una versione di Hiro Nakamura proveniente dal futuro afferma che solo salvando la cheerleader Claire Bennet sarà possibile salvare il mondo? L'intrigo si infittisce ad ogni episodio, il numero dei personaggi cresce e la trama inizia ad assumere connotati sempre più unici ed appassionanti, che rendono "Heroes" un serial davvero speciale. Perchè non è interessante solo cosa è raccontato, ma anche come viene fatto. Con una sceneggiatura che riesce ad approfondire tutti i personaggi. Con lo sfoggio di super-poteri che non va mai a discapito dell'intreccio, pur mostrando effetti speciali e visivi di tutto rispetto. Con una narrazione sempre avvincente e dialoghi epici e intensi, perfetti per commentare vicende di questa potenza narrativa.
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La serie ha incontrato un successo clamoroso negli USA, ma purtroppo non ha avuto lo stesso tipo di riscontro anche in Italia. La serie NBC, infatti, è stata trasmessa l'anno scorso nel nostro paese da Italia 1, che non sembra averla capita a fondo e l'ha programmata decisamente male. Inizialmente gli episodi sono stati trasmessi di Domenica sera. Ma "Heroes" è un prodotto destinato ad un pubblico giovane, che probabilmente nel corso del weekend preferisce uscire e divertirsi. Dopo un inizio convincente, inoltre, la curva di audience del programma è calata in maniera verticale e l'emittente ha ben pensato di interrompere la messa in onda e proporre gli ultimi episodi dopo qualche tempo, a tarda notte e con una programmazione mai ben definita. Dopo un trattamento di questo genere, le speranze di vedere la seconda stagione in italiano le avevo ormai perse. Infatti ho deciso di vederla in edizione originale. Poi è arrivato il "miracolo" del digitale terrestre, una "valvola di sfogo" che permette all'emittente di ammortizzare i costi di qualsiasi programma, avendo un doppio canale in cui "vederlo": su digitale attraverso il pagamento "pay per view" e in TV in chiaro attraverso la vendita degli spazi pubblicitari. Anche "Heroes" volume 2, infatti, è puntualmente arrivato sui calani di Mediaset Premium ed è pronta ad arrivare in autunno anche su Italia 1, sebbene solo in seconda serata. Magari tornerò a parlarne proprio in quel momento. Anche perchè, per uno strano caso del destino, la seconda stagione potrebbe essere in chiaro in Italia, quando negli Stati Uniti debutterà il terzo volume, intitolato "Villains". Nel frattempo, comunque, la rete Mediaset inizierà a mandare in onda le repliche della prima serie, a partire dal 19 Giugno ogni Giovedi alle 23:00. Un'ottima maniera per vedere o rivedere l'origine degli eroi e il loro tentativo di evitare l'imminente e annunciata catastrofe, per essere poi subito pronti a riprendere il racconto con la seconda stagione, esattamente dove si era interrotto. Ma... prima di allora... ho deciso di farti un regalo, il video promo uficiale di "Heroes" Volume 2. Probabilmente uno degli spot promozionali più belli che siano mai stati realizzati, con la sua carica iconica e poetica, oltre alla perfetta sinergia di testi, musica e immagini: un piccolo gioiello da ammirare più volte.
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30/11/-1, 00:00:00
Elettronica made in Japan
Ammetto che il titolo di questo post è un pò ambiguo e, per evitare che possa trarti in inganno, vado subito a chiarire la situazione. In questo messaggio non andrò a parlare di tutte quelle meraviglie della tecnologia che il popolo giapponese è capace di immaginare, creare e imporre nel resto del mondo. Questo aggiornamento del blog, infatti, nasce dall'interessante avvenimento musicale a cui ho partecipato ieri sera, il "Node - Festival Internazionale di musica elettronica e live media". L'evento è stato organizzato nella splendida struttura della Galleria Civica di Modena, sfruttando in maniera ottimale tutti i suoi spazi, dalle sale interne al suo delizioso chiostro. Per quel che mi riguarda, ho stazionato proprio all'esterno, godendo della bella serata, della perfetta diffusione del suono e dell'esibizione degli ospiti attraverso un maxi schermo con la proiezione delle loro attività sul palco. Dopo un ottima pizza insieme ad Alessio, con tanto di Amaro del Capo a chiusura, siamo arrivati all'evento in tempo per assistere alla performace live dell'ospite più atteso: il dj e autore AOKI takamasa. Nato in Giappone, ma attualmente residente in Europa, sempre in movimento fra la Germania e la Francia, questo talento della musica elettronica sembra proprio essere una delle star internazionali del settore. Personalmente non sono un fan del genere... non ne capisco molto e non partecipo abitualmente a live di questo tipo... però mi sono divertito molto e, da profano, sono stato trascinato dalle ritmiche e dai loop proposti dal dj, dalle sonorità ipnotiche e minimaliste della sua musica. Senza nemmeno rendermene conto, mi sono trovato a ballare, muovendo le gambe e la testa a ritmo di musica, mentre continuavo a chiacchierare piacevolmente anche con Annalisa e Mauro, incontrati casualmente sul posto. L'elettronica immaginata e creata dai giapponesi... evidentemente riesce a imporsi in maniera naturale anche quando si parla di musica. Per fartene un'idea, puoi dare un click alla pagina di AOKI su Last.fm e al video sottostante, che mostra una sua appassionante esibizione live nel Dicembre 2007 a Tokyo, apprezzabile anche per qualità di riprese e fotografia...

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30/11/-1, 00:00:00
Difendi l'Isola o muori
Devo ammetterlo, ho scoperto "LOST" con un certo ritardo. O meglio... avevo iniziato a seguire la serie con minimo di costanza, poi per ragioni indipendenti dalla mia voltà avevo perso alcune puntate e... non ci capivo più nulla. Ai tempi della prima messa in onda televisiva ancora non avevo la possibilità di recuperare in digitale gli episodi saltati, dunque avevo deciso di interrompere una visione così confusa e incompleta in attesa di riuscire a riprendere il filo del discorso laddove si era interrotto. A un certo punto finalmente ce l'ho fatta. Poco prima che iniziasse in Italia la terza stagione, ero riuscito a reperire e gustarmi tutte d'un fiato le prime due annate ed ero ufficialmente diventato un fan della serie: l'Isola, il volo Oceanic 815, i sopravvissuti, gli Altri, la botola, i numeri, il progetto Dharma e tutti gli altri elementi al centro della saga mi avevano davvero affascinato.

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La saga, creata dai geniali J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber e sceneggiata dai migliori autori in circolazione, è una delle produzioni seriali più interessanti di tutti i tempi, anche perchè riesce ad adattarsi alle peculiarità del mezzo di comunicazione televisivo e a sfruttarne tutte le potenzialità. Mistero, suspence e azione sono condensati nei 40 minuti di ogni episodio e ogni puntata è concatenata alla precedente e alla successiva, in un altalenarsi di momenti poetici e sconvolgenti colpi di scena. La storia... per i pochi che ancora non la conoscessero... narra le avventure di un gruppo di superstiti all'incidente del volo Oceanic 815, che precipitano inspiegabilmente su una misteriosa isola. Un luogo molto strano, in cui le leggi della natura vengono sovvertite. Un posto in cui si realizzano i sogni, ma anche gli incubi. Un pezzo di mondo dimenticato, dove i miracoli possono diventare realtà. L'isola non è solo lo scenario in cui si muovono le gesta dei sopravvissuti. L'isola è uno dei protagonisti, forse quello principale. Con le sua atmosfera strana e a tratti irreale, con la forza e le energie che sembra emanare, con i misteri e i segreti che la avvolgono. E' in questo contesto così ambiguo e pieno di interrogativi che impariamo a conoscere i personaggi e a vederli evolvere. Sono tutti molto diversi fra loro, ma hanno qualcosa in comune: ciascuno di essi ha qualche conto aperto col passato. Nella loro storia e nella loro vita "precedente all'isola" si sono lasciati alle spalle qualcosa o qualcuno che continua a tormentarli, che ancora segna le loro esistenze e agita i loro incubi. Nel loro viaggio alla scoperta dell'isola e delle verità che nasconde, ogni personaggio in realtà andrà anche alla scoperta di se stesso, per liberarsi dai propri fantasmi e rinascere, assumendo una nuova forma. Come dei bruchi che, grazie alle energie pulsanti nell'isola, riusciranno finalmente a liberarsi del proprio involuco da crisalidi e a spiccare il volo in forma di farfalle.

La sceneggiatura è completamente tarata sull'esplorazione di due elementi: scoprire la vera natura dell'isola e conoscere i personaggi, anche per capire come mai sono stati "scelti" per essere lì. I due elementi, dunque, sono strettamente interconnessi fra loro. E' proprio attraverso le esperienze vissute sull'isola se ogni sopravvissuto mosterà il suo vero volto, svelandoci lentamente cosa lo ha portato ad essere la persona che vediamo in quel momento. Il montaggio è fondamentale per raggiungere questo scopo. L'uso di flash-back, infatti, è davvero massiccio e funzionale. Le scene del presente e del passato si incontrano e si intersecano in maniera inscindibile, creando un bilanciato e ordinato altalenarsi fra piani temporali differenti. Ogni personaggio è analizzato a 360°, diventa quasi "vivo" per quanto è ben costruito e articolato. Non si tratta solo di trame ben congeniate e dialoghi azzeccati. Ogni superstite ha la sua personalità ed è assolutamente credibile e "tridimensionale", anche se calato in un contesto così avventuroso e irreale. Grande attenzione è dedicata anche ai personaggi secondari, ma naturalmente la maggior attenzione è puntata sulla vasta schiera di protagonisti: il dottor Jack Shephard (Matthew Fox), la fugiasca Kate Austen (Evangeline Lilly), il truffatore James "Sawyer" Ford (Josh Holloway), la rock-star Charlie Pace (Dominic Monaghan), l'enigmatico John Locke (Terry O'Quinn), lo sfortunato Hugo “Hurley” Reyes (Jorge Garcia), il tenebroso Sayid Jarrah (Naveen Andrews),il "deus ex machina" Benjamin "Ben" Linus (Michael Emerson) o Desmond David Hume (Henry Ian Cusick)... "la costante"... giusto per citare i miei favoriti.

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Quando ho terminato di vedere la terza serie in italiano, sono rimasto senza fiato, anche per l'introduzione a sorpresa di un nuovo strumento narrativo: quello del flash-forward. Dopo averci presentato il passato e il presente dei loro personaggi, gli autori hanno deciso di farci dare uno sguardo al loro futuro, senza alcun preavviso. E ci hanno mostrato che qualcuno dall'isola avrebbe fatto davvero ritorno, ma non senza pagarne le conseguenze. Da allora ho iniziato ad attendere che la quarta stagione venisse trasmessa negli Stati Uniti, deciso a seguirla "in real time" in lingua originale. Preceduto dal teaser "Defend the island or die", il primo episodio della quarta serie ("The beginning of the end") è andato in onda negli States il 31 Gennaio 2008 e mi ha letteralmente inchiodato alla poltrona. Per me ormai vedere un nuovo episodio di "LOST" il Venerdi sera è diventato un rito, anzi... lo era fino a ieri, quando ho visto la puntata doppia "There's no place like home" (LOST 4x13), ultimo episodio della quarta stagione. Una puntata che "chiude il cerchio", partendo laddove era terminata la stagione precedente e congiungendo in un attimo la narrazione su tutti i livelli cronologici. Il quadro sembra finalmente più chiaro e il giudizio finale è assolutamente positivo. Se nelle tre prime annate nella maggior parte dei casi erano state poste domande ed instillati dubbi, sia nei personaggi che negli spettatori, in questa quarta serie si ribaltano tutte le prospettive e si danno finalmente delle risposte, di cui iniziava davvero a sentirsi il bisogno. Risposte alle volte davvero inaspettate, che riescono anche ad aprire nuovi sbocchi e percorsi narrativi. Situazioni che cambiano, rapporti che si trasformano, eroi che cadono, personaggi che ritornano, altri che se ne vanno per sempre. E l'isola... che inizia a mostrare il suo vero volto, carico di esoterismo e teorie scientifiche che oltrepassano i limiti del fantastico...

Visto il clamoroso successo delle stagioni precedenti e la strepitosa accoglienza del pubblico per la quarta serie, Season 4 è arrivata prestissimo anche in edizione italiana, iniziando il 7 Aprile su FOX, per concludersi probabilmente a Luglio. Dunque è molto probabile che già agli inizi del prossimo autunno venga trasmessa in chiaro anche su Rai Due, che finora le ha riservato un trattamento di tutto rispetto. Se non hai visto le tre stagioni precedenti e vuoi recuperare alla svelta per essere pronto a gustare questo piccolo capolavoro o se hai semplicemente voglia di rinfrescarti la memoria, ecco a te il video perfetto, in cui in soli 8 minuti vengono riassunte tutte le trame più importanti delle prime tre stagioni di "LOST"...

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30/11/-1, 00:00:00
TRAMONTARE SUGLI UOMINI
Lo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilitĂ  interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenitĂ  sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può [...]

blog+roiLo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilitĂ  interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenitĂ  sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può che riconoscersi per l’integerrimo distacco dalla vita terrena e non può essere altrimenti: se la loro vita altro non è che uno spurgo mestruale dell’anima, per una reazione uguale e contraria l’uomo spirituale non sarĂ  che una proiezione del proprio opposto.
Pazzi e farneticanti cialtroni! In quella claudicante cervice altro non sapete che trombettar puzzette e luoghi comuni!
Per il vero l’andatura di colui che dello spirito incarna il vigore, sarĂ  piĂą rispecchiante un procedere verso il tramonto che non verso un romantico risorgere, poichĂ© ben piĂą maschia prova attende chi i segreti dell’anima si è giĂ  spinto a conoscere. Se grande è la potenza che dimostra l’asceta nel portarsi alle frontiere dell’anima, di quale mistico coraggio dovrĂ  armarsi per accettare di ridiscendere tra l’umano genere? E’ lui il gigante, lo spirito che, dopo la lunga ed impervia scalata sulle scivolose e acuminate rocce della sapienza, sceglie di imitare il sole al tramonto, riavvicinandosi al mutevole scorrere del tempo.
Certo, è nell’innalzarsi che egli rende onore alla sua grandezza, ma quale divina magnificenza in lui dovrĂ  risiedere per tornare in un mondo che piĂą non riconosce il suo incedere, che disprezza il suo stomaco leggero e detesta il suo danzare?
Tornare a rivivere in una nuova grandezza le becere e rovinose povertĂ  di cui il mondo ama fargli carico, vincendole una volta e una volta ancora, per tutti i giorni della sua battagliera esistenza: questa è la mistica corona che lo sigilla come eccezione dello spirito, poichĂ© catturato il sole nel suo cuore, lo tramonterĂ  su quegli uomini che sa giĂ  esser morti e nient’altro che morte gli porteranno.

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by MASTRO FABBRO

30/11/-1, 00:00:00
ho visto un film: american gangster
ieri notte a pizza e film, ho visto un film che mi a infogato solo molto dove cerano i morti ammazzati e le pistole

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Ieri notte ero a pizza e film, ho invitato a zio Adolfo e a mia mamma che ero tutto mozionato, avevo pena pena scaricato da emiul il nuovo film del Gladiatore insieme col negretto di pall fiscion (quello che faceva la preghierina).
A mia mamma a dire la veritĂ  no la volevo invitare perchĂ© poi se ne va fisso a metĂ  film a prepararmi il pigiama nel letto ma io gliel’ho detto che ormai sono grande e che può prepararmelo anche alla fine del film e non c’è piĂą bisogno che mi acciende lo scaldaletto che tanto siamo in estate ma none vuole sentire.
Comunque, il negretto era un gengster, tanto per cambiare li fanno fare i ladri agli migrati… e qui mi do anche la pala nel piede perchĂ© io voto lega nuoro e a noi quelli ci rubano il lavoro ma se c’è una controindicazione Mario non ci riesce a tenersela anche se va contro ai suoi principi perchĂ© a me la veritĂ  mi esce come una scorreggia quando c’è gente in salotto e fanno silenzio proprio nel momento che fai la zolfa. Sempre cosi, mai che mi sia capitato quando c’era chiasso…
Comunque la fine non mi è piaciuta perché alla fine il negretto si convertiva e faceva micizia col gladiatore che in tutto il film non ha fatto niente di interessante. Zio Adolfo era solo arrabbiato e ha tirato la pantofola sul televisore al plasmon.

30/11/-1, 00:00:00
Windows 7: le prime immagini!
Mentre ancora Microsoft Vista stenta a decollare sia tra le grandi società e tra i comuni utilizzatori di pc, si parla già del suo successore: Windows 7. Sì, sarà proprio questo il nome della release finale del nuovo sistema operativo. Si pensava che fosse il nome in codice delle versioni beta, invece Mike Nash di Microsoft ammette che sarà il nome definitivo. Sull'aspetto tecnico del nuovo sistema operativo non si sanno ancora molti dettagli, tranne il fatto che supportera il touch screen, l'unica cosa trapelata in rete è l'idea della microsoft di creare un sistema operativo semplice. Inoltre da poche ore si stanno diffondendo delle immagini del nuovo os di casa redmond. Eccole quì mostrate in esclusiva! (Cliccare sull'immagine per ingrandire)



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Ed ecco un video


30/11/-1, 00:00:00
Buon compleanno google!
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Oggi, il motore di ricerca piĂą famoso al mondo ha compiuto i suoi primi 10 anni di vita. Era il 1995 quando i due fondatori Larry Page e Sergey Brin si incontrarono a Stanford e iniziarono ad utilizzare un motore di ricerca interno per l'universitĂ , denominato BackRub.
blog+roiNel 1998 viene fondata la società Google Inc. e i lavori iniziano in un piccolo garage della silicon valley, e nello stesso anno la piccola società ingaggi il suo primo dipendente Craig Silverstein. Da quel giorno, la strada intrapresa dai due fondatori, ha portato a lauti guadagni, e con la quotazione in borsa il 29 aprile del 2004 il motore di ricerca ha generato più introiti di quello che gli analisti prevedevano. Con i guadagni provenienti dalla borsa, oltre che quelli derivanti dalla pubblicità, Google si è resa leader nel mondo di software web-based (google documenti, google reader, gmail...)ed ha acquistato software house di ogni genere, infatti ricordiamo tutti Picasa, Google earth, Google Desktop. Negli ultimi 10 anni Google ci ha stupito creando un universo tutto suo e rendedoci partecipe ad esso grazie all'adesione al mondo open-sourcee alla diffusione della maggior parte dei suoi programmi in modo totalmente gratuito. Vedremo se nei prossimi anni google sarà all'altezza di stupirci come questi ultimi.
Auguri da parte della redazione di Ottobitnews.
30/11/-1, 00:00:00
Informatica - Conoscere e rimuovere i rootkit - 2
A un mese di distanza dal precedente articolo - che è possibile visionare a questo link - ritorniamo su un argomento non solo interessante, ma anche indispensabile da conoscere per evitare gli effetti dannosi che i rootkit potrebbero provocare nel nostro pc. Ricordo che il rootkit non è un elemento dannoso, anzi è un elemento [...]

A un mese di distanza dal precedente articolo - che è possibile visionare a questo link - ritorniamo su un argomento non solo interessante, ma anche indispensabile da conoscere per evitare gli effetti dannosi che i rootkit potrebbero provocare nel nostro pc.

Ricordo che il rootkit non è un elemento dannoso, anzi è un elemento fondamentale per il funzionamento della macchina, ma se viene contraffatto e infettato può provocare danni maggiori di qualsiasi altro virus.

Come accennato nell’articolo precedente la loro origine risale a circa dieci anni fa. Ai giorni nostri i rootkit sono diventati un componente fondamentale nel computer, in quanto sono in grado di operare ad un livello basso nell’architettura della macchina e di gestire operazioni mantenute nascoste agli utenti, ma utili per lo svolgimento delle normali funzioni. Questa loro particolaritĂ  interessa ultimamente gli hacker che, attraverso i rootkit, diffondono trojan (cavalli di troia), spyware e anche keylogger (ovvero software capaci di rilevare tutto ciò che viene digitato sulla tastiera, in particolare password di carte di credito e altro) da utilizzare successivamente per mettere a rischio la nostra incolumitĂ  mentre navighiamo.

I rootkit, quindi, sono molto pericolosi se contraffatti, ma fortunatamente parecchie case produttrici di antivirus includono o distribuiscono separatamente prodotti in grado di rilevarli e rimuoverli con una semplice scansione del sistema.

Nel precedente articolo è stato segnalato uno dei primi anti-rootkit distribuiti gratuitamente sul sito della Sophos, previa registrazione. Questo tool negli anni è stato aggiornato e l’ultima versione consente di rilevare rootkit di ultima generazione. Ma se non ci si vuole registrare al sito sono disponibili anche altri programmi che consentono la rilevazione e la rimozioni di questi ospiti poco graditi e parecchio dannosi.

Lo scopo dell’articolo è proprio questo: illustrare alcune delle alternative efficaci, gratuite e funzionali.

I software che segnaliamo si chiamano McAfee Rootkit Detective (beta) della nota casa produttrice di antivirus e Trend Micro RootkitBuster della casa produttrice PC Cillin antivirus e CW Shredder.

blog+roiIl primo è un rootkit molto funzionale e aggiornato che permette l’individuazione e l’eliminazione, all’interno dei processi presenti sul nostro computer, del codice dannoso inserito a nostra insaputa. Viene distribuito come programma eseguibile, vale a dire che una volta scaricato può essere lanciato in esecuzione senza essere installato sulla macchina. La scansione del sistema è veloce e una volta individuati i file infetti sarĂ  possibile rinominarli e, dopo il riavvio del pc, cancellarli manualmente. L’anti-rootkit di casa McAfee è disponibile solo in inglese e compatibile con la maggior parte dei sistemi operativi Windows, funziona anche con Vista.
Download di McAfee Rootkit Detective (beta)

blog+roiIl secondo è anch’esso un rootkit che non necessita di installazione ed occupa uno spazio su disco inferiore al precedente, è molto leggero e una volta scaricato è possibile far partire direttamente la scansione. Grazie alla sua dimensione ridotta impiega poche risorse del pc e non genera rallentamenti quando, ad esempio, si continuano a svolgere altre operazioni. E’ consigliabile comunque far terminare la scansione prima di riprendere il normale utilizzo del pc. Ă un programma freeware, disponibile in inglese. L’unica pecca che lo caratterizza è di non funzionare con architetture a 64 bit, in pratica è inutilizzabile con i pc di ultima generazione che possiedono processori come AMD64 (esempio Athlon 64), EM64T (casa Intel) e PowerPC 970 (casa IBM). La versione attualmente scaricabile è la 2.2.1014.
Download di Trend Micro RootkitBuster

Prima di concludere, ricordiamo ancora una volta l’invito alla precauzione nell’utilizzo di questi programmi: gli anti-rootkit scansionano un livello molto basso nel computer, difficilmente accessibile alla maggior parte degli utilizzatori. In questo livello sono presenti i comandi chiave che fanno funzionare la macchina e, siccome si tratta sempre di software automatici, la rilevazione di un rootkit è sì accurata, ma non certa: a causa della personalizzazione del pc possono venire rilevati come rootkit righe di codice buono, non nocivo, ed è per questo che, prima della rimozione, consigliamo di essere sicuri dell’azione che si sta svolgendo affinchĂ© nulla venga compromesso.

Scritto da Mac La Mente

30/11/-1, 00:00:00
Cosa accomuna davvero Android e iPhone?
Credo fortemente nel sacro potere dell’ipse-dixit(smo), per questo — pur pensandola in modo simile — preferisco riportare le parole di Neil McAllister (fatal exception) apparse in un post sugli SDK dei due “smartphone” pubblicato sui weblog di InfoWorld: Gli iPhone * e i telefonini costruiti su Android sono “entrambi” equipaggiati con web browser basati sull’engine di [...]

Credo fortemente nel sacro potere dell’ipse-dixit(smo), per questo — pur pensandola in modo simile — preferisco riportare le parole di Neil McAllister (fatal exception) apparse in un post sugli SDK dei due “smartphone” pubblicato sui weblog di InfoWorld:

Gli iPhone * e i telefonini costruiti su Android sono “entrambi” equipaggiati con web browser basati sull’engine di rendering WebKit. Questo significa che le applicazioni web progettate per uno si visualizzeranno quasi identicamente sull’altro. Le stesse applicazioni si potranno visualizzare correttamente anche sui browser desktop che wrappano WebKit, come Safari, Google Chrome ecc [ quest’ultimo fattore, agli occhi di uno sviluppatore, rappresenta un enorme vantaggio nei contesti di testing e debugging delle applicazioni ].

E poi…

Google isn’t getting into the mobile phone market to be a developer tools vendor. It’s hoping that it can advance the mobile web platform far enough that it will become a viable stream of advertising revenue.

Se fossi 1) un imprenditore 2) italiano 3) lungimirante (credo invece di non [poter, in questo spesso agro paese] essere il primo, di essere il secondo e quanto basta del terzo) inizierei facendomi — o meglio facendo fare ai miei dipendenti, magari sostenuti da chi giĂ  possiede il know-how relativo a questi nuovi device — le ossa su quello che per il momento viene offerto dal mercato, ovvero gli iPhone (e gli smartphone che non ho menzionato).

* iPhone / iPod touch

30/11/-1, 00:00:00
Opera Mini 4.2 versione finale rilasciata per Android
Opera ha rilasciato una prima versione del proprio browser Mini smartphone per la piattaforma Android OS. Tuttavia mancano alcune funzioni - in particolare l’applicazione che permette di chiamare il visualizzatore di video. Con questo nuovo aggiornamento, che porta con sĂ© una serie di correzioni ai bug,  gli utenti G1 hanno la possibilitĂ  di lasciarsi alle [...]

Opera ha rilasciato una prima versione del proprio browser Mini smartphone per la piattaforma Android OS. Tuttavia mancano alcune funzioni - in particolare l’applicazione che permette di chiamare il visualizzatore di video.

Con questo nuovo aggiornamento, che porta con sĂ© una serie di correzioni ai bug,  gli utenti G1 hanno la possibilitĂ  di lasciarsi alle spalle lo standard del browser e passare completamente a Opera Mini. L’applicazione è un download gratuito. [Via SlashPhone]

blog+roi

30/11/-1, 00:00:00
Intervista a Silvio Carracini
L’intervista di oggi ci permetterĂ  di conoscere meglio Silvio Carracini un internet marketing di successo, autore della Bibbia di Adsense (contiene anche metodi e consigli per aumentare il traffico nel proprio sito), probabilmente qualcuno di voi ne avrĂ  giĂ  sentito parlare. Come si può facilmente intuire l’argomento principale di quest’intervista sarĂ  Google Adsense. 1) Ciao Silvio, [...]

blog+roiL’intervista di oggi ci permetterĂ  di conoscere meglio Silvio Carracini un internet marketing di successo, autore della Bibbia di Adsense (contiene anche metodi e consigli per aumentare il traffico nel proprio sito), probabilmente qualcuno di voi ne avrĂ  giĂ  sentito parlare. Come si può facilmente intuire l’argomento principale di quest’intervista sarĂ  Google Adsense.

1) Ciao Silvio, raccontaci qualcosa di te?

Amo il Marketing, l’informatica, la musica ed il gioco degli scacchi. Forse è anche per questo che mi sono appassionato ad AdSense! blog+roi AdSense è diventato per me una specie di sfida!;D AdSense non è un avversario ma un tuo partner ed un tuo alleato. Basta seguirne le regole e si può soltanto vincere! blog+roi D’ altro canto, come nel gioco degli scacchi chi “bara” viene espulso!

2) A proposito di Adsense, spieghiamo di cosa si tratta per chi non lo sa?

Cerco di spiegarlo in due parole: AdSense ti paga per esporre sul tuo sito o sul tuo blog dei piccoli annunci pubblicitari. Ovviamente il guadagno che si può conseguire dipende da quanti click vengono effettuati su questi annunci. Un’ altra cosa positiva è che AdSense paga anche i piccoli “blogger” che non possiedono partita IVA.

3) 10 buoni motivi per acquistare “La Bibbia di Adsense”?

1) Insegna ad utilizzare AdSense a chi non lo conosce
2) Insegna come incrementare i guadagni a chi giĂ  conosce ed utilizza AdSense.
3) Contiene anche trucchi avanzati (per i piĂą smaliziati)
4) Non sta a me dirlo ma credo sia la guida Italiana piĂą completa in materia
5) Contiene molti “Bonus e risorse” che da soli fanno il prezzo della guida
6) Nella Bibbia di AdSense non vi è nulla che non sia stato testato e sperimentato
7) Oltre ad imparare AdSense nella guida si parla di molte altre cose: SEO, Marketing, Psicologia, html ed altro.
8 ) Oltre 300 pagine (bonus compresi) dense di informazioni e piĂą di 150 screenshot esplicativi
9) Creata e testata per il mercato Italiano
10) Sono piĂą di 400 le persone che negli ultimi 3 mesi (partite da zero) hanno iniziato a guadagnare con la Bibbia di AdSense. Li ho conosciuti personalmente tutti quanti.

4) Quali sono le caratteristiche che distinguono “La Bibbia di Adsense” dalle altre guide?

- Test veri e sperimentazioni sul campo (non “fuffa”)
- Risposte a tutte (ma proprio tutte) le domande su Google AdSense
- Spiegazioni dettagliate, con esempi reali, esempi pratici e tante illustrazioni
- Adatta a tutti i livelli, dal principiante al professionista
- La Bibbia di Adsense non è la solita traduzione di qualche Ebook Americano. E’ il
concentrato di oltre 3000 pagine di scritti ed il risultato di moltissimi test
effettuati sul campo.

5) Perchè hai scritto “La Bibbia di Adsense”?

- Per passione prima di tutto. E’ un argomento che mi affascina incredibilmente. Amo
trasmettere ad altri quello che ho imparato su AdSense ed aiutarli nella creazione di
una rendita personale.

6) E’ realistico parlare di un guadagno di 500 euro mensili, dopo 6 mesi di lavoro, con adsense?

- Dipende soltanto dall’ applicazione e dall’ impegno personale. Con AdSense (come in ogni altra attivitĂ ) si
guadagnano certe cifre solo se ci si applica a fondo. Alcune persone che ho avuto modo di
seguire in questi mesi hanno ottenuto risultati anche superiori a quello che tu mi poni come esempio.

7) Ci sono moltissime persone che cercano un’attivitĂ  online che gli permetta di crearsi un reddito extra, perchè quello principale non basta piĂą. Che consiglio vuoi dare a queste persone?

- Mi sento di consigliare AdSense a chiunque perchè non ci sono rischi nè controindicazioni. Con AdSense
NON devi pagare nessuna iscrizione per iniziare e qualora non fossi soddisfatto dei tuoi guadagn puoi mollare
tutto senza dover dare spiegazioni a nessuno.

8 ) Tra le molteplici opportunitĂ  di guadagno online, dove si colloca adsense?

- E’ un programma di affiliazion Pay Per Click. Non si deve vendere niente con AdSense! blog+roi
(questo ci tengo a dirlo perchè me lo chiedono in molti)

9) Se un ragazzo ti scrivesse, “Ciao Silvio, sono uno studente universitario, vorrei comprare la tua guida, ma non ho abbastanza soldi purtroppo”, cosa gli risponderesti?

- Quello che scrivo sempre:”inizia con il mio corso gratuito, crea e sviluppa un blog sfruttando le tue passioni
ed inserisci gli annunci pubblicitari, in questo modo inizierai a monetizzare il traffico che passa attraverso il tuo sito. Cosa aspetti? Iscriviti subito al corso gratuito da questo link: www.adsensevincente.com/googleadsense-corso-gratis-guadagnareonline.php

Tentar non nuoce!

10) Come funziona la garanzia soddisfatti o rimborsati?

- Probabilmente è la garanzia più lunga che sia mai stata concessa per un prodotto di questo genere in Italia. Se acquisti la Bibbia di AdSense hai tempo ben 90 giorni (tre mesi) per chiedere il rimborso nel caso tu non fossi soddisfatto (senza MA e senza SE!).

30/11/-1, 00:00:00
Stellarium, il nostro pc diventa telescopio
blog+roi
Ero in cerca di nuove immagini per abbellire il mio desktop cosi vado su Google immagini e cerco un po di wallpapers sul cosmo, ma mi inbatto udite udite dentro un planetario virtuale, ed è proprio questo che voglio presentarvi oggi un magnifico planetario di nome Stellarium.

Stellarium è un eccellente planetario virtuale Open Source che vi mostra il cosmo 24 ore su 24, pianeti e satelliti in 3d, nebulose, stelle, asteroidi, stelle, costellazioni verrete immersi nel cosmo con tutte le sue magnifiche meraviglie cosmiche.

blog+roi


Il programma dispone due comodi pannelli che vi permetteranno di modificare la posizione da dove volete vedere le stelle (cambiare emisfero città, fuso orario), potrete cambiare orario (notte e giorno) cosi da vedere la posizione dei pianeti ad un determinato orario, potrete vedere i dati (distanza, diametro, inclinazione, rotazione) dei pianeti. Insomma un fantastico programma che batte di gran lunga il suo principale concorrente: Google Earth. Il programma è totalmente gratuito (essendo Open Source) ed è disponibile nella nostra lingua ed è anche multi-piattaforma infatti è disponibile per Windows, Linux e Mac. Cosa volere di più di un programma del genere.

Link: Stellarium

Questo articolo lo potete trovare pure su La Bacheca di Jump
30/11/-1, 00:00:00
Arrington On Charlie Rose: Talks Twittergate, CrunchPad, and Competition
blog+roi TechCrunch editor Michael Arrington recently was interviewed by Charlie Rose for a chat about the latest news and events in technology. Michael gave his take on the Google vs. Microsoft rivalry, saying that each tech giant is going after the other's core businesses. Michael also touched upon the latest news around the CrunchPad and Apple's much hyped and potentially similar product, the large form iPod Touch, which is reported to hit the market in early 2010. Of course, Rose unsurprisingly delved into the whole Twittergate controversy, which Michael gave a lot more insight into, including the discussions with Twitter and the ethical decisions he faced in his decision and why he published the documents. Michael also weighed in on mobile social mapping startup Loopt, the iPhone, the Palm Pre (which he says is a "great phone") Facebook's viability as a money-making enterprise and more. Read below for the full transcript of the interview. You can see Arrington's other Charlie Rose appearances on Crunchbase. Video and full transcript after the jump.

TechCrunch editor Michael Arrington recently was interviewed by Charlie Rose for a chat about the latest news and events in technology. Michael gave his take on the Google vs. Microsoft rivalry, saying that each tech giant is going after the other’s core businesses. Michael also touched upon the latest news around the CrunchPad and Apple’s much hyped and potentially similar product, the large form iPod Touch, which is reported to hit the market in early 2010.

Of course, Rose unsurprisingly delved into the whole Twittergate controversy, which Michael gave a lot more insight into, including the discussions with Twitter and the ethical decisions he faced in his decision and why he published the documents. Michael also weighed in on mobile social mapping startup Loopt, the iPhone, the Palm Pre (which he says is a “great phone”) Facebook’s viability as a money-making enterprise and more. Read below for the full transcript of the interview. You can see Arrington’s other Charlie Rose appearances on Crunchbase.

Full Transcript:

Michael Arrington is here. He’s the founder and editor of TechCrunch,
one of the most widely read blogs in Silicon Valley. TechCrunch was
founded in 2005, and now has separate sites covering specific countries and
technologies. Arrington has also formed a company to develop a tablet
computer primarily to use the Web. It is called the Crunchpad. I’m
pleased to have him back on this program. Welcome, sir.

MICHAEL ARRINGTON: Hello, Charlie.

CHARLIE ROSE: Google versus Microsoft. We now have Bing, their
search engine at Microsoft, and Chrome, which is going to be an operating
system, a browser and an operating system.

MICHAEL ARRINGTON: Yes, it’s fascinating, because you think of Google
as a search engine company, which most of the revenue is derived from
search marketing, and Microsoft as a sort of software company. Windows and
Office, that’s where they get a lot of their revenue. And yet these two
companies are competing head on, viciously, because Microsoft wants search
share. There’s so much money in it. So they’ve got Bing and they’re
trying to do things with Yahoo! And Google, I don’t know if they want —
if they want sort of revenue from Office and the operating system, but they
certainly want to take that revenue from Microsoft. So you have them with
Chrome OS and Google Docs competing directly with Windows and Office. And
they’re going at each other’s core businesses, and it’s fascinating to
watch.

CHARLIE ROSE: But do they really look to have great success in that?
Do they expect to take away a lot of Microsoft’s operating system?

MICHAEL ARRINGTON: If you listen to Eric Schmidt at Google, he seems
pretty serious, that they want — they want to do innovative things in the
operating systems space.

I don’t know what their projections are around that, but…

CHARLIE ROSE: There was a story that Eric was the one resisting going
ahead with Chrome as an operating system.

MICHAEL ARRINGTON: Oh, I don’t know if he resisted or not, but he’s
certainly behind it now that it’s public. And they also have Android, of
course, the mobile phone operating system that is also based on Linux.

CHARLIE ROSE: There’s also Bing. So, Bing got very good notices.
People in the business, the Walt Mossbergs of the world.

MICHAEL ARRINGTON: Yes. Bing is a great search engine. They
launched it, what, two months ago now. And it’s a little too early to tell
what kind of market share gains they’ll have, if any, but it’s definitely a
great search engine.

One of the problems with search — and all the guys who do search
testing will tell you this– it doesn’t matter what the results look like
if you have a testing group sort of blind sampling. If you put the Google
logo on top and ask them what they think of the search results, they like
it more than they like it otherwise. And so Google just has the brand in
search, and it’s going to take a lot of time and a lot of money.

CHARLIE ROSE: And a lot of people have to say Bing was better.
Someone said to me this interesting point, that what Google sometimes
worries about if somehow Microsoft computers, PCs, wouldn’t take Google.
Does that make sense to you?

MICHAEL ARRINGTON: I think that Microsoft in the past has made
changes to Internet Explorer that stopped the gathering of information by
the browser — by Web sites. The browser sort of puts up not a firewall,
but you can imagine something like that. I think that’s part of the reason
why Google decided to back Firefox so heavily and also to create their own
browser, to stop that from happening. But I think with Google…

CHARLIE ROSE: So, it wouldn’t be Explorer?

MICHAEL ARRINGTON: Yes. Right. And Explorer’s market share is
dropping.

But I think Google wants to get Microsoft out of the PC entirely. And
they’re offering alternatives across the board to Microsoft software, which
makes that battle so fascinating.

CHARLIE ROSE: Speak to me about mobile phones and mobile technology
and where are we?

MICHAEL ARRINGTON: We’re in an awesome place. I mean, think back. I
know you talk about the iPhone quite a bit. The iPhone changed —
absolutely changed the mobile landscape. And people said, you know, some
people said that Apple couldn’t do this, they won’t do it.

CHARLIE ROSE: Because they began to see it as a computer in itself?

MICHAEL ARRINGTON: Well, yes.

CHARLIE ROSE: That’s what…

MICHAEL ARRINGTON: Although not just that.

CHARLIE ROSE: And it looked good and everybody wanted to have one
because they thought it was so cool.

MICHAEL ARRINGTON: They also figured out Web surfing on a phone with
a small screen that’s a touch screen, but it’s small, but they figured out
the gestures to zoom in and out, and it’s actually an adequate Web surfing
experience that they figured out. No one else had done that before.

CHARLIE ROSE: And what about the Palm Pre?

MICHAEL ARRINGTON: It’s a great phone.

CHARLIE ROSE: It’s a great phone. Why is it a great phone?

MICHAEL ARRINGTON: The operating system I think is as good or in some
cases better than the iPhone. The operating system is quick, you can have
lots of apps open, it’s a great operating system.

The hardware on the phone I think was a little rushed and feels a
little cheap, so for me I’m sticking with the iPhone, but I came close to
choosing the Palm Pre, partially because of the physical keyboard. I think
it’s really nice, and also because I feel like I’m getting a little bit too
tied to Apple.

CHARLIE ROSE: OK. Tell me what Crunchpad is.

MICHAEL ARRINGTON: About a year ago — and I really like where the
industry is going with this — about a year ago, I realized I just want a
big iPhone. I want a computer that I can sit on the couch and surf the Web
without having a weird keyboard stuck to it that doesn’t really work when
you’re not sitting at a desk. And so we started this project on TechCrunch
just talking about it, saying we want to build this and we want help from
the community, and great things happened over the course of a year. We’ve
hired a team. We’ve had lots of people, partners come on board and
contribute their time, their resources, suggest partnerships.

CHARLIE ROSE: Did you go get venture money?

MICHAEL ARRINGTON: Well, you know, I’m not going to answer that
question.

CHARLIE ROSE: Why not?

MICHAEL ARRINGTON: Because I haven’t — I don’t want to answer the
question.

(LAUGHTER)

CHARLIE ROSE: We have our ways, sir.

MICHAEL ARRINGTON: But I’ll say this. I think that Apple — so
there’s rumors — forgetting the Crunchpad and the fact that I want to
build that — Apple is talking about coming out with a tablet computer,
which is going to be a large-screen iPod, or iPhone or iPod Touch. I think
that’s a good thing. I think they’ll sell a lot of them.

Google’s new operating system, Chrome OS, is a Linux-based operating
system with a browser on top, and the idea is you never see the operating
system. You never go to the desktop on the computer. It goes right to the
browser, which is what we’ve been talking about for a year. They’ve been
working on it for a long time. I’m not suggesting we had the idea first.
I have no idea. But the point is, it’s coming to market as a free
operating system. I think that’s really good, and we’re going to see
netbooks without keyboards. We’re going to see computers with other input
mechanisms besides keyboards, or alternative input mechanisms that I think
are going to — really exciting stuff.

CHARLIE ROSE: Facebook versus Google. Is that a big competition?

MICHAEL ARRINGTON: You know, last time we talked, it was Facebook
versus MySpace. And the funny thing is, that’s not the question anyone
asks anymore.

CHARLIE ROSE: It’s what is Facebook becoming?

MICHAEL ARRINGTON: Right. And what is Google becoming. I think it’s
almost like everybody is chasing Twitter right now, and Facebook clearly
is. But when it comes down to it, the social aspect of Facebook, where
your friends are recommending things to you, which could be products or
news items, and it’s the constant sort of logging into the site 25 times a
day is something that Google needs to address. And right now they…

CHARLIE ROSE: So that’s Zuckerberg’s argument. Look, I mean, who
better to go for a search than your friends? If you know and trust.

MICHAEL ARRINGTON: Exactly. Exactly. Yes. Why not?

CHARLIE ROSE: Because they will know who you are and what you like.

MICHAEL ARRINGTON: Some of the startups that buy traffic on Google
search are talking about the conversion rates from those — conversion
rates meaning a purchase or a signup that they get from that purchase
traffic from Google is good, but not nearly as good as the conversion rates
they are seeing from Facebook and Twitter. So if I just send out a link
saying, wow, I just saw this movie and it sure is good, and you click on
that, you’re more likely to go see the movie than you are if you do a
search for it and click on a paid ad from Google.

Google is very aware of that. The free stuff on Twitter and Facebook
is better than the paid ads on Google. And that has to be freaking them
out a little bit.

CHARLIE ROSE: So, what did you do? You published some internal
financial documents from Twitter?

MICHAEL ARRINGTON: There’s this hacker…

CHARLIE ROSE: I know that.

MICHAEL ARRINGTON: This French guy that got these documents from
Twitter because of these guest books (ph)…

CHARLIE ROSE: Right, and so what did you do?

MICHAEL ARRINGTON: I’ll get to it. He — so what he did was, he
wanted to warn Twitter that, you know, your security is awful. And also he
wanted to get credit for doing this as hackers and crackers do. So, he
went to the French media, and a French journalist — he was told about it,
this French journalist went to Twitter and said what happened, Twitter
wouldn’t respond. So he dropped it, came to us and said…

CHARLIE ROSE: Who came to you?

MICHAEL ARRINGTON: This hacker, anonymously, and said, here are all
the documents and sent us all these documents. Started this fascinating
discussion about…

CHARLIE ROSE: What was in the documents?

MICHAEL ARRINGTON: It was hundreds of documents taken from Twitter’s
employees’ attachments to e-mail accounts. And it included interview
schedules, people they interviewed in Silicon Valley, prominent people that
work in other companies that didn’t end up at Twitter. So very
embarrassing stuff. Credit card information for many of the employees. E-
mails, inbox screen shots, executive meeting notes, financial projections,
et cetera, et cetera, et cetera. Just the whole sort of thing. And we
looked at that and said, we’re going to post some of this. Some of it
we’re not. But we said…

CHARLIE ROSE: Like credit card numbers, you’re not going to post
that.

MICHAEL ARRINGTON: We’re not going to post the credit card numbers or
things that would embarrass people, but some of this was — we thought was
pretty darn newsworthy, particularly the financial projections and the
executive meeting notes from the last few months. And so we engaged in a
dialogue with our readers, where we said, look, we have got these
documents. We haven’t decided yet what we’re going to post, we think a
couple of documents. We talked to Twitter, sent them all documents, so
they knew what was going on. Talked to our lawyer…

CHARLIE ROSE: So, what did they say, go ahead and post them?

(LAUGHTER)

MICHAEL ARRINGTON: They said…

CHARLIE ROSE: We have no problem with this?

MICHAEL ARRINGTON: The ultimate answer was, we know you’re going to
post a couple of these, and that’s OK, but for most of these, we’d really
rather you not, and so that’s not a problem, we absolutely won’t. And we
worked with Twitter on the back end to make sure they closed up some of the
security holes that they had. But the interesting thing to me wasn’t the -
- the documents were fascinating. The interesting thing to me was the
discussion that was generated around whether we should publish them or not.

And there are people that have come out, major journalists who have
come out said it was unethical for us to do this. And there were
journalists who had come out and said it was absolutely fine and ethical
for them to do this. In fact, their readers deserve that kind of access.

And obviously I have an opinion because I’m in the middle of the
story, but just taking myself out of it, I think it’s a fascinating
discussion, because I know in the old days, when “The New York Times” or
“The Wall Street Journal” got documents like this, they weren’t — they
didn’t have that discussion with the readers.

CHARLIE ROSE: It’s interesting how you did it, you know, engaging
your community.

MICHAEL ARRINGTON: I engaged them, and I would say that 80 percent of
my readers disagreed with me. And let me know about it.

CHARLIE ROSE: So, why did you do it?

MICHAEL ARRINGTON: Because I think — well, you know, it’s funny.
When I make decisions with TechCrunch on whether to publish or what
position to take, often I’ll look back after everything is played out and
say, would I do things differently with the benefit of hindsight? And
there are a couple of instances in the past where I would have probably
done things differently. In this case, I think I absolutely did the right
thing, and I wouldn’t do things any differently. So.

CHARLIE ROSE: Do you know the site called Loopt? It’s amazing.

MICHAEL ARRINGTON: It’s this mobile social networking. And it’s all
about location.

CHARLIE ROSE: Wherever you are, you know everybody in your block.

MICHAEL ARRINGTON: Yes. I can turn mine on — I mean, I don’t have
my phone with me, but I can turn it on when I get out of here and see
everyone around me who’s a friend. Actually, mine is set up a little
differently, so I’ll see everyone who wants me to see them. And it’s a
different way of networking socially.

I love it. In fact, I’ve written about this, where you can imagine a
time where you walk into a bar and you pull out your phone and you see —
for everyone that wants you to see it, you see — and you laugh and it’s
funny, but it’s also big business. Everyone’s picture who’s the opposite
sex or whatever your sexual preferences are, who is single and maybe wants
to — you can see all of them. And that way you know, you know, you can go
and flirt with them on the phone and it sort of helps you meet people in a
bar.

Or you go into a business cocktail setting, and you see people on your
phone that you’ve met before and maybe it helps you with their first name
or to remember things. I think that’s the kind of thing that Looped (ph)
and others are doing that is going to change social networking.

CHARLIE ROSE: So, tell me how you see the future of social
networking? I mean, is it…

MICHAEL ARRINGTON: I don’t know what it is. I mean, it’s hard to
define. It’s — if you look at Facebook, it’s really the plumbing behind
the interactions online between people and helping them map to the real
world. It’s clear that people love interacting with each other on Web
sites. And it’s clear that Facebook has been able to get third parties to
build applications on their platform that leverage you having your friends
sort of seeing what you’re doing. And it’s clear also that they can then
take that — if you saw what they did with CNN around the elections, and
then you can comment and your friends can see you comment, you know, what’s
going on during the election.

That’s all — it’s sort of really fascinating. What’s unclear is
whether it can really become profitable over the long run. Because
Facebook has these massive expenses, and the revenues are growing rapidly,
but it’s unclear if in the long run, they can make that vastly profitable
like Google has.

CHARLIE ROSE: What about the Kindle space?

MICHAEL ARRINGTON: The ebook reader space is very interesting, and I
wouldn’t expect Apple to stay out of it for much longer, to be honest, but
Amazon has been successful in selling the Kindles. I think they — the
estimates are they might sell a million or so this year. They sell lots of
books on top of it and subscriptions, so it’s a great revenue stream for
them.

I’ve argued that Amazon should not be building a hardware device
specifically. They should be building the software or the device and let
anyone build a Kindle if they want. These are forcing Sony and Barnes &
Noble and Apple and others to come up with their competing sort of closed-
off ebook systems. And so I think that Amazon should really say, look,
we’re going to do the books, we’re going to do the software for the Kindle,
but other people build the hardware.

CHARLIE ROSE: You take care of the hardware. Yes. TechCrunch, thank
you.

MICHAEL ARRINGTON: Thanks very much.

CHARLIE ROSE: Michael Arrington.

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30/11/-1, 00:00:00
L’ESTATE CHE PERDEMMO DIO, di Rosella Postorino
Che vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene? Qual è il confine tra colpa e innocenza? Sono queste alcune delle domande che aleggiano sulle pagine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, giovane scrittrice già segnalatasi con il precedente “La stanza di sopra” (Neri Pozza, [...]

blog+roiChe vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene?

Qual è il confine tra colpa e innocenza?

Sono queste alcune delle domande che aleggiano sulle pagine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, giovane scrittrice già segnalatasi con il precedente “La stanza di sopra” (Neri Pozza, 2007) molto apprezzato dalla critica e vincitore del Premio Rapallo Carige Opera Prima.
Questo nuovo libro si intitola “L’estate che perdemmo Dio” (Einaudi, € 19, p. 230). Un titolo forte, accompagnato da un incipit graffiante. Una frase urlata che segna l’inizio di un’irreversibile tragedia familiare.
I temi affrontati sono quelli dell’esilio e della forza dei sentimenti. L’esilio di chi è dovuto fuggire dalle spire ferali della ‘ndrangheta; i sentimenti di chi prova a reinventarsi dentro e fuori di sĂ© per continuare a vivere.
Comincia tutto con quella frase: “Chi focu chi â€ndi vinni”. Caterina aveva otto anni quando la zia la pronunciò. Adesso ne ha dodici, ma quelle parole le sono rimaste addosso. Parole di sciagura. Solo che certe sciagure non possono essere combattute. Bisogna andarsene, scappare; chĂ© la ‘ndrangheta uccide. Quattro, i fuggiaschi verso l’Altitalia: Salvatore, il padre; Laura, la madre; Caterina, la figlia maggiore; Margherita, la piĂş piccola. Quattro esseri umani costretti a voltare le spalle alle proprie radici e a cercare salvezza e libertĂ  in luoghi distanti, che non sono i loro. Ma poi Salvatore deve tornare indietro. E nella vicenda si aprono nuovi squarci.
La Postorino consegna una storia dura, dolente; resa al lettore con stile sferzante e linguaggio fluviale, dal quale emerge la “voce” di una ragazzina che è dovuta crescere troppo in fretta.
Nonostante la giovanissima età, Caterina percepisce il peso delle proprie origini; ne sente quasi il marchio sulla pelle. Eppure non si rassegna: «Piú di tutti, di tutti quanti loro, di tutta la loro famiglia messa assieme, piú di chiunque altro, Caterina lo ha preteso. Il diritto di essere felice. Loro no, non ci avevano mai pensato. Come se la felicità includesse anche un prezzo da pagare, un prezzo raddoppiato, lì dove è nato il padre si vive nel solco di una disgrazia sempre in agguato, non per paura, non per senso di minaccia, per fatalismo piuttosto, non si è altro che pedine nelle mani di Dio, non si può osare chiedere di piú, non si può scegliere».
Vorrei approfondire la conoscenza di questo libro insieme a voi e all’autrice (che parteciperĂ  al dibattito). E contestualmente vorrei discutere dei temi che esso tratta.
Per favorire la discussione, come al solito, tento di porre qualche domanda ripartendo da quelle che hanno aperto il post:

Che vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene?

Qual è il confine tra colpa e innocenza?

E poi… fino a che punto è possibile liberarsi delle proprie radici, pur essendo radici malefiche?

Viceversa… è sempre giusto mantenere saldi i legami con la propria famiglia, a prescindere da tutto?

Che tipo di responsabilitĂ  ha la societĂ  (se c’è l’ha) nei confronti dei bambini appartenenti a famiglie legate alla criminalitĂ  organizzata?

Per una ragazzina che vive una situazione simile a quella della protagonista di questo romanzo è davvero possibile raggiungere la felicità? E in che modo?

Di seguito, la recensione di Sergio Pent apparsa su Tuttolibri de La Stampa.

Massimo Maugeri

——–

Quando il sole è negato ai bambini
Una famiglia del Sud in fuga verso l’«Altitalia», dove nessuno possa ferirne il futuro

di SERGIO PENT

«I bambini ci guardano», recitava il famoso film di Vittorio De Sica. I bambini nutrono la vita e la giustificano, ma sono spesso gli adulti ad agire per primi sulla spinta delle emozioni istintive, degli impulsi selvaggi, dei raziocini maltrattati. I bambini hanno fatto la recente fortuna letteraria di Ammaniti - vittime inconsapevoli, miniature dell’eterno disagio adulto - e troviamo tracce di infanzie - piĂą malmostose e infingarde, talvolta, ma sempre giustificabili - in certe belle storie di Simona Vinci, Diego De Silva, fino ai deliri rurali e goticheggianti di Eraldo Baldini.
Rosella Postorino è riuscita, giĂ  al secondo romanzo, a imporsi nella mente del critico-lettore come una scommessa vincente della nostra narrativa. Linguaggio scaltro e vigoroso, capacitĂ  introspettive assai piĂą mature di quello che l’etĂ  - 29 invidiabili anni - lascerebbe supporre, senso del romanzo inteso come materia da modellare con abilitĂ  e gusto: tutto questo testimonia la presenza di una scrittrice vera, che racconta storie disagiate e strazianti dal punto di vista di una che sembra aver letto tutti i libri indispensabili. E alcuni anche li cita, in chiusura di romanzo, senza per questo averci tolto il gusto di ritrovarli, sulla pagina e nel cuore.
Sono omaggi necessari, poichĂ© tutto ciò che amiamo ritorna, nel gioco sempre nuovo dei rimandi e degli accostamenti, delle sensazioni e delle riscoperte. Ma c’è - in piĂą - la voglia di straziare il lettore con il senso di un disagio estremo, assoluto, in tempi di lotta sempre aperta con i tentacoli del Male.
Un male che allontana Caterina di nove anni e la sorellina Margherita di quattro - insieme ai genitori Salvatore e Laura - dal sole e dalla spensieratezza naturale di Nacamarina, il paese del Sud in cui, in un’estate degli Anni Ottanta, arriva un urlo che annuncia il «focu», la sciagura. In quella landa assolata e baciata dal mare, la guerra è ricominciata, ed è una guerra di adulti che si uccidono in tempo di pace, una guerra in cui anche gli amici muoiono o mettono in pericolo la loro famiglia.
Per questo Salvatore lascia il paese e porta la sua famiglia al sicuro, lontano, in «Altitalia», dove nessuno potrĂ  ferire il loro futuro. Ma tre anni dopo Salvatore è costretto a tornare, per la tragica morte del cognato - N’toni - e per rimettere insieme ciò che resta del passato.
In questa odissea del distacco momentaneo, l’autrice riallaccia tutti i nodi della storia, dal punto di vista di Salvatore e Laura, della piccola e ancora inconsapevole Margherita, ma soprattutto di Caterina, che - ormai dodicenne - sogna un futuro sereno in cui possano trovare spazio i suoi desideri e la volontĂ  di crescere senza paure.
E si incontrano, i sogni e la realtĂ , in un miscuglio di eroi dei cartoni animati e primi innamoramenti, memorie familiari e lettere a un ragazzo rapito proprio giĂą dalle sue parti - Cesare Casella - fino al ricordo di zio N’toni, lo zio pacato e sorridente, il padre di Lena e di Giacomo, ultima vittima di una guerra che i telegiornali chiamano in un altro modo.
La storia familiare si intreccia, nella solenne e mai faticosa lentezza del romanzo, con la storia di un Paese in cui l’onestĂ  deve tramutarsi in fuga per sopravvivere, e lo spaesamento diventa rimpianto, rancore, ma anche voglia di riappropriarsi di una vita a cielo aperto.
Verga, Vittorini, grandi nomi che ritornano tra le pieghe di un libro sofferto e maturo, che non concede nulla al relax del lettore, ma lo sfida - e lo accoglie - nel calore unico delle narrazioni importanti, quelle a cui - senza tante discussioni e senza gossip da primedonne di un reame a corto di lettori - si dovrebbe assegnare a scatola chiusa qualcuno dei nostri premi nominalmente piĂą prestigiosi.

Autore: Rosella Postorino
Titolo: L’estate in cui perdemmo dio
Edizioni: Einaudi
Pagine: 344
Prezzo: euro 19

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 30 maggio)

30/11/-1, 00:00:00
ISOLE SENZA MARE, di Antonella Cilento
“Isole senza mare” è il nuovo romanzo di Antonella Cilento, ma è anche la storia parallela di due donne che attraversano l’Otto e il Novecento: Aquila, nobile caduta in povertĂ  e costretta a lasciare la Spagna, vende se stessa e tenta il riscatto diventando l’amante del marchese Campana, collezionista di arte e di vite altrui, [...]

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“Isole senza mare” è il nuovo romanzo di Antonella Cilento, ma è anche la storia parallela di due donne che attraversano l’Otto e il Novecento: Aquila, nobile caduta in povertĂ  e costretta a lasciare la Spagna, vende se stessa e tenta il riscatto diventando l’amante del marchese Campana, collezionista di arte e di vite altrui, un amore che la trascinerĂ  in una trama di ossessioni, vendette e fantasmi. Nina, ultima erede di una catena di donne che dalla Spagna sono fuggite, ha piĂą di ottant’anni, ha vissuto il Fascismo e una difficile intimitĂ  famigliare percorsa da molti nodi silenziosi: orfana di padre, sposa tardiva, madre mancata. Aquila e Nina amano con infelicitĂ , entrambe sono esiliate: legate a doppio filo da rimandi, coincidenze ed ereditĂ , le loro vicende si intrecciano con un coro di indimenticabili personaggi sullo sfondo del Mediterraneo.
Un romanzo sulla solitudine, sull’isolamento, sull’esilio. Sull’amore deluso. Un’opera letteraria che ha impegnato Antonella Cilento per ben dieci anni e che finalmente vede la luce.
Ce ne parlano Luigi La Rosa e Simona Lo Iacono.
Vi invito a discuterne con loro e con l’autrice.
Di seguito pongo alcune domande/riflessioni - ispirate al romanzo - con l’intento di favorire la discussione.

1 -Isole senza mare. Isole senza amore.
Siamo isole quando amiamo? E quando scriviamo?

2 - Isole senza approdo, anche. Perchè se non c’è mare, non c’è riva. Se scriviamo come isole siamo, anche, viaggiatori senza ritorno?

3 - Isole senza tempo. Le generazioni che sfalsano e scombinano destini.
Il tempo che scorre è solitudine? à compimento?

4 - Isole senza viaggio.
Un viaggio, per scrivere, è necessario? E quale viaggio?

Di seguito, gli ottimi contributi di Luigi La Rosa e Simona Lo Iacono.
Massimo Maugeri

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Isolitudine e racconto nell’opera di Antonella Cilento

di Luigi La Rosa (nella foto)

blog+roiC’è un orizzonte frastagliato, visionario, dove le ombre si mescolano al crudo realismo del quotidiano e i sogni hanno lunga durata. Vita e morte dialogano, consonano, intrecciano relazioni, suggeriscono prospettive dello sguardo. Mi riferisco al luogo fantastico, metaletterario per eccellenza, nel quale Antonella Cilento fa muovere i primi passi di Aquila - forse il più intenso dei personaggi del suo nuovo libro: Isole senza mare (Guanda, pp. 368, 17 euro).
Aquila ha il pianto nella voce e la capacità magica di leggere nell’oblio, richiamando presenze misteriose. Dalla sua culla di bambina delicate dita di fumo la sfiorano, le passano sensazioni che la piccola porta con sé, crescendo, come una specie di irrinunciabile segreto. Forse, la traccia di una consapevolezza, l’impronta di una precoce predestinazione al dolore.
La scrittrice ritaglia intorno a questa amabile figura lo spettro di una vera e propria epopea sentimentale, una sorta di solenne splendore: il declino della nobiltà originaria, la decadenza della famiglia nella Spagna di fine Ottocento, la fuga in Italia, la miseria, la prostituzione e poi l’innamoramento per il marchese Campana, eccentrico collezionista e funambolico interprete di tutta una stagione di soprusi e follie.
La Spagna del mistico e dell’invisibile si sostituisce pian piano alla Roma sensuale e follemente cortigiana che fa da sfondo alle esperienze della giovane espatriata, mentre la realtà si traveste da spettacolo, il quotidiano si carica di inganno, il desiderio di tentazione, e il crescendo dipana con avveduta maestria misfatti e colpi di scena lungo orbite surreali e stravaganti.
Ma questo è solo uno dei due grandi temi che risalgono la carne del romanzo: sulle fibre coinvolgenti di tali vicende germogliano in fretta nuovi spiriti, e una nuova toccante umanità fa irruzione sotto il fuoco dell’obiettivo narrativo: quella di Nina, “angelo grasso” con aspirazioni suicide, che apre l’incipit del romanzo spiccando il volo dal balcone di casa e innestando le sue ferite personali a quelle della sorella Maddalena, o della madre Maria Azara, in una formidabile teoria di rifrazioni, sublimate in storia, in cronaca, in destino.
I perimetri esistenziali di queste donne si legano a quello di Aquila, le loro ansie alle sue peripezie in un’Italia animata da fervidi ideali rivoluzionari, e la narrazione diviene il punto di confluenza, il luogo nel quale i perimetri vengono miracolosamente a coincidere, a confrontarsi, a sovrapporsi.
Come i grandi musicisti del passato, Antonella Cilento ci offre una prova di indiscussa bravura compositiva: Isole senza mare rappresenta infatti un pregiatissimo esempio di romanzo bipartito, di partitura che muove i suoi due canoni strutturali in un’alternanza consapevole di tempi e luoghi armonicamente predisposti: l’Ottocento, documentato dalla splendida saga di Aquila e dei suoi amori infelici, e il più crudele Novecento, che sembra ancora spingere a fatica i suoi polverosi ingranaggi, chiamandoci a una profonda interrogazione sulla memoria e sul vissuto.
Aquila, Nina, Maddalena, Maria Azara, ma pure Aldo, Giampietro, Giacomo, e tutti quanti gli altri personaggi evocati dalla penna dell’autrice si tramutano in isole: è accaduto un prodigio, ed eccoli punti di luce smaniosa nella nevralgica solitudine di ogni esistere, isole nel mare dei giorni, degli anni, degli attimi, cui adattare la dolente prerogativa dell’isolitudine, coscienza dell’essere “isola” in un mare svanito, prosciugato, strappato alla pelle delle cose.
In epoca di minimalismi e di più o meno conclamate poetiche del disimpegno Antonella Cilento ci offre un romanzo avvincente, colto, raffinato, che si muove secondo una direzione assolutamente libera, spregiudicata. Un libro estraneo a mode e squallidi compiacimenti di stagione, che sperimenta, che seduce, e che punta in alto, con coraggio, con ostinazione direi, scommettendo a pieno la sua abbondante materia raccontativa e regalando al lettore un viaggio poderoso, straordinario, che emoziona dalla prima all’ultima pagina.
I miei omaggi a una scrittrice che non fugge davanti alle minacce della trama, alle preoccupazioni della struttura, alle remore dell’articolazione, e che accetta invece la complessità con la fierezza di chi è cosciente di padroneggiare al meglio la propria materia, di chi ha ancora il gusto plastico del raccontare, della fabula amena, e l’ambizione all’affresco, all’intreccio di casi, uomini, situazioni, nella costruzione di un’opera in grado di superare il tempo.
Isole senza mare è un libro davvero importante, uno di quelli che uno scrittore scrive una sola volta nella vita, lasciandosi dietro tutto un mondo di viscere e di risonanze: di pensieri, caratteri, sembianze. Forme accorate e veritiere, piene di struggimento, che ci chiamano dal loro fondo di buia e crepitante malinconia, per chiederci la complicità di una nuova occasione. Forse l’ultima. Le stesse alle quali la letteratura ha il potere di ridare forma, anima, spessore. E il cui fascino oscuro ci accompagnerà per giorni, infinitamente, anche dopo aver chiuso l’ultima pagina del romanzo.
Luigi La Rosa

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Antonella Cilento: Isole senza mare.
recensione e intervista di Simona Lo Iacono.

blog+roiTracce di isola sono in noi tutti.
Siamo isole quando ci cerchiamo senza trovarci. Quando percorriamo secoli con la nostra storia sulle spalle, il passato a precederci, il futuro dietro - sempre.
Siamo isole di occhi e di cuore quando tentiamo di finire e non riusciamo a dire basta, quando la storia che pure accompagna il viaggio trascolora solo per ferirci, quando un amore ci compra e ci vende. O quando, silenziosamente, non può che lasciarci.
Isole senza mare di Antonella Cilento. Due donne a cavallo di secoli. Due galoppi e due incroci di destini. Isole senza mare non è come dire solitudine, o non solo. E’ non avere neanche il mare a cingerti. Un attraversamento. Onde da solcare e sguardi da ricongiungere. Mani tese. Uno scampolo, almeno, di noi.
Così Nina, che fende gli anni dei fasci e della guerra, che perde il padre e si sposa tardi, quando i figli non sono che un vuoto preannunciato e la sorella Maddalena rimane a custodirne la vecchiaia. E’ già una donna in fuga, Nina, prima dalla Spagna e poi da se stessa, come Aquila un secolo addietro, approdata a Roma senza splendori e costretta a prostituirsi.
A unirle, il paesino di Azara sui Pirenei e secoli che avviluppano e tornano indietro, e poi avanti e poi indietro, che stanno lì a sussurrarti all’orecchio che persino il tempo, e il suo incedere a strappi, non è che un’illusione.
E forse è questo tempo che Nina cerca di dimenticare mentre tenta il suo salto nel vuoto, a ottant’anni, e la memoria non è che un bandolo o una lunga coda di drago che chiama i morti a raccolta, li interroga e li consola. Li afferra tra venti sospirosi che non adempiono mai del tutto un destino, una storia, una verità.
Il romanzo affiora da qui. Da questa coda che non impiglia che resti e rimedia agli assalti del buio inventando altre ombre, scolorando dalle vetrate di ballatoi e saloni ottocenteschi, o di bordelli odorosi di cipria e acqua di rose, in cui i soldi lasciati sul comodino non assolvono mai a un riscatto.
Corpi che si vendono e corpi che si perdono, famiglie con segreti e segreti senza famiglia, anche questo – e molto altro – è un’isola che rinuncia a vedersi lambita dall’acqua.
Antonella svia la morte, cataloga e assesta, rimedia a smangiature , all’incedere delle scadenze. Lo fa con lingua che scava e brilla, che si staglia netta e viva, attingendo a inflessioni, a cantilene, chiamando a convitto i fantasmi.
Un viaggio e – forse - un ritorno, un attraversamento che non si rassegna a perdersi. Che incede come solo la scrittura sa fare: restituendo un passato.

-Antonella, cos’è la scrittura? Memoria, malinconia, trasfigurazione?
Tutte queste cose insieme. E’ sopra e prima di ogni altra cosa invenzione, nel senso antico del termine, inventio, ovvero cercare per trovare o cercando, non si sa bene cosa, scoprire di aver trovato oggetti che non si era partiti per cercare. Scrivere è come setacciare una spiaggia con il colino da thé: può darsi che sia un’impresa da pazzi, anzi lo è senz’altro, però se la si compie e la si fa durare per il tempo necessario (tutta la vita, da quando siamo bambini a quando moriamo) è possibile che ci riservi qualche sorpresa. Come scrive Natalia Ginzburg, che in Isole senza mare è citata in un esergo, scriviamo con la fantasia quando siamo felici e di memoria quando siamo infelici. Questo romanzo ha entrambe le condizioni dentro e mi sono accorta nei dieci anni che è durata la lavorazione, dal ’98 al 2008, che le due fasi dentro di me si sono del tutto mescolate, perché così è la vita e così è anche la scrittura: molte parti del romanzo autobiografico di Nina sono inventate di sana pianta e molte aree del romanzo storico e d’invenzione di Aquila sono decisamente autobiografiche. Dunque, scrivere è trasfigurarsi in modi così complessi e inaspettati, ma scientemente cercati, che poi l’opera finita viaggia davvero oltre noi, molto lontano dalla nostra condizione “terrestre” che, come scrive la Ginzburg, ci condiziona mentre narriamo.

-E quella coda di drago? Perché serve a impigliare le ombre?
Una delle cose straordinarie che ci capita dopo aver scritto un libro è che altri libri o la realtà ci rispondano o ci confermino nelle “scoperte” che abbiamo fatto scrivendo: ieri su una bancarella a Port’Alba ho trovato un romanzo di Hector Bianciotti (Senza la misericordia di Cristo, Sellerio, Premio Goncourt negli anni Ottanta) dove si legge: “Non so bene a cosa obbedisco cercando di preservare scrivendo una vita i cui giorni non si illuminarono di alcuna gloria (…), tanto più che sono portato a credere che se una certa cosa in questo mondo è esemplare, tutte lo sono: o tutti i fasti della memoria sono meritati o non lo è nessuno. Non sappiamo perché agiamo; la vita si serve di noi per fare scambi che sono oltre la nostra comprensione.(…) Non esiste memoria allo stato puro; per raccontare la propria vita, bisognerebbe già cancellare tutte le versioni che noi stessi ce ne siamo fatti e che in un certo senso, costituiscono le nostre azioni. (…) Scrivere su una persona che abbiamo conosciuto significa accomiatarsene.” Ho amato molto di Bianciotti un romanzo edito da Feltrinelli che s’intitola “Quel che la notte racconta al giorno” (tanto che un prossimo stage che terrò a luglio porta questo titolo): scriviamo per impigliare le ombre, come tu dici, per trattenere e per congedarci anche, come scrive Bianciotti. Ho impiegato questi dieci anni, ma in realtà tanti di più, per congedarmi dalla mia infanzia e da Nina e Maddalena, cioè la mia prozia morta suicida e mia nonna (che invece fra un anno ne compie cento e non mi pare abbia intenzione di lasciare questo mondo, è una roccia di granito sardo). La coda di drago che ci segue l’ho praticata una volta durante un training corporeo: s’immagina di avere la coda e ci si muove tenendo presente di questa protesi lussureggiante dietro di noi. Si diventa lenti e vanitosi e attenti a non inciampare. I morti sono il nostro patrimonio di memoria e la spiegazione di quel che siamo oggi. Una volta scritti li esorcizziamo, diamo loro una nuova vita, li trasfiguriamo con la parole. Cercare le parole giuste per fissare fuori dal mio corpo le sensazioni impresse in una vita è stato lo sforzo più grande e assurdo di Isole senza mare.

-Le ombre poi. Fragili e ostinate. Quanta parte hanno nella donna che scrive? E nella donna che ama?
Questa storia della donna in quanto autore è davvero seccante (scherzo): sono proprio stanca di dover ogni volta partire dalla mia condizione biologica per motivare la scrittura, un po’ come quando mi tocca partire dalla mia identità napoletana. Vengono sempre prima loro, la donna e la città, e poi io che scrivo. Comincio a diventare invidiosa: come si permettono questa donna e questa città di stare sempre in mezzo quando poi tutta la fatica la faccio io? Scherzi a parte, la questione che sollevi è relativa ai due aggettivi che hai usato giustamente: Nina e Aquila sono fragili anche se non lo sembrano. Nina non lo sembra perché trascorre una vita a ridere e far ridere, mentre il suo intimo non coincide a questa giocosità esterna. Aquila si costruisce una corazza per sopravvivere al mondo esterno e conserva le sue grandi fragilità dentro, le trattiene, le protegge, preferisce sdoppiarsi in Secunda, la sua sorellina mai nata, in un fantasma dell’anima, per non dover rinunciare del tutto a se stessa. Però entrambe hanno un fondo di resistenza, un nucleo solido. Nina lo perde, ma Aquila lo ritrova. Qualsiasi cosa ci accada, anche la più terribile, c’è un fondo bancario di resistenza umana in noi che si fatica a distruggere. La realtà ci si può accanire quanto si vuole contro, ma noi, a costa di fuggire nella follia, come un po’ accade a queste due donne, ci aggrappiamo al nostro intimo.

-Donne che amano. Uomini che si negano. Il destino di Aquila è, in fondo, lo stesso di Nina. Sono isole senza mare per questo? Sono isole senza amore?
Il primo a farmi notare questo gioco di parole nascosto nel titolo è stato Generoso Picone, che con Francesco Durante, Giuseppe Montesano mi hanno restituito finora le letture più precise e belle di questo romanzo e cui sono molto grata per la comprensione. Poiché la frase è tratta, non so più da dove, ma dall’Ortese, non ci si può stupire che contenga questo senso. Nina e Aquila non sono fortunate in amore: Nina ha un uomo accanto, non quello che forse aveva desiderato, ma non è sola. Pure, deve sentirsi molto sola. Aquila gli uomini li frequenta per mestiere e s’innamora di quelli sbagliati, fra cui del fantastico Giovanni Pietro Campana, che è una sintesi del fascino ma anche della pochezza maschile italiana. Quando s’innamora dell’uomo “giusto”, lo perde. Fanno insomma quel che molte donne fanno nella loro vita: proiettano la realizzazione di sé, anche quando si tratta di donne intelligenti e impegnate, realizzate in altri ambiti, sulla figura dell’Amato. L’Amato Bene le tradisce, scompare, si rivela un lestofante: e loro continuano a stargli dietro. Anzi si distruggono per lui. Ma il mare che è scomparso intorno alle isole di questo libro, Aquila e Nina ma anche tutti gli altri personaggi: Maddalena, Giacomo, La Rana, Egizia, la narratrice stessa, ecc…, è il mare della comunicazione. Sono svaniti i ponti che legano le persone in un destino comune. E’ svanita la comunità. Questa è forse una delle ragioni per cui il romanzo si dipana proprio dal Risorgimento ad oggi: un paese nasce mentre è già morto. E noi oggi assistiamo a questo scempio, impotenti.

-Uno sguardo alla lingua e ai modelli letterari. Nel progetto originario le isole erano Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Chi delle due è Nina e chi è Aquila?
Il progetto originario era uno spettacolo teatrale, breve, che è andato più volte in scena: lì c’era un’ipotesi di incontro mai avvenuta fra le due maggiori narratrici del nostro Novecento (e fra le maggiori d’Europa), entrambe autrici di romanzi in controtendenza rispetto alle mode del secolo. Poi, di queste due autrici così amate, in Isole senza mare non c’è più traccia narrativa, al limite ispirativi. Però se volessimo giocare a questo gioco che proponi, Aquila è Elsa, più battagliera e calata nel reale, e Nina è Anna Maria, persa dentro di sé, sola.

- La poesia di Angel Crespo che apre il romanzo : “ Misi le mani nell’acqua per assomigliare alle isole. Passava il mare tra le dita come aria tra le crepe. E s’inseguivano da sotto le mie parole le sirene. Quando volli tornare a terra, già non c’era più riva”. Antonella, un’isola senza mare è una terra ( o un destino) senza approdo?
Questo è un romanzo picaresco sull’esilio: l’esilio dalla Spagna cui è destinata Aquila, l’esilio dalla Sardegna che deriva da un esilio dalla Spagna cui sono destinate le sorelle Azara, Nina e Maddalena. L’esilio dell’anima di due donne minori per la storia e senza importanza nella quotidianità ma pure vive e bisognose di essere riconosciute e viste. Tutte corrono verso il loro esilio, che è anche già raggiunto. E’ dentro di loro. Il bello della vita è diventare ciò che già siamo, realizzare il nostro destino: Nina se ne spaventa, Aquila sfrontatamente va avanti. Chi di noi non è così un giorno e nell’altro modo in un altro? Una volta raggiunta l’isola che siamo noi vorremmo tanto fuggire al nostro destino, pure non ci è possibile. Trasformare, trasfigurare è l’arma, fuggire è la morte.

30/11/-1, 00:00:00
SOLO! (e non solo), di Sergio Rilletti
Riporto su questo post dedicato a Sergio Rilletti. Questo post non è piĂą solo… nel senso che in coda troverete un nuovo racconto di Rilletti (alias Mr. Noir). Si tratta di un racconto che fa parte dell’antologia “CRIMINI DI REGIME” (Editrice Laurum). Sergio si autodefinisce diversamente abile. Per me è abile. Solo… abile. Bravo, Sergio! Massimo Maugeri ———— post del 16 [...]

blog+roi
Riporto su questo post dedicato a Sergio Rilletti.
Questo post non è piĂą solo… nel senso che in coda troverete un nuovo racconto di Rilletti (alias Mr. Noir). Si tratta di un racconto che fa parte dell’antologia “CRIMINI DI REGIME” (Editrice Laurum).
Sergio si autodefinisce diversamente abile. Per me è abile. Solo… abile.
Bravo, Sergio!
Massimo Maugeri

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post del 16 marzo 2007blog+roi

Giorni fa scrissi un post dal titolo: Quando un “diversamente abile”… è solo”.

Il protagonista di quel post è lo scrittore Sergio Rilletti (nella foto). Quello che vi propongo qui di seguito è una breve presentazione del racconto “Solo!” scritto dallo stesso Rilletti in occasione di un’esperienza non particolarmente piacevole che è stato costretto a subire. SeguirĂ  il racconto. Il post è un po’ lungo ma vi invito a leggerlo da cima a fondo. Ci tengo molto. Magari salvate la pagina sul vostro pc e leggete off-line. Poi tornate qui e, se vi va, lasciate le vostre impressioni come commento.

Vi ringrazio molto per l’attenzione.

(Massimo Maugeri).

*

Un autore di thriller crea i propri alter ego proprio per far vivere loro delle esperienze da brivido, che ovviamente auspica di non dover vivere mai.

   Non può certo immaginare che, un giorno, una persona di sua conoscenza lo scambi per il suo eroe seriale e decida di metterlo in una situazione assolutamente poco confortevole!

   E’ quanto accaduto a me – creatore di Mister Noir, detective privato in carrozzina -, il 9 aprile scorso al parco di Monza, quando, come avevo brevemente narrato nell’appello pubblicato sullo scorso numero di M-Rivista del mistero, un “branco di amici” mi ha mollato in mezzo al parco di Monza, a bordo della mia piccola carrozzina elettrica, per farsi un giro in risciò. Senza voltarsi più. Costringendomi a cavarmela, e a ritrovarli, da solo.

   Sì, Solo!, come il titolo di questo racconto, il primo sequel narrativo di una rubrica della posta.

   E, come in tutti i sequel che si rispettano, vengono svelate (parzialmente) le identità professionali di alcuni personaggi, tutte le strategie che ho dovuto attuare, tutte le mie emozioni, e lo stretto rapporto – breve ma intenso – con i due ragazzi che alla fine mi hanno aiutato in modo ottimale e che, come ho scritto nello scorso numero, vorrei assolutamente ritrovare e ringraziare.

   Non solo. Ma, come in un enorme gioco dei paradossi, che mi piace tanto sviluppare nei miei racconti, i ruoli si confondono, e chi ufficialmente è considerato un handicappato si dimostra improvvisamente un “super-dotato”, surclassando in capacità chi, invece, deve accontentarsi della sua perenne condizione di “normodotato”.

   Oltre 90 minuti di autentica tensione, narrati onestamente in soggettiva, in cui ogni lettore non potrà fare a meno di essere me!

   Un racconto che determina la nascita di un nuovo genere letterario: il reality novel!
    Sergio Rilletti

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SOLO!

Racconto di Sergio Rilletti

Quest’anno ho scoperto che il Destino è un mio grandissimo fan; un fan un po’ apprensivo, a dir la verità, che, ingiustamente preoccupato che rimanga senza ispirazioni per i miei thriller, me ne fa capitare di tutti i colori. La storia che state per leggere è assolutamente vera. Dopo una lunga e attenta meditazione ho deciso di scriverla “in soggettiva”, telecamera immaginaria alla mano, per portarvi con me, a bordo della mia carrozzina elettrica, e farvi vivere quello che ho vissuto io, esattamente come l’ho vissuto io: pensieri compresi. La data e i luoghi sono veri, i nomi dei personaggi sono ovviamente modificati per salvaguardare la loro privacy. Solo i nomi di Lisa e, mi pare, Mauro (ho una certa idiosincrasia con i nomi maschili), protagonisti assoluti del terzo capitolo, sono veri; e ho voluto mantenerli tali in modo che loro si possano riconoscere e io possa ringraziarli. Ma ora basta con le chiacchiere, e seguitemi nei meandri del parco di Monza e della mia mente. (Sergio Rilletti) .

*

Domenica 9 aprile 2006, Ore 13.10 circa, Parco di Monza

Vanno. Loro vanno. E io, rimango sempre piĂą indietro.

Certo che seguire due risciò con una carrozzina elettrica di modeste dimensioni e di scarsa potenza come la mia, non mi sembra un’idea proprio geniale, anche perché il terreno qui è sconnesso. Ma come potevo impedire agli altri di andarci? Ora dovrò fare la passeggiata da solo, e accontentarmi dei momenti di contatto che avrò quando si fermeranno ad aspettarmi. Accontentarmi e gustarmeli. Fino in fondo.

Già, accontentarmi. Loro davanti, tutti assieme, che si divertono; e io qui dietro, da solo, che arranco. D’altronde, non potevo certo oppormi, non potevo impedire agli altri di fare questa bell’esperienza.

Ma come ha potuto Carletto fare una proposta del genere?

Speriamo almeno che si fermino. Qui il terreno è accidentato, e la carrozzina traballa.

Sì, sì; sicuramente si fermeranno. Carletto è un professionista: sa quello che fa. Sì, ecco, si fermano. Bravo, Carletto: sapevo di poter contare su di te! Ora vi raggiungo. Ancora qualche metro su questo terreno sconnesso, e sono da voi. Una buca, due buche, una pozzanghera di fango, un dosso di terra battuta, e ancora una buca. La carrozzina traballa per tutto il tempo, ma alla fine vi raggiungo. Sorrido. Anche Carletto sorride, e poi mi fa: “Senti… Possiamo andare avanti?”

A me si raggela il sangue e non dico nulla, paralizzato, sbalordito; ma Carletto non si accorge di niente e prosegue: “Ti fai una bella passeggiata da solo nel parco fino alla cascina. Tanto la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo.”

Sconcertato, rispondo di sì. Io non sopporto l’idea di rimanere da solo in un luogo pubblico, soprattutto in un parco; un parco non mi dà alcun senso di sicurezza: si può incontrare chiunque, in un parco, assolutamente chiunque. Ma che diritto ho io di limitare agli altri questa bell’esperienza? Domando di nuovo la strada, con espressione estremamente titubante, per far capire che non sono affatto sicuro, Carletto me la ripete, e io, sempre titubante, li saluto. Tanto, penso, si gireranno. Non mi perderanno certo di vista!

Vanno. Loro vanno. Senza voltarsi.

E mi distanziano sempre piĂą.

Io arranco con la mia piccola carrozzina elettrica. Qui il terreno è asfaltato, procedo abbastanza bene. Li vedo allontanarsi. Già, si allontanano. E non si voltano.

Cazzo, ma voltatevi!

Niente. Non si voltano.

Vedo, lontano, una curva; una curva che devono intraprendere. Sarei tentato di tagliare per il prato, per avere almeno una piccola possibilità di raggiungerli, ma se mi ribalto che faccio? Il terreno erboso è il più insidioso di tutti, perché l’erba copre, e, sotto l’apparenza di un terreno verde e pianeggiante, si cela sempre un terreno accidentato, pieno di dune, pendenze, e avvallamenti. E le possibilità di ribaltarsi sarebbero infinitamente superiori! Non mi fido, e decido di proseguire per la strada principale; anche se sono consapevole che non li raggiungerò mai.

Continuo, senza perderli di vista.

Finché posso.

Poi salgono su una montagnetta; su, su, fino in cima.

Li guardo, per vedere se si girano. Si gireranno sicuramente per salutarmi. Si girano? No, se ne vanno: proseguono. Lasciandomi definitivamente solo.

Oh, cazzo! Speriamo in bene! Avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, mi hanno detto. Devo costeggiare l’autodromo. Ma dov’è l’autodromo? Speriamo almeno che la batteria della carrozzina duri fino alla cascina, che non si scarichi prima. Proseguo, tesissimo. Maledico il momento in cui ho accettato. Maledetta generosità! Ora loro (Carletto, i due assistenti dell’Organizzazione, e i tre miei compagni) sono tutti insieme a divertirsi, mentre io sono qui a girare da solo come un pirla! Mi impongo di calmarmi, ci riesco; tanto ormai è inutile: sono da solo! Quindi, ho due alternative: o continuare a recriminare o godermi il panorama. Opto per la seconda. Intanto proseguo sempre dritto, per un bel po’. Dritto, e poi all’autodromo a sinistra, costeggiandolo, mi ripeto. Meno male almeno che il tempo è bello. Pensa un po’ se minacciasse di piovere…

Continuo la mia marcia forzata ostentando un interesse particolare per tutto il verde che mi circonda. Laggiù, lontano, vedo anche le montagne innevate. Non che mi interessi in modo particolare un panorama che, andando a questa velocità, cambia poco; ma almeno mi aiuta a distrarmi e a non pensare che sono solo… e che devo trovare la strada per tornare alla cascina. A proposito: dove cazzo è l’autodromo? Ormai è da un po’ che sto camminando. Possibile che sia così avanti? Possibile che siano andati così avanti? Mi fermo, scruto l’orizzonte, ma dell’autodromo non si vede neanche l’ombra. Eppure non è piccolino. à un autodromo, voglio dire: se ci fosse, lo vedrei! Anche lontano, magari, ma lo vedrei! Rischio di farmi prendere dal panico; invece no, non devo!

Aziono la cloche della mia carrozzina, e procedo. Se ti hanno detto vai avanti fino all’autodromo, e non vedi ancora l’autodromo, vuol dire che non sei ancora arrivato. Semplice, no?

Semplice un corno! Se sei in un posto sconosciuto, hai solo una vaga idea di dove dover andare (sperando, tra l’altro, di aver capito bene), non vedi mai arrivare questo cazzo di punto di riferimento (peraltro neanche tanto piccolo), ti guardi intorno e ti sembra tutto uguale, e non puoi neanche chiedere una conferma a qualcuno perché le tue difficoltà motorie ti creano qualche problemino nel farlo, allora no, non è affatto semplice essere sicuri di non aver sbagliato strada. Ma proprio neanche un po’. E comunque non ti preoccupare, mi dico. Appena non ti vedranno arrivare, ti verranno sicuramente a cercare! Ora non devi fare altro che andare avanti fino…

Mi blocco.

Mi raggelo.

Ma no… non è possibile!

E mo’, dove vado?

MA DOVE CAZZO E’ L’AUTODROMO?!

Sono arrivato a un incrocio a T. Davanti a me la strada è sbarrata da un paio di panettoni. O meglio: non è che sia proprio sbarrata, ma comunque il passaggio non è abbastanza largo per un risciò. E poi, al di là dei panettoni, il terreno sembra sabbioso. Evidentemente è qui che devo girare a sinistra. Sì, ma… Dove è l’autodromo?

Vado. Ma le cose non stanno andando come previsto. E questo non mi piace neanche un po’. Sto abbandonando il viale principale. Non è prudente, lo so, ma per un po’ rimarrò comunque ben visibile: se ripassassero, mi vedrebbero sicuramente! E poi, loro mi aspettano in cascina. L’appuntamento è là!

Arrivo a un altro incrocio. Ora ho tre possibilità: o attraversare la strada e proseguire diritto (però quella mi sembra una zona un po’ troppo boscosa), o immettermi in questa strada dove scorrazzano le auto (e non ci penso proprio!), oppure seguire questo controviale pedonale che costeggia la carreggiata delle auto. Sì, questa terza soluzione mi sembra la migliore: la seguo. Anche perché, in effetti, quelle auto devono pur fermarsi da qualche parte. Non è detto, ma magari vanno proprio all’autodromo. Procedo lungo il controviale, mentre le auto continuano a sfrecciare alla mia sinistra. Ecco. Ora ho completamente abbandonato il viale principale, non lo vedo più; e per ogni metro che faccio su questa strada, la tensione aumenta. Speriamo in bene, speriamo di aver fatto la scelta giusta!

No!…

Rallento.

No!…

Rallento.

No!…

Mi fermo.

Di nuovo. Per forza.

Nooo!… Ma porcaputtana! Ma non è possibile!… E che è?!

La strada è sbarrata, di nuovo. E questa volta non si tratta di semplici panettoni, tra cui, magari, potrei passare; no, è proprio sbarrata, chiusa!

Ansimo. Sento un brivido corrermi lungo la schiena: parte dalla cervicale e si snoda in tutto il corpo. Dondolo la testa da una parte e dall’altra, per sgranchire i muscoli del collo e scaricare la tensione. Scoppio in una risata isterica, giro la carrozzina, e mi affretto a tornare indietro. Ecco, ora sono proprio nei guai. Ma proprio Guai Guai Guai! Non vedo l’ora di tornare sul viale principale. Cazzo, adesso come faccio? Magari mi si scarica pure la batteria della carrozzina! Ma che coglioni!

Sono tornato sul viale principale, finalmente. Giro fiducioso la testa a destra e a sinistra, ma di Carletto & Co. neanche l’ombra. Ma che coglioni! Vado a destra e poi torno indietro, mantenendo una posizione ben centrale. Vedo scorrazzare molti risciò, ma nessuno con tre persone a bordo. Finalmente ne vedo uno con tre passeggeri. Mi sento sollevato. Alzo la mano sinistra e preparo un bel sorriso, pronto a fare un allegro cazziatone; ma quando il risciò si avvicina… devo ritirare tutto: mano e sorriso. Non sono loro! Ma che cosa aspettano a venirmi a cercare? Non si sono accorti che non ci sono? Qui devo razionalizzare i movimenti, non posso continuare così! Se mi si scarica la carrozzina, sono guai! E sì che Carletto è un professionista: dovrebbe ben sapere che potrebbe scaricarsi la batteria. Ma che coglione! Torno indietro, fino alla mappa del parco che avevo notato, e guardo dov’è la cascina. à un po’ lontana, ma decido di riprovarci.

Parto. Comincio a ripercorrere la stessa strada di prima, ma la tensione e la rabbia hanno raggiunto livelli ormai incontrollabili. Ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare: il professionista coglione! Ma quando arrivo a casa, quelli dell’Organizzazione mi sentono! Che poi loro, quelli dell’Organizzazione, in effetti non hanno colpa: Carletto ha un curriculum favoloso, è normale che scegliessero lui! Chi poteva immaginare che, uno con un curriculum favoloso come il suo, potesse combinare una stronzata del genere? E ora, che faccio? Sto percorrendo di nuovo questa strada, e loro non ci sono ancora! Non posso continuare a girare così a caso: la carrozzina rischia di scaricarsi! Devo chiedere aiuto. Ma a chi? Anche ammesso di riuscire a parlare in modo abbastanza chiaro da farmi comprendere, a chi chiedo informazioni? Qui è pieno di gente, è vero, ma sono comunque tutti dei passanti: non è detto che sappiano dove è la cascina. Mentre cerco invano la figura di Carletto & Co., uno spiraglio si apre. Uno spiraglio di speranza. A forma di entrata. A circa venti metri da me, sulla destra, c’è una deviazione che porta a due colonne che delimitano l’entrata di un rione. Mentre mi avvicino guardo meglio: sembra un quartiere agricolo, e ci sono delle case. Sono un po’ in dubbio se entrare o no: si tratta comunque di abbandonare di nuovo il viale principale; consumerei batteria, il terreno lì è molto sconnesso, e il risultato è incerto. Ma comunque, se voglio chiedere aiuto, è lì che devo andare.

Varco l’entrata, e mi sembra di ritrovarmi in aperta campagna. Vado avanti per il sentiero sterrato stando ben attento a dove metto le ruote, per non ribaltarmi. Alla mia sinistra vedo un vecchio contadino raccogliere legna, qualche metro dietro a lui c’è un bel fuoco, e, un po’ più lontano, quasi di fronte a me, leggermente alla mia destra, una donna bruna sbuca dal cortile del rione, camminando a passo spedito. Sarà per l’aspetto giovane ed eretto, sarà perché, per esperienza, so che le donne sono spesso più sveglie di noi uomini, sarà per la mia naturale propensione verso il sesso femminile, ma opto per lei. Io opto per lei ma lei non opta per me, e devia verso un altro sentiero. Rimango stupito: pensavo che la mia fosse l’unica strada per entrare e uscire da quel rione; e invece, a quanto pare, no. Capisco subito che non la raggiungerò più e mi dirigo verso l’agglomerato di case, disposte a ferro di cavallo. Entro nel cortile e mi colloco nel centro. Lo spettacolo è deprimente e angosciante; mi sembra di essere capitato in una città fantasma. Case bianche e fatiscenti, con persiane verdi e porte marroni. Forse, una volta, erano belle, ma ormai i muri sono sporchi e scrostati, logorati dal tempo, e le porte, anche se chiuse a chiave, non danno certo l’idea di sicurezza e protezione.

Comincio a gridare (“Aiuto! Aiuto! Aiuto!”), ma la parola Aiuto ha una combinazione di lettere davvero ostica per me, quindi riesco a pronunciare solo la A, mentre tutte le altre lettere mi muoiono in gola.

Nessuno si affaccia. Ă inutile rimanere oltre.

Decido di tentare con il contadino. Torno indietro, ma… No! Dov’è?… Dov’è finito il contadino? Mi dirigo nell’esatto punto dove l’avevo visto prima; mi guardo intorno: il fuoco c’è ancora… ma il contadino no. No, non è possibile! Ho perso l’unico contatto che avevo! Calma, calma. Sta’ calmo e ragiona. Se ha preso della legna e al fuoco non c’è, vuol dire che l’ha portata da qualche altra parte. Ma dove?… A casa, certo: è andato a casa! Torno nel cortile, e scruto tutte le porte delle case. Laggiù, in fondo, ce n’è una aperta. Il contadino dev’essere là! Mi avvicino. Il contadino esce, mi guarda incuriosito, e mi viene incontro. “Hai bisogno di aiuto?“ mi chiede.

La sua voce fessa non promette nulla di buono, ma io faccio cenno di sì.

“Ti sei perso?”

La risposta esatta sarebbe “No, mi hanno perso”, ma, per semplificare, taglio corto e rispondo di sì.

Eh-eh! E mo’ viene il bello! In casi come questo, quando devi spiegare una tua impellente necessitĂ  ad un estraneo, devi proprio dimenticarti qualsiasi forma di preambolo, di sintassi, e di educazione, che impegnerebbero l’attenzione e il tempo dell’altro inutilmente, e concentrarti solo sull’informazione primaria in sĂ©. Sono un po’ incerto sull’informazione da chiedere. Indicargli la borsa, per fargli prendere la mia agenda e telefonare a qualcuno, mi sembra troppo complicato; quindi, mi rimangono due possibilitĂ : Cascina o Autodromo? â€Fanculo l’autodromo!, mi rispondo. Lo guardo fisso negli occhi, e, scadendo bene le parole, dico semplicemente: “Cascina Costa Alta.”

“Cascina Costa Alta?! mi ripete. Come, mi ha capito? Sono sinceramente stupito: non mi aspettavo che ci saremmo capiti così, al primo colpo; mi affretto a dire di sì. Lui mi guarda un po’ perplesso. “Sei un po’ lontano: la cascina che dici tu è a due chilometri da qui.”

Io lo guardo sbigottito. Rimango senza parole, anche nella mente.

“Guarda: Tu, uscito da qui, vai a sinistra; poi, a un certo punto, vedrai un cartello con l’indicazione ‘Bocciodromo’. – Il contadino mi spiega tutta la strada, sembra facile, ma poi conclude: - Comunque, secondo me, non ce la fai ad arrivare, perchĂ© alla fine c’è una salita così. Hai capito?”

Dentro rabbrividisco, ma comunque non posso chiedergli di più: rispondo di sì, lo ringrazio, e, anche se insicuro, vado. Incontro di nuovo la donna bruna; sarei tentato di chiederle aiuto, ma ho paura che il contadino, vedendomi, possa rimaner male. Proseguo senza dir niente.

Esco dal rione e comincio a cercare febbrilmente l’indicazione per il bocciodromo, sperando sempre che la carrozzina non si scarichi. Finalmente la trovo, esulto, e la seguo. Ma anche quella strada porta da nessuna parte. Torno indietro sul viale principale, e mi guardo intorno. Ci sono? No, macché! Ma che gruppo di coglioni!… Ma che branco di handicappati! Decido di andare ancora alla mappa, per chiedere aiuto da lì. Ma che imbecilli! La mappa, oltre alla cartina del parco, mostra, in basso, sei cerchi con i luoghi più importanti del parco. Io mi posiziono il più vicino possibile, in modo da poter indicare con facilità Cascina Costa Alta. Comincio a gridare agitando le braccia, per attirare l’attenzione; le persone, però, non mi degnano neppure e tirano dritto.

Dopo un po’ vedo arrivare una famigliola – papà, mamma, e bambino -, e io, avendo una fiducia smodata nelle famiglie, gesticolo ancora di più. L’uomo mi vede sbracciarmi e gesticolare, mi guarda, e, con lo sguardo assente come il suo cervello, mi risponde: “Ciao!”

“Eh, Buonanotte!” lo saluto io.

Finalmente arriva un giovane pattinatore, castano e riccioluto; arriva sparato sui rollerblade, e, dopo qualche giravolta di rallentamento, si ferma proprio accanto a me. Io gli indico la cascina, e lui mi indica la strada; si assicura che abbia capito, e poi se ne va, sparato com’era arrivato. Vado, ricordandomi che a un certo punto devo girare a sinistra. Io vado, ma qui è tutto uguale. Dov’è che devo girare? Sono depresso, angosciato, non ce la faccio più. Il mio sguardo vaga alla ricerca di Carletto & Co., oppure, in alternativa, di qualche vigile o poliziotto a cavallo (so che esistono). Avrei voluto evitarlo, ma dopotutto… Cazzi loro: a mali estremi, estremi rimedi!

Non vedo nessuno.

C’è un viale a sinistra: lo prendo; ma mi sembra dannatamente uguale a quello che mi aveva portato alla strada carreggiata e al controviale pedonale senza uscita, e mi faccio prendere dal panico. Sono sull’orlo d’una crisi di nervi. Incrocio un uomo; vorrei chiedergli aiuto, ma è troppo impegnato con il suo cellulare. Proseguo.

Pochi metri davanti a me compaiono due ragazzi: lei è una deliziosa biondina, con i capelli lunghi e il viso rotondo, pieno di nei ma “pulito”; lui è bruno, capelli corti, viso tendente al rotondo ma con lineamenti più marcati. Mi vengono incontro. Io devo avere un’espressione abbastanza spaventata, perché lei mi chiede subito se mi serve aiuto, senza bisogno che io dica A: io mi affretto ad annuire.

“Ma è da solo?” si chiede lei con stupore e voce carezzevole, guardandosi intorno. E poi, rivolgendosi a me: “Ma eri con qualcuno?”

“Con un gruppo.”

“Vedi, era con un gruppo!” esclama, rivolta al ragazzo.

“Ma io non vedo nessuno”, risponde lui, scrutando l’orizzonte.

“Neanch’io” ribadisce lei.

Io scoppio in una piccola risatina isterica. Eh! Non ditelo a me!

“Guarda nella sua borsa, magari ha un numero da chiamare”, dice lei.

Io sto per assentire, ma lui, con un tono dolce e imbarazzato, dice: “No… Non me la sento di mettergli le mani in borsa .”

“Vabbe’… Andiamo in là, vedrai che li troviamo!” dice la ragazza, rivolgendosi a me. Io non sono proprio così ottimista, ma capisco che non mi abbandoneranno, e mi sento al sicuro. Li identifico subito come due angeli custodi mandati da Dio, e lo ringrazio. Sul serio! Io non sono particolarmente avvezzo a questo tipo di pensieri, non mi capita molto spesso di ringraziare Dio, e quasi mai lo faccio tempestivamente; ma, questa volta sì.

C’incamminiamo, e io mi mantengo qualche metro davanti a loro; abbastanza vicino perché capiscano che sono sempre con loro, ma abbastanza lontano perché possano continuare a godersi un po’ di intimità. Li sento ridere e scambiarsi paroline affettuose. à un piacere sentirli: mi fanno andare indietro nel tempo; agli amori giovanili dei miei primi amici. Sì, è proprio un piacere sentirli. Parlano tra loro, ma so che sono con me. Sì, loro sono con me, e sento lei dire: “Ma l’hanno lasciato solo? Ma che gente è?… Ma come si fa a lasciarlo solo?”

Sogghigno, con soddisfazione e sollievo. La tipa è sveglia, ha colto proprio nel segno: non pensa che mi sono perso, pensa che mi hanno perso!

Arriviamo al viale principale, ci guardiamo intorno, ma… Toh, che strano. Non c’è nessuno.

“Io non vedo nessun gruppo. Se ci fosse un gruppo, lo vedremmo”, dice lei con aria smarrita e stupefatta.

“Che facciamo, chiamiamo i vigili?” propone lui.

“No, aspetta. Magari in borsa ha un numero da chiamare!”

“Ma a me non va di mettere le mani nella sua borsa”, ribadisce lui, timido e imbarazzato al tempo stesso. Mi fa proprio una bella impressione: il rispetto, quasi reverenziale, che ha per me e per la mia privacy mi colpisce e mi commuove. Ma questo non è il momento della riservatezza, e faccio chiaramente capire che non deve farsi problemi e di guardare pure nella mia borsa.

“Ecco, vedi, vuole che guardiamo nella sua borsa; giusto?”

Annuisco con veemenza. “Ho una agenda” mi dico, scandendo bene le parole.

“Hai un’agenda?” ripete lei. Poi, vedendo la mia espressione meravigliata, mi fa: “Sei stupito perché ho capito? Ma io sono abituata con i bambini, faccio la maestra. Eh sì: la maestra Lisa capisce sempre tutto!”

Maestra? Ma come maestra? Io pensavo che andasse ancora a scuola.

Chiedendomi ancora una volta il permesso, il ragazzo comincia a frugare nella mia borsa, maneggiando ogni cosa come fosse una reliquia antica di immensa fragilità, finché trova la mia agenda.

“Chi dobbiamo chiamare?” mi chiede Lisa.

La cosa più facile sarebbe far aprire l’agenda alla prima pagina, dove ho i numeri dei miei familiari e parenti, e far chiamare i miei genitori. Ma, se lo faccio, mia madre si terrorizza. So di non avere il numero di quell’imbecille di Carletto, ma so di avere quello di Filomena, una delle assistenti che era rimasta in cascina con altri ragazzi. So di avere il suo numero di casa; spero di avere anche quello di cellulare. Dico di aprire l’agenda alla lettera F, indico il nome di Filomena, ma… Ho soltanto il suo numero di casa! Il cuore mi sale in gola, ma non dico niente. Lisa prende il mio cellulare, lo accende, ma si accorge che dovrebbe mettere il pin per attivarlo; e, anziché chiedermi il codice, mi rimette via il telefono, chiedendo al ragazzo di usare il suo. Io lo lascio tentare. C’è ancora una piccola possibilità, una fievole speranza: Asdrubale, il neo-ex fidanzato di Filomena, in quel momento potrebbe essere proprio lì, a raccogliere le sue cose.

Asdrubale risponde. Il ragazzo gli parla, e deve ripetergli due volte che mi hanno trovato a girare da solo in mezzo al parco di Monza, e che sono molto agitato; gli dà il suo numero di cellulare, di cui, purtroppo, memorizzo solo le prime tre cifre, e gli dice di richiamarlo per fargli sapere dove dobbiamo trovarci. Riattacca, e ci riferisce che Asdrubale si è incazzato e ha detto frasi del tipo: “Ma come da solo?… Ma sono impazziti?”

Il cellulare suona: è Carletto. Il ragazzo non riesce fargli capire dove siamo, e allora gli dice che li aspetteremo all’incrocio dove c’è la mappa.

Ci avviamo. Io vorrei chiedere al ragazzo il suo numero di cellulare, per poterli richiamare, ringraziare bene, e magari, perché no, rivederli con un po’ più di tranquillità per chiacchierare un po’; vorrei proprio farlo, ma, invece, mi blocco: mi stanno aiutando, stiamo procedendo verso un obiettivo ben preciso, non voglio distogliere la loro attenzione, per magari agitarli o imbarazzarli. Tanto, penso, Carletto e Asdrubale ce l’hanno. Sicuramente me lo daranno. Do la precedenza a una parola, una soltanto, che devo per forza dire ora, se no poi, nella confusione, magari non riesco più a pronunciare: “Grazie.”

“Di niente, figurati!” risponde prontamente lei.

Chiedo a lui come si chiama.

“Mauro”, dice sorridendo.

Lei si affretta a ridirmi che si chiama Lisa, ma in realtà il suo nome l’ho già memorizzato da prima. “E tu?” fa lei, con voce gioiosa.

“Sergio.”

“Ah, Sergio.”

Arriviamo all’incrocio, e ci mettiamo proprio accanto alla mappa; così, giusto per essere sicuri che ci vedano. Lisa e Mauro sono di fronte a me, e, mentre stiamo aspettando che arrivino, inaspettatamente, veloce come un lampo, tra loro schiocca e sboccia un bacio. à un bacio-lampo, reciproco e simultaneo, un bacio giocoso, uno di quelli che solo due fidanzatini possono scambiarsi. Un bacio fresco, giovane, primaverile, che si fonde perfettamente con i colori di questa bella giornata. Non posso trattenere un moto di contentezza. Loro se ne accorgono e scoppiano a ridere, creando tra noi un legame magico e indissolubile.

Arriva Carletto, incredibile ma vero, con il pulmino dell’Organizzazione. Scende e, anziché dire frasi del tipo Come stai?… Scusami. Ma che pirla sono stato! oppure Grazie, ragazzi! Davvero, grazie mille!, comincia a sfottermi dicendo che non ho il senso dell’orientamento; e quando Lisa gli dice “Guarda che era molto spaventato! “ lui rincara la dose, facendo i versi che di solito si riservano ai bebè, e sostenendo che mi stavano cercando dappertutto e che, comunque, era tutto sotto controllo.

Minchia! Lo mando subito, e più volte, affanculo. Non gli dico dove deve mettersi il pulmino solo perché sul pulmino devo salirci anch’io. Mentre uno degli assistenti, senza proferir parola, mi carica di gran carriera, ho solo il tempo di un ultimo fugace sorriso con i due ragazzi. Lisa e Mauro sono lì; probabilmente si aspettano che Carletto dica loro qualcosa. Io lo guardo con due occhi grandi così. Adesso li ringrazierà, sì. Arriverà a capire che deve ringraziarli! No, macché! Carletto non arriva a capire neanche questo! Sale sul pulmino, e parte.

Mi guardo intorno, e mi accorgo che la compagnia è cambiata, a parte Carletto e l’assistente che mi aveva caricato sul pulmino. Non sono quelli che erano partiti con me dalla cascina, sono quelli che erano rimasti dentro. E ci sono pure dei miei compagni in carrozzina! Sono scioccato. Ma come? Venite a cercare me, e, anziché organizzare un gruppo di soli assistenti in modo da poter essere più liberi nei movimenti, vi portate dietro le carrozzine? No, non è possibile! Non è proprio possibile!

Filomena, seduta accanto a me, è al telefono con Asdrubale. Mi dice che Asdrubale poi mi darà il numero di cellulare del ragazzo, e io, contento, lo ringrazio. Filomena comincia a farmi domande a raffica, come se potessi spiegare in cinque minuti cosa mi era accaduto, e alla fine, bella bella esclama: “Sai, Sergio, di questa storia potresti scrivere un racconto!”

“Sì, sì… Contaci!”

Cascina Costa Alta, Ore 15.30

Mi trovo qui, nel salone. Sono tornato da poco, e ora sto mangiando. Mi sento ancora un po’ scosso per quello che mi è accaduto. Tutti mi hanno accolto con un grande applauso, è vero, ma nessuno mi chiede niente. Perché? Neanche Guido e Viola, i due assistenti con cui ho più confidenza, mi chiedono niente; neanche come sto. Perché? Il cellulare di Carletto suona: è mia madre. Carletto le dice “che ho fatto una cosa…!”, facendole supporre che si tratti di una bricconata.

La saluto, dicendole solo che ora sto bene. Tanto, penso, ho tutto il tempo per far rabbrividire familiari, parenti, e un nugolo di amici!…

Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, non immaginavo che venisse così lungo. Il fatto è che nelle mie molteplici narrazioni orali, per quanto fossero dettagliate, ho sempre tagliato i particolari dei miei pensieri, delle sensazioni, e degli imprevisti che incontravo, parti fondamentali della vicenda, per non affaticare troppo l’ascoltatore; quindi, quella che mi ricordavo all’inizio, al momento della premessa, era solo la versione “orale”, non quella “integrale”. Poi, scrivendo, mi è riaffiorato in mente tutto. E solo così, solo mettendo tutto quello che avevo visto e provato e pensato, espressioni da educanda infuriata comprese, potevo trasmettere esattamente quello che avevo vissuto, scandendo l’evoluzione della mia paura “momento per momento”, che comunque ho sempre dominato. Ma se la paura non ha mai governato la mia mente, ha però dominato quella degli assistenti, che, accomunati da un malsano concetto di unione di gruppo, si sono fatti fagocitare tutti dal terrore. E questa vicenda, purtroppo, ha un epilogo delirante. Io, in cuor mio, so già che deciderò di non querelare Carletto, anche se potrei diventare ricco con estrema facilità; un po’ perché appartengo comunque a una famiglia di santi, e un po’ per non creare dei problemi all’Organizzazione, che, in fondo, non ha colpa. Però non mi va di dirlo subito, e lo tengo per me. Filomena mi scrive un’e-mail dove mi dice che mi ha visto un po’ agitato e di confidarmi pure con lei, se voglio. Io mi fido, le scrivo in due righe quello che penso di Carletto, e lei non mi dice più nulla, né per e-mail né a voce. Gli altri assistenti, anche quelli che credevo affezionati, non mi dicono più nulla al riguardo; e quando mi vedono, fanno finta che sia successo niente. Non solo. Ma non riesco neppure a ottenere il numero di cellulare di Mauro: né Carletto né Asdrubale, che oltretutto me l’aveva promesso, l’hanno tenuto, compiendo così un atto gravissimo, deplorevole e senza senso (senza senso in tutti i sensi!), degno di un racconto non giallo, ma noir. E pensare che io li volevo solo ringraziare, quei due ragazzi. E l’ho più volte specificato a Carletto, ad Asdrubale, e all’Organizzazione, che volevo solo ringraziarli… L’unica vera soddisfazione in questa vicenda è essere riuscito a cavarmela in una situazione difficile e imprevedibile, e di aver scoperto di possedere, forse, più capacità di quelle che sospettavo. Quest’anno il Destino si è dimostrato un mio grandissimo fan, procurandomi parecchi colpi di scena… tra cui l’incontro con Lisa e Mauro. Spero proprio che un giorno, magari con l’aiuto di qualcuno o la complicità di qualche appuntamento di Alacran Edizioni, possa procurarmi un altro colpo di scena e farmeli incontrare di nuovo.

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COME IN FAMIGLIA
di Sergio Rilletti

Zagarolo, ottobre 1943

blog+roiLisa, uno scricciolo biondo di appena otto anni, era là fuori, a guardare l’immensa distesa verde che si estendeva verso nord-ovest. Alla sua sinistra c’era il bosco; alle sue spalle, la casa; e, sparsi un po’ ovunque, compreso lungo il sentiero da dove arrivavano le persone, una moltitudine di filari di vigneti diversi.
Sì, Lisa era lì, immobile, a pochi metri dal bosco.
Ma lei non aveva paura del bosco; perché, dal bosco, non spuntavano i lupi. Almeno non per lei.
I lupi, per Lisa, avevano le ali.
Lei li sentiva arrivare quand’erano ancora lontani. Arrivavano rombando, e devastavano tutto l’ambiente con i loro proiettili e le loro bombe.
I lupi volanti non ululavano, ma facevano ululare le sirene d’allarme nelle città.
Lei, però, non era più in città, a Milano, vicina ai suoi genitori e alle sue sorelle; era a Zagarolo, una località agricola vicino alla capitale, dalla famiglia di zia Nella. L’aveva portata lì suo padre, circa due mesi prima - a causa degli incessanti bombardamenti che subivano le grandi città - lontano da loro, ma al sicuro tra le braccia accoglienti di zia Nella.
Erano passati due mesi, ormai, e lei era ancora lontana dalla sua famiglia: senza avere la possibilità di avere notizie, senza telefono. Ma lei, Lisa, era sempre in contatto con i suoi genitori: ogni giorno si metteva ai margini di quell’immenso prato verde, sempre a guardare nella medesima direzione, e con la forza dell’immaginazione lo percorreva fino all’orizzonte, fino a Milano.
Improvvisamente lo sentì arrivare, rombando.
Lei si paralizzò. La voce spiegata di Marta, che stava sopraggiungendo di corsa dalla casa, sovrastava il ringhio del lupo volante. Il rombo dell’aereo diventava sempre più forte, le grida concitate di Marta si avvicinavano. Il lupo si scaricò, e, mentre l’ordigno precipitava a meno di cinquanta metri da lei, Marta stava arrivando a tutta velocità.
La bomba precipitò, e si infossò nel terreno; non esplose, per fortuna, ma sollevò un’immensa coltre di scorie che offuscò il cielo. Marta, dall’alto dei suoi vent’anni, si tuffò sul corpicino dell’adorata cuginetta, proteggendolo dalla pioggia di detriti.
Quando la pioggia cessò e il rombo dell’aereo scomparve, Marta si sollevò, guardò Lisa, ed emise un profondo sospiro di sollievo.
Si avviarono verso casa. Zia Nella corse loro incontro con due braccia larghe così; le abbracciò.

Il pomeriggio, Lisa lo trascorse in compagnia di Marta e Guglielmo, in salotto, ad osservare i loro sguardi e ad ascoltare l’Italiano stentato di lui. Marta sorrideva, impegnandosi con caparbietà nel suo ruolo di maestra.
Era una scena divertente, per una bambina come Lisa, e anche Marta – con la sua lunga chioma riccia e nera – sembrava divertirsi; anche se in realtà, all’insaputa della piccola, le orecchie della ragazza erano ben tese verso l’esterno, pronte a captare qualunque segnale d’allarme. Non che Zia Nella avesse qualcosa da nascondere, non per il suo animo almeno, ma rispetto a certe persone che frequentavano la casa, sì, era meglio che non mostrasse quanto fosse grande il suo animo.
E i suoi figli, Dario e Marta, avevano preso da lei.
Dario in quel periodo era a letto ammalato, ma Marta si stava impegnando, da parecchi giorni, ad insegnare l’Italiano a Guglielmo. Non perché lui fosse analfabeta, ma perché non era italiano.
Né lui né Bruno e Franco, i suoi due compagni.
I loro veri nomi erano William, Frank, e Brown; lui e Frank erano americani, Brown era inglese.
Fuggiti da chissà dove, erano sopraggiunti qualche giorno prima e avevano chiesto di rifugiarsi lì; e Zia Nella, per la quale tutti gli esseri umani bisognosi d’aiuto erano un essere umano unico, aveva accettato.
Non era detto, però, che tutti quelli a cui prestava aiuto era opportuno che si incontrassero; specialmente in quel periodo, in cui i ruoli dei nemici e degli alleati non erano più ben definiti e si rischiava di essere mitragliati da aerei americani che fino a pochi giorni prima erano nostri nemici, o di essere uccisi da soldati tedeschi che fino a pochi giorni prima erano nostri alleati. Oppure, per non far morire un regime ormai agonizzante, di essere perseguitati da militi in camicia nera che erano addirittura nostri connazionali.
Zia Nella comunque aiutava sempre tutti. Molti anni prima che Fabrizio De André componesse la sua canzone-capolavoro Il pescatore, Zia Nella aiutava già tutti. Indistintamente.
E Marta non era da meno. Lì, bella sorridente e con tutti i sensi all’erta, stava insegnando l’Italiano ad un fuggiasco americano, con soldati tedeschi installati nel circondario che potevano venire da un momento all’altro.

Arrivò la sera, e Dario era ancora a letto con la febbre.
Lisa, Zia Nella, Marta, e altri due cugini dell’età di Lisa - ospiti anche loro di Zia Nella -, erano in salotto, quando arrivarono Hans e Fredric, due soldati tedeschi che ogni sera andavano a gustarsi un bel bicchiere di vino prodotto da quella famiglia.
Entrarono allegramente in quella casa, dove sapevano di trovare un po’ di calore umano, uniti da un senso di simpatia, da parte dei tedeschi, e di fraternità, da parte di Zia Nella.
Già, ma come avrebbero reagito i due simpatici tedeschi se avessero scoperto che quell’accogliente famiglia prestava attenzioni anche ad un gruppo di loro mortali nemici? La famiglia di Zia Nella non lo sapeva, ma era opportuno non scoprirlo. I due soldati erano simpatici, ma era meglio non scoprire fino a che punto erano stati condizionati dal loro esercito.
Hans depositò un sacco di arance sul tavolo, e scompigliò allegramente i capelli biondi di Lisa.
Zia Nella ringraziò mestamente per le arance, che dovevano essere trasformate in spremute per Dario, e le affidò a Marta, che andò subito in cucina.
Mentre Marta preparava la spremuta, Zia Nella riempiva i bicchieri col loro buon vino per riscaldare l’animo di quei due soldati che erano lontani da casa, e Hans aveva preso sulle ginocchia Lisa esclamando – Pella Pampina Pionda! Ja, ja! –, dal piano di sopra si udì un tramestio e una breve frase concitata.
I due tedeschi si guardarono. Né Hans né Fredric avevano capito le parole, ma non sembrava la stessa lingua di quella famiglia.
Il silenzio fu totale.
Hans e Fredric notarono anche quello. Fredric si alzò. Aveva ancora le mani sul tavolo, quando la vocina di Lisa lo fermò: — E’ Guglielmo –.
– Gugljelmo??? – le domandò Hans con espressione buffa.
Zia Nella decise di intervenire: — E’ un nostro cugino –.
Marta comparve sulla soglia, con un bicchiere di spremuta in mano. – Vado da Dario – disse con un sorriso che irradiava gioia di vivere.
Fredric si mosse.
– Vuoi venire anche tu? – disse, inarcando le sopracciglia in modo ospitale. – DĂ i, vieni! –
Marta era snella e graziosa, era bello seguirla.
Passarono davanti alla camera degli ospiti, ma da lì non proveniva più alcun rumore: Guglielmo e i suoi compagni si erano paralizzati.
– Gugljelmo? – chiese il soldato, fermandosi per puro caso davanti alla camera giusta.
Marta si girò. – No, è per Dario – disse mostrando il bicchiere e fingendo di non capire. Si avviò a passi lunghi verso la camera del fratello.
– Dove è Gugljelmo? – la bloccò di nuovo Fredric, scandendo bene le poche parole che sapeva.
Lei si voltò piano. – Boh!… Sarà in bagno – rispose, stando ben attenta a non guardare verso la stanza degli ospiti.
Bussò ed entrò da Dario. Andò subito dal fratello, porgendogli la spremuta. – Ciao, come stai? –
Lui grugnì qualcosa dondolando la testa, e bevve.
– Guarda, è venuto Fredric a trovarti! –
Lui si avvicinò e gli disse, in tono affettuoso, un’incomprensibile frase in tedesco.
– Ja, ja! – rispose Dario a qualunque cosa avesse detto Fredric. Il tedesco scoppiò a ridere, confidenzialmente, a denti stretti.
Marta si congedò dal fratello, muovendo le dita della mano per salutare, e uscì. Arrivò davanti alla stanza di Guglielmo & compagni e, senza alterare il passo, l’oltrepassò; Fredric la seguì.
Giunto di nuovo in sala, Fredric si sedette e, in compagnia del suo amico Hans e di quell’allegra famiglia, bevve quel bel bicchiere di buon vino che gli aveva versato la donna.
I minuti trascorsero inesorabili, e per i due soldati venne il momento di tornare dai loro commilitoni. Zia Nella li accompagnò fuori dalla porta, con Marta alla sua destra e Lisa al centro.
– Cjao, Pella Pampina Pionda! – disse Hans, scompigliandole i capelli. Lisa ricambiò con un bellissimo sorriso.
Improvvisamente, vedendo Marta, Fredric si rabbuiò un po’: c’era un fatto che non era stato chiarito. Alzò lo sguardo lasciandolo vagare al piano superiore, dove era stato con la ragazza dopo aver sentito il rumore e quelle strane parole.
I cuori di Marta e Zia Nella si fermarono, ma le due donne mantennero la loro compostezza, infondendo sicurezza e serenitĂ  a Lisa.
Hans, conoscendo bene l’amico, lo distolse dal suo pensiero spronandolo ad andare.
I due soldati tedeschi e la famiglia italiana si salutarono cordialmente, dandosi appuntamento per l’indomani sera. Come sempre.
Lisa li salutò con la manina, aspettandoli per il giorno dopo e spalancando, per sempre, il suo cuore verso gli altri. Verso tutti gli altri.

Sono passati tanti anni, e Lisa è diventata una donna (nonché mia mamma); anche se, in effetti, non sono ben sicuro che si chiami proprio così.
Zia Nella, Marta, e gli altri personaggi di quella famiglia non li ho mai conosciuti, ma sono sempre stati dei miti per me, protagonisti di tante storie incredibili. Questo racconto vuole essere un piccolo omaggio a loro, anche se nella realtà hanno nomi diversi, a cui sarò sempre molto grato per aver protetto così bene la mia futura mamma.
Sì, perché la storia che ho raccontato è basata su fatti realmente accaduti; il minimo di finzione che ho aggiunto serve soltanto ad esaltare in poche righe ciò che quella famiglia ha fatto per molti mesi.
E tutto è andato bene, per fortuna. Altrimenti non avrei potuto raccontarvi questa storia.
Né questa né altre storie.
Perché non sarei mai esistito.

©Sergio Rilletti, 2007

30/11/-1, 00:00:00
MONTEVERDE di Gianfranco Franchi
Di Gianfranco Franchi avevamo giĂ  avuto modo di parlarne qui, in merito ai volumi “L’inadempienza” e “Pagano“. Torniamo a incontrare questo giovane intellettuale romano, nato a Trieste, classe 1978, creatore e gestore del popolare Lankelot, nonchĂ© scrittore e consulente editoriale di varie case editrici. L’occasione ce la fornisce l’uscita del suo nuovo lavoro letterario: Monteverde, edito da [...]

blog+roiDi Gianfranco Franchi avevamo giĂ  avuto modo di parlarne qui, in merito ai volumi “L’inadempienza” e “Pagano“.
Torniamo a incontrare questo giovane intellettuale romano, nato a Trieste, classe 1978, creatore e gestore del popolare Lankelot, nonché scrittore e consulente editoriale di varie case editrici.
L’occasione ce la fornisce l’uscita del suo nuovo lavoro letterario: Monteverde, edito da Castelvecchi.

Trovo che la nota al libro sia molto intrigante. Ve la riporto di seguito: “Nella schiera degli antieroi che solo la migliore letteratura sa regalarci, ecco il protagonista di Monteverde, trentenne laureato e precario sempre in cerca di lavoro, e di volta in volta arbitro, giornalista-magazziniere, inseritore notturno, tirocinante, addetto allo sportello. Un nostalgico che seppellisce il suo vecchio palmare sotto la pianta di rosmarino, tifoso accanito della Magica, spirito rock, collezionista di mug. Un esule, un italiano, un letterato che rivendica orgogliosamente il suo ruolo. Uno a cui ogni tanto appare all’improvviso un cane, per strada, con un occhio piĂą chiaro dell’altro. Ma chi è davvero Guido, che percorre avanti e indietro la sua isola, Monteverde, sulle tracce di Pasolini, e che fa strani incontri al cimitero, tra le tombe di Keats e Gramsci? Un duro o un romantico? Un asociale? Uno che si innamora? Ascoltalo: è tutto ciò che non ha patria e si ribella, e sembra non voler morire mai”.

Monteverde inizia con queste frasi:
Sono una foglia che pesa ottanta chili. Sogno refoli di vento.
Sono una batteria che si sta ricaricando. Voglio ricaricare in pace, senza sbalzi di corrente. Sono un navigatore senza programma, non so orientarmi con le stelle. Sono lo stipite stanco di una vecchia porta. Sono un contratto firmato in bianco, sono una lettera senza mittente. Sono una tela d’acqua su una cornice di carta, un telecomando che non spegne niente; se mi punto sul cielo m’accendo, funziono. Sono un orologio che batte secondi sulle tempie della sua cassa. Sono un pallone bucato.
Sono una sigaretta che non si spegne, fuma soltanto.
Sono queste mani che dovresti mutilare.

Guido Orsini è l’alter ego di Gianfranco Franchi. Un personaggio che ci fornisce alcune indicazioni sulla condizione di alcuni giovani intellettuali italiani.

Ho chiesto ad Andrea Di Consoli e a Barbara Gozzi di dire la loro su questo libro, e vorrei discuterne con voi insieme all’autore (che parteciperĂ  al dibattito). E poi vorrei interrogarmi (e interrogarvi) sulla figura e sul ruolo dei giovani intellettuali oggi in Italia.

Così mi domando (e vi domando)…

Qual è la condizione dei giovani intellettuali oggi in Italia? Quale il ruolo?

Gli intellettuali trentenni di oggi, in cosa si differenziano da quelli di venti, trenta, quarant’anni fa? In cosa si assomigliano? I loro sogni sono uguali o sono cambiati?

blog+roiInoltre ho chiesto a Gianfranco di mettermi a disposizione uno dei bellissimi racconti di Monteverde. Ho scelto Catafalco (potete leggerlo in coda al post), per un motivo ben preciso. Ă un racconto che affronta il tema della morte dal punto di vista dei bambini. Un racconto che mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Che mi ha fatto domandare: quand’è stata la prima volta che ho preso consapevolezza della morte?
Giro la stessa domanda a voi. E aggiungo quest’altra.
Secondo voi, è giusto parlare della morte ai bambini? E in che termini?

Ne approfitto per sottolineare che, oltre che con Monteverde, Gianfranco Franchi è in libreria con: “Radiohead. A Kid. Testi commentati” (Arcana).

Di seguito, le recensioni di Andrea Di Consoli e Barbara Gozzi.

Massimo Maugeri

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MONTEVERDE di Gianfranco Franchi
recensione di Andrea Di Consoli (nella foto)

blog+roiMonteverde (Castelvecchi, 310 pagine, 16,00 euro), di Gianfranco Franchi, è un romanzo di formazione (Franchi è uno scrittore nato nel 1978, è romano, ma ha sangue triestino, mitteleuropeo). I romanzi di formazione sono, specialmente se costruiti sulla falsariga della propria esperienza personale, romanzi totali, generosi, magmatici – e l’unico rischio che corrono (un rischio tutto rivolto al futuro) è quello di “dire tutto”, di mettere tutte le carte sul tavolo, di bruciare in un unico fuoco legni accatastati nell’arco di due decenni. Mettiamola così: il rischio è tutto di Franchi (ripeto, per il suo futuro di scrittore), ché il lettore ha la possibilità di leggere “un mondo” e una vita con un solo libro. Questa generosità, voglio iniziare così, è il primo tratto “generazionale” di Franchi. Ne sono profondamente convinto: Monteverde è un romanzo generazionale. Ma non lo è nel senso del “target”, ma in un senso più profondo, perché riesce a dire la vitalità e il dolore e lo spaesamento tachicardico dei trentenni italiani (ripeto, senza volerlo) come nessuno lo aveva mai fatto prima. Franchi, cioè, delinea – e vi riesce, sia letterariamente che sociologicamente – la “linea d’ombra” che ha separato quelli nati negli anni ’70 da un “prima” e da un “dopo”, sia privato che collettivo, perché a questa strana generazione è capitato in sorte uno strano “passaggio” epocale, ovvero quello dal Novecento “rudimentale” e sostanzialmente romantico a un Duemila ipertecnologico, afasico, post-comunitario, globale e non più provinciale (ecc.); pure, a quelli nati negli anni ’70 è accaduto, come capita a tutte le generazioni del mondo, il “passaggio” dalla vita giovane a quella adulta. Ecco: come ebbe a dire Eduardo a Napoli, durante i bombardamenti, alla prima di Napoli milionaria al Teatro San Carlo (parafrasandolo): “Gianfranco Franchi ha detto il dolore di tutti noi”. Ripeto, ne sono profondamente convinto. E ora provo a spiegare una cosa che per me è fondamentale, ovviamente sperando di riuscirci. Mi è capitato di leggere recentemente romanzi anche interessanti come, per esempio, La futura classe dirigente di Peppe Fiore. Qual è la grande differenza che c’è, poniamo, tra Franchi e Fiore? La mia risposa è questa: che in Franchi grida e canta la tradizione e la storia sociale e letteraria italiana, perché nonostante Franchi racconti il “pop” o il cosiddetto moderno (la musica, il calcio, il precariato, gli amori spezzettati, ecc.) il collo di Franchi guarda avanti e guarda anche molto indietro (è un collo tormentato), cioè verso i padri, verso le cose perdute, verso una tradizione che continua a parlare, sia pure nell’ombra. Non è nostalgia, ma qualcosa di più profondo, ovvero, per citare Pound, “la contemporaneità di tutte le epoche”. C’è anche un’altra cosa che rende Franchi “generazionale” e sostanzialmente novecentesco, creatura divorata dalla tradizione ultima, figlia delle altre: lo stile non calcolato, non algido, non controllato, ma oscillante, con punte di incandescenza sentimentale e lirica davvero commoventi. Ecco, anche in questo Franchi rischia, rischiando, sempre, la fraternità. E’ un cuore messo a nudo, Monteverde. E vorrei dire un’altra cosa. Molti reportagisti si sono provati a raccontare Roma per mezzo della realtà (operazione utile, ricca di informazioni); ma l’anima di Roma, ecco, quella chi l’ha raccontata? L’anima di Roma l’ha raccontata Franchi. Non avevo mai visto così profondamente appalesarsi l’anima provinciale romana (Michele Plastino, i negozi di dischi, le strade d’estate, Giuseppe Giannini il giorno dell’addio, i concerti, ecc.), senza il compiacimento del provincialismo, della “trovata” sociologica. Ora so finalmente – ne ho il catalogo, le parole, lo stile – le cose che ho perduto in questi ultimi vent’anni di vita. Ora so che non sono solo – scusate la confessione – in questo disperato tentativo di fare il pieno della vita, di dare un senso a tutte le cose perdute, alle paure, al tempo, di entrare nella letteratura con tutti gli sbandamenti (dell’umore, dello stile, della cultura) che rendono certi nostri libri così poco calcolati. Ecco, finalmente, un “compagno di strada” che cercavo da tempo.

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â€Monteverde’ di Gianfranco Franchi – appunti di lettura di Barbara Gozzi (nella foto)

blog+roiMonteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, â€prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in â€Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
â€Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il giĂ  accennato â€Disorder’, passando per â€Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile â€fisso’ quanto meno stabile, la possibilitĂ  dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della societĂ  che lo circonda, di questo â€Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno â€spot’ di ciò che il lettore affronterĂ , e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (â€lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontĂ , la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei â€sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene piĂą grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. à chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì - cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilitĂ  che non ha sapore nĂ© odore, senza â€quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)

Ă un romanzo amaro, â€Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con â€Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensitĂ , gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle â€storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dĂ  modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. Ă dunque possibile che il lettore perda la â€strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della â€Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o â€Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo â€Pelle’, â€Disorder’)

In â€Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, piĂą spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è â€un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

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CATAFALCO
da Monteverde (Castelvecchi), di Gianfranco Franchi

Un bambino non accetta un concetto in particolare. Che qualcuno o qualcosa possa morire, perché significherebbe che quel qualcuno non è più vero, non è più reale e quindi non è possibile, le cose cambiano ma non si dissolvono, niente si disintegra. Soltanto i soldatini quando li butti nel fuoco, ma qualcosa rimane e poi non sono vivi, sono veri, è diverso. Un essere umano è vivo e vero. La forma mentis del bambino si fonda su tutta una serie di implacabili sicurezze, date per acquisite e mai più smarrite. Una di queste è che le persone che lo stanno allevando saranno protagoniste per sempre della sua vita. Credo che cominciai a capire che potevano levarmi qualcuno pochi giorni prima che mio nonno morisse. Rimase chiuso in ascensore per un tempo che mi sembrò sconfinato, in realtà saranno stati quindici minuti, venti, non lo so. Avevo quasi otto anni, stavo aspettando che tornasse da lavoro, ero là sulla porta, come sempre. Magari mi aveva comprato un giocattolo. Oppure mi avrebbe raccontato un’altra storia. Un sabato pomeriggio, d’un tratto il rumore dell’ascensore s’interrompe. Sento una campana. Chiamo nonno, nonno, e nonno non risponde poi da lontano dice sono rimasto dentro e io mi spavento. Corro da nonna, lei s’è già precipitata a chiamare il portiere. I minuti passano e io non vedo chi doveva tornare. Allora m’accorgo che qualcosa può portarmi via nonno. Non so perché ma in quel momento ero convinto che non tornasse più. Nessuno era mai rimasto chiuso in ascensore, nella mia memoria, e quindi pensavo significasse qualcosa di terribile e di doloroso e di definitivo. Mi dispero, batto i pugni sul divano, piango. Non tornerà mai più, grido. Qualcosa di incomprensibile mi stava portando via nonno. Poi riescono a sbloccare l’ascensore, nonno torna, mi tranquillizza ma non serve a niente. Ho capito che c’è qualcosa che sfugge alla mia logica di bambino, qualcosa di triste e di doloroso e non è come quando un genitore se ne va per mesi interi, perché poi so che torna, questo è qualcosa di cattivo e di invincibile e imprevedibile. Qualcosa di meccanico. Tutto quel che è meccanico è sbagliato. à così. E qualche notte dopo, l’avvertimento diventa reale. Dormiamo nei letti vicini, io sto nel sonno profondo. Ricordo che qualcuno mi prende in braccio e mi porta a dormire altrove. Solo questo, mi sveglio un attimo ma mi confortano e mi ripetono dormi, dormi dai, dormi ciccio. La mattina c’è un parente in salone. Dico Marco come mai, è mattina presto. Una visita, risponde.

Mi mandano a scuola. Papà viene a prendermi prima della fine, parla con la maestra, la maestra fa un sorriso e mi dice puoi andare. Non capisco, c’è qualcosa che non va. In macchina papà tira su col naso ma non piange, mi dice che nonno se n’è andato in cielo e io immagino che ci sia una scaletta, qualcosa del genere, magari dei gradini a chiocciola come nei palazzi, che appaiono soltanto quando lo decidi tu, per cui ha preso e ha deciso di arrampicarsi sino in cima, quindi non dovrebbe esserci più fisicamente, non dovrebbe più essere visibile, immagino. Come se fosse a lavoro o in un’altra città. Mi sento triste ma ancora non capisco. Saliamo su in ascensore che stavolta non si rompe e la porta di casa è spalancata e ci sono delle corone di fiori. Un’amica di famiglia mi leva il grembiule nero della scuola Sant’Ivo, mi fa poggiare la borsa prima dell’uscio, la consegna a qualcuno e non vedo chi è. Nel grande salone c’è una sorta di baldacchino che non ho mai visto, è di legno e sembra un letto ma letto non è, papà mi dice si chiama catafalco, sul catafalco c’è nonno disteso, intorno tante persone e non tutte le conosco ma tutte mi guardano con aria mista di dispiacere e di malinconia e di attesa. Nonna da una parte con delle amiche attorno. Papà mi prende per mano e mi dice vieni a salutare nonno. Nonno è là con le mani giunte e mi sembra tanto bianco. Papà cos’è successo chiedo, dice nonno è stato male. Posso toccargli la fronte dico papà dice vai e mi fa un sorriso poco convinto. Ho paura perché è freddo e penso ora gli parlo e si sveglia come dopo che era rimasto chiuso in ascensore, torna. Non torna. Nonno ciao. Non dice niente.

Arriva una babysitter e mi portano altrove, a giocare vorrebbero, e qualcuno dice il bambino non capisce i bambini non capiscono fatelo stare lontano da qua ma io voglio stare con nonno, così si sveglia. Saliamo al piano di sopra, ma io so già che dal piano di sopra se apro la porta a vetri posso sbirciare in salone e nel salone c’è il catafalco e sul catafalco c’è nonno che se n’è andato in cielo ma invece è rimasto qua. Mia sorella rimane con la babysitter al piano di sopra, io sgattaiolo via come posso e vado a guardare il catafalco, guardo nonno e penso ora si muove, ora si alza, ora parla e tutti sorridono e invece niente, sale su la compagna di mio padre e mi dice cosa fai dico nonno è morto e voglio stare con nonno mi fa una carezza e sussurra andiamo di là da tua sorella e io voglio stare con nonno. Ci penso tutto il giorno mentre mi fanno giocare e sento il campanello suonare anche se la porta è aperta, penso che sia una forma di educazione o di rispetto che non conosco, ma trovo giusta e però non mi sembra giusto che tutti vanno da nonno e io no.

Il giorno dopo quando mi sveglio a casa non ci sono ospiti, c’è odore di caffè e la nonna sta in vestaglia e piange con la signora domestica e papà invece sta in salone vicino a nonno allora vado là, dico papà perché stai qua, risponde perché è l’ultima volta che vede suo padre, dico perché ha le labbra viola, dice è normale quando te ne sei andato, allora questa morte è meno astratta, sei freddo, hai le labbra viola, sei muto, non guardi e non rispondi a nessun segno, sei come spento, papà è come quando spengo qualcosa con la differenza che non so come si riaccende ma ci deve essere un modo. E il modo no, non c’è. Cos’è questo catafalco che non capisco, la parola ha un suono che non c’entra niente con la morte, in mente ho De Falco che gioca centravanti nella Triestina appena tornata in serie B e non capisco che c’entri il calciatore De Falco col catafalco, il catafalco è un antico uso borghese, dice, quando qualcuno importante muore in casa e non all’ospedale succede che si lascia esposto nel salone sul catafalco, è un segno di rispetto. Si muore quindi si va sul catafalco. E tutti vengono a salutare il morto.

E poi arrivano dei signori con la cravatta, con l’aria seria, e portano sulle spalle una bara. E nonna piange forte e non mi fanno guardare mentre nonno va dal catafalco sulla bara, quindi vedo loro con la bara sulle spalle e escono dalla porta nonna dice qualcosa sulla bara che esce dalla porta e credo di aver capito che questo è qualcosa di odioso e di insopportabile ma è nelle cose di quando qualcuno muore e non si può fare a meno, non c’è alternativa, finisce così, con quattro estranei che ti caricano sulle spalle chiuso in una scatola di legno. E il catafalco rimane vuoto e tu non ci sei più nemmeno per i saluti.

Non capivo tutte quelle persone, a dire cose che non capivo magari sottovoce a papà e nonna, e poi era rimasto il catafalco vuoto. Era caldo. Negli anni, a partire da allora, non credo di avere più visto nessun catafalco in nessuna casa, quando è successo che qualcuno s’è arrampicato sulla scala che porta sin lassù sino a non essere più visto; ho visto persone distese sul letto, con le mani giunte, con o senza crocifissi. Tutti bianchi, labbra viola e via dicendo ma nessuno disteso sul catafalco. Questo vuol dire che nonno era proprio importante e che quando è morto tutti dovevano andare a salutarlo, perché aveva fatto cose buone e giuste per tante persone. Questo vuol dire che ci sono tradizioni italiane che non si sono spente col passare dei secoli. Questo vuol dire che nella morte siamo una volta ancora tutti diversi, a dispetto della propaganda. L’uomo grande, forte e intelligente che ha cambiato la storia della mia famiglia per generazioni s’è disteso su un catafalco, e là ha consumato gli ultimi incontri con la luce preziosa e prepotente della nostra vita. Non sapevo che in casa avessimo un catafalco, e non ricordo che sia stato portato in salone da qualcuno: non l’ho mai visto entrare, non l’ho mai visto uscire. Non voglio nemmeno sapere se è stato nascosto da qualche parte. Credo di no ma non voglio andarlo a cercare. So che dal 1985 ci sono due metri, nel salone, in cui non cammino volentieri: là, tra i due divani di pelle, di fronte al camino, dove ho incontrato la morte di un uomo che mi amava più di ogni altra cosa al mondo, e che non aveva finito di prepararmi alle cose della vita. Avevo quasi otto anni e lui sessantaquattro, non aveva una gamba da dieci anni, doveva morire nove anni prima ma invece lavorava e mi insegnava tante cose, aveva un grande ufficio con quattordici dipendenti, tante amanti, tante case, tanti progetti e tanto orgoglio per il nipote primogenito, romanista e sveglio. Non ho capito come sia possibile che una persona così possa morire, so che quando muore la mettono in salone su un catafalco, e da quel momento il salone cambia per sempre.

30/11/-1, 00:00:00
RECENSIONI INCROCIATE n. 8: Giorgio Morale, Roberto Plevano
Nuova puntata delle “recensioni incrociate” di Letteratitudine. Gli scrittori/ospiti coinvolti sono Giorgio Morale e Roberto Plevano. Entrambi gli autori fanno parte della redazione del blog “La poesia e lo spirito“. I libri oggetto delle recensioni sono ”Acasadidio“, di Giorgio Morale, e “100 miglia” di Roberto Plevano Due libri diversi, ma che - forse - hanno tratti in comune nella [...]

blog+roiNuova puntata delle “recensioni incrociate” di Letteratitudine. Gli scrittori/ospiti coinvolti sono Giorgio Morale e Roberto Plevano. Entrambi gli autori fanno parte della redazione del blog “La poesia e lo spirito“.

I libri oggetto delle recensioni sono ”Acasadidio“, di Giorgio Morale, e “100 miglia” di Roberto Plevano

Due libri diversi, ma che - forse - hanno tratti in comune nella gestione dei rapporti umani e famigliari.
100 miglia racconta il volo, il sogno, e nel volo… la libertĂ  suprema, la scrittura. Acasadidio, fotografa - tra le altre cose - le ristrettezze dell’ufficio, una Milano chiusa e intabarrata nei soliti ritmi, l’oscuritĂ  di mura di uno “stabile vecchio, volutamente povero”, “angustia dell’ingresso, oscuritĂ  delle scale, locali tutti uguali”, “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcutta”. Una casa di Dio ben impiantata che però nasconde giochi truffaldini e impasti della solita Italia… e le distorsioni di alcune organizzazioni di volontariato.

Così vi domando:

Che rapporti avete con il “volo”?
Avete mai sognato di volare?
Cosa vuol dire sognare di volare: libertĂ  o desideri inappagati? Cosa fu per Icaro?
E la scrittura - come il volo - è libertà o desiderio inappagato? Pienezza o mancanza?

E poi…

L’oscuritĂ  (rappresentata dalle angustie dell’ufficio) è solo smarrimento, dovere?
O anche il dovere è libertà?
Che rapporti avete con il mondo del volontariato?
Cosa ne pensate?

Di seguito potrete leggere le recensioni incrociate dei due scrittori/ospiti di questa puntata.

Vi chiedo di interagire con Giorgio Morale e Roberto Plevano, che parteciperanno alla discussione. Come dico sempre… che ciascuno di voi faccia il giornalista culturale e ponga delle domande per scoprire (insieme) cosa offrono questi due libri. Chi ha giĂ  avuto modo di leggerli è pure invitato a esprimere la propria opinione.

Massimo Maugeri

Extrapost: domani pomeriggio sarò ospite della trasmissione culturale condotta da Mariella Alì a Radio Catania: h. 17-19 circa. Sono previsti gli interventi di Roberto Alajmo e Simona Lo Iacono. La trasmissione si può ascoltare in diretta collegandosi al sito: www.radiocatania.it

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100 MIGLIA di Roberto Plevano
Recensione di Giorgio Morale

blog+roiCi sono sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Ci si affaccia alla finestra e si guarda. à tutto pieno, di sostanze diverse ma ugualmente compatte: case, aria, nuvole. à come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura. Si anela al vuoto – chissà quando, chissà dove. Come soccorrerebbe allora un’immagine come questa:

“Era come sospeso a qualche filo invisibile che aveva come punto d’origine il puro nulla, e quel pendolo aereo privo di perno pareva comunque un muoversi con segreta regolarità di oscillazione. O era a tratti un galleggiare su polle e cascate create e disfatte a ogni istante nel silenzio dell’incerto e pur così continuo procedere” (p. 9).

Di tutti i sogni dell’uomo, il volo, pur da tempo tradotto dai sogni alla realtà, pare conservarsi inalterato: forse per essere legato al desiderio inesauribile di libertà, di acquisire una leggerezza che superi la gravità naturale. O forse perché è quello che più ci equipara agli uccelli, gli esseri felici per eccellenza, come ebbe a definirli l’operetta leopardiana. E anche qui c’è una sorta di elogio degli uccelli da parte di un istruttore di volo, strana figura di puro di cuore e truffaldino al contempo, in un discorso a metà tra Leopardi e Francesco d’Assisi:

“Gli uccelli… sono nostri amici. Sono come nostri fratelli. Fratelli maggiori. Ci mostrano l’aria, ci segnalano dove si sale, e dove c’è turbolenza. Osservare sempre! Gli uccelli sono allegri, cantano, e più sono contenti, meglio cantano e meglio volano! Si divertono quando volano. Nessun animale si diverte come loro, volano e cantano e ci insegnano! Aria buona, uccelli cantano!” (p. 133).

Tutto un immaginario mitico e mediterraneo si mescola ad arditezze poetiche e filosofiche, da Icaro a Baudelaire a Nietzsche, nel rinverdire continuamente questo sogno. Come si vorrebbe, noi stessi, poter dire così!

“I rumori, tutti, cessarono… E improvvisamente il mondo si srotolò davanti a me, prese a scorrere a una velocità ridicola… scorrevo anch’io incontro a esso. E non capivo, non sapevo che cos’era, il quadro di riferimenti spaziali che era nato con me e che mi aveva accompagnato fin dai primi miei passi era sconvolto… la terza dimensione era entrata in me con la vertigine e la meraviglia, e poi allargava la cavità del mio petto con una grande euforia” (p. 24).

La citazione di p. 9 è il primo contatto col parapendio, nel romanzo 100 miglia di Roberto Plevano, da parte del protagonista Luca; quella di p. 24 è la sua prima esperienza di volo.

Alcune delle pagine piĂą felici del romanzo sono quelle dedicate al volo:

“à come un conflitto di naturali armonie, la gravità che ti blocca a terra dove sei nato, la spinta che porta in alto, che pare il compiersi di un’antica promessa. Cambia il respiro, cambia la percezione del tuo corpo, una liquida vibrazione comincia ad agitare i polmoni e lo stomaco… sentivo nel corpo la felicità dell’asino che raglia, la gioia del gallo all’alba, la completezza organica dei sensi nell’esercizio dell’azione perfetta e funzionanti in concordia. à una specie di vibrazione interna, il canto della carne” (p. 122).

E una delle scene più toccanti in assoluto è quella in cui uno spettatore non riesce a trattenere l’emozione al vedere uno stormo di cicogne che vola per un tratto appaiato a un gruppo di umani:

“Aprì la bocca, e d’improvviso il suo corpo fu preso da una specie di fremito convulso. Ero dietro di lui e pensai a una fitta di tosse. Erano singhiozzi invece. L’uomo piangeva, come chi non aveva piĂą conosciuto lacrime dagli anni dei giochi e la chiusa delle acque dell’anima fosse andata in frantumi, per lunga usura, in un momento. â€Ma dove vanno? Dove vanno? Le hai viste? Dove vanno?’. Non riuscì a dire altro, la voce rotta da singulti, un pianto dirotto” (p. 126).

* * *

Lo spirito della gravitĂ  in 100 miglia è rappresentato dallo spirito del tempo, in cui “anche i piĂą semplici rapporti personali sono avvelenati da interessi nascosti e da continue manipolazioni” (p. 41), da una “societĂ  spuria, che a lungo, nel disinteresse generale, ha incubate alcune malattie degenerative di diagnosi difficile e impossibile cura” (p. 34). In cui “tutti, tutti! Si lamentano che è dura, lavorano tanto, che non hanno tempo, che è sempre piĂą complicato” (p. 53). Ă rappresentato da una societĂ  che presenta una realtĂ  capovolta, in cui ci sono “McDonald’s e simili che vendono cibo che non nutre, delle canzoni che non sono musica, professori che non insegnano… medici che ammazzano… giudici che vendono sentenze per un appartamento in centro,… ricchi che sono poveri e viceversa… partiti che sono club… politica che non è piĂą governo,… arte che è mera esibizione,… religioni fai-da-te con tessera d’iscrizione a scalare secondo il reddito e il livello di plagio,… storia che è diventata successione di eventi, e che è finita, a quanto pare” (pp. 55-56). E arrivano anche sentenze come: “Benessere? Quale benessere?… non c’è nessun benessere in Italia. Ci sono solo un po’ di soldi, e finiranno in fretta” (p. 53).

Ma nella dimensione umana pesantezza e levità si intersecano, comunicano come per osmosi. Così in questo romanzo avviene ai due amici. A Luca, che per la pratica del suo sport preferito potrebbe apparire spericolato, ma in realtà vive nella provincia rassicurante e sonnolenta con moglie e bambini che riempiono il suo mondo, e al cui equilibrio basta l’evasione del volo una volta la settimana. E a Renato, che, dopo l’illusione di un progetto di ricerca in America abortito per l’ignoranza e la corruzione degli ambienti universitari, è diventato agente di commercio, ma anche lui si scoprirà coltivare una sua via per la libertà.

Cento miglia di volo è il percorso che il protagonista Luca aspira a percorrere e la misura della sua libertà, mentre le cento miglia di Renato sono un volumone che Luca trova nell’abitazione, dopo la morte prematura dell’amico in un incidente automobilistico: è come se lo stesso soffio diventasse il vento che alimenta il volo di Renato e lo spirito che ispira la scrittura di Luca. Nel volumone, nonostante l’amarezza della sua esperienza del mondo, perennemente sulle soglie della disillusione e della tragedia, Renato ha salvato grazie alla scrittura la gioventù sua e del suo gruppo di amici. Proprio lui, che sembrava il più lontano dalla scrittura e mai aveva lasciato trapelare questa passione.

Anche se lo stesso Renato lo aveva dichiarato, parlando con l’amico: alla scrittura va affidata “la mia esperienza, quello che ho passato, amicizie, lavoro, amori, affetti, diventare adulti, e la fine della giovinezza… è stata tutta roba abbastanza inaspettata, cioè non l’ho riconosciuta in nessuna storia che ho letto finora”. E anche Anna: “A sentire sulla carne certe verità, che cos’altro si può fare se non lasciare un segno, scrivere, se si può? Può essere una testimonianza… scrivere è una validazione dell’esperienza” (p. 209).

Fa da contraltare ai due amici Anna, l’amore giovanile di Renato, che “Fin da bambina era stata attenta a quello che la circondava. Se anche non capiva subito il mondo intorno, la fede nell’intelligenza delle cose non veniva meno, quasi mai… era sempre un pensare: perchĂ© le cose sono così? PerchĂ© le persone fanno così?… â€Il dolore c’è, il male c’è, il male c’è!’. Non era piĂą un pensiero, era un riscontro spassionato, la lettura di una cartella clinica, una mesta constatazione della prognosi infausta… C’era il suo dovere, solo il dovere” (pp. 25-29).

Ma anche lei: con il suo senso del dovere e la sua decisionalità, professionista in carriera e al contempo moglie e madre, colei che come una Parca recide definitivamente i fili con il passato rifiutando la pubblicazione postuma del manoscritto di Renato presso la casa editrice per cui lavora: anche lei è protagonista di una squallida relazione extraconiugale. Insomma, tutte le vite sembrano a metà e pare potersi applicare a tutti i personaggi la sentenza che nella vita non c’è relazione tra intenti e risultati. La fine della giovinezza pare capovolgere i sogni, e forse questo libro, questo 100 miglia, rappresenta per lo stesso autore Roberto Plevano il prolungamento della giovinezza con il compimento di un sogno.

E allora si capisce quanto afferma Luca, che la ricerca vera, nel volo, nonostante le comuni proiezioni e, confesso, anche le mie, non sia la nozione di libertà: “quella è rudimentale. La storia sta nel pilotaggio, che è un’idea di se stessi” (p. 150).

* * *

Roberto Plevano è scrittore colto e ironico. Il suo testo fa rivivere figure mitiche e occhieggia ai classici della letteratura e della filosofia. Il romanzo si fa metaromanzo, dove la stessa penna dello scrittore esercita il suo spirito critico riflettendo sulla scrittura, ad esempio quando affida ad Anna una sorta di definizione della sua opera: “Non c’è una storia, una struttura, un’unità di proposito” (p. 211). In realtà la mancanza di una storia non è un problema. Nonostante gli strilli del mercato che la invoca, la tradizione novecentesca dovrebbe averci immunizzato dalla soggezione alla dittatura della storia – dovrebbe: anche se sappiamo che tuttora non è del tutto così.

Il problema in 100 miglia mi pare risiedere nella struttura. Le storie di Luca e Renato non sono ben intrecciate né procedono parallele, cosicché solo nelle ultime pagine si realizza pienamente la funzione del personaggio di Renato. Mentre la vicenda di Luca (il volo) è raccontata in presa diretta, quella di Renato emerge solo nei racconti in flash back, per cui il suo percorso perde in forza e immediatezza. Le note sullo Zeitgeist anziché essere fatte figura e storia sono affidate ai discorsi di Luca e Renato a tavolino e talvolta appaiono come digressioni non sempre necessarie.

Una maggiore sintesi e una migliore organizzazione della materia potrebbero permettere di gustare in pieno la scrittura sicura e curata e l’insieme dell’opera, in cui sono da ricordare, oltre alle già citate pagine sul volo e quelle su Jacek, quelle sulla corsa di Anna in bicicletta, quelle sulle montagne, sul primo bacio tra Renato e Anna, e quelle finali, che, malgrado l’intenzione parodistica della ripresa della petrarchesca ascesa al monte Ventoso, hanno la trasparenza e lo spessore delle migliori pagine di Plevano, quelle in cui è minore il controllo e l’autore riesce a coniugare armonicamente sensibilità e cultura.

Le critiche sono doverose. Tuttavia 100 miglia è un romanzo insolito, e forse l’intenzione dell’autore non era quella di confezionare un lavoro “riuscito”, calibrato, rispettoso di una certa organizzazione, di regole di costruzione del testo, ecc., bensì quello di presentare vario materiale narrativo e metterlo al servizio della comunicazione di un’esperienza assai particolare: a mia conoscenza, infatti, questa è la prima opera narrativa in assoluto che abbia il volo libero come tema principale. Dal momento però che il volo è materia preferibilmente trattata nel suo valore metaforico (anche se 100 miglia prende il suo materiale in termini molto letterali), rimane allora un interrogativo inevaso a proposito del destinatario implicito di questo testo, che non pare confinato nella cerchia di chi per sorte abbia condiviso questa esperienza.

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Acasadidio di Giorgio Morale
Recensione di Roberto Plevano

blog+roiOggetti umili, luoghi a margine, situazioni quotidiane, i piccoli piaceri soffocati nel fastidio delle abitudini moleste: una caffettiera pronta dalla sera sul fornello, l’ufficio nell’“estrema periferia”, “alle spalle le macchine sulla tangenziale”. Impiegate che arrivano alla spicciolata, stanche e incazzate giĂ  a metĂ  mattina.
Il romanzo Acasadidio di Giorgio Morale (2008 Manni Editori) si apre con l’umore amaro di una consueta grigia mattina milanese, che sembra stendere una coltre di claustrofobia sopra ogni gesto e ogni ambiente.
E il racconto sembra via via fermarsi di proposito in luoghi circoscritti; non andare, con lo sguardo, oltre il chiuso dell’ufficio, e poi l’abitacolo del tramvai, qualche via cittadina sul cammino di casa, o il collegio di suore imposto per decoro piccolo borghese a una giovane inquieta, la vecchia casa di famiglia dalle stanze chiuse, che rimandano alle stanze chiuse della memoria che trattengono i ricordi, le cose salvate di una passata, inconsapevole, e non proprio rimpianta infanzia, affollati atrĂ® e uffici di questura, o la luce fredda, compressa, di un obitorio, il dolore muto di una madre, che ammutolisce il narratore: “non mi lasciava una parola in bocca”.
L’ufficio, “stabile vecchio, volutamente povero”, “angustia dell’ingresso, oscuritĂ  delle scale, locali tutti uguali”, “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcutta”, è un centro di “volontariato” che ha in gestione l’accoglienza e l’avviamento al lavoro degli immigrati: le necessitĂ  e i drammi degli ultimi arrivati. In realtĂ  un luogo che l’italico genio, e la retorica dell’impresa, ha trasformato in un pretesto, uno dei tanti in cittĂ , di speculare attraverso clientele, appropriazione di denaro pubblico e favori incrociati. La modestia esteriore, l’impronta confessionale, la finzione del volontariato e la locazione periferica, a casa di Dio appunto, sono gli studiati camuffamenti con cui si dissimula il fulcro della via lombarda, e italiana, sgangherata e truffaldina, alle politiche dell’immigrazione, dietro copertura di “servizio” e iniziativa privata: “indirizzano i poveretti da famiglie facoltose del loro partito o da aziende della Bassa della loro congrega – per essere piĂą forti si sono messi in una Compagnia che ha sbaragliato la concorrenza. Così riforniscono i loro amici di manodopera a basso costo e per di piĂą sono pagati dallo Stato perchĂ© trovano lavoro. Come se non bastasse, hanno il riconoscimento morale”. Piana allusione alla struttura di potere della Compagnia delle Opere, e tuttavia Morale si concentra sui caratteri dei personaggi piuttosto che sulla descrizione dei meccanismi di malaffare e di connivenza delle istituzioni.
Il romanzo alterna, in modo un po’ schematico, due piani narrativi.
Molte le storie che si dipanano dalla racchiusa unitĂ  di luogo dell’ufficio. Da qui procede il racconto impersonale dell’andirivieni delle faccende di lavoro ed esistenziali dei vari personaggi. Teresa è l’impiegata (forse l’unica in autentica buona fede) che apre l’ufficio, e in un certo senso ne custodisce sempre le chiavi. Il direttore faccendiere, figlio di immigrati meridionali, passato da una gioventĂą di ristrettezze al caparbiamente e spregiudicatamente cercato successo economico e sociale. La vicecapa Martina (“ha preferenza per le mignotte nere da redimere e i cingalesi dall’aria cattolico-remissiva”), una vedova bulimica e bigotta, delusa di non vedere il figlio prete (e che vedrĂ  assecondata, in modo imprevedibile e imbarazzante, la propria preferenza in fatto di immigrati dal figlio stesso). Ombretta, che “da ex femminista incallita, rifiuta belletti e profumi: «i deodoranti inquinano» dice”. Vanna, una chiusa, che va “diritta per la sua strada”, ostenta senso del sacrificio ma non si è mai sicuri sull’effettivo rispetto degli impegni, e si fa ingannare “da un eterno fidanzato” che nasconde una moglie in Romania. Altri personaggi maschili aggiungono carattere alla vita dell’ufficio.
Teresa prende voce direttamente nel secondo piano narrativo, che occupa i capitoli resi in prima persona e contrassegnati dalla scelta tipografica (non necessaria, a mio parere) del corsivo. Qui il narratore fornisce un commento interposto alla vita dell’ufficio e porta il lettore ad immedesimarsi con la realtĂ  esistenziale di una giovane donna alle prese con rapporti non facili con la famiglia, con la propria stessa crescita, i suoi luoghi dell’anima, con gli uomini, con una gravidanza inattesa. Qui Morale risolve il resoconto episodico in una solida unitĂ  di resa psicologica della vita di una donna e del suo incontro con il dolore altrui, da lei accolto con l’ospitalitĂ  offerta ad Anila, una prostituta albanese dal destino segnato, e poi alla madre File, venuta in Italia a reclamarne il corpo. File è una figura straordinaria di mater dolorosa che ha in sĂ© le risorse di dare un senso e una tenue speranza in una vicenda che ha il pathos e i lutti di un dramma tragico. File riannoda un linea spezzata di umanitĂ  prendendosi cura di Teresa durante la gravidanza e il parto.
La concisione del lavoro di Morale (30 capitoli distribuiti in 130 pagine) non deve trarre in inganno: Acasadidio è un romanzo certosinamente preparato, in cui ogni paragrafo rivela una scrittura nitida e controllata, capace di annullare ogni distanza tra lettore e fatti descritti, tra costruzione dell’impianto narrativo e piacere della lettura. Ecco, questo è il merito del romanziere, di portare il manufatto di testo, con i suoi artifici e dispositivi, a essere come una lama di bisturi che affonda nella realtĂ  politica e sociale della crisi italiana, nella vita delle coscienze distratte e appannate. Il romanzo prende vita sul suo doppio binario di registro narrativo ed è un’importante testimonianza sullo stato dell’umanitĂ  dell’Italia nel nuovo millennio, tra emigrazione e condizione speculare del precariato degli indigeni italiani, e le incertezze della vita di tutti. Ma c’è di piĂą.
L’intento ironico, a tratti satirico, di Morale è in realtĂ  uno sguardo politico, che tuttavia forma solo un primo, e forse non così rilevante, livello di lettura, perchĂ© la crisi, il fallimento delle classi dirigenti, in una parola la catastrofe italiana che viene da lontano, è davvero sotto gli occhi di tutti, ad ammettere un po’ di onestĂ  intellettuale. La letteratura, oggi in Italia, se si può parlare di letteratura di impegno civile, aggiunge un valore conoscitivo importante ma tutto sommato marginale all’analisi della realtĂ  (e credo che molti non saranno d’accordo con questo apodittico giudizio). Il testo di Morale allora ha la forza di evocare caratteri e strutture esemplari dell’esperienza umana. Si nota, ad esempio, una marcatissima asimmetria di giudizio morale tra personaggi maschili e femminili: il presidente, il padre spirituale nel ricordo della giovane Teresa, il padre che se va, gli approfittatori che lavorano nel centro, il fidanzato albanese, sono figure insicure, disonesti, ipocriti, traditori, detentori di un’autoritĂ  usurpata, vengono sistematicamente meno alla responsabilitĂ  vera: il romanzo illustra il collasso delle pretese morali dell’autoritĂ  maschile. A Teresa, a File, piĂą che alle donne costrette dalle, e vittime delle, aspettativi maschili, viene affidato il compito di fare da levatrici dell’unico futuro possibile, quello incerto ma che, solo, può salvare della disumanitĂ  montante del presente. Presente provvisorio, presente sotto continua emergenza, e perenne condizione umana: “escono tutti dallo stesso buco e finiscono tutti sotto la stessa terra” (pag. 123). Quando coloro che guadagnano dalla sofferenza del prossimo non ci saranno piĂą, quando i guadagni illeciti saranno stati spesi, gli uomini e le donne continueranno a nascere e a morire.
Sotto questo aspetto, il titolo del libro oltrepassa l’ironia dell’attualitĂ , ed esprime una dolente, amara presa d’atto del mercimonio che gli uomini hanno fatto del dovere sacro, prima che etico, della relazione di ospitalitĂ , e proprio in nome di quella religione che dello straniero fa il prossimo. Nel romanzo Dio non parla, non c’è, fugge dalle istituzioni che gli uomini fabbricano in suo nome per dissimulare miseria, la loro miseria, e sopraffazione. Sarebbe facile arrestarsi alle considerazioni di un umanesimo laicista, la religione come superstizione, strumento di dominio, imposizione sulle coscienze, e certo Morale condivide questo clima intellettuale, ma l’immediatezza delle sofferenze rappresentate in Acasadidio chiama il compito urgente della compassione, piĂą che dell’analisi razionale. Compassione assente in tutti i volontari del centro, tranne che in Teresa, che accanto alla compassione per l’altro impara la compassione per se stessa.
Forte di questo sentimento, Teresa al termine del romanzo compie l’unico autentico atto di libertĂ , decidendo di lasciare l’impiego e portare a termine la gravidanza, pur senza la presenza di un compagno e di sicurezza economica. Teresa è testimone e custode del dolore dell’oggi e dell’attesa del domani. Ă una degna conclusione di un romanzo toccante, in cui Morale descrive con competenza, senza compiacimento nĂ© sensazionalismo, i meccanismi di sfruttamento “legale” degli “sfigati” così come quello illegale delle giovani nigeriane e albanesi (ma potrebbero provenire da tante altre parti del mondo) nel micidiale cozzo tra strutture familiari arcaiche e la seduzione pornografica predominante nella comunicazione sociale. Ă la persistente materia umana della violenza e dello sradicamento. Sono i paralleli dell’inganno, dell’ipocrisia perbenistica del “padre spirituale” per nulla devoto allo spirito, della preside del collegio di suore, e dei finti fidanzati delle ragazze mandate al mercato (che diventa macello) del sesso. Le famiglie, tutte, sono acquiescenti, corrive, impotenti di fronte al male.
Le famiglie tutte. Il romanzo descrive noi, e descrive gli altri che saranno noi nel tempo di una generazione, perchĂ© la societĂ  oggi si muove in fretta, e tutto assimila. La vita piĂą intima di tutti i personaggi di Acasadidio è inestricabilmente intrecciata con lo straniero, con l’immigrato, che giĂ  straniero non è piĂą.
Per chi ci sarĂ  domani, saranno duri da affrontare i risentimenti, le scie di malcontento che la nostra cecitĂ , le nostre furbizie stanno ora depositando, con la rinuncia preventiva, stupida, demagogica, autolesionistica, al tentativo di formare una societĂ  meno ingiusta di questa.
Dobbiamo essere grati a Giorgio Morale e al suo Acasadidio per ricordare, con sobrietĂ  e molta fermezza, queste ovvie veritĂ .

30/11/-1, 00:00:00
I Minimi Comuni Denominatori del Marketing Virale
blog+roiBuongiorno a tutti e buon 1° Maggio. Quest'oggi, anche se temo che l'articolo avrà ben pochi lettori, almeno per oggi vista la giornata di festa (divertitevi, mi raccomando... blog+roi), riprende l'argomento "Marketing Virale" iniziato nel post del 4 aprile e ripreso poi qualche giorno più tardi con l'esposizione del caso più famoso di Viral Marketing finora conosciuto (hotmail).

Ed è proprio da quì che riprendiamo...

Molti potranno certamente dire che sono pochi i siti che hanno le caratteristiche di Hotmail. Il servizio è gratuito, è molto utile ed efficiente e interessa potenzialmente i navigatori di tutto il mondo. Questi fatti sono innegabili; ma se il marketing virale non funziona allo stesso modo per tutti i tipi di siti, è anche vero che non esistono casi in cui abbia portato danni – se correttamente amministrato – o abbia avuto scarsi effetti.

Una strategia di marketing virale deve avere fra le proprie caratteristiche:

1. Offrire prodotti e servizi
2. Non comportare sforzo per l’utente che divulga â€automaticamente’ il messaggio
3. Potenzialmente deve essere in grado di crescere molto rapidamente
4. Deve utilizzare sistemi di trasmissione/comunicazione giĂ  esistenti

Dare gratis subito per vendere in seguito

Un sito di e-commerce, essenzialmente portato alla vendita di prodotti, potrebbe ritenersi escluso dal network di siti che possono sfruttare la potenza del marketing virale. Non è assolutamente così.

Certo, il meccanismo di propagazione virale (ed esponenziale) del messaggio deve essere legato indirettamente al business principale del sito.

Se per avere un account su Hotmail.com fosse stato necessario pagare, la curva di crescita del sito sarebbe stata certamente inferiore a quella che si ebbe nell’ultimo terzo degli anni ’90; questo è vero, ma bisogna aggiungere che, in primis, il sistema non sarebbe stato certamente inefficace e, in secondo luogo, che la gratuità di un servizio deve essere sfruttata anche quando questo non rappresenta il core business del sito.

D’altronde, quali sono i siti che effettivamente offrono un prodotto gratuitamente senza avere nulla come contropartita?

Se prima erano pochi oggi non esistono affatto. I banner furono le prime fonti di reddito per siti “totally free”, da Hotmail a Napster.

Offrire un servizio gratuitamente (purché efficiente e utile a molti) significava infatti avere la possibilità di raccogliere un immenso pubblico.

Sfruttare questo immenso pubblico è un’altra questione, ma se non si riconosce in una grande utenza la possibilità di fare profitti, non avrebbe alcun senso la realizzazione di servizi gratuiti e la diffusione di questi attraverso strumenti di marketing virale (a meno che non si tratti di siti universitari, associazioni, siti istituzionali etc).

Come giĂ  accennato, i banner furono la prima fonte di introiti per siti che offrivano servizi in modalitĂ  gratuita.

Oggi la loro forza è certamente minore anche se, nonostante le â€traversie’ dei banner negli ultimi tempi, sarebbe però totalmente errato pensare che essi non rappresentino piĂą una fonte di reddito.

D’altronde, nuove fonti di revenues si sono già da tempo affacciate sul mondo del Web. Hotmail stessa, per esempio, ha fatto dell’e-mail marketing una grandissima fonte di guadagno. Inoltre, già da tempo, Hotmail ha diviso i propri servizi tra gratuiti e a pagamento.

Chi sceglie il servizio gratuito non dispone di tutta una serie di funzioni e di servizi di cui invece godono gli iscritti a pagamento.

Questo è un classico sistema per introdursi velocemente ed efficacemente in qualsiasi mercato: prima si offre un servizio gratuitamente e poi, dopo che un gran numero di utenti lo usa e lo può apprezzare veramente, lo si mette a pagamento (almeno in parte).

Anche se la gran parte degli iscritti non accetta di pagare pur rinunciando a servizi giĂ  esistenti o a nuovi da introdurre, saranno in molti a sottoscrivere un abbonamento a pagamento e questa sarĂ  una fonte di guadagno tendenzialmente destinata a crescere.

Certamente, sono numerose le aziende che non potrebbero mai fornire gratuitamente dei servizi o dei prodotti e che non sarebbero capaci di compensare i costi dei prodotti con attività pubblicitarie o altro. In questo caso, l’offerta gratuita deve essere parallela al core business. Un famoso sito statunitense decise di offrire ai suoi utenti la possibilità di spedire gratuitamente delle cartoline digitali. Chi riceveva la e-card avrebbe potuto poi iscriversi ad altre newsletter. La percentuale d’iscrizione agli altri servizi (sempre gratuiti) fu molto alta. Il sito cominciò quindi a diffondere la pubblicità dei propri prodotti a sempre più persone e questo aumentò enormemente la penetrazione della sezione e-commerce (quella principale) del sito stesso.

Tra gli esempi piĂą recenti, ne possiamo trovare uno tutto italiano...

blog+roiDa qualche tempo, infatti, proprio quì a casa nostra, è nato un Circuito di Centri Commerciali Gratutiti che presenta tutte le caratteristiche necessarie...

1. Offrire Prodotti e Servizi - PiĂą di 3 milioni di prodotti a catalogo ed un sacco di servizi a disposizione degli utenti (blog, area annunci, video e photogallery, etc...) GRATIS!!!

2. Non comportare sforzo per l’utente che divulga â€automaticamente’ il messaggio - Chiunque si iscriva al circuito non vede, logicamenete, l'ora di comunicarlo ad altre persone (così da accrescere velocemente il proprio circuito ed i propri guadagni... blog+roi)

3. Potenzialmente deve essere in grado di crescere molto rapidamente - I numeri di crescita del circuito sono impressionanti... e non sembrano essere destinati a fermarsi... anche perchè per attivare un nuovo Gigacenter bastano un paio di Click... blog+roi

4. Deve utilizzare sistemi di trasmissione/comunicazione giĂ  esistenti - A disposizione degli utenti Blog, Video e Photogallery, sistema di Email Marketing (Viral Shop) ed altri metodi molto interessanti...

Vi lascio, quest'oggi, con un video che riguarda proprio quest'ultimo caso tutto italiano...

Se volete approfondire potete trovare maggiorni informazioni quì: Gigacenter




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30/11/-1, 00:00:00
Calcolate quanto siete green con www.hyper-green.com

In questo ultimo periodo non si riesce a discutere tranquillamente di progetti IT senza utilizzare in ogni frase termini quali virtualizzazione, green, consolidamento e soprattutto riduzione dei costi. E proprio in questo ambito che può tornare estremamente utile il sito www.hyper-green.com realizzato da Microsoft in supporto ai progetti di virtualizzazione.

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Il sito, che utilizza pesantemente la tecnologia Silverlight, consente d i inserire il numero di server fisici presenti prima del progetto di virtualizzazione e quelli utilizzati dopo il progetto evidenziando fin da subito la percentuale di consolidamento; successivamente è possibile creare il report relativo impostando però il parametro relativo al costo del singolo kWh.

A questo punto avrete i risparmi in raffreddamento, assorbimento e hardware proiettati su un intero anno. Inoltre, non meno importante, la riduzione di emissioni di CO2 sempre rapportata all’anno.

 blog+roi

Adesso potete procedere al salvataggio del report evidenziando, se volete, la possibilitĂ  di essere presi in considerazione da Microsoft stessa per un case study.

A prima vista potrebbe sembrare un semplice “sito per giocare” ma al fine di presentare un progetto di virtualizzazione è necessario considerare tutte le variabili in gioco e presentare dati rilevanti in termini di risparmio: utilizzare gli strumenti che Microsoft mette a disposizione (da non dimenticare inoltre il Microsoft Integrated Virtualization ROI Tool, molto più complicato da utilizzare ma infinitamente più utile) ci consente di produrre progetti corredati di calcoli, dati e grafici che mettono in evidenza gli effettivi vantaggi derivanti da un progetto di consolidamento.

blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Guarda gratis "Spider-Woman motion comic" Episodio 1!
Non so ancora per quanto sarà disponibile a gratis, dunque mi affretto a pubblicare in fondo a questo post il primo episodio completo del motion comic dedicato alla serie "Spider-Woman - Agent of S.W.O.R.D.", distribuito dalla Marvel a scopo promozionale in un apposita sezione del suo sito web e anche sul suo canale di YouTube. Cosa è un "motion comic", potrebbe chiedersi qualcuno? Come è possibile vedere più in basso, è proprio un "fumetto in movimento", una sorta di cartoon realizzato animando una serie di illustrazioni in maniera semplice, ma al tempo stesso affascinante e interessante, con l'aggiunta di effetti speciali, colonne sonore e dialoghi recitati, a raccontare una storia in pieno "Marvel style", ma digitale. Per chi ricorda la mitica trasmissione "Supergulp!" probabilmente non sembrerà nulla di particolarmente innovativo, dato che esperimenti di questo genere sono in giro da svariati anni, ma rispetto a quelle prime pioneristiche produzioni, i mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie rendono il risultato finale molto più intrigante, avvincente e "di atmosfera", capace così di soddisfare anche gli utenti più esigenti e scafati. Senza dimenticare che questo genere di produzione si adatta benissimo alle necessità della "web generation" e dell'intrattenimento "mobile", quello sempre a portata di mano, fruito attraverso gli schermi palmari e i telefoni cellulari multimediali.
blog+roi
Sembra che la "Casa delle Idee" abbia deciso di investire molto su questa nuova forma di distribuzione delle avventure dei suoi personaggi, iniziando a vendere su iTunes una serie di prodotti molto interessanti. Per lanciare meglio possibile questa iniziativa, è stata scelta una delle eroine più interessanti e "discusse" del Marvel Universe, specialmente nella sua più recente evoluzione "oscura", affidata alle sapienti mani di Brian Bendis e Alex Maleev, due fra gli autori simbolo del nuovo corso della Marvel. Questo "motion comic", inoltre, viene lanciato in contemporanea con una serie a fumetti dedicata sempre a "Spider-Woman", ma non ne è un semplice adattamento in altro formato: le storie narrate nel "motion comic" e nel comic-book, infatti, sono fra loro complementari e diventano un'esperienza multimediale unica, completandosi ed arricchendosi a vicenda. Per convincere gli appassionati ad acquistare tutti gli episodi della serie ed anche le altre che inizierà a distribuire a breve in questo stesso formato (la successiva sarà la versione in "motion comic" della saga "Astonishing X-Men" di Joss Whedon e John Cassady), la Marvel ha iniziato a far circolare in giro per la rete tutta una serie di estratti e brevi trailer dedicati a "Spider-Woman", arrivando a presentarne il primo episodio in versione integrale, ma solo per un periodo limitato di tempo. Finchè sarà disponibile e, dunque, il video player seguente di Brightcove resterà in funzione... buona visione e buon divertimento. Per quelli che, invece, dovessero arrivare a questo post troppo tardi, quando questa chiccha non sarà più visibile gratuitamente... imparate la lezione e visitate più spesso il mio blog! :-)
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30/11/-1, 00:00:00
Disney compra la Marvel
Non che il mondo dell'entertainment stesse proprio aspettando con ansia l'ennesima serie di elucubrazioni a riguardo, ma proprio non posso fare a meno di esprimere le mie opinioni e dare il mio contributo alla vasta discussione sul web scaturita dall'acquisizione della Marvel da parte del gruppo Disney. La notizia non è ormai "fresca di giornata", dato che è trapelata ed è stata ufficializzata alla fine di Agosto, ma ho preferito non reagire troppo "a caldo", per vederne i primi sviluppi e non lasciarmi condizionare da reazioni frettolose "a pelle", legate a filo doppio alla mia grande passione per i fumetti della "Casa delle Idee" e alla mia attività professionale di coordinatore editoriale per Panini Comics France, che mi porta a confrontarmi quotidianamente con le serie ed i personaggi della Marvel, pubblicati dalla nostra casa editrice praticamente in tutto il mondo. Ma dopo aver letto di tutto e di più on line, dopo aver visto i principali telegiornali parlare della vicenda (in maniera stranamente attenta e corretta, a parte un paio di castronerie sentite sul TG1 o sul TG5... non ricordo bene quale, ma tanto ormai è la stessa cosa... l'editore è il medesimo...), dopo aver riflettuto bene sull'argomento... è arrivata una sorta di "illuminazione" sotto forma di immagine, che ho visto quasi come un segno e mi ha spinto a scrivere questo post. Mentre in giro per la rete trovavo una serie di divertenti "mashup" fra i personaggi della Disney e gli eroi della Marvel (dai "Disney Avengers" al "Topolino Wolverine" che ho pensato di utilizzare più in basso, passando per altre simpatiche trovate di questo genere), mi è capitato di leggere il volume "100% Marvel: Iron Fist" #3, che contiene l'edizione italiana del comic-book "The immortal Iron Fist" #16. In chiusura di questo splendido albo, infatti, lo sceneggiatore Matt Fraction esprime un concetto a dir poco profetico, quando Randy Queen si rivolge a Luke Cage nei termini della vignetta sottostante...
blog+roi
"...quando questo era un vero quartiere e non la New York della Disney...": è impressionante pensare che questo fumetto sia uscito negli States un anno fa, potrebbe quasi sembrare un caso di "insider trading", ma a quest'ora lo scrittore avrebbe chiesto un prestito per investire in azioni Marvel e sarebbe miliardario, mentre non mi risulta che sia così. Si tratta "solo" di un dialogo che, letto oggi, sembra assumere un significato diverso e mette a nudo le paure di migliaia di fans: che la nuova proprietà decida di "disneyzzare" il Marvel Universe e rendere meno maturi ed adulti gli eroi creati da Stan Lee & Jack Kirby. Ma personalmente credo che non ci sia nulla da temere. Se la Disney ha deciso di sborsare 4 miliardi i dollari per acquistare la Marvel non è certo per trasformare il parco personaggi della "Casa delle Idee" in qualcosa di simile a quello che possedeva già. Sarebbe una follia spendere questo patrimonio per comprare qualcosa di "diverso" e renderlo uguale a ciò che si ha. La Disney è da sempre capace di "colpire in pieno" il target dei bambini e dei pre-adolescenti, col suo colorato ed infantile mondo di topi, paperi, principesse, "high school musicals" e quant altro. Ma si ferma inesorabilmente all'età della fanciullezza, quando i "giovani uomini e donne" diventano dei teenager e poi degli adulti, allontanandosi inesorabilmente dai miti della propria infanzia per avvicinarsi a forme di intrattenimento più "adulte" anche nel mondo della fantasia. E' proprio comprando la Marvel che Disney si appropria immediatamente di una fetta di mercato che finora non avrebbe mai potuto conquistare e che si è rivelata vastissima, specialmente dopo il successo degli ultimi film sui super-eroi.
blog+roi
Dunque non c'è nulla da temere... le storie degli autori Marvel non inizieranno improvvisamente ad essere "censurate" o veicolate da "direttive superiori" per abbassare il proprio target. Anzi, al limite potrebbe succedere l'esatto contrario, con maggiori risorse economiche e maggior libertà creativa, per esplorare idee ed atmosfere che in passato non avrebbero dato garanzie in quanto a vendite. Perchè non è detto che Disney sia interessata solo a produzioni "in attivo". Il parco personaggi della Marvel, infatti, è già assolutamente ricco e variegato, ma l'industria del fumetto è anche un'ottima "fabbrica" di nuovi spunti "a basso costo" poi sfruttabili in numerosi altri ambiti. Per dirla ancor più chiaramente: una serie a fumetti che venda poco e magari non riesca nemmeno a coprire i suoi costi di realizzazione, davvero bassi se paragonati al mondo del cinema o della TV, potrebbe continuare ad uscire perchè valutata come un buono spunto da sfruttare a livello commerciale per realizzare film, serie televisive, cartoni animati, videogiochi o merchandise a tema. Dunque... via libera alla fantasia di scrittori e disegnatori, nella creazione di mondi e situazioni indirizzati ad un pubblico più adulto e che potrebbero diventare una grande fonte di bussines. E naturalmente non mi riferisco solo alla creazione di nuove collane e personaggi, ma anche a come questo atteggiamento possa andare ad influire sugli eroi storici, che inizieranno a godere di un'esposizione mediatica e promozionale mai vista prima.
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Di fianco alle versioni "mature" a fumetti, che possano raggiungere il già citato "pubblico alternativo" rispetto ai canoni di Topolino e Paperino, infatti, probabilmente vedremo moltiplicarsi numerose produzioni parallele nei settori in cui Disney è maestra, come il cinema, l'animazione, la TV, le licenze di videogames, i parchi a tema o i gadget di qualunque tipo. E la multinazionale potrà sfruttare senza ulteriore esborso anche strutture, settori produttivi e canali di distribuzione ben consolidati, dai canali satellitari per ragazzi sino alla catena dei Disneystore saldamente ramificati in tutto il pianeta, con tutto quello che c'è nel mezzo... ed è davvero un mondo tutto da esplorare, fatto di grandi numeri in quanto a fruitori ed interessi economici di altissimo profilo. Spider-Man, Iron Man, gli X-Men e tutti gli altri super-heroes, insomma, inizieranno a far sempre più spesso capolino sui nostri schermi e sugli scaffali dei negozi nelle nostre città, sotto forma di film ancora più numerosi, cartoni animati, telefilm, pupazzi, videogiochi, magliette, articoli per la scuola e via dicendo, diventando sempre più vere e proprie "icone" dell'immaginario collettivo ed aumentando a dismisura la loro popolarità. Per fare la felicità sia dei nuovi appassionati che della "vecchia guardia", che potrà ulteriormente appagare la propria "fame" di avventure anche attraverso altri media e che sarà sicura del futuro e del buon stato di salute dei propri eroi.
Per concludere il discorso, che però sarei contento di proseguire nei commenti, confrontandomi con gli altri appassionati che seguono questo blog, segnalo una serie di interessanti articoli on line che allargano la prospettiva ed offrono ulteriori punti di vista e spunti di riflessione:
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30/11/-1, 00:00:00
Cartoni animati Marvel su K2
Mentre ormai è quasi ufficiale l’edizione in DVD in italiano dei tanti pregevoli film di animazione dedicati ai personaggi della Marvel prodotti di recente dalla LionsGate, ho scoperto da un paio di settimane che anche in TV non mancano i cartoni animati sui super-eroi creati da Stan Lee. L’emittente Kids 2, disponibile gratuitamente su digitale terrestre e meglio conosciuta come K2, infatti, dedica buona parte del suo palinsesto proprio alle serie animate che hanno come protagonisti gli eroi della “Casa delle Idee”.

blog+roi

Tutti i giorni alle 20:30 viene trasmessa una puntata della classica serie "Spider-Man and his Amazing Friends", in cui
l'Uomo Ragno vive le sue avventure in compagnia dei mutanti Iceman e Firestar. La serie è stata distribuita negli Stati Uniti dal 1981 al 1983 dalla NBC e, sebbene sia tarata su un pubblico infantile, anche a distanza di anni riesce a mantenere la sua genuinità e freschezza, strappando più di un sorriso per le sue trovate. Attorno alle 21:20, poi, è il turno di "X-Men: The Animated Series", una delle più recenti serie dedicate agli eroi mutanti, prodotta nel 1992 dalla FOX, che di certo non brilla per la fluidità delle sue animazioni, ma presenta in ogni puntata numerose “guest star” e prova a ricostruire, sebbene in maniera molto compressa ed adattata al mezzo, le tappe più salienti del complesso ed affascinante affresco mutante.

Ma il momento clou è sicuramente il fine settimana, in cui tutta la programmazione serale è dedicata ai super-heroes. Lo spettacolo si svolge Sabato e Domenica e inizia alle 19:45, partendo nuovamente con gli “Uomini X”, seguiti a ruota dalla storica “The Amazing Spider-Man” prodotta dalla FOX nel 1981. Anche lo stile di questa incarnazione a cartoni animati del Ragno è semplice e lineare, perfetta per istruire e formare la nuova generazione di “veri credenti”, così come ha fatto sin dai tempi della sua prima messa in onda. Subito dopo è il turno di una produzione più recente e leggermente più “adulta”, ovvero la serie dedicata a “The Avengers – United they stand”. Distribuita fra la fine 1999 e gli inizi 2000 dalla 20th Century Fox, vanta un’animazione più moderna e l’utilizzo di elementi generati e gestiti con l’ausilio della computer grafica. L’atmosfera di fondo è leggermente più fantascientifica rispetto a quella che si respira nei fumetti e i personaggi sono interpretati in chiave tecnologica, elemento che si riflette anche nei loro costumi e nel design delle loro attrezzature. Ma anche questa volta vengono messi in mostra numerosi elementi e storyline che provengono direttamente dell’universo a fumetti.
Successivamente ci troviamo di fronte alla serie NBC del 1982 dedicata a “The Incredible Hulk”, realizzata con un’animazione “povera”, ma dal discreto risultato finale, e alla fin fine simpatica nella sua infantile linearità. Ma, come al solito, il meglio arriva alla fine...

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La doppia serata con i super-eroi Marvel, infatti, si chiude con il cartone animato di “Silver Surfer” prodotto dalla FOX nel 1998. A differenza degli altri cartoon, che si rivelano datati e/o destinati esclusivamente ad un pubblico di bambini, questa serie è davvero un buon prodotto. Le sceneggiature riprendono l’aurea nostalgica e tormentata del fumetto originale di Stan Lee e John Buscema, recependone gli spunti più importanti. Norrin Radd resta sempre un’anima maledetta, che vaga nelle profondità dello spazio alla ricerca della sua amata Shalla Ball e del suo pianeta natio, quel Zenn-La che ha deciso di salvare, sacrificando la sua stessa esistenza trasformandosi nell’araldo di Galactus, il Divoratore di Mondo. Il cartoon esplora in pieno il lato cosmico della Marvel, presentando numerosi personaggi cari a tutti gli appassionati, da Warlock ai Kree, passando per l'Osservatore, sino ad arrivare agli Skrull ed a Thanos. Il design dei personaggi e degli ambienti è di tipico stampo kirbyano e rende la serie un vero e proprio esempio di “Marvel style” a cartoni animati. Il tutto è impreziosito da oculati inserimenti di materiale in computer grafica, che si amalgamano perfettamente all’animazione tradizionale e rendono ancora più affascinanti le energie planetarie e le astronavi, esaltando al momento opportuno l’aspetto tecnologico degli ambienti e di alcune figure.

Se ti capiterà di passare una serata a casa nel corso del weekend, ti consiglio di dare un’occhiata a questi cartoon, specialmente se, come me, li attendevi intensamente quando eri bambino ed hai voglia di fare un salto nel passato, meravigliandoti e divertendoti della loro semplice genuinità. Ma sono molto contento di riuscire già a presentarti nella seguente playlist il cartoon “The origin of the Silver Surfer”, primo episodio in lingua originale della più interessante fra le varie animated series Marvel programmate su K2. E chiudo segnalando che tutti i 13 episodi della serie "Silver Surfer" in originale sono disponibili sul canale YouTube dell’utente RichardJ17, insieme a tutte le puntate della serie dei Vendicatori.



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30/11/-1, 00:00:00
Artificial Kid, il Danno versione cyberpunk
“Numero 47” è un disco cyberpunk. Tostissime basi hip-hop, particolarmente sintetiche e in bilico fra futuro e passato, con sonorità molto moderne che si affiancano a suoni decisamente anni ’80, che sembrano estrapolati dai film di fantascienza del periodo. Le liriche non sono da meno. Testi potenti e ben strutturati, che viaggiano in una direzione ben precisa e seguono il filone della sci-fi di tipo cyberpunk, con utilizzo di terminologia e temi tipici del genere. Musica e parole diventano così un tutt’uno e danno vita ad un disco molto omogeneo e compatto, quasi a creare grazie alla loro alchimia un “universo immaginario” delineato ed autosufficiente.

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Il progetto arriva così in maniera davvero forte e diretta a chi ama un determinato tipo di musica rap “anticonvenzionale” ed è anche appassionato di fantascienza. Senza che la cosa sia in qualche maniera “celata”, anzi il contrario, come dimostrano anche le varie (e molto gradite) citazioni nei testi di classici del cinema di fantascienza, come “Blade Runner”, Rollerball” o “A scanner darkly”… il film che ha ispirato anche il nome del mio blog e da cui è stato tratto lo stesso brano che ho deciso di usare come “apertura” di questo spazio web. Una coincidenza neppure tanto strana, visto quanto è bello. Ma la voglia di aderire ad un preciso movimento, comunque, è chiara anche senza ascoltare il CD, dato che la sua stessa confezione dice già molto. Un prodotto impostato con scelte grafiche ben precise e un book zeppo di belle illustrazioni “di genere”, che partono dai capisaldi imposti dalla rivista francese “Metal Hurlant”, ma poi si lasciano contaminare dagli stili delle scuole sud-americana e giapponese. Sembra anche che il progetto voglia andare al di là del campo musicale, proiettandosi su più scenari e dando vita ad una serie di "costole" in altri settore della comunicazione.

blog+roi

L’idea è davvero interessante e credo sia il caso di citare tutti i suoi autori. L’aspetto grafico è opera di Champa (character e graphic concept) e di Francesco “Paura” Curci (graphic design e logotype). La produzione musicale è realizzata da StabbyoBoy e Craim. Last, but not least, la voce e autore dei testi… il Danno, anche conosciuto come Simone Eleutieri… di cui ho già avuto modo di parlare, definendolo “il miglior MC italiano”… Anche questa prova riconferma il suo dominio. Testi oscuri, "ribelli" e densi di significato, che sono capaci di evocare e rendere visibili e credibili scenari apocalittici assolutamente inusuali per la scena musicale, specialmente italiana. Liriche che usano alla perfezione la caratteristica basilare del genere SF: lanciare una visione verso un ipotetico futuro, per dare in realtà uno sguardo disilluso e concreto al nostro presente, esaltato sotto la lente deformante e abbagliante della fantascienza. Il Danno, dunque, conserva come al solito la sua capacità di scrivere ottimi testi, ma per l’occasione modifica il suo nome in Artificial Kid, così come modifica leggermente il suo stile ed il suo approccio alle rime. L’abituale scioltezza in alcuni pezzi viene volutamente sostituita da un incastro più “meccanico”, quasi da “lavoro in pelle sintetica”, attraverso un rap più secco del solito e davvero asciugato di qualsiasi orpello. Forse dire che Artificial Kid sia il Danno 2.0 è esagerato, ma credo che possa rendere l’idea e incuriosire a sufficienza chiunque lo conosca già e voglia confrontarsi con questa sua nuova incarnazione.

Dopo aver segnalato il website ufficiale di Artificial Kid, inserisco di seguito un “video” rilasciato per lanciare “Il sistema”, traccia d’apertura di “Numero 47”, che probabilmente è anche il mio pezzo preferito del CD e di cui ho dunque deciso di pubblicare più in basso anche il testo integrale.



"E il sistema non gradisce intrusi,
il sistema sa come si fa e partorisce figli giĂ  con gli occhi chiusi.
Lastrica le vite di metallo e plastica,
ci mastica, per risputarci fuori coi circuiti fusi.
In uno stato di perenne incubazione,
la grande madre controlla la popolazione.
Ci tiene sotto stretta ibernazione,
con una pistola puntata in testa in nome dell'evoluzione.
Ah, il sistema detta legge, ci dirige ci protegge da noi stessi,
alza muri spessi un metro e li sorregge,
ci guida come pecore nel gregge,
ci rende spettatori, prevede i nostri errori e li corregge.
Il sistema è industria, azienda, informazione.
E vuole risultati senza la minima emozione,
la perfezione da raggiungere a ogni prezzo,
il sistema è il fine ed è pronto a usare ogni mezzo.
Il sistema sa, stabilisce ogni necessitĂ ,
alza altari per la nascita di nuove civiltĂ 
mosse da una volontĂ  unica,
un grande cuore freddo di titanio sotto una membrana umida.
Il sistema dĂ  piacere e lo tramuta in dipendenza,
in cambio chiede solo l'assoluta obbedienza,
blocca e demolisce ogni interferenza,
mentre alza torri in nome del progresso e della scienza.
Gelido chirurgo, calcola ogni numero,
terapia d'urto per il piano di recupero.
In questa caccia all'uomo su scala globale

questo è l'ultimo passo, questo è l'atto finale."
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30/11/-1, 00:00:00
Abbiamo solamente…
Mi è già capitato in passato di presentarti i lavori di mio fratello Marco, meglio conosciuto sulla scena reggae ed hip hop italiana ed europea come Macro Marco. Negli ultimi tempi molti dei suoi progetti e delle sue idee hanno preso concretamente forma in una serie di produzioni già disponibili e che stanno riscuotendo un interessante successo. Per provare a “mettere ordine” nella mole di tutto questo materiale distribuito quasi in contemporanea, pubblico oggi il primo dei miei “aggiornamenti Macro Beats”, ad uso e consumo di chi segue abitualmente il blog, ma anche di chi scoprirà il mio spazio web proprio andando alla ricerca di informazioni su queste novità musicali.

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Inizio in ordine cronologico, pubblicando il video di “Abbiamo solamente”, il primo estratto dall’album “E poi, all’improvviso, impazzire” di Ghemon & The Love 4tet. Un disco che sfoggia la bellezza di 21 tracce, in cui Ghemon si dimostra sempre capace di scrivere bei testi e viaggiare sui differenti beat in maniera eclettica, con un stile personale e già ben riconoscibile, ma al tempo stesso capace di creare atmosfere e contesti diversi. Un disco fatto di belle basi e bei testi, scritti e cantati da un ottimo autore, che piacerà sicuramente a tutti gli amanti del buon rap italiano, con alcuni pezzi particolarmente radiofonici ed orecchiabili, che potrebbero riuscire a sorpassare i confini del panorama indy e del pubblico di genere, per proiettarsi su una scena molto più ampia.

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“Abbiamo solamente” è sicuramente uno di questi, anche grazie al traino generato dall’omonimo videoclip presentato più in basso, realizzato da Martina Di Tommaso e Dario Di Mella, autori di una sorta di trilogia che andrò a completare nelle prossime settimane. Ma se non vuoi aspettare i miei update "col contagocce" e se ancora non li hai visti nemmeno in TV in rotazione sempre più costante su “All Music”, puoi andare direttamente sul canale ufficiale di Macro Beats su YouTube, in cui sono sempre disponibili in anteprima tutti i contenuti video legati in qualche modo all’etichetta.



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30/11/-1, 00:00:00
Blade e la Casa di Chthon
Qualche giorno fa ho finito di vedere la serie televisiva dedicata a “Blade”. Il personaggio creato da Marv Wolfman per i fumetti della Marvel agli inizi degli anni ’70 è tecnicamente parlando un “diurno”. Quando una donna incinta viene “corrotta” dal morso di un vampiro, ma da alla luce suo figlio mentre ancora la sua trasformazione non è completa, nasce un essere in bilico fra gli essere umani ed i vampiri. Un ibrido che possiede tutti i poteri degli immortali, ma ha ancora un’anima e non è afflitto dalle loro debolezze. Dunque è dotato di forza sovraumana, sensi sviluppati all’inverosimile e della capacità di guarire da qualsiasi ferita, ma non teme l’aglio, l’argento e specialmente la luce del sole. Al tempo stesso, però, anche questi rarissimi “punti di congiunzione” fra le due specie sono divorati dalla “sete”, la necessità di nutrirsi di sangue umano per sopravvivere. Come detto poco fa, Blade è un diurno ed ha deciso di dedicare la sua vita ad una missione: cacciare e uccidere qualsiasi vampiro, servendosi di una fitta rete di informatori e aiutanti, per vendicare la morte di sua madre e liberare il mondo da questa oscura piaga. Per resistere alla “sete”, il cacciatore si inietta periodicamente un siero speciale, che gli consente di liberarsi di questo suo ultimo retaggio vampiresco e lo affranca dalla necessità di cibarsi di sangue, ma lo rende una sorta di “tossico”, dipendente dall’assunzione del sostituto chimico.

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Blade è un personaggio che è già riuscito a superare i confini dell’industria del fumetto e proiettarsi a livello multimediale su un piano molto più vasto, dato che ha generato dal 1998 al 2004 una saga di tre film, in cui il ruolo del protagonista è stato interpretato dall’icona Wesley Snipes. La serie televisiva nasce e si ambienta proprio dopo l’ultimo capitolo della trilogia, riprendendo dai film numerosi elementi e caratteristiche. Alla fine della pellicola intitolata "Trinity", infatti, Blade riesce a liberare un virus che dovrebbe portare all’estinzione della stirpe di Dracula. Ma sembra proprio che non abbia funzionato secondo quanto promesso, perché nel pilot della serie, in cui viene citato spesso il suo predecessore per il grande schermo, troviamo ancora il diurno alla caccia dei tanti vampiri sopravvissuti all’arma chimica. Ora più che mai, la comunità dei vampiri è impostata su una sorta di “scala alimentare gerarchica” ed è divisa in diverse “casate”. Ciascuna di esse è presieduta dai pochi “puro sangue” sopravvissuti, esseri che sono nati vampiri e che estendono il loro dominio di terrore affidandosi ai “vampiri di seconda generazione” che hanno morso e trasformato. Questi ultimi, a loro volta, operano sul territorio ed alla luce del sole, letteralmente parlando, attraverso i loro “famili”, normali esseri umani che servono ciecamente i loro signori per denaro o sperando di essere un giorno premiati con un morso che li renda immortali. L’attenzione di Blade (adesso interpretato da Kirk "Sticky Fingaz" Jones) è dedicata proprio ad una di queste enclavi, la “Casa di Chthon”, ed in particolare alla sua sede di stanza a Detroit. Sembra che qui il vampiro Marcus Von Sciver, la sua protetta Chase e tutta la loro equipe stiano progettando qualcosa di molto importante: il vaccino “Aurora” che libererà i vampiri da tutte le loro vulnerabilità e… consentirà loro di affrontare anche la luce del giorno. Ma forse la verità non è proprio questa… Chthon ed I suoi adepti, in quello stesso periodo, attirano anche Krista Starr (Jill Wagner), una reduce dalla guerra in Iraq. La morte di suo fratello sembra legata proprio all’organizzazione di Von Sciver ed il soldato inizia ad indagare, ma arriverà troppo vicina alla verità e finirà per essere “vampirizzata”. Ma prima di abbandonarsi completamente alla sua nuova natura e cedere alle tenebre, Krista avrà la fortuna di incontrare Blade, che le insegnerà come controllare la sua “sete” e stringerà con lei un patto di collaborazione: la nuova “vampira buona”, infatti, sarà proprio l’infiltrato di Blade nella casa di Chthon.

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“Blade” per me si è rivelata una (mini) serie televisiva abbastanza interessante. Non è di certo entrata nell'olimpo delle mie favorite, ma è comunque un “action thriller” oscuro e movimentato, in cui viene anche tentato un interessante mix di generi diversi. All’aspetto fantastico, infatti, è affiancato un trattamento da poliziesco, in cui i nemici sono sì vampiri, che possono essere sconfitti solo dopo cruente battaglie e si polverizzano sotto i colpi di Blade, ma agiscono come organizzazioni criminali ben strutturate. Lo scopo resta sempre quello di nutrirsi di sangue umano e imporre il dominio della loro specie, ma tutto viene organizzato e gestito dietro ad una patina di “normalità in doppio petto”, con società “pulite” e rispettate, magari anche quotate in borsa, dietro cui celarsi. La tensione è alta per tutta la serie e la trama viene portata a compimento in maniera precisa e puntuale, senza “cadute di tono” o momenti di stanca. I vari personaggi sono ben delineati e compiono un processo di maturazione molto naturale e ben strutturato. Anche le scene d’azione e gli effetti speciali sono di tutto rispetto, con sequenze spettacolari e tecnicamente ben realizzate, specialmente negli scontri corpo a corpo fra Blade e le sue nemesi. Sebbene non sia un capolavoro, la serie si fa vedere in maniera piacevole e alla fine di ogni episodio lascia quella strana curiosità di voler subito sapere cosa succederà nella puntata successiva. L’unica grande pecca del prodotto è la fotografia, davvero di scarsa qualità. Nella ricerca di atmosfere particolarmente oscure e dark, purtroppo le luci sono sempre troppo basse e le scene non vengono nemmeno supportate da tonalità fredde, che ne avrebbero migliorato la fruizione senza snaturarle. Questa scelta "ad oltranza" porta con se scene a tratti incomprensibile, con ambienti “illuminati” talmente poco e talmente male da costringere lo spettatore a provare ad “intuire” cosa stia succedendo, invece che vederlo.

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E forse è proprio questa pecca ad aver limitato il successo di “Blade” in TV. La serie televisiva, infatti, è composta da un pilot doppio e da undici episodi, che ormai è possibile trovare raccolti in un cofanetto DVD, ma non ha mai dato vita ad un seguito, come invece si poteva sperare, visti i presupposti e la trilogia filmica di successo alle sue spalle. La produzione, oltretutto, era stata affidata dal canale via cavo Spike TV proprio alla New Line Television, divisione per il piccolo schermo dello stesso studio che aveva già curato i tre film. Anche a livello di script erano stati chiamati lo sceneggiatore David Goyer, autore di tutti i tre capitoli per il cinema, e Geoff Johns, uno dei più importanti scrittori di fumetti super-eroistici del momento. Il duo ha svolto bene il proprio compito, ma forse ha contribuito al non grande successo della produzione con alcune scelte, condizionate dai pochi episodi a disposizione e dalla natura ibrida del prodotto, volutamente in bilico tra fantastico e poliziesco. Nella serie, infatti, vengono introdotti numerosi elementi narrativi legati alla storyline principale, che finiscono quasi per totalizzare la scena ed “esaurire” il tempo a disposizione. Ma forse si è dimenticato che il successo dei polizieschi sta anche nel riuscire a creare di volta in volta puntate che siano godibili in maniera a se stante, episodi quasi “autoconclusivi”, possibili da estrapolare dalla “continuity” di fondo. Gli autori ci riescono solo in un paio di occasioni e così forse finiscono per “condannare” il “progetto televisivo Blade” a diventare quasi un (godibilissimo) “film extra lungo” piuttosto che un prodotto seriale di successo.


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30/11/-1, 00:00:00
I watched the “Watchmen” (movie)
Un paio di giorni fa sono andato al cinema insieme ad Anna e Veronique per vedere il film di “Watchmen”.

Ma credo sia il caso di fare subito un passo indietro, premettendo che la lettura del fumetto originale è stato per me un momento molto importante, che in qualche maniera ha caratterizzato tutta la mia vita. Ero uno studente ai primi anni del liceo quando ho ammirato per la prima volta il capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons. L’avevo scoperto per caso sulle pagine degli allegati a “Corto Maltese”, attendendo con ansia che passassero trenta giorni per leggere il capitolo successivo e percependo immediatamente l’opera come qualcosa di diverso, innovativo, unico. Anche se l’impatto iniziale era ancora epidermico ed a un primo livello di lettura. Poi nel corso degli anni, specialmente da quando il capolavoro è stato raccolto in volume, ho riletto il blocco completo di storie quasi una volta all’anno, studiandolo attentamente e scoprendone ogni volta delle sfumature nuove.

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L’opera viene spesso considerata come il fumetto di super-eroi “revisionista” per antonomasia, quello che ha traghettato il mondo degli eroi “puri”, senza paura e senza macchia, verso un’era più buia e realistica, ma è anche qualcosa di più. Di certo non sono il primo a farlo, né sarò l’ultimo, ma a distanza di tutto questo tempo ed alla luce di tante letture approfondite, mi sento di ribadire che probabilmente “Watchmen” è il fumetto più importante di tutti i tempi, è l’esempio massimo di arte sequenziale, è l’opera in cui vengono sfruttate al massimo tutte le potenzialità e peculiarità del media fumetto. La storia è splendida, i dialoghi eccezionali, i disegni sono impeccabili e sempre capaci di raccontare alla perfezione per immagini. Ma è anche la struttura della narrazione ad essere incredibile. La grandezza del lavoro non sta “solo” nella storia che viene raccontata, ma anche nel “come” ciò viene fatto. “Watchmen” è un perfetto meccanismo ad orologeria, in cui tutti gli ingranaggi si incastrano senza possibilità di errore, grazie ad una sceneggiatura incredibilmente bella ed alle scelte variegate nella strutturazione delle pagine, che si forma e deforma in maniera funzionale al ritmo del racconto. La scansione in vignette, infatti, vive e si modula in base alle necessità del momento, con piani narrativi paralleli che si intersecano e si completano a vicenda. Così testi e disegni riescono a compenetrarsi, diventando un tutt’uno e dando vita ad un mondo a parte, una realtà coerente e perfettamente bilanciata. Il risultato è un lavoro immenso e curato nei minimi particolari, che dimostra, codifica e insegna cosa è possibile fare attraverso un linguaggio così complesso, affascinante e completo come il fumetto.

Tutto ciò premesso, probabilmente mi sono avvicinato all’adattamento cinematografico dell’opera con grandi aspettative, ma anche con una sostanziale tranquillità e serenità di fondo. Già sapevo che sarebbe stato impossibile per chiunque riproporre sul grande schermo la ricchezza e le peculiarità di un lavoro così complesso e così ancorato al mezzo di comunicazione per il quale è stato creato. Ma la presenza di Zack Snider alla regia, dopo l’ottima prova offerta sull’adattamento della graphic novel “300” di Frank Miller, mi ha fatto immediatamente pensare che l’impresa di portare “Watchmen” sul grande schermo non sarebbe riuscita a nessuno meglio che a lui. Ed all’uscita dalla sala cinematografica a visione avvenuta, sono state confermate quelle che prima potevano essere solo sensazioni. Il film, infatti, si è rivelato un prodotto discreto, in cui il paragone con l’opera originale a fumetti da cui è tratto è improponibile, ma probabilmente nessuno sarebbe riuscito ad adattarla meglio per il cinema.

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La storia ripropone fedelmente la trama principale del fumetto, scavando nella vita di alcuni ex super-vigilanti e di come la loro esistenza condizioni il percorso dell’umanità intera. Il racconto è ambientato all’inizio degli anni ’80 e si apre con il brutale assassinio del peggiore fra gli “eroi”, il sadico e violento Comico, per poi seguire le indagini dei suoi vecchi “compagni d’avventura”, alla riscoperta dei segreti nascosti nel loro passato ed alla scoperta della cospirazione che sta dietro alla sua morte, che si rivelerà essere solo il primo tassello di un mosaico molto più vasto e che sembra preludere agghiaccianti scenari futuri. L’assoluto rispetto della storia originale e dei suoi indimenticabili dialoghi è uno degli aspetti positivi del film, ma non è il solo. La pellicola parte decisamente bene e, dopo il violento scontro corpo a corpo nella dinamica scena d’apertura, trovano spazio gli ottimi titoli di testa, un esperimento visivo tecnicamente interessante in cui, attraverso una serie di “istantanee animate”, viene introdotta la storia della prima generazione di “controllori”: un coacervo di tizi scanzonati e dai costumi sgargianti, che affrontano il crimine con una certa spensieratezza e semplicità, diventando quasi delle stelle dello spettacolo rincorse dai paparazzi più che dei paladini della giustizia. La colonna sonora è ideale per riportarci nel periodo in cui è ambientata la storia e di volta in volta vengono scelti dei brani indimenticabili, capaci di “raccontare in musica” ciò che succede sullo schermo o “spezzare” con sottile ironia rispetto alla scene mostrate. Gli effetti speciali sono perfetti, riuscendo a rendere visivamente credibili ed affascinanti le scene ambientate su Marte, i poteri del Dottor Manhattan o le evoluzioni aeree di Archimede, il mezzo di trasporto volante del Gufo. Ma servono anche a rendere più truculente e incisive le punizioni inflitte dai vigilanti ai loro nemici, mostrate in tutta la loro “brutalità splatter”, senza diventare “protagonisti” della scena, ma anzi asservendosi in maniera funzionale allo sviluppo della trama. Il montaggio è cinetico e le inquadrature riprendono pedissequamente quelle del fumetto, con un ottimo lavoro di adattamento al diverso strumento mediatico. Anche l’effetto rallenty, vera e propria “cifra stilistica” del regista, viene usato con sapienza e senza stucchevoli esagerazioni.

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Gli attori non sono (ancora) stelle di primo piano della “fabbrica dei sogni”, ma tutti svolgono il loro compito in maniera egregia e, al di là delle studiate somiglianze fisiche, interpretano i rispettivi personaggi con estrema fedeltà ai caratteri del modello originale di riferimento. Specialmente il Rorschach, “voce narrante” della vicenda, che forse non può considerarsi il vero protagonista della storia, vista la sua naturale coralità, ma che di certo è il mio preferito. La realizzazione delle “macchie mobili” sul suo volto è ottima, così come è impeccabile la sua caratterizzazione. Forse solo la voce non è perfetta. Sia nella versione originale del film, sia nella sua edizione italiana, infatti, è stata scelta una voce roca e “cavernosa”, ma non fino al punto giusto. Ma probabilmente in questo mio giudizio sono condizionato dall’aver ascoltato la lettura del primo monologo di Rorschach realizzata proprio da Alan Moore in prima persona, che ti propongo qui di seguito: la voce del più “follemente lucido” fra i Watchmen me l’ero sempre immaginata così… un suono gutturale e profondo, quasi privo di emozioni oltre alla rabbia ed al disgusto, che fa scorrere immediatamente sulla mia pelle un brivido di angoscia mista a sconforto…



Sottolineando nuovamente che sarebbe stato difficile realizzare un migliore adattamento di “Watchmen” per il cinema, però, devo anche segnalare che a mio modo di vedere il film cade nella rappresentazione di uno degli aspetti fondamentali dell’opera originale, quello dell’atmosfera. Il film, infatti, risulta essere troppo “pulito”. Intendiamoci, la storia raccontata è di per sé “pesante”, piena di violenza, brutalità ed elementi catastrofici. Ma il fumetto è decisamente più “sporco” e leggendolo lo si percepisce anche a livello fisico. E’ come se tutte le pagine di “Watchmen”… ogni sequenza, ciascuna singola vignetta… siano ripassate da una patina di grasso, che rende le dita appiccicaticce, che annebbia lo sguardo, che disturba l’olfatto. La graphic novel di Moore e Gibbons trasuda ansia, disperazione e paura, emette un’aurea di angoscia e paranoia costanti, legata al periodo storico in cui la storia è stata concepita ed ambientata. Un momento in cui la guerra nucleare e l’inverno radioattivo erano LA paura per antonomasia. Anni in cui si viveva nella consapevolezza che la nostra civiltà si sarebbe potuta estinguere da un momento all’altro, con la pressione di un dito su un singolo bottone pronto a lanciare centinaia di testate nucleari oltre la cortina di ferro, senza possibilità di riscatto e redenzione per il genere umano e la sua ansia di autodistruzione. La costante paura della fine, insomma, non è solo il contesto in cui si svolgono le azioni dei protagonisti, ma è la loro causa scatenante e il fertile terreno in cui crescono le ansie di intere generazioni. Un elemento fondamentale, su cui l’opera getta le sue stesse basi e che finisce per “corroderne” le fondamenta, sino a diventare elemento pulsante nelle sue stesse vene ed a crearne l’atmosfera finale. Questo fattore, purtroppo, non traspare affatto dalla pellicola, in cui più che essere trattato come elemento “di fondo”, diventa quasi un impercettibile “sottofondo”, non riuscendo a coglierne e mostrarne l’importanza. Sebbene il gusto “retrò” e la cura dei dettagli nella scelta di ambientazioni e abbigliamento ci trasportino visivamente nel periodo più caldo della “guerra fredda”, purtroppo ci riescono solo a un livello immediato e non bastano affatto per catturarne l’essenza, compito che sarebbe spettato ad altri aspetti della pellicola. Forse scelte diverse di fotografia avrebbero potuto aiutare a “sporcare” il tutto, ma la stessa struttura del movie avrebbe dovuto essere modificata per lasciare più spazio a questo elemento.

Se il fumetto di “Watchmen” è un capolavoro assoluto, dunque, il film si ritrova purtroppo privo di un pezzo fondamentale della sua “anima”, ma si dimostra comunque una pellicola discreta e affascinante, probabilmente da riconsiderare anche quando sarà disponibile la sua “extended cut”, il montaggio originale e integrale del film, che dovrebbe durare circa quattro ore, contro le due ore e trenta della versione distribuita in sala. Magari questa versione “extra long” ci riserverà qualche altra bella sorpresa…

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30/11/-1, 00:00:00
Giant-size Whedon e Cassaday
Esistono storie a fumetti davvero speciali, che non mi stancherò mai di leggere. Oggi ho deciso di presentarne una molto recente, che entra di diritto nell’Olimpo delle mie favorite, perché mi ha decisamente lasciato un segno. Quarantotto pagine di arte sequenziale ad altissimo livello, degno compimento di un’intera saga davvero intensa, resa indimenticabile proprio della sua conclusione.

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Sin da quando Joss Whedon e John Cassaday hanno iniziato a realizzare la serie “Astonishing X-Men” per la MARVEL, la collana mutante è diventata una delle mie letture favorite, uno di quei pochi fumetti che leggo immediatamente non appena ne ho la possibilità. Ho da sempre apprezzato i disegni di Cassaday, dalla mini di “Union Jack” allo strabiliante “Planetary”, adorando il suo tratto elegante e raffinato, capace di raccontare per immagini qualsiasi scena, in maniera unica e assolutamente personale. Whedon, invece, ho già avuto modo di dire che lo reputo un genio sin da tempi della serie TV di “Buffy the Vampire Slayer”, per cui ha scritto e diretto alcuni fra i più innovativi momenti del mondo dell’intrattenimento visivo. E il quadro si completa dicendo che fra i miei primi amori fumettistici ci sono gli “Uncanny X-Men” di Chris Claremont & John Byrne, glorioso periodo a cui “Astonishing X-Men” fa chiaramente e continuamente riferimento. Tutta la saga si rivela avvincente ed emozionante, mostrandoci un’interpretazione dei personaggi moderna e accattivante, pur nel rispetto delle loro origini e della loro evoluzione. Whedon scava a fondo nella loro storia e nelle loro personalità, “strizzando l’occhio” ai fan con gustose citazioni, ma senza compromettere la freschezza e la leggibilità delle avventure. Cassaday lo accompagna con vignette, inquadrature e tavole che esaltano sia le scene d’azione che le fondamentali scene di dialogo e interazione fra i personaggi, dipingendo in maniera quasi palpabile sui loro volti qualsiasi genere di sensazione ed emozione.

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La conclusione della gestione Whedon & Cassaday nello speciale “Giant-size Astonishing X-Men” # 1 è il degno epilogo del loro memorabile ciclo, chiudendo in bellezza l’avventura con questo piccolo capolavoro intitolato “Gone”, pubblicato a Gennaio in Italia su “X-Men Deluxe” # 165 (e se lo hai perso, trova alla svelta un amico che te lo presti o vallo a cercare in fumetteria!). La portata della minaccia al centro della storia è tale da coinvolgere i più importanti eroi del Marvel Universe e dunque permette a Cassaday di confrontarsi con le principali icone della “Casa delle Idee”. L’artist è capace di coglierne subito l’essenza, mentre Whedon li tratteggia alla perfezione con poche battute. Una storia non banale, con un finale a sorpresa e pervaso da una grande carica lirica, specialmente nelle pagine conclusive. Whedon , infine, si dimostra un grande conoscitore dell’affresco narrativo Marvel e specialmente si conferma un incredibile sceneggiatore. Con poche parole, infatti, l’autore riesce a descrivere ben due capisaldi, che sarebbe difficile sintetizzare in maniera più convincente.

Vuoi sapere davvero chi è Spider-Man e quale è il suo rapporto con New York? Basta leggere le prime didascalie della storia…
“Non posso dire “Io amo New York”.
I turisti possono amare New York. Io, che ci sono cresciuto? Che ci ho vissuto tutta la vita, che mi sono arrampicato su tutte le sue pietre e mi sono lanciato da tutti i suoi tetti? Io sono New York.
E’ dentro di me. Nel mio sangue. Come una malattia, ma una malattia buona, come… un tumore benigno.
Sì, è evidente che non sono stato morso da un poeta radioattivo, ma avete capito cosa intendo.”

O sei forse curioso di sapere come sono connessi fra loro gli eroi del Marvel Universe?
“Quando si è parte di un sistema più grande… quando si è coinvolti…
…si capisce quando sta succedendo qualcosa.”

Ma questo è nulla a confronto del finale. Un piccolo gioiello, poetico ed emozionante, la cui lettura ogni volta mi tocca profondamente. Uno splendido arrivederci da parte di Joss Whedon, che personalmente ringrazio per tutto ciò che è capace di darci: momenti in cui la mente riesce a rendere comprensibili e razionali attraverso la parola scritta quelle tensioni, ansie e paure che costituiscono il mistero e al tempo stesso la scintilla vitale dell’essere umano…
“Tutto è così fragile.
C’è tanto conflitto. Tanto dolore.
Si continua ad aspettare che la polvere si depositi e poi ci si rende conto di questo:
la polvere è la tua vita che va avanti.
Se arriva la felicità, quella strana, insostenibile letizia che è la vera felicità…
bisogna afferrarla finché è possibile.
Bisogna prendere quel che si può.
Perché resta un attimo e poi…
scompare.”

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30/11/-1, 00:00:00
10 anni di Poseidon
Mi è sempre piaciuto scrivere racconti. Ricordo che da piccolo avevo riempito alcune vecchie agende inutilizzate con decine di storie di fantascienza, tutte ambientate in uno stesso universo futuristico in rovina, che aveva come protagonisti un manipolo di sopravvissuti in lotta contro un esercito di macchine umanoidi e contro difficili condizioni ambientali. Un mondo immaginario che derivava direttamente dalle mie prime passioni cinematografiche e letterarie, grazie a cui ho esplorato per la prima volta il piacere dell’immaginazione espressa attraverso la parola scritta, prima ancora che nascesse la voglia di comunicare all’esterno. Quelle avventure, infatti, non sono mai state lette da nessun altro, ma essenzialmente per me era importante scriverle per esprimermi e incanalare le mie idee in una direzione e una forma ben precise. Perché quei pensieri non finissero nel nulla, ma venissero impressi su carta e conservati.

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Nel corso del tempo la mia passione per la scrittura ha naturalmente incrociato il suo cammino con quella per i fumetti, portandomi a scrivere numerose sceneggiature destinate all’arte sequenziale. Inizialmente ho riversato nella mia fanzine Amazing Comics tutto il mio amore per i comics statunitensi ed i suoi mondi super-eroistici, dando vita ad un piccolo universo ricco di personaggi e suggestioni diverse, che presto mi divertirò ad illustrare meglio. Poi ho pensato di dedicarmi a storie brevi ed autoconclusive fantascientifiche, che sono state pubblicate per anni su numerose fanzine e riviste specializzate di tutta Italia. Ed ho sempre avuto la fortuna di collaborare con tanti giovani disegnatori di grande talento, alcuni dei quali sono oggi affermati professionisti del settore, che mi hanno aiutato a migliorare e ad affinare la mia tecnica, oltre ad arricchirmi a livello umano.

Nel 1998 ho deciso di provare qualcosa di diverso. Al di là del piacere di scrivere e raccontare di universi fantastici, ho capito che attraverso i fumetti avrei potuto provare a dire qualcosa di più, che le sceneggiature mi avrebbero dato la possibilità di raccontare qualcosa del mondo, quello mio interiore e quello che mi ruotava intorno. Grazie al supporto del grande Antonio Conversano, uno dei disegnatori più bravi con cui ho avuto l’onore di collaborare, ho dato vita a Poseidon. Un personaggio oscuro e decadente, che ho provato ad usare come “lente deformante” per parlare dei grandi problemi legati alle tematiche ambientali e sociali che mi stavano (e mi stanno ancora) particolarmente a cuore. Un “eroe” che decidesse di ergersi contro lo sfruttamento indiscriminato del pianeta e il disprezzo per la vita in tutte le sue forme. Un protagonista inconsapevole, che per lo più si è trovato ad essere al tempo stesso prima spettatore impotente della crudeltà umana e poi impietoso “deus ex machina” della situazione.

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Nel 2008 Poseidon ha compiuto 10 anni. La sua prima storia, infatti, è stata pubblicata nel Novembre del 1998 sulle pagine di “Amazing Comics” # 16 ed è stata casualmente ristampata nel Novembre del 2008 sul primo “Fatece Largo Annual” curato dall’amico Baldo Di Stefano. Davvero una bella coincidenza, ideale per festeggiare questo prestigioso anniversario. A dirla tutta, nel corso di questo decennio la produzione di storie è stata davvero minima, visti i tanti impegni di tutti gli autori e la necessità di dedicarsi a questo progetto solo nel tempo libero. Ma ogni episodio è stato per me fonte di grandi soddisfazioni e mi ha permesso di creare un’alchimia sempre speciale con i disegnatori che hanno affiancato Tonino: Oscar Celestini, Renato Stevanato, Massimo Spinelli e Marco Stefanni. Da ciascuno di loro ho imparato qualcosa e tutti loro hanno contribuito alla piccola storia del progetto. Personalmente spero anche che tutte le storie abbiano in qualche maniera interessato chiunque le abbia lette, sulle pagine delle fanzine o sul sito ufficiale. E per festeggiare ulteriormente il suo decimo compleanno, ho pensato di mettere on line tutti gli episodi in una versione in formato “.cbr”, leggibile attraverso il comodo Comic Book Reader, che potete scaricare gratuitamente, legalmente e velocemente dai link seguenti…

# 1
Io sono Poseidon (disegni di Antonio Conversano)
# 2
Armonia (disegni di Antonio Conversano)
# 3
Villaggio globale (disegni di Antonio Conversano)
# 4
Le onde del destino (disegni di Antonio Conversano)
# 5
Pollice verso (disegni di Oscar Celestini)
# 6
La cittĂ  sommersa (disegni di Renato Stevanato)
# 7
Il mostro (disegni di Massimo Spinelli)
# 8
Primo sangue (parte 1) : Una storia vera (disegni di Marco Stefanni)

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Questo 2008 che sta per chiudersi, però, non vuole essere solo il momento giusto per festeggiare i primi dieci anni di Poseidon, ma coincide anche con la voglia di “rilanciare” la serie. Nel corso dell’anno prossimo, infatti, vorrei tornare a dedicarmi alla sceneggiatura, per completare le ultime due parti della trilogia “Primo sangue” e dell’ultima puntata della “prima stagione”. Per poi magari iniziare anche a tessere le trame per una “seconda stagione” che ho già in mente da molto tempo e in cui vorrei approfondire le figure dei comprimari introdotti finora. Sempre che i disegnatori abbiano ancora la pazienza di aspettarmi… :-)

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30/11/-1, 00:00:00
Dopo Kyoto (auguri alla mia Patria, parte seconda)

Viva l'Italia, se ha un futuro. E buona fortuna a tutti.

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Dopo gli auspici dolci e educati, passo a qualcosa di un po' più forte.

Tre affermazioni, che documento passo per passo:

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1) L'Italia, nel marasma europeo, non ha oggi alcun progetto di sviluppo credibile. Solo l'impoverimento e la crescita della recessione e delle tensioni sociali. Solo la paralisi e il terrore rinserrato nel suo mostruoso debito pubblico, accumulato in decenni di malgoverno e di sudditanza.



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"Il sistema Italia  ha retto" ha detto Giulio Tremonti alla conferenza stampa di fine d'anno (Berlusconi non presente).

Balle. Secondo la Banca d'Italia (in un'analisi uscita negli stessi identici giorni) il sistema Italia è semplicemente crollato, sotto l'urto della crisi non gestita.

I livelli della produzione industriale italiana sono tornati indietro, a causa della crisi, di quasi 100 trimestri. E' quanto si legge in un "occasional paper" della Banca d'Italia sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, appena pubblicato. Secondo gli esperti di Palazzo Koch, "i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell'Italia", e le merci prodotte "si sono riportate al livello della meta' degli anni Ottanta".

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2) L'Italia ha quindi  vitale bisogno di cambiare indirizzo, leader e squadra di governo. E di almeno due progetti reali, e fattibili. A reale valore aggiunto.

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3) L'Italia ha vitale bisogno di un opposizione decente, non di buffoni pronti all'inciucio.

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Vi prego, se potete, di seguire il mio ragionamento:


Scrive oggi Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente:

Eppure  le riunioni dello scorso luglio all'Aquila del G8 e del gruppo delle 18 maggiori economie (Major Economies Forum- MEF)  avevano dato un messaggio chiaro.

Se era stato condiviso da tutti  l'obiettivo di  ridurre entro la metà del secolo le emissioni globali di anidride carbonica in modo da limitare l'aumento della temperatura entro 2 gradi,  era stato anche  messo in evidenza che era necessario  cambiare la ricetta del Protocollo di Kyoto: la modifica del sistema energetico mondiale necessaria per ridurre le emissioni  deve essere sostenute da  misure  per  la diffusione e lo sviluppo delle  tecnologie a basso contenuto di carbonio nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo,  da  meccanismi finanziari a supporto delle trasformazioni tecnologiche delle economie emergenti e della protezione dei paesi più poveri dagli effetti dei cambiamenti climatici, da nuove regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio  per il superamento delle barriere tariffarie alla diffusione  delle tecnologie a basse emissioni, da garanzie  internazionali per evitare che gli impegni di riduzione delle emissioni in alcuni paesi  provochino vantaggi distorsivi a favore di altri.

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Purtroppo la Danimarca e le Nazioni Unite  non hanno capito il messaggio: invece di dedicare le ultime settimane di preparazione di Copenaghen alla definizione di un'agenda per proseguire il negoziato nel 2010, hanno sostenuto l'elaborazione di proposte confuse e complesse con l'ambizione di trovare una base comune per un accordo impossibile. E la UE ha  di fatto assecondato questo approccio,  avendo in mente la possibilità di  rivitalizzare almeno il Protocollo di Kyoto per i prossimi anni in attesa di un accordo globale.

Il Presidente Lula, intervenendo a Copenaghen, ha detto di non avere mai partecipato ad una riunione internazionale di alto livello così inconcludente e lontana dai problemi reali. Mentre Canada, Russia e Giappone hanno chiarito di non avere alcuna disponibilità a proseguire con il Protocollo di Kyoto, ma di volere un nuovo trattato che impegni tutti i paesi e non solo una parte.

E, da parte loro, Barack Obama per gli USA e Wen Jabao per la Cina, hanno ribadito le rispettive posizioni e condizioni.


Il risultato finale è una modesta dichiarazione, senza impegni e soprattutto senza un'agenda per i prossimi mesi. E' evidente la crisi della leadership delle Nazioni Unite. Mentre l'Europa è rimasta soprattutto concentrata  su stessa e sulle sue regole, quasi aspettando  che il resto del mondo si allineasse  al nostro modello e al nostro esempio. E in questa situazione è emersa la leadership del G2 "di fatto".

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Invece di concentrarsi su complesse architetture legali  e sulla costruzione di una nuova burocrazia internazionale dei cambiamenti climatici, l'Europa dovrebbe dedicarsi alla promozione di progetti internazionali per affrontare la sfida tecnologica globale valorizzando tutte le potenzialità della nostra grande economia integrata che ha già raggiunto livelli significativi di efficienza e innovazione, e per "testare" le possibili opzioni di regole e misure necessarie a costruire una nuova economia globale "decarbonizzata" in grado allo stesso tempo di sostenere la crescita e dimezzare le emissioni entro la metà del secolo.

In questa prospettiva i  piani di azione globale per lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie a basso contenuto di carbonio (Bioenergie, Cattura e Stoccaggio del Carbonio, Energia Solare, Reti Intelligenti, Efficienza Energetica, Auto a Basse Emissioni), elaborati dal Major Economies Forum, possono rappresentare il quadro di riferimento e l?occasione per la nuova iniziativa dell'Europa dopo Copenaghen.


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Concordo all'80% con Corrado Clini. L'errore di Copenaghen è stato interstardirsi sullo schema del protocollo di Kyoto, invece di puntare su quello che ci serve davvero:  un nuovo ciclo di riconversione energetica rinnovabile globale (seguire il link, prego).

Certo, qui bisogna davvero buttare il cuore davvero oltre l'ostacolo. E non solo mungere risorse dei contribuenti. Non come i finanziari di Wall Street o della City, a reddito incentivato e asssicurato. Ma il triplice principio di precauzione (energia fossile a sempre più basso Eroei, nucleare di oggi insostenibile e ricerca sulla fissione nucleare auto-fertilizzante sicura - se mai ci sarà,  per ora bombe atomiche critiche sul territorio -  e la fusione non prevedibile; Co2 atmosferica comunque eccessiva per l'equilibrio dell'ecosistema globale....) lo imponeva fin dal 1993, primo anno della grande truffa dei climatologi Onu (far passare per certezze mere simulazioni) - ma a fin di bene- a Rio de Janeiro, e tuttora lo impone.

 La grande truffa, ma vera, della sostenibilità umana.

Alternativa: l'estinzione.

Potevano lavorare sull'energia, a scenario ormai certo. Ma forse lì la paura di massa suscitabile per l'azione non la ritenevano sufficiente. Hanno voluto lavorare invece sulle panzane, o sulle ricerche dubbie, incontrollabili e pilotate. Su un Ipcc ormai screditato. Persino per me, che nel 2007 ero terrorizzato (ma poi ho continuato a cercare e capire). E hanno fallito, hanno fatto un gran danno all'umanità, questi incommensurabili coglioni. Onu, Ue, e danesi. Qui il lungo percorso della mia ricerca. Peggio del San Graal.

Ora, come sempre, si tratta di ripartire dalla realtà e dalle previsioni seriamente accettabili. Acidificazione degli oceani, rischio artico, Eroei in crollo per il petrolio (e domani il gas)

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Let's drink to you, let's drink to us,
Let's drink to all the Russian gas
That it never comes to an end,
Though it's so hard to obtain
Let's drink to you, let's drink to us
Let's drink to all the Russian gas
For those extracting the new sun
From down beneath the ground

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blog+roi

(già al 2015-2030, secondo la previsione non governativa, non ci sarà abbastanza gas russo, a prezzi accettabili,  per l'Europa, e dal 2020, secondo stime riservate di Sonatrach, l'Algeria sarà proprio a secco in export, e noi viaggiamo all'80% di dipendenza da loro, e li paghiamo sempre, sempre più profumatamente - ma l'Eni ci tiene il prezzo segreto...)

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E dall'altro lato: possibilità di sfruttare una sorta di legge di Moore per il fotovoltaico, risorse geotermiche profonde ancora da esplorare, reti elettriche intelligenti, batterie e storage sostenibile, solare termodinamico per i deseri e reti elettriche lunga distanza a minima dissipazione. Ricerca, sperimentazione, idee, prototipi, menti giovani e libere....non burocrati o funzionari di corrotti monopolisti dell'energia.

Qui il mio 20% di disaccordo con Clini. Buttare quattrini preziosi nel