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30/11/-1, 00:00:00
Configurare Compiz in scioltezza con CompizConfig!
Come preannunciatovi nel post precedente, parliamo un po’ di nuovi sistemi di configurazione per Compiz sorti all’ombra di OpenCompositing.org… Come saprete compiz, fin dagli esordi, funzionava sfruttando il sistema di configurazione principe di GNOME: GConf, e questo elemento fu uno dei principali motivi di proteste da parte della comunità (spcialmente, quella non-gnome, ovviamente) e quindi [...]

blog+roiCome preannunciatovi nel post precedente, parliamo un po’ di nuovi sistemi di configurazione per Compiz sorti all’ombra di OpenCompositing.org… Come saprete compiz, fin dagli esordi, funzionava sfruttando il sistema di configurazione principe di GNOME: GConf, e questo elemento fu uno dei principali motivi di proteste da parte della comunità (spcialmente, quella non-gnome, ovviamente) e quindi della nascita di progetti paralleli (fork) quali compiz-quinn, prima e Beryl poi.

Con un certo ritardo (si sa, DavidR non è per i workaroundblog+roi ) fu stravolto il sistema utilizzato  fin dagli esordi, inserendo la possibilità di usare plugin diversi per il salvataggio delle opzioni e Mike mikedee Dransfield creò un plugin "ini" che permette il salvataggio della configurazione in dei files (ciascuno per plugin) in ~/.compiz/options. Tuttavia, il ritardo dell’aggiornamento rispetto a Beryl che già aveva i suoi configuratori ed il sistema poco friendly di gestione non resero questo cambiamento troppo apprezzato…

Tutto il resto è storia recente, con il porting da libberylsettings (il fiore all’occhiello di Beryl) a libccs adesso rinominata in libcompizconfig di cui ho spiegato il suo funzionamento in questo articolo che è fondamentalmente sempre valido a parte il fatto che la libreria ha cambiato nome e che adesso il backend gconf usa gli stessi parametri del plugin standard di compiz (per il plugin ini verrà fatta la stessa cosa presto).

Nonostante i flames che ci sono stati nella Mailing list di CompComm riguardo l’approccio usato da questo sistema (alcuni validi, altri un po’ meno) portati avanti più che altro da mikedee e RYX (entrambi "ex" compiz-extra), la discussione è proseguita con un ritmo serrato e attualmente pare essersi placata sia perché si è deciso di mantenere una linea che rimanga sempre fedele ai plugin standard di configurazione di Compiz, sia perché fino ad oggi non esiste sistema migliore che permetta sia la configurazione, che la gestione dei conflitti sia in modalità online, che offline (ossia, con sia con compiz avviato che no).

Andiamo quindi ad installare CompizConfig; prerequisito a tutto ciò è l’installazione di Compiz-git dal mio repostory eyecandy (come era stato indicato anche tra i commenti del primpo post su CompComm), dopo di che vi basterà fare:

sudo apt-get install compizconfig-settings-manager

Questo, fondamentalmente, farà tutto il necessario per avere le librerie libcompizconfig, il plugin ccp (che funge da tramite per compiz) ed il configuratore CompizConfig Settings Manager (e relative librerie in python), tuttavia sappiate che per aver un sistema funzionante usando la configuazione di CompizConfig, vi basterebbe il solo pacchetto compizconfig-plugin libcompizconfig0 (ma ovviamente sareste senza interfacce).
Altri pacchetti che definirei opzionali, sono:

libcompizconfig-backend-gconf    # backend per salvare i dati attraverso gconf (GNOME)
libcompizconfig-backend-kconfig  # backend per salvare i dati attraverso kconfig (KDE)
python-compizconfig              # bindings in python per l’accesso a libcompizconfig
compizconfig-settings-legacy     # settings manager "obsoleto" scritto in C e GTK+

Per usare compiz con questo sistema di configurazione, se usate i miei pacchetti o il mio wrapper (per come è stato impostato quest’ultimo), vi basta dare il classico comando

compiz --replace                 # corrisponde a dare ‘compiz --replace ccp’

Presupponendo che avrete installato il settings manager principale, ecco cosa vi apparirà lanciando ccsm:

blog+roi
CompizConfig Settings Manager - Compiz Configurator

Ci tengo a sottolineare, di nuovo, che tutto questo è indipendente dall’uso o meno dei plugin di Compiz Fusion (ex CompComm).

A presto! 

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30/11/-1, 00:00:00
ARTE_mostra: "work in progress"


Work in progress
Perché work in progress... sugli studi d'arte?

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a cura di Maurizio Chelucci
dal 11 al 20 Marzo 2008
Inaugurazione martedì 11 Marzo, ore 18.00
tutti i giorni (no festivi), 16.00-20.00 - ingresso libero
Massenzio Studi 2
via A. Cotogni 16 (traversa a destra di via di Valleranello), Roma

Autori: Domenico Di Bona (fotografia); Maurizio Chelucci (fotografia); Carlo Gianferro (fotografia): Lughia (installazione); Giandomenico Marini (fotografia); Adamo Modesto (pittura); Laura Peres (fotografia); Paco Del Pino (fotografia)


Perché non solo gli esami, come diceva Edoardo, non finiscono mai: anche i lavori non finiscono mai.

Per noi, abituati da sempre a lavorare con le mani, essi sono il banco di prova della nostra fede nella contemporaneità e nell'evoluzione,(sempre che esista). Si amplia Il terreno della ricerca del bello, da farsi con mezzi poveri e con scarse possibilità. Solo coloro per i quali il recupero e la riconversione sono una VERA NECESSITA' danno a questo termine un significato creativo. Ormai tutti parlano di recupero e di riconversione; si chiama in causa l'ecologia, l'economia e la globalizzazione, e si raffrontano questi temi ad un mondo non più ricettivo al nuovo, e voglioso di ordinare l'esistente, senza invadere altri spazi. Ma la vera domanda da porsi è quale riconversione, quale globalizzazione, quale recupero?

Preservare spazio agli uomini non significa soltanto prendere coscienza del riutilizzo degli scarti a protezione dell'ambiente: è anche e soprattutto ottimizzare le risorse ed intraprendere un cammino di ricerca del bello nei luoghi dove non appare ad un primo sguardo disattento.

Insomma, prima di riconvertire lo scarto per produrre ricchezza, perché non esaminarlo per produrre bellezza? La funzionalità non è sempre bellezza, ma la bellezza è sempre funzionale ad un ambiente sano.

Soprattutto è realizzare che nelle cose minime, nei "minimaminimalia" deve iniziare la ricerca di nuovi canoni estetici contemporanei: il minimalismo, l'oggetto ritrovato e scoperto sono correnti dell'arte solo marginalmente propedeutici a questa ricerca; ricerca che, tuttavia, deve invertire rispetto a queste correnti, la sua rotta di indagine.

Non si tratta di scoprire un oggetto che esprima forme o concetti che si uniformino ad un bello preesistente ed antico; non si ricerca la bellezza codificata o il concetto che presuppone una componente storica del pensiero, anche archetipale.

Si tratta semplicemente di confrontarsi con ciò che casualmente troviamo, che il più delle volte è frutto di abbandono o disattenzione, per scoprire, in qualunque cosa il caso ci ponga di fronte, un significato nascosto ed un collegamento senza tempo con il tutto, atti a restituire dignità alla cosa ed all'osservatore.

Perché applicare allo scarto della natura o dell'uomo i canoni estetici mutuati dalla storia dell'arte è una violenza che noi facciamo A QUELLE COSE CHE IL CAOS ED IL CASO CI PONGONO INNANZI. Anche l'architettura non sfugge a questa regola. Se in natura non esiste la linea diritta un motivo deve pur esserci; se nel mondo reale è il caos che domina gli eventi, perché ostinarsi a ricreare un ordine sottostante?

In questa dinamica delle cose l'occhio fotografico aiuta : la foto, a differenza dell'artista, guarda e non giudica: riprende anche ciò che il fotografo non cercava e vedeva nell'istante dello scatto. Particolari e cose che nascono dalla luce e dall'ombra per affermare non visti la propria esistenza, oltre ed al di sopra delle discariche.

Work in progress significa che quanto è stato fotografato e riutilizzato anche per un solo istante, perché elemento casuale e fortuito nella attività lavorativa di produzione, il pubblico non lo rivedrà dal vero, nella realtà espositiva, perché probabilmente inviato alle discariche senza alcun senso di gratitudine.
Ma è proprio quel che non si troverà più, esistente solo per un attimo nello scatto del fotografo, ad aver diritto di cittadinanza in questa ricerca di un bello concettualmente diverso.

Il sudore degli operai e le loro mani; il sorriso del riposo nell'attimo della foto, le loro vuote bottiglie di acqua: nudi componenti di arredo apparentemente desueti. Avanzi di ferro, pezzi di legno di scarto, cartoni per imballo che hanno completato il loro destino. Tutti avanzi di vita di cose apparentemente passate, con un pezzetto di anima da rispettare, amare e riscoprire.

Amare anche le cose non è vergogna: insomma non è blasfemo. Fissare l'attenzione a tutto, con una predisposizione di amore, curiosità e voglia di comprendere anche la cosa, oltre che le persone, per assimilarne l'intima struttura, aumenta , estende i canoni del bello. Se la bellezza dovesse preesistere al nostro sguardo, tale atteggiamento potrebbe ampliare la nostra coscienza, ed aggiungere alla vita un aspetto che ancora non ci era apparso chiaro e conoscibile.

Chissà quanta energia e luce è ancora presente in quello che abbandoniamo. Le cose vecchie hanno un'anima che quelle nuove non hanno. Pertanto, quando lavoriamo, fermiamoci ogni tanto a fare questa ricerca. Non getteremo via insieme agli scarti una parte della nostra stessa vita. Si potrebbe anche scoprire che la bellezza è nel percorso, e non nel punto di arrivo. Per questo Work in progress ...per Massenzio arte 2005
Alessandro D'Ercole




Come arrivare:
Con mezzi pubblici metro B: fermata Eur-Fermi + Bus: 706 fermata Resistenza/Eroi di Roma


Ufficio Stampa
Massenzioartepress
massenzioarte@alice.it - massenzioarte@yahoo.it
328631849

blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Salva la cheerleader, salva il mondo
Per tutti gli appassionati di super-eroi, "Heroes" è stato un sogno diventato realtà. Il serial TV creato e scritto da Tim Kring, infatti, non solo è un perfetto condensato di tutti gli elementi della "cultura super", ma è in generale un ottimo prodotto, che contribuisce a "sdoganare" ulteriormente il genere al di fuori del "mondo nerd". Una serie che in qualche maniera ha "cavalcato l'onda" del successo dei film dedicati ai super esseri, ma calandoli in un'atmosfera più cupa e ansiogena, rendendoli in qualche maniera "reali". Sulla scia del genere "revisionista", che parte da "Watchmen" di Alan Moore fino ad arrivare a "Rising Stars" di J. Michael Straczynski, il serial è riuscito a mostrarci come potrebbe essere "veramente" un mondo popolato da umani dotati di capacità speciali. Anche se, nello sviluppo delle trame, probabilmente "Heroes" è maggiormente debitore dell'acclamata saga degli "X-Men" ideata da Chris Claremont. Non solo perchè i personaggi sono inquadrabili come mutanti, quanto perchè il serial pesca a piene mani nelle numerose trame e nei "trucchi narrativi" creati dall'autore britannico sulle pagine del fumetto Marvel. Non a caso, lo scrittore fa anche una breve apparizione nell'ultima puntata della prima stagione, vestendo i panni di un riparatore di spade.

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La storia è focalizzata su un gruppo di persone dotate di super-poteri, che sembra abbiano un destino comune. Alcuni di loro stanno scoprendo solo ora di essere speciali, altri lo sanno da tempo. Vivono vite diverse, nei luoghi più lontani del pianeta. Nulla sembra legarli. Eppure le loro esistenze sono strettamente interconnesse a quelle degli altri, in un disegno apparentemente impercettibile, che viene svelato lentamente e con sapienza. A fare da collante fra loro, il professor Mohinder Suresh e il pittore Isaac Mendez. Il primo è un esperto di genetica deciso a rintracciare e aiutare chiunque mostri di avere facoltà speciali, per permettergli di controllare i propri poteri e condurre una vita normale. Il secondo è uno degli "eroi", un artista eroinomane capace di prevedere il futuro nelle sue opere, che realizza in stato di "trance". Attraverso i suoi dipinti (splendidamente realizzati nella realtà dal grande Tim Sale) verrà alla luce l'immensa tragedia che sta per abbattersi su New York e che sarà provocata proprio da un super-umano. Chi sarà il responsabile? L'eroico Peter Petrelli? Il malvagio Sylar? La schizofrenica Niki Sanders? L'incontrollabile Ted Sprague? Provocherà la disgrazia in maniera volontaria o per errore? E perchè una versione di Hiro Nakamura proveniente dal futuro afferma che solo salvando la cheerleader Claire Bennet sarà possibile salvare il mondo? L'intrigo si infittisce ad ogni episodio, il numero dei personaggi cresce e la trama inizia ad assumere connotati sempre più unici ed appassionanti, che rendono "Heroes" un serial davvero speciale. Perchè non è interessante solo cosa è raccontato, ma anche come viene fatto. Con una sceneggiatura che riesce ad approfondire tutti i personaggi. Con lo sfoggio di super-poteri che non va mai a discapito dell'intreccio, pur mostrando effetti speciali e visivi di tutto rispetto. Con una narrazione sempre avvincente e dialoghi epici e intensi, perfetti per commentare vicende di questa potenza narrativa.
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La serie ha incontrato un successo clamoroso negli USA, ma purtroppo non ha avuto lo stesso tipo di riscontro anche in Italia. La serie NBC, infatti, è stata trasmessa l'anno scorso nel nostro paese da Italia 1, che non sembra averla capita a fondo e l'ha programmata decisamente male. Inizialmente gli episodi sono stati trasmessi di Domenica sera. Ma "Heroes" è un prodotto destinato ad un pubblico giovane, che probabilmente nel corso del weekend preferisce uscire e divertirsi. Dopo un inizio convincente, inoltre, la curva di audience del programma è calata in maniera verticale e l'emittente ha ben pensato di interrompere la messa in onda e proporre gli ultimi episodi dopo qualche tempo, a tarda notte e con una programmazione mai ben definita. Dopo un trattamento di questo genere, le speranze di vedere la seconda stagione in italiano le avevo ormai perse. Infatti ho deciso di vederla in edizione originale. Poi è arrivato il "miracolo" del digitale terrestre, una "valvola di sfogo" che permette all'emittente di ammortizzare i costi di qualsiasi programma, avendo un doppio canale in cui "vederlo": su digitale attraverso il pagamento "pay per view" e in TV in chiaro attraverso la vendita degli spazi pubblicitari. Anche "Heroes" volume 2, infatti, è puntualmente arrivato sui calani di Mediaset Premium ed è pronta ad arrivare in autunno anche su Italia 1, sebbene solo in seconda serata. Magari tornerò a parlarne proprio in quel momento. Anche perchè, per uno strano caso del destino, la seconda stagione potrebbe essere in chiaro in Italia, quando negli Stati Uniti debutterà il terzo volume, intitolato "Villains". Nel frattempo, comunque, la rete Mediaset inizierà a mandare in onda le repliche della prima serie, a partire dal 19 Giugno ogni Giovedi alle 23:00. Un'ottima maniera per vedere o rivedere l'origine degli eroi e il loro tentativo di evitare l'imminente e annunciata catastrofe, per essere poi subito pronti a riprendere il racconto con la seconda stagione, esattamente dove si era interrotto. Ma... prima di allora... ho deciso di farti un regalo, il video promo uficiale di "Heroes" Volume 2. Probabilmente uno degli spot promozionali più belli che siano mai stati realizzati, con la sua carica iconica e poetica, oltre alla perfetta sinergia di testi, musica e immagini: un piccolo gioiello da ammirare più volte.
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30/11/-1, 00:00:00
Elettronica made in Japan
Ammetto che il titolo di questo post è un pò ambiguo e, per evitare che possa trarti in inganno, vado subito a chiarire la situazione. In questo messaggio non andrò a parlare di tutte quelle meraviglie della tecnologia che il popolo giapponese è capace di immaginare, creare e imporre nel resto del mondo. Questo aggiornamento del blog, infatti, nasce dall'interessante avvenimento musicale a cui ho partecipato ieri sera, il "Node - Festival Internazionale di musica elettronica e live media". L'evento è stato organizzato nella splendida struttura della Galleria Civica di Modena, sfruttando in maniera ottimale tutti i suoi spazi, dalle sale interne al suo delizioso chiostro. Per quel che mi riguarda, ho stazionato proprio all'esterno, godendo della bella serata, della perfetta diffusione del suono e dell'esibizione degli ospiti attraverso un maxi schermo con la proiezione delle loro attività sul palco. Dopo un ottima pizza insieme ad Alessio, con tanto di Amaro del Capo a chiusura, siamo arrivati all'evento in tempo per assistere alla performace live dell'ospite più atteso: il dj e autore AOKI takamasa. Nato in Giappone, ma attualmente residente in Europa, sempre in movimento fra la Germania e la Francia, questo talento della musica elettronica sembra proprio essere una delle star internazionali del settore. Personalmente non sono un fan del genere... non ne capisco molto e non partecipo abitualmente a live di questo tipo... però mi sono divertito molto e, da profano, sono stato trascinato dalle ritmiche e dai loop proposti dal dj, dalle sonorità ipnotiche e minimaliste della sua musica. Senza nemmeno rendermene conto, mi sono trovato a ballare, muovendo le gambe e la testa a ritmo di musica, mentre continuavo a chiacchierare piacevolmente anche con Annalisa e Mauro, incontrati casualmente sul posto. L'elettronica immaginata e creata dai giapponesi... evidentemente riesce a imporsi in maniera naturale anche quando si parla di musica. Per fartene un'idea, puoi dare un click alla pagina di AOKI su Last.fm e al video sottostante, che mostra una sua appassionante esibizione live nel Dicembre 2007 a Tokyo, apprezzabile anche per qualità di riprese e fotografia...

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30/11/-1, 00:00:00
Difendi l'Isola o muori
Devo ammetterlo, ho scoperto "LOST" con un certo ritardo. O meglio... avevo iniziato a seguire la serie con minimo di costanza, poi per ragioni indipendenti dalla mia voltà avevo perso alcune puntate e... non ci capivo più nulla. Ai tempi della prima messa in onda televisiva ancora non avevo la possibilità di recuperare in digitale gli episodi saltati, dunque avevo deciso di interrompere una visione così confusa e incompleta in attesa di riuscire a riprendere il filo del discorso laddove si era interrotto. A un certo punto finalmente ce l'ho fatta. Poco prima che iniziasse in Italia la terza stagione, ero riuscito a reperire e gustarmi tutte d'un fiato le prime due annate ed ero ufficialmente diventato un fan della serie: l'Isola, il volo Oceanic 815, i sopravvissuti, gli Altri, la botola, i numeri, il progetto Dharma e tutti gli altri elementi al centro della saga mi avevano davvero affascinato.

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La saga, creata dai geniali J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber e sceneggiata dai migliori autori in circolazione, è una delle produzioni seriali più interessanti di tutti i tempi, anche perchè riesce ad adattarsi alle peculiarità del mezzo di comunicazione televisivo e a sfruttarne tutte le potenzialità. Mistero, suspence e azione sono condensati nei 40 minuti di ogni episodio e ogni puntata è concatenata alla precedente e alla successiva, in un altalenarsi di momenti poetici e sconvolgenti colpi di scena. La storia... per i pochi che ancora non la conoscessero... narra le avventure di un gruppo di superstiti all'incidente del volo Oceanic 815, che precipitano inspiegabilmente su una misteriosa isola. Un luogo molto strano, in cui le leggi della natura vengono sovvertite. Un posto in cui si realizzano i sogni, ma anche gli incubi. Un pezzo di mondo dimenticato, dove i miracoli possono diventare realtà. L'isola non è solo lo scenario in cui si muovono le gesta dei sopravvissuti. L'isola è uno dei protagonisti, forse quello principale. Con le sua atmosfera strana e a tratti irreale, con la forza e le energie che sembra emanare, con i misteri e i segreti che la avvolgono. E' in questo contesto così ambiguo e pieno di interrogativi che impariamo a conoscere i personaggi e a vederli evolvere. Sono tutti molto diversi fra loro, ma hanno qualcosa in comune: ciascuno di essi ha qualche conto aperto col passato. Nella loro storia e nella loro vita "precedente all'isola" si sono lasciati alle spalle qualcosa o qualcuno che continua a tormentarli, che ancora segna le loro esistenze e agita i loro incubi. Nel loro viaggio alla scoperta dell'isola e delle verità che nasconde, ogni personaggio in realtà andrà anche alla scoperta di se stesso, per liberarsi dai propri fantasmi e rinascere, assumendo una nuova forma. Come dei bruchi che, grazie alle energie pulsanti nell'isola, riusciranno finalmente a liberarsi del proprio involuco da crisalidi e a spiccare il volo in forma di farfalle.

La sceneggiatura è completamente tarata sull'esplorazione di due elementi: scoprire la vera natura dell'isola e conoscere i personaggi, anche per capire come mai sono stati "scelti" per essere lì. I due elementi, dunque, sono strettamente interconnessi fra loro. E' proprio attraverso le esperienze vissute sull'isola se ogni sopravvissuto mosterà il suo vero volto, svelandoci lentamente cosa lo ha portato ad essere la persona che vediamo in quel momento. Il montaggio è fondamentale per raggiungere questo scopo. L'uso di flash-back, infatti, è davvero massiccio e funzionale. Le scene del presente e del passato si incontrano e si intersecano in maniera inscindibile, creando un bilanciato e ordinato altalenarsi fra piani temporali differenti. Ogni personaggio è analizzato a 360°, diventa quasi "vivo" per quanto è ben costruito e articolato. Non si tratta solo di trame ben congeniate e dialoghi azzeccati. Ogni superstite ha la sua personalità ed è assolutamente credibile e "tridimensionale", anche se calato in un contesto così avventuroso e irreale. Grande attenzione è dedicata anche ai personaggi secondari, ma naturalmente la maggior attenzione è puntata sulla vasta schiera di protagonisti: il dottor Jack Shephard (Matthew Fox), la fugiasca Kate Austen (Evangeline Lilly), il truffatore James "Sawyer" Ford (Josh Holloway), la rock-star Charlie Pace (Dominic Monaghan), l'enigmatico John Locke (Terry O'Quinn), lo sfortunato Hugo “Hurley†Reyes (Jorge Garcia), il tenebroso Sayid Jarrah (Naveen Andrews),il "deus ex machina" Benjamin "Ben" Linus (Michael Emerson) o Desmond David Hume (Henry Ian Cusick)... "la costante"... giusto per citare i miei favoriti.

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Quando ho terminato di vedere la terza serie in italiano, sono rimasto senza fiato, anche per l'introduzione a sorpresa di un nuovo strumento narrativo: quello del flash-forward. Dopo averci presentato il passato e il presente dei loro personaggi, gli autori hanno deciso di farci dare uno sguardo al loro futuro, senza alcun preavviso. E ci hanno mostrato che qualcuno dall'isola avrebbe fatto davvero ritorno, ma non senza pagarne le conseguenze. Da allora ho iniziato ad attendere che la quarta stagione venisse trasmessa negli Stati Uniti, deciso a seguirla "in real time" in lingua originale. Preceduto dal teaser "Defend the island or die", il primo episodio della quarta serie ("The beginning of the end") è andato in onda negli States il 31 Gennaio 2008 e mi ha letteralmente inchiodato alla poltrona. Per me ormai vedere un nuovo episodio di "LOST" il Venerdi sera è diventato un rito, anzi... lo era fino a ieri, quando ho visto la puntata doppia "There's no place like home" (LOST 4x13), ultimo episodio della quarta stagione. Una puntata che "chiude il cerchio", partendo laddove era terminata la stagione precedente e congiungendo in un attimo la narrazione su tutti i livelli cronologici. Il quadro sembra finalmente più chiaro e il giudizio finale è assolutamente positivo. Se nelle tre prime annate nella maggior parte dei casi erano state poste domande ed instillati dubbi, sia nei personaggi che negli spettatori, in questa quarta serie si ribaltano tutte le prospettive e si danno finalmente delle risposte, di cui iniziava davvero a sentirsi il bisogno. Risposte alle volte davvero inaspettate, che riescono anche ad aprire nuovi sbocchi e percorsi narrativi. Situazioni che cambiano, rapporti che si trasformano, eroi che cadono, personaggi che ritornano, altri che se ne vanno per sempre. E l'isola... che inizia a mostrare il suo vero volto, carico di esoterismo e teorie scientifiche che oltrepassano i limiti del fantastico...

Visto il clamoroso successo delle stagioni precedenti e la strepitosa accoglienza del pubblico per la quarta serie, Season 4 è arrivata prestissimo anche in edizione italiana, iniziando il 7 Aprile su FOX, per concludersi probabilmente a Luglio. Dunque è molto probabile che già agli inizi del prossimo autunno venga trasmessa in chiaro anche su Rai Due, che finora le ha riservato un trattamento di tutto rispetto. Se non hai visto le tre stagioni precedenti e vuoi recuperare alla svelta per essere pronto a gustare questo piccolo capolavoro o se hai semplicemente voglia di rinfrescarti la memoria, ecco a te il video perfetto, in cui in soli 8 minuti vengono riassunte tutte le trame più importanti delle prime tre stagioni di "LOST"...

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30/11/-1, 00:00:00
TRAMONTARE SUGLI UOMINI
Lo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilità interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenità sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può [...]

blog+roiLo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilità interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenità sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può che riconoscersi per l’integerrimo distacco dalla vita terrena e non può essere altrimenti: se la loro vita altro non è che uno spurgo mestruale dell’anima, per una reazione uguale e contraria l’uomo spirituale non sarà che una proiezione del proprio opposto.
Pazzi e farneticanti cialtroni! In quella claudicante cervice altro non sapete che trombettar puzzette e luoghi comuni!
Per il vero l’andatura di colui che dello spirito incarna il vigore, sarà più rispecchiante un procedere verso il tramonto che non verso un romantico risorgere, poiché ben più maschia prova attende chi i segreti dell’anima si è già spinto a conoscere. Se grande è la potenza che dimostra l’asceta nel portarsi alle frontiere dell’anima, di quale mistico coraggio dovrà armarsi per accettare di ridiscendere tra l’umano genere? E’ lui il gigante, lo spirito che, dopo la lunga ed impervia scalata sulle scivolose e acuminate rocce della sapienza, sceglie di imitare il sole al tramonto, riavvicinandosi al mutevole scorrere del tempo.
Certo, è nell’innalzarsi che egli rende onore alla sua grandezza, ma quale divina magnificenza in lui dovrà risiedere per tornare in un mondo che più non riconosce il suo incedere, che disprezza il suo stomaco leggero e detesta il suo danzare?
Tornare a rivivere in una nuova grandezza le becere e rovinose povertà di cui il mondo ama fargli carico, vincendole una volta e una volta ancora, per tutti i giorni della sua battagliera esistenza: questa è la mistica corona che lo sigilla come eccezione dello spirito, poiché catturato il sole nel suo cuore, lo tramonterà su quegli uomini che sa già esser morti e nient’altro che morte gli porteranno.

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by MASTRO FABBRO

30/11/-1, 00:00:00
ho visto un film: american gangster
ieri notte a pizza e film, ho visto un film che mi a infogato solo molto dove cerano i morti ammazzati e le pistole

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Ieri notte ero a pizza e film, ho invitato a zio Adolfo e a mia mamma che ero tutto mozionato, avevo pena pena scaricato da emiul il nuovo film del Gladiatore insieme col negretto di pall fiscion (quello che faceva la preghierina).
A mia mamma a dire la verità no la volevo invitare perché poi se ne va fisso a metà film a prepararmi il pigiama nel letto ma io gliel’ho detto che ormai sono grande e che può prepararmelo anche alla fine del film e non c’è più bisogno che mi acciende lo scaldaletto che tanto siamo in estate ma none vuole sentire.
Comunque, il negretto era un gengster, tanto per cambiare li fanno fare i ladri agli migrati… e qui mi do anche la pala nel piede perché io voto lega nuoro e a noi quelli ci rubano il lavoro ma se c’è una controindicazione Mario non ci riesce a tenersela anche se va contro ai suoi principi perché a me la verità mi esce come una scorreggia quando c’è gente in salotto e fanno silenzio proprio nel momento che fai la zolfa. Sempre cosi, mai che mi sia capitato quando c’era chiasso…
Comunque la fine non mi è piaciuta perché alla fine il negretto si convertiva e faceva micizia col gladiatore che in tutto il film non ha fatto niente di interessante. Zio Adolfo era solo arrabbiato e ha tirato la pantofola sul televisore al plasmon.

30/11/-1, 00:00:00
Windows 7: le prime immagini!
Mentre ancora Microsoft Vista stenta a decollare sia tra le grandi società e tra i comuni utilizzatori di pc, si parla già del suo successore: Windows 7. Sì, sarà proprio questo il nome della release finale del nuovo sistema operativo. Si pensava che fosse il nome in codice delle versioni beta, invece Mike Nash di Microsoft ammette che sarà il nome definitivo. Sull'aspetto tecnico del nuovo sistema operativo non si sanno ancora molti dettagli, tranne il fatto che supportera il touch screen, l'unica cosa trapelata in rete è l'idea della microsoft di creare un sistema operativo semplice. Inoltre da poche ore si stanno diffondendo delle immagini del nuovo os di casa redmond. Eccole quì mostrate in esclusiva! (Cliccare sull'immagine per ingrandire)



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Ed ecco un video


30/11/-1, 00:00:00
Buon compleanno google!
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Oggi, il motore di ricerca più famoso al mondo ha compiuto i suoi primi 10 anni di vita. Era il 1995 quando i due fondatori Larry Page e Sergey Brin si incontrarono a Stanford e iniziarono ad utilizzare un motore di ricerca interno per l'università, denominato BackRub.
blog+roiNel 1998 viene fondata la società Google Inc. e i lavori iniziano in un piccolo garage della silicon valley, e nello stesso anno la piccola società ingaggi il suo primo dipendente Craig Silverstein. Da quel giorno, la strada intrapresa dai due fondatori, ha portato a lauti guadagni, e con la quotazione in borsa il 29 aprile del 2004 il motore di ricerca ha generato più introiti di quello che gli analisti prevedevano. Con i guadagni provenienti dalla borsa, oltre che quelli derivanti dalla pubblicità, Google si è resa leader nel mondo di software web-based (google documenti, google reader, gmail...)ed ha acquistato software house di ogni genere, infatti ricordiamo tutti Picasa, Google earth, Google Desktop. Negli ultimi 10 anni Google ci ha stupito creando un universo tutto suo e rendedoci partecipe ad esso grazie all'adesione al mondo open-sourcee alla diffusione della maggior parte dei suoi programmi in modo totalmente gratuito. Vedremo se nei prossimi anni google sarà all'altezza di stupirci come questi ultimi.
Auguri da parte della redazione di Ottobitnews.
30/11/-1, 00:00:00
Informatica - Conoscere e rimuovere i rootkit - 2
A un mese di distanza dal precedente articolo - che è possibile visionare a questo link - ritorniamo su un argomento non solo interessante, ma anche indispensabile da conoscere per evitare gli effetti dannosi che i rootkit potrebbero provocare nel nostro pc. Ricordo che il rootkit non è un elemento dannoso, anzi è un elemento [...]

A un mese di distanza dal precedente articolo - che è possibile visionare a questo link - ritorniamo su un argomento non solo interessante, ma anche indispensabile da conoscere per evitare gli effetti dannosi che i rootkit potrebbero provocare nel nostro pc.

Ricordo che il rootkit non è un elemento dannoso, anzi è un elemento fondamentale per il funzionamento della macchina, ma se viene contraffatto e infettato può provocare danni maggiori di qualsiasi altro virus.

Come accennato nell’articolo precedente la loro origine risale a circa dieci anni fa. Ai giorni nostri i rootkit sono diventati un componente fondamentale nel computer, in quanto sono in grado di operare ad un livello basso nell’architettura della macchina e di gestire operazioni mantenute nascoste agli utenti, ma utili per lo svolgimento delle normali funzioni. Questa loro particolarità interessa ultimamente gli hacker che, attraverso i rootkit, diffondono trojan (cavalli di troia), spyware e anche keylogger (ovvero software capaci di rilevare tutto ciò che viene digitato sulla tastiera, in particolare password di carte di credito e altro) da utilizzare successivamente per mettere a rischio la nostra incolumità mentre navighiamo.

I rootkit, quindi, sono molto pericolosi se contraffatti, ma fortunatamente parecchie case produttrici di antivirus includono o distribuiscono separatamente prodotti in grado di rilevarli e rimuoverli con una semplice scansione del sistema.

Nel precedente articolo è stato segnalato uno dei primi anti-rootkit distribuiti gratuitamente sul sito della Sophos, previa registrazione. Questo tool negli anni è stato aggiornato e l’ultima versione consente di rilevare rootkit di ultima generazione. Ma se non ci si vuole registrare al sito sono disponibili anche altri programmi che consentono la rilevazione e la rimozioni di questi ospiti poco graditi e parecchio dannosi.

Lo scopo dell’articolo è proprio questo: illustrare alcune delle alternative efficaci, gratuite e funzionali.

I software che segnaliamo si chiamano McAfee Rootkit Detective (beta) della nota casa produttrice di antivirus e Trend Micro RootkitBuster della casa produttrice PC Cillin antivirus e CW Shredder.

blog+roiIl primo è un rootkit molto funzionale e aggiornato che permette l’individuazione e l’eliminazione, all’interno dei processi presenti sul nostro computer, del codice dannoso inserito a nostra insaputa. Viene distribuito come programma eseguibile, vale a dire che una volta scaricato può essere lanciato in esecuzione senza essere installato sulla macchina. La scansione del sistema è veloce e una volta individuati i file infetti sarà possibile rinominarli e, dopo il riavvio del pc, cancellarli manualmente. L’anti-rootkit di casa McAfee è disponibile solo in inglese e compatibile con la maggior parte dei sistemi operativi Windows, funziona anche con Vista.
Download di McAfee Rootkit Detective (beta)

blog+roiIl secondo è anch’esso un rootkit che non necessita di installazione ed occupa uno spazio su disco inferiore al precedente, è molto leggero e una volta scaricato è possibile far partire direttamente la scansione. Grazie alla sua dimensione ridotta impiega poche risorse del pc e non genera rallentamenti quando, ad esempio, si continuano a svolgere altre operazioni. E’ consigliabile comunque far terminare la scansione prima di riprendere il normale utilizzo del pc. È un programma freeware, disponibile in inglese. L’unica pecca che lo caratterizza è di non funzionare con architetture a 64 bit, in pratica è inutilizzabile con i pc di ultima generazione che possiedono processori come AMD64 (esempio Athlon 64), EM64T (casa Intel) e PowerPC 970 (casa IBM). La versione attualmente scaricabile è la 2.2.1014.
Download di Trend Micro RootkitBuster

Prima di concludere, ricordiamo ancora una volta l’invito alla precauzione nell’utilizzo di questi programmi: gli anti-rootkit scansionano un livello molto basso nel computer, difficilmente accessibile alla maggior parte degli utilizzatori. In questo livello sono presenti i comandi chiave che fanno funzionare la macchina e, siccome si tratta sempre di software automatici, la rilevazione di un rootkit è sì accurata, ma non certa: a causa della personalizzazione del pc possono venire rilevati come rootkit righe di codice buono, non nocivo, ed è per questo che, prima della rimozione, consigliamo di essere sicuri dell’azione che si sta svolgendo affinché nulla venga compromesso.

Scritto da Mac La Mente

30/11/-1, 00:00:00
Opera Mini 4.2 versione finale rilasciata per Android
Opera ha rilasciato una prima versione del proprio browser Mini smartphone per la piattaforma Android OS. Tuttavia mancano alcune funzioni - in particolare l’applicazione che permette di chiamare il visualizzatore di video. Con questo nuovo aggiornamento, che porta con sé una serie di correzioni ai bug,  gli utenti G1 hanno la possibilità di lasciarsi alle [...]

Opera ha rilasciato una prima versione del proprio browser Mini smartphone per la piattaforma Android OS. Tuttavia mancano alcune funzioni - in particolare l’applicazione che permette di chiamare il visualizzatore di video.

Con questo nuovo aggiornamento, che porta con sé una serie di correzioni ai bug,  gli utenti G1 hanno la possibilità di lasciarsi alle spalle lo standard del browser e passare completamente a Opera Mini. L’applicazione è un download gratuito. [Via SlashPhone]

blog+roi

30/11/-1, 00:00:00
Intervista a Silvio Carracini
L’intervista di oggi ci permetterà di conoscere meglio Silvio Carracini un internet marketing di successo, autore della Bibbia di Adsense (contiene anche metodi e consigli per aumentare il traffico nel proprio sito), probabilmente qualcuno di voi ne avrà già sentito parlare. Come si può facilmente intuire l’argomento principale di quest’intervista sarà Google Adsense. 1) Ciao Silvio, [...]

blog+roiL’intervista di oggi ci permetterà di conoscere meglio Silvio Carracini un internet marketing di successo, autore della Bibbia di Adsense (contiene anche metodi e consigli per aumentare il traffico nel proprio sito), probabilmente qualcuno di voi ne avrà già sentito parlare. Come si può facilmente intuire l’argomento principale di quest’intervista sarà Google Adsense.

1) Ciao Silvio, raccontaci qualcosa di te?

Amo il Marketing, l’informatica, la musica ed il gioco degli scacchi. Forse è anche per questo che mi sono appassionato ad AdSense! blog+roi AdSense è diventato per me una specie di sfida!;D AdSense non è un avversario ma un tuo partner ed un tuo alleato. Basta seguirne le regole e si può soltanto vincere! blog+roi D’ altro canto, come nel gioco degli scacchi chi “bara” viene espulso!

2) A proposito di Adsense, spieghiamo di cosa si tratta per chi non lo sa?

Cerco di spiegarlo in due parole: AdSense ti paga per esporre sul tuo sito o sul tuo blog dei piccoli annunci pubblicitari. Ovviamente il guadagno che si può conseguire dipende da quanti click vengono effettuati su questi annunci. Un’ altra cosa positiva è che AdSense paga anche i piccoli “blogger” che non possiedono partita IVA.

3) 10 buoni motivi per acquistare “La Bibbia di Adsense”?

1) Insegna ad utilizzare AdSense a chi non lo conosce
2) Insegna come incrementare i guadagni a chi già conosce ed utilizza AdSense.
3) Contiene anche trucchi avanzati (per i più smaliziati)
4) Non sta a me dirlo ma credo sia la guida Italiana più completa in materia
5) Contiene molti “Bonus e risorse” che da soli fanno il prezzo della guida
6) Nella Bibbia di AdSense non vi è nulla che non sia stato testato e sperimentato
7) Oltre ad imparare AdSense nella guida si parla di molte altre cose: SEO, Marketing, Psicologia, html ed altro.
8 ) Oltre 300 pagine (bonus compresi) dense di informazioni e più di 150 screenshot esplicativi
9) Creata e testata per il mercato Italiano
10) Sono più di 400 le persone che negli ultimi 3 mesi (partite da zero) hanno iniziato a guadagnare con la Bibbia di AdSense. Li ho conosciuti personalmente tutti quanti.

4) Quali sono le caratteristiche che distinguono “La Bibbia di Adsense” dalle altre guide?

- Test veri e sperimentazioni sul campo (non “fuffa”)
- Risposte a tutte (ma proprio tutte) le domande su Google AdSense
- Spiegazioni dettagliate, con esempi reali, esempi pratici e tante illustrazioni
- Adatta a tutti i livelli, dal principiante al professionista
- La Bibbia di Adsense non è la solita traduzione di qualche Ebook Americano. E’ il
concentrato di oltre 3000 pagine di scritti ed il risultato di moltissimi test
effettuati sul campo.

5) Perchè hai scritto “La Bibbia di Adsense”?

- Per passione prima di tutto. E’ un argomento che mi affascina incredibilmente. Amo
trasmettere ad altri quello che ho imparato su AdSense ed aiutarli nella creazione di
una rendita personale.

6) E’ realistico parlare di un guadagno di 500 euro mensili, dopo 6 mesi di lavoro, con adsense?

- Dipende soltanto dall’ applicazione e dall’ impegno personale. Con AdSense (come in ogni altra attività) si
guadagnano certe cifre solo se ci si applica a fondo. Alcune persone che ho avuto modo di
seguire in questi mesi hanno ottenuto risultati anche superiori a quello che tu mi poni come esempio.

7) Ci sono moltissime persone che cercano un’attività online che gli permetta di crearsi un reddito extra, perchè quello principale non basta più. Che consiglio vuoi dare a queste persone?

- Mi sento di consigliare AdSense a chiunque perchè non ci sono rischi nè controindicazioni. Con AdSense
NON devi pagare nessuna iscrizione per iniziare e qualora non fossi soddisfatto dei tuoi guadagn puoi mollare
tutto senza dover dare spiegazioni a nessuno.

8 ) Tra le molteplici opportunità di guadagno online, dove si colloca adsense?

- E’ un programma di affiliazion Pay Per Click. Non si deve vendere niente con AdSense! blog+roi
(questo ci tengo a dirlo perchè me lo chiedono in molti)

9) Se un ragazzo ti scrivesse, “Ciao Silvio, sono uno studente universitario, vorrei comprare la tua guida, ma non ho abbastanza soldi purtroppo”, cosa gli risponderesti?

- Quello che scrivo sempre:”inizia con il mio corso gratuito, crea e sviluppa un blog sfruttando le tue passioni
ed inserisci gli annunci pubblicitari, in questo modo inizierai a monetizzare il traffico che passa attraverso il tuo sito. Cosa aspetti? Iscriviti subito al corso gratuito da questo link: www.adsensevincente.com/googleadsense-corso-gratis-guadagnareonline.php

Tentar non nuoce!

10) Come funziona la garanzia soddisfatti o rimborsati?

- Probabilmente è la garanzia più lunga che sia mai stata concessa per un prodotto di questo genere in Italia. Se acquisti la Bibbia di AdSense hai tempo ben 90 giorni (tre mesi) per chiedere il rimborso nel caso tu non fossi soddisfatto (senza MA e senza SE!).

30/11/-1, 00:00:00
L’ESTATE CHE PERDEMMO DIO, di Rosella Postorino
Che vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene? Qual è il confine tra colpa e innocenza? Sono queste alcune delle domande che aleggiano sulle pagine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, giovane scrittrice già segnalatasi con il precedente “La stanza di sopra†(Neri Pozza, [...]

blog+roiChe vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene?

Qual è il confine tra colpa e innocenza?

Sono queste alcune delle domande che aleggiano sulle pagine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, giovane scrittrice già segnalatasi con il precedente “La stanza di sopra†(Neri Pozza, 2007) molto apprezzato dalla critica e vincitore del Premio Rapallo Carige Opera Prima.
Questo nuovo libro si intitola “L’estate che perdemmo Dio†(Einaudi, € 19, p. 230). Un titolo forte, accompagnato da un incipit graffiante. Una frase urlata che segna l’inizio di un’irreversibile tragedia familiare.
I temi affrontati sono quelli dell’esilio e della forza dei sentimenti. L’esilio di chi è dovuto fuggire dalle spire ferali della ‘ndrangheta; i sentimenti di chi prova a reinventarsi dentro e fuori di sé per continuare a vivere.
Comincia tutto con quella frase: “Chi focu chi ‘ndi vinniâ€. Caterina aveva otto anni quando la zia la pronunciò. Adesso ne ha dodici, ma quelle parole le sono rimaste addosso. Parole di sciagura. Solo che certe sciagure non possono essere combattute. Bisogna andarsene, scappare; ché la ‘ndrangheta uccide. Quattro, i fuggiaschi verso l’Altitalia: Salvatore, il padre; Laura, la madre; Caterina, la figlia maggiore; Margherita, la piú piccola. Quattro esseri umani costretti a voltare le spalle alle proprie radici e a cercare salvezza e libertà in luoghi distanti, che non sono i loro. Ma poi Salvatore deve tornare indietro. E nella vicenda si aprono nuovi squarci.
La Postorino consegna una storia dura, dolente; resa al lettore con stile sferzante e linguaggio fluviale, dal quale emerge la “voce†di una ragazzina che è dovuta crescere troppo in fretta.
Nonostante la giovanissima età, Caterina percepisce il peso delle proprie origini; ne sente quasi il marchio sulla pelle. Eppure non si rassegna: «Piú di tutti, di tutti quanti loro, di tutta la loro famiglia messa assieme, piú di chiunque altro, Caterina lo ha preteso. Il diritto di essere felice. Loro no, non ci avevano mai pensato. Come se la felicità includesse anche un prezzo da pagare, un prezzo raddoppiato, lì dove è nato il padre si vive nel solco di una disgrazia sempre in agguato, non per paura, non per senso di minaccia, per fatalismo piuttosto, non si è altro che pedine nelle mani di Dio, non si può osare chiedere di piú, non si può scegliere».
Vorrei approfondire la conoscenza di questo libro insieme a voi e all’autrice (che parteciperà al dibattito). E contestualmente vorrei discutere dei temi che esso tratta.
Per favorire la discussione, come al solito, tento di porre qualche domanda ripartendo da quelle che hanno aperto il post:

Che vuol dire avere colpa, quando sono proprio le tue radici la causa del tuo male, ed è così difficile liberarsene?

Qual è il confine tra colpa e innocenza?

E poi… fino a che punto è possibile liberarsi delle proprie radici, pur essendo radici malefiche?

Viceversa… è sempre giusto mantenere saldi i legami con la propria famiglia, a prescindere da tutto?

Che tipo di responsabilità ha la società (se c’è l’ha) nei confronti dei bambini appartenenti a famiglie legate alla criminalità organizzata?

Per una ragazzina che vive una situazione simile a quella della protagonista di questo romanzo è davvero possibile raggiungere la felicità? E in che modo?

Di seguito, la recensione di Sergio Pent apparsa su Tuttolibri de La Stampa.

Massimo Maugeri

——–

Quando il sole è negato ai bambini
Una famiglia del Sud in fuga verso l’«Altitalia», dove nessuno possa ferirne il futuro

di SERGIO PENT

«I bambini ci guardano», recitava il famoso film di Vittorio De Sica. I bambini nutrono la vita e la giustificano, ma sono spesso gli adulti ad agire per primi sulla spinta delle emozioni istintive, degli impulsi selvaggi, dei raziocini maltrattati. I bambini hanno fatto la recente fortuna letteraria di Ammaniti - vittime inconsapevoli, miniature dell’eterno disagio adulto - e troviamo tracce di infanzie - più malmostose e infingarde, talvolta, ma sempre giustificabili - in certe belle storie di Simona Vinci, Diego De Silva, fino ai deliri rurali e goticheggianti di Eraldo Baldini.
Rosella Postorino è riuscita, già al secondo romanzo, a imporsi nella mente del critico-lettore come una scommessa vincente della nostra narrativa. Linguaggio scaltro e vigoroso, capacità introspettive assai più mature di quello che l’età - 29 invidiabili anni - lascerebbe supporre, senso del romanzo inteso come materia da modellare con abilità e gusto: tutto questo testimonia la presenza di una scrittrice vera, che racconta storie disagiate e strazianti dal punto di vista di una che sembra aver letto tutti i libri indispensabili. E alcuni anche li cita, in chiusura di romanzo, senza per questo averci tolto il gusto di ritrovarli, sulla pagina e nel cuore.
Sono omaggi necessari, poiché tutto ciò che amiamo ritorna, nel gioco sempre nuovo dei rimandi e degli accostamenti, delle sensazioni e delle riscoperte. Ma c’è - in più - la voglia di straziare il lettore con il senso di un disagio estremo, assoluto, in tempi di lotta sempre aperta con i tentacoli del Male.
Un male che allontana Caterina di nove anni e la sorellina Margherita di quattro - insieme ai genitori Salvatore e Laura - dal sole e dalla spensieratezza naturale di Nacamarina, il paese del Sud in cui, in un’estate degli Anni Ottanta, arriva un urlo che annuncia il «focu», la sciagura. In quella landa assolata e baciata dal mare, la guerra è ricominciata, ed è una guerra di adulti che si uccidono in tempo di pace, una guerra in cui anche gli amici muoiono o mettono in pericolo la loro famiglia.
Per questo Salvatore lascia il paese e porta la sua famiglia al sicuro, lontano, in «Altitalia», dove nessuno potrà ferire il loro futuro. Ma tre anni dopo Salvatore è costretto a tornare, per la tragica morte del cognato - N’toni - e per rimettere insieme ciò che resta del passato.
In questa odissea del distacco momentaneo, l’autrice riallaccia tutti i nodi della storia, dal punto di vista di Salvatore e Laura, della piccola e ancora inconsapevole Margherita, ma soprattutto di Caterina, che - ormai dodicenne - sogna un futuro sereno in cui possano trovare spazio i suoi desideri e la volontà di crescere senza paure.
E si incontrano, i sogni e la realtà, in un miscuglio di eroi dei cartoni animati e primi innamoramenti, memorie familiari e lettere a un ragazzo rapito proprio giù dalle sue parti - Cesare Casella - fino al ricordo di zio N’toni, lo zio pacato e sorridente, il padre di Lena e di Giacomo, ultima vittima di una guerra che i telegiornali chiamano in un altro modo.
La storia familiare si intreccia, nella solenne e mai faticosa lentezza del romanzo, con la storia di un Paese in cui l’onestà deve tramutarsi in fuga per sopravvivere, e lo spaesamento diventa rimpianto, rancore, ma anche voglia di riappropriarsi di una vita a cielo aperto.
Verga, Vittorini, grandi nomi che ritornano tra le pieghe di un libro sofferto e maturo, che non concede nulla al relax del lettore, ma lo sfida - e lo accoglie - nel calore unico delle narrazioni importanti, quelle a cui - senza tante discussioni e senza gossip da primedonne di un reame a corto di lettori - si dovrebbe assegnare a scatola chiusa qualcuno dei nostri premi nominalmente più prestigiosi.

Autore: Rosella Postorino
Titolo: L’estate in cui perdemmo dio
Edizioni: Einaudi
Pagine: 344
Prezzo: euro 19

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 30 maggio)

30/11/-1, 00:00:00
ISOLE SENZA MARE, di Antonella Cilento
“Isole senza mare” è il nuovo romanzo di Antonella Cilento, ma è anche la storia parallela di due donne che attraversano l’Otto e il Novecento: Aquila, nobile caduta in povertà e costretta a lasciare la Spagna, vende se stessa e tenta il riscatto diventando l’amante del marchese Campana, collezionista di arte e di vite altrui, [...]

blog+roi


“Isole senza mare” è il nuovo romanzo di Antonella Cilento, ma è anche la storia parallela di due donne che attraversano l’Otto e il Novecento: Aquila, nobile caduta in povertà e costretta a lasciare la Spagna, vende se stessa e tenta il riscatto diventando l’amante del marchese Campana, collezionista di arte e di vite altrui, un amore che la trascinerà in una trama di ossessioni, vendette e fantasmi. Nina, ultima erede di una catena di donne che dalla Spagna sono fuggite, ha più di ottant’anni, ha vissuto il Fascismo e una difficile intimità famigliare percorsa da molti nodi silenziosi: orfana di padre, sposa tardiva, madre mancata. Aquila e Nina amano con infelicità, entrambe sono esiliate: legate a doppio filo da rimandi, coincidenze ed eredità, le loro vicende si intrecciano con un coro di indimenticabili personaggi sullo sfondo del Mediterraneo.
Un romanzo sulla solitudine, sull’isolamento, sull’esilio. Sull’amore deluso. Un’opera letteraria che ha impegnato Antonella Cilento per ben dieci anni e che finalmente vede la luce.
Ce ne parlano Luigi La Rosa e Simona Lo Iacono.
Vi invito a discuterne con loro e con l’autrice.
Di seguito pongo alcune domande/riflessioni - ispirate al romanzo - con l’intento di favorire la discussione.

1 -Isole senza mare. Isole senza amore.
Siamo isole quando amiamo? E quando scriviamo?

2 - Isole senza approdo, anche. Perchè se non c’è mare, non c’è riva. Se scriviamo come isole siamo, anche, viaggiatori senza ritorno?

3 - Isole senza tempo. Le generazioni che sfalsano e scombinano destini.
Il tempo che scorre è solitudine? È compimento?

4 - Isole senza viaggio.
Un viaggio, per scrivere, è necessario? E quale viaggio?

Di seguito, gli ottimi contributi di Luigi La Rosa e Simona Lo Iacono.
Massimo Maugeri

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Isolitudine e racconto nell’opera di Antonella Cilento

di Luigi La Rosa (nella foto)

blog+roiC’è un orizzonte frastagliato, visionario, dove le ombre si mescolano al crudo realismo del quotidiano e i sogni hanno lunga durata. Vita e morte dialogano, consonano, intrecciano relazioni, suggeriscono prospettive dello sguardo. Mi riferisco al luogo fantastico, metaletterario per eccellenza, nel quale Antonella Cilento fa muovere i primi passi di Aquila - forse il più intenso dei personaggi del suo nuovo libro: Isole senza mare (Guanda, pp. 368, 17 euro).
Aquila ha il pianto nella voce e la capacità magica di leggere nell’oblio, richiamando presenze misteriose. Dalla sua culla di bambina delicate dita di fumo la sfiorano, le passano sensazioni che la piccola porta con sé, crescendo, come una specie di irrinunciabile segreto. Forse, la traccia di una consapevolezza, l’impronta di una precoce predestinazione al dolore.
La scrittrice ritaglia intorno a questa amabile figura lo spettro di una vera e propria epopea sentimentale, una sorta di solenne splendore: il declino della nobiltà originaria, la decadenza della famiglia nella Spagna di fine Ottocento, la fuga in Italia, la miseria, la prostituzione e poi l’innamoramento per il marchese Campana, eccentrico collezionista e funambolico interprete di tutta una stagione di soprusi e follie.
La Spagna del mistico e dell’invisibile si sostituisce pian piano alla Roma sensuale e follemente cortigiana che fa da sfondo alle esperienze della giovane espatriata, mentre la realtà si traveste da spettacolo, il quotidiano si carica di inganno, il desiderio di tentazione, e il crescendo dipana con avveduta maestria misfatti e colpi di scena lungo orbite surreali e stravaganti.
Ma questo è solo uno dei due grandi temi che risalgono la carne del romanzo: sulle fibre coinvolgenti di tali vicende germogliano in fretta nuovi spiriti, e una nuova toccante umanità fa irruzione sotto il fuoco dell’obiettivo narrativo: quella di Nina, “angelo grasso†con aspirazioni suicide, che apre l’incipit del romanzo spiccando il volo dal balcone di casa e innestando le sue ferite personali a quelle della sorella Maddalena, o della madre Maria Azara, in una formidabile teoria di rifrazioni, sublimate in storia, in cronaca, in destino.
I perimetri esistenziali di queste donne si legano a quello di Aquila, le loro ansie alle sue peripezie in un’Italia animata da fervidi ideali rivoluzionari, e la narrazione diviene il punto di confluenza, il luogo nel quale i perimetri vengono miracolosamente a coincidere, a confrontarsi, a sovrapporsi.
Come i grandi musicisti del passato, Antonella Cilento ci offre una prova di indiscussa bravura compositiva: Isole senza mare rappresenta infatti un pregiatissimo esempio di romanzo bipartito, di partitura che muove i suoi due canoni strutturali in un’alternanza consapevole di tempi e luoghi armonicamente predisposti: l’Ottocento, documentato dalla splendida saga di Aquila e dei suoi amori infelici, e il più crudele Novecento, che sembra ancora spingere a fatica i suoi polverosi ingranaggi, chiamandoci a una profonda interrogazione sulla memoria e sul vissuto.
Aquila, Nina, Maddalena, Maria Azara, ma pure Aldo, Giampietro, Giacomo, e tutti quanti gli altri personaggi evocati dalla penna dell’autrice si tramutano in isole: è accaduto un prodigio, ed eccoli punti di luce smaniosa nella nevralgica solitudine di ogni esistere, isole nel mare dei giorni, degli anni, degli attimi, cui adattare la dolente prerogativa dell’isolitudine, coscienza dell’essere “isola†in un mare svanito, prosciugato, strappato alla pelle delle cose.
In epoca di minimalismi e di più o meno conclamate poetiche del disimpegno Antonella Cilento ci offre un romanzo avvincente, colto, raffinato, che si muove secondo una direzione assolutamente libera, spregiudicata. Un libro estraneo a mode e squallidi compiacimenti di stagione, che sperimenta, che seduce, e che punta in alto, con coraggio, con ostinazione direi, scommettendo a pieno la sua abbondante materia raccontativa e regalando al lettore un viaggio poderoso, straordinario, che emoziona dalla prima all’ultima pagina.
I miei omaggi a una scrittrice che non fugge davanti alle minacce della trama, alle preoccupazioni della struttura, alle remore dell’articolazione, e che accetta invece la complessità con la fierezza di chi è cosciente di padroneggiare al meglio la propria materia, di chi ha ancora il gusto plastico del raccontare, della fabula amena, e l’ambizione all’affresco, all’intreccio di casi, uomini, situazioni, nella costruzione di un’opera in grado di superare il tempo.
Isole senza mare è un libro davvero importante, uno di quelli che uno scrittore scrive una sola volta nella vita, lasciandosi dietro tutto un mondo di viscere e di risonanze: di pensieri, caratteri, sembianze. Forme accorate e veritiere, piene di struggimento, che ci chiamano dal loro fondo di buia e crepitante malinconia, per chiederci la complicità di una nuova occasione. Forse l’ultima. Le stesse alle quali la letteratura ha il potere di ridare forma, anima, spessore. E il cui fascino oscuro ci accompagnerà per giorni, infinitamente, anche dopo aver chiuso l’ultima pagina del romanzo.
Luigi La Rosa

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Antonella Cilento: Isole senza mare.
recensione e intervista di Simona Lo Iacono.

blog+roiTracce di isola sono in noi tutti.
Siamo isole quando ci cerchiamo senza trovarci. Quando percorriamo secoli con la nostra storia sulle spalle, il passato a precederci, il futuro dietro - sempre.
Siamo isole di occhi e di cuore quando tentiamo di finire e non riusciamo a dire basta, quando la storia che pure accompagna il viaggio trascolora solo per ferirci, quando un amore ci compra e ci vende. O quando, silenziosamente, non può che lasciarci.
Isole senza mare di Antonella Cilento. Due donne a cavallo di secoli. Due galoppi e due incroci di destini. Isole senza mare non è come dire solitudine, o non solo. E’ non avere neanche il mare a cingerti. Un attraversamento. Onde da solcare e sguardi da ricongiungere. Mani tese. Uno scampolo, almeno, di noi.
Così Nina, che fende gli anni dei fasci e della guerra, che perde il padre e si sposa tardi, quando i figli non sono che un vuoto preannunciato e la sorella Maddalena rimane a custodirne la vecchiaia. E’ già una donna in fuga, Nina, prima dalla Spagna e poi da se stessa, come Aquila un secolo addietro, approdata a Roma senza splendori e costretta a prostituirsi.
A unirle, il paesino di Azara sui Pirenei e secoli che avviluppano e tornano indietro, e poi avanti e poi indietro, che stanno lì a sussurrarti all’orecchio che persino il tempo, e il suo incedere a strappi, non è che un’illusione.
E forse è questo tempo che Nina cerca di dimenticare mentre tenta il suo salto nel vuoto, a ottant’anni, e la memoria non è che un bandolo o una lunga coda di drago che chiama i morti a raccolta, li interroga e li consola. Li afferra tra venti sospirosi che non adempiono mai del tutto un destino, una storia, una verità.
Il romanzo affiora da qui. Da questa coda che non impiglia che resti e rimedia agli assalti del buio inventando altre ombre, scolorando dalle vetrate di ballatoi e saloni ottocenteschi, o di bordelli odorosi di cipria e acqua di rose, in cui i soldi lasciati sul comodino non assolvono mai a un riscatto.
Corpi che si vendono e corpi che si perdono, famiglie con segreti e segreti senza famiglia, anche questo – e molto altro – è un’isola che rinuncia a vedersi lambita dall’acqua.
Antonella svia la morte, cataloga e assesta, rimedia a smangiature , all’incedere delle scadenze. Lo fa con lingua che scava e brilla, che si staglia netta e viva, attingendo a inflessioni, a cantilene, chiamando a convitto i fantasmi.
Un viaggio e – forse - un ritorno, un attraversamento che non si rassegna a perdersi. Che incede come solo la scrittura sa fare: restituendo un passato.

-Antonella, cos’è la scrittura? Memoria, malinconia, trasfigurazione?
Tutte queste cose insieme. E’ sopra e prima di ogni altra cosa invenzione, nel senso antico del termine, inventio, ovvero cercare per trovare o cercando, non si sa bene cosa, scoprire di aver trovato oggetti che non si era partiti per cercare. Scrivere è come setacciare una spiaggia con il colino da thé: può darsi che sia un’impresa da pazzi, anzi lo è senz’altro, però se la si compie e la si fa durare per il tempo necessario (tutta la vita, da quando siamo bambini a quando moriamo) è possibile che ci riservi qualche sorpresa. Come scrive Natalia Ginzburg, che in Isole senza mare è citata in un esergo, scriviamo con la fantasia quando siamo felici e di memoria quando siamo infelici. Questo romanzo ha entrambe le condizioni dentro e mi sono accorta nei dieci anni che è durata la lavorazione, dal ’98 al 2008, che le due fasi dentro di me si sono del tutto mescolate, perché così è la vita e così è anche la scrittura: molte parti del romanzo autobiografico di Nina sono inventate di sana pianta e molte aree del romanzo storico e d’invenzione di Aquila sono decisamente autobiografiche. Dunque, scrivere è trasfigurarsi in modi così complessi e inaspettati, ma scientemente cercati, che poi l’opera finita viaggia davvero oltre noi, molto lontano dalla nostra condizione “terrestre†che, come scrive la Ginzburg, ci condiziona mentre narriamo.

-E quella coda di drago? Perché serve a impigliare le ombre?
Una delle cose straordinarie che ci capita dopo aver scritto un libro è che altri libri o la realtà ci rispondano o ci confermino nelle “scoperte†che abbiamo fatto scrivendo: ieri su una bancarella a Port’Alba ho trovato un romanzo di Hector Bianciotti (Senza la misericordia di Cristo, Sellerio, Premio Goncourt negli anni Ottanta) dove si legge: “Non so bene a cosa obbedisco cercando di preservare scrivendo una vita i cui giorni non si illuminarono di alcuna gloria (…), tanto più che sono portato a credere che se una certa cosa in questo mondo è esemplare, tutte lo sono: o tutti i fasti della memoria sono meritati o non lo è nessuno. Non sappiamo perché agiamo; la vita si serve di noi per fare scambi che sono oltre la nostra comprensione.(…) Non esiste memoria allo stato puro; per raccontare la propria vita, bisognerebbe già cancellare tutte le versioni che noi stessi ce ne siamo fatti e che in un certo senso, costituiscono le nostre azioni. (…) Scrivere su una persona che abbiamo conosciuto significa accomiatarsene.†Ho amato molto di Bianciotti un romanzo edito da Feltrinelli che s’intitola “Quel che la notte racconta al giorno†(tanto che un prossimo stage che terrò a luglio porta questo titolo): scriviamo per impigliare le ombre, come tu dici, per trattenere e per congedarci anche, come scrive Bianciotti. Ho impiegato questi dieci anni, ma in realtà tanti di più, per congedarmi dalla mia infanzia e da Nina e Maddalena, cioè la mia prozia morta suicida e mia nonna (che invece fra un anno ne compie cento e non mi pare abbia intenzione di lasciare questo mondo, è una roccia di granito sardo). La coda di drago che ci segue l’ho praticata una volta durante un training corporeo: s’immagina di avere la coda e ci si muove tenendo presente di questa protesi lussureggiante dietro di noi. Si diventa lenti e vanitosi e attenti a non inciampare. I morti sono il nostro patrimonio di memoria e la spiegazione di quel che siamo oggi. Una volta scritti li esorcizziamo, diamo loro una nuova vita, li trasfiguriamo con la parole. Cercare le parole giuste per fissare fuori dal mio corpo le sensazioni impresse in una vita è stato lo sforzo più grande e assurdo di Isole senza mare.

-Le ombre poi. Fragili e ostinate. Quanta parte hanno nella donna che scrive? E nella donna che ama?
Questa storia della donna in quanto autore è davvero seccante (scherzo): sono proprio stanca di dover ogni volta partire dalla mia condizione biologica per motivare la scrittura, un po’ come quando mi tocca partire dalla mia identità napoletana. Vengono sempre prima loro, la donna e la città, e poi io che scrivo. Comincio a diventare invidiosa: come si permettono questa donna e questa città di stare sempre in mezzo quando poi tutta la fatica la faccio io? Scherzi a parte, la questione che sollevi è relativa ai due aggettivi che hai usato giustamente: Nina e Aquila sono fragili anche se non lo sembrano. Nina non lo sembra perché trascorre una vita a ridere e far ridere, mentre il suo intimo non coincide a questa giocosità esterna. Aquila si costruisce una corazza per sopravvivere al mondo esterno e conserva le sue grandi fragilità dentro, le trattiene, le protegge, preferisce sdoppiarsi in Secunda, la sua sorellina mai nata, in un fantasma dell’anima, per non dover rinunciare del tutto a se stessa. Però entrambe hanno un fondo di resistenza, un nucleo solido. Nina lo perde, ma Aquila lo ritrova. Qualsiasi cosa ci accada, anche la più terribile, c’è un fondo bancario di resistenza umana in noi che si fatica a distruggere. La realtà ci si può accanire quanto si vuole contro, ma noi, a costa di fuggire nella follia, come un po’ accade a queste due donne, ci aggrappiamo al nostro intimo.

-Donne che amano. Uomini che si negano. Il destino di Aquila è, in fondo, lo stesso di Nina. Sono isole senza mare per questo? Sono isole senza amore?
Il primo a farmi notare questo gioco di parole nascosto nel titolo è stato Generoso Picone, che con Francesco Durante, Giuseppe Montesano mi hanno restituito finora le letture più precise e belle di questo romanzo e cui sono molto grata per la comprensione. Poiché la frase è tratta, non so più da dove, ma dall’Ortese, non ci si può stupire che contenga questo senso. Nina e Aquila non sono fortunate in amore: Nina ha un uomo accanto, non quello che forse aveva desiderato, ma non è sola. Pure, deve sentirsi molto sola. Aquila gli uomini li frequenta per mestiere e s’innamora di quelli sbagliati, fra cui del fantastico Giovanni Pietro Campana, che è una sintesi del fascino ma anche della pochezza maschile italiana. Quando s’innamora dell’uomo “giustoâ€, lo perde. Fanno insomma quel che molte donne fanno nella loro vita: proiettano la realizzazione di sé, anche quando si tratta di donne intelligenti e impegnate, realizzate in altri ambiti, sulla figura dell’Amato. L’Amato Bene le tradisce, scompare, si rivela un lestofante: e loro continuano a stargli dietro. Anzi si distruggono per lui. Ma il mare che è scomparso intorno alle isole di questo libro, Aquila e Nina ma anche tutti gli altri personaggi: Maddalena, Giacomo, La Rana, Egizia, la narratrice stessa, ecc…, è il mare della comunicazione. Sono svaniti i ponti che legano le persone in un destino comune. E’ svanita la comunità. Questa è forse una delle ragioni per cui il romanzo si dipana proprio dal Risorgimento ad oggi: un paese nasce mentre è già morto. E noi oggi assistiamo a questo scempio, impotenti.

-Uno sguardo alla lingua e ai modelli letterari. Nel progetto originario le isole erano Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Chi delle due è Nina e chi è Aquila?
Il progetto originario era uno spettacolo teatrale, breve, che è andato più volte in scena: lì c’era un’ipotesi di incontro mai avvenuta fra le due maggiori narratrici del nostro Novecento (e fra le maggiori d’Europa), entrambe autrici di romanzi in controtendenza rispetto alle mode del secolo. Poi, di queste due autrici così amate, in Isole senza mare non c’è più traccia narrativa, al limite ispirativi. Però se volessimo giocare a questo gioco che proponi, Aquila è Elsa, più battagliera e calata nel reale, e Nina è Anna Maria, persa dentro di sé, sola.

- La poesia di Angel Crespo che apre il romanzo : “ Misi le mani nell’acqua per assomigliare alle isole. Passava il mare tra le dita come aria tra le crepe. E s’inseguivano da sotto le mie parole le sirene. Quando volli tornare a terra, già non c’era più rivaâ€. Antonella, un’isola senza mare è una terra ( o un destino) senza approdo?
Questo è un romanzo picaresco sull’esilio: l’esilio dalla Spagna cui è destinata Aquila, l’esilio dalla Sardegna che deriva da un esilio dalla Spagna cui sono destinate le sorelle Azara, Nina e Maddalena. L’esilio dell’anima di due donne minori per la storia e senza importanza nella quotidianità ma pure vive e bisognose di essere riconosciute e viste. Tutte corrono verso il loro esilio, che è anche già raggiunto. E’ dentro di loro. Il bello della vita è diventare ciò che già siamo, realizzare il nostro destino: Nina se ne spaventa, Aquila sfrontatamente va avanti. Chi di noi non è così un giorno e nell’altro modo in un altro? Una volta raggiunta l’isola che siamo noi vorremmo tanto fuggire al nostro destino, pure non ci è possibile. Trasformare, trasfigurare è l’arma, fuggire è la morte.

30/11/-1, 00:00:00
SOLO! (e non solo), di Sergio Rilletti
Riporto su questo post dedicato a Sergio Rilletti. Questo post non è più solo… nel senso che in coda troverete un nuovo racconto di Rilletti (alias Mr. Noir). Si tratta di un racconto che fa parte dell’antologia “CRIMINI DI REGIME” (Editrice Laurum). Sergio si autodefinisce diversamente abile. Per me è abile. Solo… abile. Bravo, Sergio! Massimo Maugeri ———— post del 16 [...]

blog+roi
Riporto su questo post dedicato a Sergio Rilletti.
Questo post non è più solo… nel senso che in coda troverete un nuovo racconto di Rilletti (alias Mr. Noir). Si tratta di un racconto che fa parte dell’antologia “CRIMINI DI REGIME” (Editrice Laurum).
Sergio si autodefinisce diversamente abile. Per me è abile. Solo… abile.
Bravo, Sergio!
Massimo Maugeri

————

post del 16 marzo 2007blog+roi

Giorni fa scrissi un post dal titolo: Quando un “diversamente abile”… è solo”.

Il protagonista di quel post è lo scrittore Sergio Rilletti (nella foto). Quello che vi propongo qui di seguito è una breve presentazione del racconto “Solo!” scritto dallo stesso Rilletti in occasione di un’esperienza non particolarmente piacevole che è stato costretto a subire. Seguirà il racconto. Il post è un po’ lungo ma vi invito a leggerlo da cima a fondo. Ci tengo molto. Magari salvate la pagina sul vostro pc e leggete off-line. Poi tornate qui e, se vi va, lasciate le vostre impressioni come commento.

Vi ringrazio molto per l’attenzione.

(Massimo Maugeri).

*

Un autore di thriller crea i propri alter ego proprio per far vivere loro delle esperienze da brivido, che ovviamente auspica di non dover vivere mai.

   Non può certo immaginare che, un giorno, una persona di sua conoscenza lo scambi per il suo eroe seriale e decida di metterlo in una situazione assolutamente poco confortevole!

   E’ quanto accaduto a me – creatore di Mister Noir, detective privato in carrozzina -, il 9 aprile scorso al parco di Monza, quando, come avevo brevemente narrato nell’appello pubblicato sullo scorso numero di M-Rivista del mistero, un “branco di amici†mi ha mollato in mezzo al parco di Monza, a bordo della mia piccola carrozzina elettrica, per farsi un giro in risciò. Senza voltarsi più. Costringendomi a cavarmela, e a ritrovarli, da solo.

   Sì, Solo!, come il titolo di questo racconto, il primo sequel narrativo di una rubrica della posta.

   E, come in tutti i sequel che si rispettano, vengono svelate (parzialmente) le identità professionali di alcuni personaggi, tutte le strategie che ho dovuto attuare, tutte le mie emozioni, e lo stretto rapporto – breve ma intenso – con i due ragazzi che alla fine mi hanno aiutato in modo ottimale e che, come ho scritto nello scorso numero, vorrei assolutamente ritrovare e ringraziare.

   Non solo. Ma, come in un enorme gioco dei paradossi, che mi piace tanto sviluppare nei miei racconti, i ruoli si confondono, e chi ufficialmente è considerato un handicappato si dimostra improvvisamente un “super-dotatoâ€, surclassando in capacità chi, invece, deve accontentarsi della sua perenne condizione di “normodotatoâ€.

   Oltre 90 minuti di autentica tensione, narrati onestamente in soggettiva, in cui ogni lettore non potrà fare a meno di essere me!

   Un racconto che determina la nascita di un nuovo genere letterario: il reality novel!
    Sergio Rilletti

*

*

*

SOLO!

Racconto di Sergio Rilletti

Quest’anno ho scoperto che il Destino è un mio grandissimo fan; un fan un po’ apprensivo, a dir la verità, che, ingiustamente preoccupato che rimanga senza ispirazioni per i miei thriller, me ne fa capitare di tutti i colori. La storia che state per leggere è assolutamente vera. Dopo una lunga e attenta meditazione ho deciso di scriverla “in soggettivaâ€, telecamera immaginaria alla mano, per portarvi con me, a bordo della mia carrozzina elettrica, e farvi vivere quello che ho vissuto io, esattamente come l’ho vissuto io: pensieri compresi. La data e i luoghi sono veri, i nomi dei personaggi sono ovviamente modificati per salvaguardare la loro privacy. Solo i nomi di Lisa e, mi pare, Mauro (ho una certa idiosincrasia con i nomi maschili), protagonisti assoluti del terzo capitolo, sono veri; e ho voluto mantenerli tali in modo che loro si possano riconoscere e io possa ringraziarli. Ma ora basta con le chiacchiere, e seguitemi nei meandri del parco di Monza e della mia mente. (Sergio Rilletti) .

*

Domenica 9 aprile 2006, Ore 13.10 circa, Parco di Monza

Vanno. Loro vanno. E io, rimango sempre più indietro.

Certo che seguire due risciò con una carrozzina elettrica di modeste dimensioni e di scarsa potenza come la mia, non mi sembra un’idea proprio geniale, anche perché il terreno qui è sconnesso. Ma come potevo impedire agli altri di andarci? Ora dovrò fare la passeggiata da solo, e accontentarmi dei momenti di contatto che avrò quando si fermeranno ad aspettarmi. Accontentarmi e gustarmeli. Fino in fondo.

Già, accontentarmi. Loro davanti, tutti assieme, che si divertono; e io qui dietro, da solo, che arranco. D’altronde, non potevo certo oppormi, non potevo impedire agli altri di fare questa bell’esperienza.

Ma come ha potuto Carletto fare una proposta del genere?

Speriamo almeno che si fermino. Qui il terreno è accidentato, e la carrozzina traballa.

Sì, sì; sicuramente si fermeranno. Carletto è un professionista: sa quello che fa. Sì, ecco, si fermano. Bravo, Carletto: sapevo di poter contare su di te! Ora vi raggiungo. Ancora qualche metro su questo terreno sconnesso, e sono da voi. Una buca, due buche, una pozzanghera di fango, un dosso di terra battuta, e ancora una buca. La carrozzina traballa per tutto il tempo, ma alla fine vi raggiungo. Sorrido. Anche Carletto sorride, e poi mi fa: “Senti… Possiamo andare avanti?â€

A me si raggela il sangue e non dico nulla, paralizzato, sbalordito; ma Carletto non si accorge di niente e prosegue: “Ti fai una bella passeggiata da solo nel parco fino alla cascina. Tanto la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo.â€

Sconcertato, rispondo di sì. Io non sopporto l’idea di rimanere da solo in un luogo pubblico, soprattutto in un parco; un parco non mi dà alcun senso di sicurezza: si può incontrare chiunque, in un parco, assolutamente chiunque. Ma che diritto ho io di limitare agli altri questa bell’esperienza? Domando di nuovo la strada, con espressione estremamente titubante, per far capire che non sono affatto sicuro, Carletto me la ripete, e io, sempre titubante, li saluto. Tanto, penso, si gireranno. Non mi perderanno certo di vista!

Vanno. Loro vanno. Senza voltarsi.

E mi distanziano sempre più.

Io arranco con la mia piccola carrozzina elettrica. Qui il terreno è asfaltato, procedo abbastanza bene. Li vedo allontanarsi. Già, si allontanano. E non si voltano.

Cazzo, ma voltatevi!

Niente. Non si voltano.

Vedo, lontano, una curva; una curva che devono intraprendere. Sarei tentato di tagliare per il prato, per avere almeno una piccola possibilità di raggiungerli, ma se mi ribalto che faccio? Il terreno erboso è il più insidioso di tutti, perché l’erba copre, e, sotto l’apparenza di un terreno verde e pianeggiante, si cela sempre un terreno accidentato, pieno di dune, pendenze, e avvallamenti. E le possibilità di ribaltarsi sarebbero infinitamente superiori! Non mi fido, e decido di proseguire per la strada principale; anche se sono consapevole che non li raggiungerò mai.

Continuo, senza perderli di vista.

Finché posso.

Poi salgono su una montagnetta; su, su, fino in cima.

Li guardo, per vedere se si girano. Si gireranno sicuramente per salutarmi. Si girano? No, se ne vanno: proseguono. Lasciandomi definitivamente solo.

Oh, cazzo! Speriamo in bene! Avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, mi hanno detto. Devo costeggiare l’autodromo. Ma dov’è l’autodromo? Speriamo almeno che la batteria della carrozzina duri fino alla cascina, che non si scarichi prima. Proseguo, tesissimo. Maledico il momento in cui ho accettato. Maledetta generosità! Ora loro (Carletto, i due assistenti dell’Organizzazione, e i tre miei compagni) sono tutti insieme a divertirsi, mentre io sono qui a girare da solo come un pirla! Mi impongo di calmarmi, ci riesco; tanto ormai è inutile: sono da solo! Quindi, ho due alternative: o continuare a recriminare o godermi il panorama. Opto per la seconda. Intanto proseguo sempre dritto, per un bel po’. Dritto, e poi all’autodromo a sinistra, costeggiandolo, mi ripeto. Meno male almeno che il tempo è bello. Pensa un po’ se minacciasse di piovere…

Continuo la mia marcia forzata ostentando un interesse particolare per tutto il verde che mi circonda. Laggiù, lontano, vedo anche le montagne innevate. Non che mi interessi in modo particolare un panorama che, andando a questa velocità, cambia poco; ma almeno mi aiuta a distrarmi e a non pensare che sono solo… e che devo trovare la strada per tornare alla cascina. A proposito: dove cazzo è l’autodromo? Ormai è da un po’ che sto camminando. Possibile che sia così avanti? Possibile che siano andati così avanti? Mi fermo, scruto l’orizzonte, ma dell’autodromo non si vede neanche l’ombra. Eppure non è piccolino. È un autodromo, voglio dire: se ci fosse, lo vedrei! Anche lontano, magari, ma lo vedrei! Rischio di farmi prendere dal panico; invece no, non devo!

Aziono la cloche della mia carrozzina, e procedo. Se ti hanno detto vai avanti fino all’autodromo, e non vedi ancora l’autodromo, vuol dire che non sei ancora arrivato. Semplice, no?

Semplice un corno! Se sei in un posto sconosciuto, hai solo una vaga idea di dove dover andare (sperando, tra l’altro, di aver capito bene), non vedi mai arrivare questo cazzo di punto di riferimento (peraltro neanche tanto piccolo), ti guardi intorno e ti sembra tutto uguale, e non puoi neanche chiedere una conferma a qualcuno perché le tue difficoltà motorie ti creano qualche problemino nel farlo, allora no, non è affatto semplice essere sicuri di non aver sbagliato strada. Ma proprio neanche un po’. E comunque non ti preoccupare, mi dico. Appena non ti vedranno arrivare, ti verranno sicuramente a cercare! Ora non devi fare altro che andare avanti fino…

Mi blocco.

Mi raggelo.

Ma no… non è possibile!

E mo’, dove vado?

MA DOVE CAZZO E’ L’AUTODROMO?!

Sono arrivato a un incrocio a T. Davanti a me la strada è sbarrata da un paio di panettoni. O meglio: non è che sia proprio sbarrata, ma comunque il passaggio non è abbastanza largo per un risciò. E poi, al di là dei panettoni, il terreno sembra sabbioso. Evidentemente è qui che devo girare a sinistra. Sì, ma… Dove è l’autodromo?

Vado. Ma le cose non stanno andando come previsto. E questo non mi piace neanche un po’. Sto abbandonando il viale principale. Non è prudente, lo so, ma per un po’ rimarrò comunque ben visibile: se ripassassero, mi vedrebbero sicuramente! E poi, loro mi aspettano in cascina. L’appuntamento è là!

Arrivo a un altro incrocio. Ora ho tre possibilità: o attraversare la strada e proseguire diritto (però quella mi sembra una zona un po’ troppo boscosa), o immettermi in questa strada dove scorrazzano le auto (e non ci penso proprio!), oppure seguire questo controviale pedonale che costeggia la carreggiata delle auto. Sì, questa terza soluzione mi sembra la migliore: la seguo. Anche perché, in effetti, quelle auto devono pur fermarsi da qualche parte. Non è detto, ma magari vanno proprio all’autodromo. Procedo lungo il controviale, mentre le auto continuano a sfrecciare alla mia sinistra. Ecco. Ora ho completamente abbandonato il viale principale, non lo vedo più; e per ogni metro che faccio su questa strada, la tensione aumenta. Speriamo in bene, speriamo di aver fatto la scelta giusta!

No!…

Rallento.

No!…

Rallento.

No!…

Mi fermo.

Di nuovo. Per forza.

Nooo!… Ma porcaputtana! Ma non è possibile!… E che è?!

La strada è sbarrata, di nuovo. E questa volta non si tratta di semplici panettoni, tra cui, magari, potrei passare; no, è proprio sbarrata, chiusa!

Ansimo. Sento un brivido corrermi lungo la schiena: parte dalla cervicale e si snoda in tutto il corpo. Dondolo la testa da una parte e dall’altra, per sgranchire i muscoli del collo e scaricare la tensione. Scoppio in una risata isterica, giro la carrozzina, e mi affretto a tornare indietro. Ecco, ora sono proprio nei guai. Ma proprio Guai Guai Guai! Non vedo l’ora di tornare sul viale principale. Cazzo, adesso come faccio? Magari mi si scarica pure la batteria della carrozzina! Ma che coglioni!

Sono tornato sul viale principale, finalmente. Giro fiducioso la testa a destra e a sinistra, ma di Carletto & Co. neanche l’ombra. Ma che coglioni! Vado a destra e poi torno indietro, mantenendo una posizione ben centrale. Vedo scorrazzare molti risciò, ma nessuno con tre persone a bordo. Finalmente ne vedo uno con tre passeggeri. Mi sento sollevato. Alzo la mano sinistra e preparo un bel sorriso, pronto a fare un allegro cazziatone; ma quando il risciò si avvicina… devo ritirare tutto: mano e sorriso. Non sono loro! Ma che cosa aspettano a venirmi a cercare? Non si sono accorti che non ci sono? Qui devo razionalizzare i movimenti, non posso continuare così! Se mi si scarica la carrozzina, sono guai! E sì che Carletto è un professionista: dovrebbe ben sapere che potrebbe scaricarsi la batteria. Ma che coglione! Torno indietro, fino alla mappa del parco che avevo notato, e guardo dov’è la cascina. È un po’ lontana, ma decido di riprovarci.

Parto. Comincio a ripercorrere la stessa strada di prima, ma la tensione e la rabbia hanno raggiunto livelli ormai incontrollabili. Ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare: il professionista coglione! Ma quando arrivo a casa, quelli dell’Organizzazione mi sentono! Che poi loro, quelli dell’Organizzazione, in effetti non hanno colpa: Carletto ha un curriculum favoloso, è normale che scegliessero lui! Chi poteva immaginare che, uno con un curriculum favoloso come il suo, potesse combinare una stronzata del genere? E ora, che faccio? Sto percorrendo di nuovo questa strada, e loro non ci sono ancora! Non posso continuare a girare così a caso: la carrozzina rischia di scaricarsi! Devo chiedere aiuto. Ma a chi? Anche ammesso di riuscire a parlare in modo abbastanza chiaro da farmi comprendere, a chi chiedo informazioni? Qui è pieno di gente, è vero, ma sono comunque tutti dei passanti: non è detto che sappiano dove è la cascina. Mentre cerco invano la figura di Carletto & Co., uno spiraglio si apre. Uno spiraglio di speranza. A forma di entrata. A circa venti metri da me, sulla destra, c’è una deviazione che porta a due colonne che delimitano l’entrata di un rione. Mentre mi avvicino guardo meglio: sembra un quartiere agricolo, e ci sono delle case. Sono un po’ in dubbio se entrare o no: si tratta comunque di abbandonare di nuovo il viale principale; consumerei batteria, il terreno lì è molto sconnesso, e il risultato è incerto. Ma comunque, se voglio chiedere aiuto, è lì che devo andare.

Varco l’entrata, e mi sembra di ritrovarmi in aperta campagna. Vado avanti per il sentiero sterrato stando ben attento a dove metto le ruote, per non ribaltarmi. Alla mia sinistra vedo un vecchio contadino raccogliere legna, qualche metro dietro a lui c’è un bel fuoco, e, un po’ più lontano, quasi di fronte a me, leggermente alla mia destra, una donna bruna sbuca dal cortile del rione, camminando a passo spedito. Sarà per l’aspetto giovane ed eretto, sarà perché, per esperienza, so che le donne sono spesso più sveglie di noi uomini, sarà per la mia naturale propensione verso il sesso femminile, ma opto per lei. Io opto per lei ma lei non opta per me, e devia verso un altro sentiero. Rimango stupito: pensavo che la mia fosse l’unica strada per entrare e uscire da quel rione; e invece, a quanto pare, no. Capisco subito che non la raggiungerò più e mi dirigo verso l’agglomerato di case, disposte a ferro di cavallo. Entro nel cortile e mi colloco nel centro. Lo spettacolo è deprimente e angosciante; mi sembra di essere capitato in una città fantasma. Case bianche e fatiscenti, con persiane verdi e porte marroni. Forse, una volta, erano belle, ma ormai i muri sono sporchi e scrostati, logorati dal tempo, e le porte, anche se chiuse a chiave, non danno certo l’idea di sicurezza e protezione.

Comincio a gridare (“Aiuto! Aiuto! Aiuto!â€), ma la parola Aiuto ha una combinazione di lettere davvero ostica per me, quindi riesco a pronunciare solo la A, mentre tutte le altre lettere mi muoiono in gola.

Nessuno si affaccia. È inutile rimanere oltre.

Decido di tentare con il contadino. Torno indietro, ma… No! Dov’è?… Dov’è finito il contadino? Mi dirigo nell’esatto punto dove l’avevo visto prima; mi guardo intorno: il fuoco c’è ancora… ma il contadino no. No, non è possibile! Ho perso l’unico contatto che avevo! Calma, calma. Sta’ calmo e ragiona. Se ha preso della legna e al fuoco non c’è, vuol dire che l’ha portata da qualche altra parte. Ma dove?… A casa, certo: è andato a casa! Torno nel cortile, e scruto tutte le porte delle case. Laggiù, in fondo, ce n’è una aperta. Il contadino dev’essere là! Mi avvicino. Il contadino esce, mi guarda incuriosito, e mi viene incontro. “Hai bisogno di aiuto?“ mi chiede.

La sua voce fessa non promette nulla di buono, ma io faccio cenno di sì.

“Ti sei perso?â€

La risposta esatta sarebbe “No, mi hanno persoâ€, ma, per semplificare, taglio corto e rispondo di sì.

Eh-eh! E mo’ viene il bello! In casi come questo, quando devi spiegare una tua impellente necessità ad un estraneo, devi proprio dimenticarti qualsiasi forma di preambolo, di sintassi, e di educazione, che impegnerebbero l’attenzione e il tempo dell’altro inutilmente, e concentrarti solo sull’informazione primaria in sé. Sono un po’ incerto sull’informazione da chiedere. Indicargli la borsa, per fargli prendere la mia agenda e telefonare a qualcuno, mi sembra troppo complicato; quindi, mi rimangono due possibilità: Cascina o Autodromo? ‘Fanculo l’autodromo!, mi rispondo. Lo guardo fisso negli occhi, e, scadendo bene le parole, dico semplicemente: “Cascina Costa Alta.â€

“Cascina Costa Alta?! mi ripete. Come, mi ha capito? Sono sinceramente stupito: non mi aspettavo che ci saremmo capiti così, al primo colpo; mi affretto a dire di sì. Lui mi guarda un po’ perplesso. “Sei un po’ lontano: la cascina che dici tu è a due chilometri da qui.â€

Io lo guardo sbigottito. Rimango senza parole, anche nella mente.

“Guarda: Tu, uscito da qui, vai a sinistra; poi, a un certo punto, vedrai un cartello con l’indicazione ‘Bocciodromo’. – Il contadino mi spiega tutta la strada, sembra facile, ma poi conclude: - Comunque, secondo me, non ce la fai ad arrivare, perché alla fine c’è una salita così. Hai capito?â€

Dentro rabbrividisco, ma comunque non posso chiedergli di più: rispondo di sì, lo ringrazio, e, anche se insicuro, vado. Incontro di nuovo la donna bruna; sarei tentato di chiederle aiuto, ma ho paura che il contadino, vedendomi, possa rimaner male. Proseguo senza dir niente.

Esco dal rione e comincio a cercare febbrilmente l’indicazione per il bocciodromo, sperando sempre che la carrozzina non si scarichi. Finalmente la trovo, esulto, e la seguo. Ma anche quella strada porta da nessuna parte. Torno indietro sul viale principale, e mi guardo intorno. Ci sono? No, macché! Ma che gruppo di coglioni!… Ma che branco di handicappati! Decido di andare ancora alla mappa, per chiedere aiuto da lì. Ma che imbecilli! La mappa, oltre alla cartina del parco, mostra, in basso, sei cerchi con i luoghi più importanti del parco. Io mi posiziono il più vicino possibile, in modo da poter indicare con facilità Cascina Costa Alta. Comincio a gridare agitando le braccia, per attirare l’attenzione; le persone, però, non mi degnano neppure e tirano dritto.

Dopo un po’ vedo arrivare una famigliola – papà, mamma, e bambino -, e io, avendo una fiducia smodata nelle famiglie, gesticolo ancora di più. L’uomo mi vede sbracciarmi e gesticolare, mi guarda, e, con lo sguardo assente come il suo cervello, mi risponde: “Ciao!â€

“Eh, Buonanotte!†lo saluto io.

Finalmente arriva un giovane pattinatore, castano e riccioluto; arriva sparato sui rollerblade, e, dopo qualche giravolta di rallentamento, si ferma proprio accanto a me. Io gli indico la cascina, e lui mi indica la strada; si assicura che abbia capito, e poi se ne va, sparato com’era arrivato. Vado, ricordandomi che a un certo punto devo girare a sinistra. Io vado, ma qui è tutto uguale. Dov’è che devo girare? Sono depresso, angosciato, non ce la faccio più. Il mio sguardo vaga alla ricerca di Carletto & Co., oppure, in alternativa, di qualche vigile o poliziotto a cavallo (so che esistono). Avrei voluto evitarlo, ma dopotutto… Cazzi loro: a mali estremi, estremi rimedi!

Non vedo nessuno.

C’è un viale a sinistra: lo prendo; ma mi sembra dannatamente uguale a quello che mi aveva portato alla strada carreggiata e al controviale pedonale senza uscita, e mi faccio prendere dal panico. Sono sull’orlo d’una crisi di nervi. Incrocio un uomo; vorrei chiedergli aiuto, ma è troppo impegnato con il suo cellulare. Proseguo.

Pochi metri davanti a me compaiono due ragazzi: lei è una deliziosa biondina, con i capelli lunghi e il viso rotondo, pieno di nei ma “pulitoâ€; lui è bruno, capelli corti, viso tendente al rotondo ma con lineamenti più marcati. Mi vengono incontro. Io devo avere un’espressione abbastanza spaventata, perché lei mi chiede subito se mi serve aiuto, senza bisogno che io dica A: io mi affretto ad annuire.

“Ma è da solo?†si chiede lei con stupore e voce carezzevole, guardandosi intorno. E poi, rivolgendosi a me: “Ma eri con qualcuno?â€

“Con un gruppo.â€

“Vedi, era con un gruppo!†esclama, rivolta al ragazzo.

“Ma io non vedo nessunoâ€, risponde lui, scrutando l’orizzonte.

“Neanch’io†ribadisce lei.

Io scoppio in una piccola risatina isterica. Eh! Non ditelo a me!

“Guarda nella sua borsa, magari ha un numero da chiamareâ€, dice lei.

Io sto per assentire, ma lui, con un tono dolce e imbarazzato, dice: “No… Non me la sento di mettergli le mani in borsa .â€

“Vabbe’… Andiamo in là, vedrai che li troviamo!†dice la ragazza, rivolgendosi a me. Io non sono proprio così ottimista, ma capisco che non mi abbandoneranno, e mi sento al sicuro. Li identifico subito come due angeli custodi mandati da Dio, e lo ringrazio. Sul serio! Io non sono particolarmente avvezzo a questo tipo di pensieri, non mi capita molto spesso di ringraziare Dio, e quasi mai lo faccio tempestivamente; ma, questa volta sì.

C’incamminiamo, e io mi mantengo qualche metro davanti a loro; abbastanza vicino perché capiscano che sono sempre con loro, ma abbastanza lontano perché possano continuare a godersi un po’ di intimità. Li sento ridere e scambiarsi paroline affettuose. È un piacere sentirli: mi fanno andare indietro nel tempo; agli amori giovanili dei miei primi amici. Sì, è proprio un piacere sentirli. Parlano tra loro, ma so che sono con me. Sì, loro sono con me, e sento lei dire: “Ma l’hanno lasciato solo? Ma che gente è?… Ma come si fa a lasciarlo solo?â€

Sogghigno, con soddisfazione e sollievo. La tipa è sveglia, ha colto proprio nel segno: non pensa che mi sono perso, pensa che mi hanno perso!

Arriviamo al viale principale, ci guardiamo intorno, ma… Toh, che strano. Non c’è nessuno.

“Io non vedo nessun gruppo. Se ci fosse un gruppo, lo vedremmoâ€, dice lei con aria smarrita e stupefatta.

“Che facciamo, chiamiamo i vigili?†propone lui.

“No, aspetta. Magari in borsa ha un numero da chiamare!â€

“Ma a me non va di mettere le mani nella sua borsaâ€, ribadisce lui, timido e imbarazzato al tempo stesso. Mi fa proprio una bella impressione: il rispetto, quasi reverenziale, che ha per me e per la mia privacy mi colpisce e mi commuove. Ma questo non è il momento della riservatezza, e faccio chiaramente capire che non deve farsi problemi e di guardare pure nella mia borsa.

“Ecco, vedi, vuole che guardiamo nella sua borsa; giusto?â€

Annuisco con veemenza. “Ho una agenda†mi dico, scandendo bene le parole.

“Hai un’agenda?†ripete lei. Poi, vedendo la mia espressione meravigliata, mi fa: “Sei stupito perché ho capito? Ma io sono abituata con i bambini, faccio la maestra. Eh sì: la maestra Lisa capisce sempre tutto!â€

Maestra? Ma come maestra? Io pensavo che andasse ancora a scuola.

Chiedendomi ancora una volta il permesso, il ragazzo comincia a frugare nella mia borsa, maneggiando ogni cosa come fosse una reliquia antica di immensa fragilità, finché trova la mia agenda.

“Chi dobbiamo chiamare?†mi chiede Lisa.

La cosa più facile sarebbe far aprire l’agenda alla prima pagina, dove ho i numeri dei miei familiari e parenti, e far chiamare i miei genitori. Ma, se lo faccio, mia madre si terrorizza. So di non avere il numero di quell’imbecille di Carletto, ma so di avere quello di Filomena, una delle assistenti che era rimasta in cascina con altri ragazzi. So di avere il suo numero di casa; spero di avere anche quello di cellulare. Dico di aprire l’agenda alla lettera F, indico il nome di Filomena, ma… Ho soltanto il suo numero di casa! Il cuore mi sale in gola, ma non dico niente. Lisa prende il mio cellulare, lo accende, ma si accorge che dovrebbe mettere il pin per attivarlo; e, anziché chiedermi il codice, mi rimette via il telefono, chiedendo al ragazzo di usare il suo. Io lo lascio tentare. C’è ancora una piccola possibilità, una fievole speranza: Asdrubale, il neo-ex fidanzato di Filomena, in quel momento potrebbe essere proprio lì, a raccogliere le sue cose.

Asdrubale risponde. Il ragazzo gli parla, e deve ripetergli due volte che mi hanno trovato a girare da solo in mezzo al parco di Monza, e che sono molto agitato; gli dà il suo numero di cellulare, di cui, purtroppo, memorizzo solo le prime tre cifre, e gli dice di richiamarlo per fargli sapere dove dobbiamo trovarci. Riattacca, e ci riferisce che Asdrubale si è incazzato e ha detto frasi del tipo: “Ma come da solo?… Ma sono impazziti?â€

Il cellulare suona: è Carletto. Il ragazzo non riesce fargli capire dove siamo, e allora gli dice che li aspetteremo all’incrocio dove c’è la mappa.

Ci avviamo. Io vorrei chiedere al ragazzo il suo numero di cellulare, per poterli richiamare, ringraziare bene, e magari, perché no, rivederli con un po’ più di tranquillità per chiacchierare un po’; vorrei proprio farlo, ma, invece, mi blocco: mi stanno aiutando, stiamo procedendo verso un obiettivo ben preciso, non voglio distogliere la loro attenzione, per magari agitarli o imbarazzarli. Tanto, penso, Carletto e Asdrubale ce l’hanno. Sicuramente me lo daranno. Do la precedenza a una parola, una soltanto, che devo per forza dire ora, se no poi, nella confusione, magari non riesco più a pronunciare: “Grazie.â€

“Di niente, figurati!†risponde prontamente lei.

Chiedo a lui come si chiama.

“Mauroâ€, dice sorridendo.

Lei si affretta a ridirmi che si chiama Lisa, ma in realtà il suo nome l’ho già memorizzato da prima. “E tu?†fa lei, con voce gioiosa.

“Sergio.â€

“Ah, Sergio.â€

Arriviamo all’incrocio, e ci mettiamo proprio accanto alla mappa; così, giusto per essere sicuri che ci vedano. Lisa e Mauro sono di fronte a me, e, mentre stiamo aspettando che arrivino, inaspettatamente, veloce come un lampo, tra loro schiocca e sboccia un bacio. È un bacio-lampo, reciproco e simultaneo, un bacio giocoso, uno di quelli che solo due fidanzatini possono scambiarsi. Un bacio fresco, giovane, primaverile, che si fonde perfettamente con i colori di questa bella giornata. Non posso trattenere un moto di contentezza. Loro se ne accorgono e scoppiano a ridere, creando tra noi un legame magico e indissolubile.

Arriva Carletto, incredibile ma vero, con il pulmino dell’Organizzazione. Scende e, anziché dire frasi del tipo Come stai?… Scusami. Ma che pirla sono stato! oppure Grazie, ragazzi! Davvero, grazie mille!, comincia a sfottermi dicendo che non ho il senso dell’orientamento; e quando Lisa gli dice “Guarda che era molto spaventato! “ lui rincara la dose, facendo i versi che di solito si riservano ai bebè, e sostenendo che mi stavano cercando dappertutto e che, comunque, era tutto sotto controllo.

Minchia! Lo mando subito, e più volte, affanculo. Non gli dico dove deve mettersi il pulmino solo perché sul pulmino devo salirci anch’io. Mentre uno degli assistenti, senza proferir parola, mi carica di gran carriera, ho solo il tempo di un ultimo fugace sorriso con i due ragazzi. Lisa e Mauro sono lì; probabilmente si aspettano che Carletto dica loro qualcosa. Io lo guardo con due occhi grandi così. Adesso li ringrazierà, sì. Arriverà a capire che deve ringraziarli! No, macché! Carletto non arriva a capire neanche questo! Sale sul pulmino, e parte.

Mi guardo intorno, e mi accorgo che la compagnia è cambiata, a parte Carletto e l’assistente che mi aveva caricato sul pulmino. Non sono quelli che erano partiti con me dalla cascina, sono quelli che erano rimasti dentro. E ci sono pure dei miei compagni in carrozzina! Sono scioccato. Ma come? Venite a cercare me, e, anziché organizzare un gruppo di soli assistenti in modo da poter essere più liberi nei movimenti, vi portate dietro le carrozzine? No, non è possibile! Non è proprio possibile!

Filomena, seduta accanto a me, è al telefono con Asdrubale. Mi dice che Asdrubale poi mi darà il numero di cellulare del ragazzo, e io, contento, lo ringrazio. Filomena comincia a farmi domande a raffica, come se potessi spiegare in cinque minuti cosa mi era accaduto, e alla fine, bella bella esclama: “Sai, Sergio, di questa storia potresti scrivere un racconto!â€

“Sì, sì… Contaci!â€

Cascina Costa Alta, Ore 15.30

Mi trovo qui, nel salone. Sono tornato da poco, e ora sto mangiando. Mi sento ancora un po’ scosso per quello che mi è accaduto. Tutti mi hanno accolto con un grande applauso, è vero, ma nessuno mi chiede niente. Perché? Neanche Guido e Viola, i due assistenti con cui ho più confidenza, mi chiedono niente; neanche come sto. Perché? Il cellulare di Carletto suona: è mia madre. Carletto le dice “che ho fatto una cosa…!â€, facendole supporre che si tratti di una bricconata.

La saluto, dicendole solo che ora sto bene. Tanto, penso, ho tutto il tempo per far rabbrividire familiari, parenti, e un nugolo di amici!…

Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, non immaginavo che venisse così lungo. Il fatto è che nelle mie molteplici narrazioni orali, per quanto fossero dettagliate, ho sempre tagliato i particolari dei miei pensieri, delle sensazioni, e degli imprevisti che incontravo, parti fondamentali della vicenda, per non affaticare troppo l’ascoltatore; quindi, quella che mi ricordavo all’inizio, al momento della premessa, era solo la versione “oraleâ€, non quella “integraleâ€. Poi, scrivendo, mi è riaffiorato in mente tutto. E solo così, solo mettendo tutto quello che avevo visto e provato e pensato, espressioni da educanda infuriata comprese, potevo trasmettere esattamente quello che avevo vissuto, scandendo l’evoluzione della mia paura “momento per momentoâ€, che comunque ho sempre dominato. Ma se la paura non ha mai governato la mia mente, ha però dominato quella degli assistenti, che, accomunati da un malsano concetto di unione di gruppo, si sono fatti fagocitare tutti dal terrore. E questa vicenda, purtroppo, ha un epilogo delirante. Io, in cuor mio, so già che deciderò di non querelare Carletto, anche se potrei diventare ricco con estrema facilità; un po’ perché appartengo comunque a una famiglia di santi, e un po’ per non creare dei problemi all’Organizzazione, che, in fondo, non ha colpa. Però non mi va di dirlo subito, e lo tengo per me. Filomena mi scrive un’e-mail dove mi dice che mi ha visto un po’ agitato e di confidarmi pure con lei, se voglio. Io mi fido, le scrivo in due righe quello che penso di Carletto, e lei non mi dice più nulla, né per e-mail né a voce. Gli altri assistenti, anche quelli che credevo affezionati, non mi dicono più nulla al riguardo; e quando mi vedono, fanno finta che sia successo niente. Non solo. Ma non riesco neppure a ottenere il numero di cellulare di Mauro: né Carletto né Asdrubale, che oltretutto me l’aveva promesso, l’hanno tenuto, compiendo così un atto gravissimo, deplorevole e senza senso (senza senso in tutti i sensi!), degno di un racconto non giallo, ma noir. E pensare che io li volevo solo ringraziare, quei due ragazzi. E l’ho più volte specificato a Carletto, ad Asdrubale, e all’Organizzazione, che volevo solo ringraziarli… L’unica vera soddisfazione in questa vicenda è essere riuscito a cavarmela in una situazione difficile e imprevedibile, e di aver scoperto di possedere, forse, più capacità di quelle che sospettavo. Quest’anno il Destino si è dimostrato un mio grandissimo fan, procurandomi parecchi colpi di scena… tra cui l’incontro con Lisa e Mauro. Spero proprio che un giorno, magari con l’aiuto di qualcuno o la complicità di qualche appuntamento di Alacran Edizioni, possa procurarmi un altro colpo di scena e farmeli incontrare di nuovo.

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COME IN FAMIGLIA
di Sergio Rilletti

Zagarolo, ottobre 1943

blog+roiLisa, uno scricciolo biondo di appena otto anni, era là fuori, a guardare l’immensa distesa verde che si estendeva verso nord-ovest. Alla sua sinistra c’era il bosco; alle sue spalle, la casa; e, sparsi un po’ ovunque, compreso lungo il sentiero da dove arrivavano le persone, una moltitudine di filari di vigneti diversi.
Sì, Lisa era lì, immobile, a pochi metri dal bosco.
Ma lei non aveva paura del bosco; perché, dal bosco, non spuntavano i lupi. Almeno non per lei.
I lupi, per Lisa, avevano le ali.
Lei li sentiva arrivare quand’erano ancora lontani. Arrivavano rombando, e devastavano tutto l’ambiente con i loro proiettili e le loro bombe.
I lupi volanti non ululavano, ma facevano ululare le sirene d’allarme nelle città.
Lei, però, non era più in città, a Milano, vicina ai suoi genitori e alle sue sorelle; era a Zagarolo, una località agricola vicino alla capitale, dalla famiglia di zia Nella. L’aveva portata lì suo padre, circa due mesi prima - a causa degli incessanti bombardamenti che subivano le grandi città - lontano da loro, ma al sicuro tra le braccia accoglienti di zia Nella.
Erano passati due mesi, ormai, e lei era ancora lontana dalla sua famiglia: senza avere la possibilità di avere notizie, senza telefono. Ma lei, Lisa, era sempre in contatto con i suoi genitori: ogni giorno si metteva ai margini di quell’immenso prato verde, sempre a guardare nella medesima direzione, e con la forza dell’immaginazione lo percorreva fino all’orizzonte, fino a Milano.
Improvvisamente lo sentì arrivare, rombando.
Lei si paralizzò. La voce spiegata di Marta, che stava sopraggiungendo di corsa dalla casa, sovrastava il ringhio del lupo volante. Il rombo dell’aereo diventava sempre più forte, le grida concitate di Marta si avvicinavano. Il lupo si scaricò, e, mentre l’ordigno precipitava a meno di cinquanta metri da lei, Marta stava arrivando a tutta velocità.
La bomba precipitò, e si infossò nel terreno; non esplose, per fortuna, ma sollevò un’immensa coltre di scorie che offuscò il cielo. Marta, dall’alto dei suoi vent’anni, si tuffò sul corpicino dell’adorata cuginetta, proteggendolo dalla pioggia di detriti.
Quando la pioggia cessò e il rombo dell’aereo scomparve, Marta si sollevò, guardò Lisa, ed emise un profondo sospiro di sollievo.
Si avviarono verso casa. Zia Nella corse loro incontro con due braccia larghe così; le abbracciò.

Il pomeriggio, Lisa lo trascorse in compagnia di Marta e Guglielmo, in salotto, ad osservare i loro sguardi e ad ascoltare l’Italiano stentato di lui. Marta sorrideva, impegnandosi con caparbietà nel suo ruolo di maestra.
Era una scena divertente, per una bambina come Lisa, e anche Marta – con la sua lunga chioma riccia e nera – sembrava divertirsi; anche se in realtà, all’insaputa della piccola, le orecchie della ragazza erano ben tese verso l’esterno, pronte a captare qualunque segnale d’allarme. Non che Zia Nella avesse qualcosa da nascondere, non per il suo animo almeno, ma rispetto a certe persone che frequentavano la casa, sì, era meglio che non mostrasse quanto fosse grande il suo animo.
E i suoi figli, Dario e Marta, avevano preso da lei.
Dario in quel periodo era a letto ammalato, ma Marta si stava impegnando, da parecchi giorni, ad insegnare l’Italiano a Guglielmo. Non perché lui fosse analfabeta, ma perché non era italiano.
Né lui né Bruno e Franco, i suoi due compagni.
I loro veri nomi erano William, Frank, e Brown; lui e Frank erano americani, Brown era inglese.
Fuggiti da chissà dove, erano sopraggiunti qualche giorno prima e avevano chiesto di rifugiarsi lì; e Zia Nella, per la quale tutti gli esseri umani bisognosi d’aiuto erano un essere umano unico, aveva accettato.
Non era detto, però, che tutti quelli a cui prestava aiuto era opportuno che si incontrassero; specialmente in quel periodo, in cui i ruoli dei nemici e degli alleati non erano più ben definiti e si rischiava di essere mitragliati da aerei americani che fino a pochi giorni prima erano nostri nemici, o di essere uccisi da soldati tedeschi che fino a pochi giorni prima erano nostri alleati. Oppure, per non far morire un regime ormai agonizzante, di essere perseguitati da militi in camicia nera che erano addirittura nostri connazionali.
Zia Nella comunque aiutava sempre tutti. Molti anni prima che Fabrizio De André componesse la sua canzone-capolavoro Il pescatore, Zia Nella aiutava già tutti. Indistintamente.
E Marta non era da meno. Lì, bella sorridente e con tutti i sensi all’erta, stava insegnando l’Italiano ad un fuggiasco americano, con soldati tedeschi installati nel circondario che potevano venire da un momento all’altro.

Arrivò la sera, e Dario era ancora a letto con la febbre.
Lisa, Zia Nella, Marta, e altri due cugini dell’età di Lisa - ospiti anche loro di Zia Nella -, erano in salotto, quando arrivarono Hans e Fredric, due soldati tedeschi che ogni sera andavano a gustarsi un bel bicchiere di vino prodotto da quella famiglia.
Entrarono allegramente in quella casa, dove sapevano di trovare un po’ di calore umano, uniti da un senso di simpatia, da parte dei tedeschi, e di fraternità, da parte di Zia Nella.
Già, ma come avrebbero reagito i due simpatici tedeschi se avessero scoperto che quell’accogliente famiglia prestava attenzioni anche ad un gruppo di loro mortali nemici? La famiglia di Zia Nella non lo sapeva, ma era opportuno non scoprirlo. I due soldati erano simpatici, ma era meglio non scoprire fino a che punto erano stati condizionati dal loro esercito.
Hans depositò un sacco di arance sul tavolo, e scompigliò allegramente i capelli biondi di Lisa.
Zia Nella ringraziò mestamente per le arance, che dovevano essere trasformate in spremute per Dario, e le affidò a Marta, che andò subito in cucina.
Mentre Marta preparava la spremuta, Zia Nella riempiva i bicchieri col loro buon vino per riscaldare l’animo di quei due soldati che erano lontani da casa, e Hans aveva preso sulle ginocchia Lisa esclamando – Pella Pampina Pionda! Ja, ja! –, dal piano di sopra si udì un tramestio e una breve frase concitata.
I due tedeschi si guardarono. Né Hans né Fredric avevano capito le parole, ma non sembrava la stessa lingua di quella famiglia.
Il silenzio fu totale.
Hans e Fredric notarono anche quello. Fredric si alzò. Aveva ancora le mani sul tavolo, quando la vocina di Lisa lo fermò: — E’ Guglielmo –.
– Gugljelmo??? – le domandò Hans con espressione buffa.
Zia Nella decise di intervenire: — E’ un nostro cugino –.
Marta comparve sulla soglia, con un bicchiere di spremuta in mano. – Vado da Dario – disse con un sorriso che irradiava gioia di vivere.
Fredric si mosse.
– Vuoi venire anche tu? – disse, inarcando le sopracciglia in modo ospitale. – Dài, vieni! –
Marta era snella e graziosa, era bello seguirla.
Passarono davanti alla camera degli ospiti, ma da lì non proveniva più alcun rumore: Guglielmo e i suoi compagni si erano paralizzati.
– Gugljelmo? – chiese il soldato, fermandosi per puro caso davanti alla camera giusta.
Marta si girò. – No, è per Dario – disse mostrando il bicchiere e fingendo di non capire. Si avviò a passi lunghi verso la camera del fratello.
– Dove è Gugljelmo? – la bloccò di nuovo Fredric, scandendo bene le poche parole che sapeva.
Lei si voltò piano. – Boh!… Sarà in bagno – rispose, stando ben attenta a non guardare verso la stanza degli ospiti.
Bussò ed entrò da Dario. Andò subito dal fratello, porgendogli la spremuta. – Ciao, come stai? –
Lui grugnì qualcosa dondolando la testa, e bevve.
– Guarda, è venuto Fredric a trovarti! –
Lui si avvicinò e gli disse, in tono affettuoso, un’incomprensibile frase in tedesco.
– Ja, ja! – rispose Dario a qualunque cosa avesse detto Fredric. Il tedesco scoppiò a ridere, confidenzialmente, a denti stretti.
Marta si congedò dal fratello, muovendo le dita della mano per salutare, e uscì. Arrivò davanti alla stanza di Guglielmo & compagni e, senza alterare il passo, l’oltrepassò; Fredric la seguì.
Giunto di nuovo in sala, Fredric si sedette e, in compagnia del suo amico Hans e di quell’allegra famiglia, bevve quel bel bicchiere di buon vino che gli aveva versato la donna.
I minuti trascorsero inesorabili, e per i due soldati venne il momento di tornare dai loro commilitoni. Zia Nella li accompagnò fuori dalla porta, con Marta alla sua destra e Lisa al centro.
– Cjao, Pella Pampina Pionda! – disse Hans, scompigliandole i capelli. Lisa ricambiò con un bellissimo sorriso.
Improvvisamente, vedendo Marta, Fredric si rabbuiò un po’: c’era un fatto che non era stato chiarito. Alzò lo sguardo lasciandolo vagare al piano superiore, dove era stato con la ragazza dopo aver sentito il rumore e quelle strane parole.
I cuori di Marta e Zia Nella si fermarono, ma le due donne mantennero la loro compostezza, infondendo sicurezza e serenità a Lisa.
Hans, conoscendo bene l’amico, lo distolse dal suo pensiero spronandolo ad andare.
I due soldati tedeschi e la famiglia italiana si salutarono cordialmente, dandosi appuntamento per l’indomani sera. Come sempre.
Lisa li salutò con la manina, aspettandoli per il giorno dopo e spalancando, per sempre, il suo cuore verso gli altri. Verso tutti gli altri.

Sono passati tanti anni, e Lisa è diventata una donna (nonché mia mamma); anche se, in effetti, non sono ben sicuro che si chiami proprio così.
Zia Nella, Marta, e gli altri personaggi di quella famiglia non li ho mai conosciuti, ma sono sempre stati dei miti per me, protagonisti di tante storie incredibili. Questo racconto vuole essere un piccolo omaggio a loro, anche se nella realtà hanno nomi diversi, a cui sarò sempre molto grato per aver protetto così bene la mia futura mamma.
Sì, perché la storia che ho raccontato è basata su fatti realmente accaduti; il minimo di finzione che ho aggiunto serve soltanto ad esaltare in poche righe ciò che quella famiglia ha fatto per molti mesi.
E tutto è andato bene, per fortuna. Altrimenti non avrei potuto raccontarvi questa storia.
Né questa né altre storie.
Perché non sarei mai esistito.

©Sergio Rilletti, 2007

30/11/-1, 00:00:00
MONTEVERDE di Gianfranco Franchi
Di Gianfranco Franchi avevamo già avuto modo di parlarne qui, in merito ai volumi “L’inadempienza” e “Pagano“. Torniamo a incontrare questo giovane intellettuale romano, nato a Trieste, classe 1978, creatore e gestore del popolare Lankelot, nonché scrittore e consulente editoriale di varie case editrici. L’occasione ce la fornisce l’uscita del suo nuovo lavoro letterario: Monteverde, edito da [...]

blog+roiDi Gianfranco Franchi avevamo già avuto modo di parlarne qui, in merito ai volumi “L’inadempienza” e “Pagano“.
Torniamo a incontrare questo giovane intellettuale romano, nato a Trieste, classe 1978, creatore e gestore del popolare Lankelot, nonché scrittore e consulente editoriale di varie case editrici.
L’occasione ce la fornisce l’uscita del suo nuovo lavoro letterario: Monteverde, edito da Castelvecchi.

Trovo che la nota al libro sia molto intrigante. Ve la riporto di seguito: “Nella schiera degli antieroi che solo la migliore letteratura sa regalarci, ecco il protagonista di Monteverde, trentenne laureato e precario sempre in cerca di lavoro, e di volta in volta arbitro, giornalista-magazziniere, inseritore notturno, tirocinante, addetto allo sportello. Un nostalgico che seppellisce il suo vecchio palmare sotto la pianta di rosmarino, tifoso accanito della Magica, spirito rock, collezionista di mug. Un esule, un italiano, un letterato che rivendica orgogliosamente il suo ruolo. Uno a cui ogni tanto appare all’improvviso un cane, per strada, con un occhio più chiaro dell’altro. Ma chi è davvero Guido, che percorre avanti e indietro la sua isola, Monteverde, sulle tracce di Pasolini, e che fa strani incontri al cimitero, tra le tombe di Keats e Gramsci? Un duro o un romantico? Un asociale? Uno che si innamora? Ascoltalo: è tutto ciò che non ha patria e si ribella, e sembra non voler morire mai”.

Monteverde inizia con queste frasi:
Sono una foglia che pesa ottanta chili. Sogno refoli di vento.
Sono una batteria che si sta ricaricando. Voglio ricaricare in pace, senza sbalzi di corrente. Sono un navigatore senza programma, non so orientarmi con le stelle. Sono lo stipite stanco di una vecchia porta. Sono un contratto firmato in bianco, sono una lettera senza mittente. Sono una tela d’acqua su una cornice di carta, un telecomando che non spegne niente; se mi punto sul cielo m’accendo, funziono. Sono un orologio che batte secondi sulle tempie della sua cassa. Sono un pallone bucato.
Sono una sigaretta che non si spegne, fuma soltanto.
Sono queste mani che dovresti mutilare.

Guido Orsini è l’alter ego di Gianfranco Franchi. Un personaggio che ci fornisce alcune indicazioni sulla condizione di alcuni giovani intellettuali italiani.

Ho chiesto ad Andrea Di Consoli e a Barbara Gozzi di dire la loro su questo libro, e vorrei discuterne con voi insieme all’autore (che parteciperà al dibattito). E poi vorrei interrogarmi (e interrogarvi) sulla figura e sul ruolo dei giovani intellettuali oggi in Italia.

Così mi domando (e vi domando)…

Qual è la condizione dei giovani intellettuali oggi in Italia? Quale il ruolo?

Gli intellettuali trentenni di oggi, in cosa si differenziano da quelli di venti, trenta, quarant’anni fa? In cosa si assomigliano? I loro sogni sono uguali o sono cambiati?

blog+roiInoltre ho chiesto a Gianfranco di mettermi a disposizione uno dei bellissimi racconti di Monteverde. Ho scelto Catafalco (potete leggerlo in coda al post), per un motivo ben preciso. È un racconto che affronta il tema della morte dal punto di vista dei bambini. Un racconto che mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Che mi ha fatto domandare: quand’è stata la prima volta che ho preso consapevolezza della morte?
Giro la stessa domanda a voi. E aggiungo quest’altra.
Secondo voi, è giusto parlare della morte ai bambini? E in che termini?

Ne approfitto per sottolineare che, oltre che con Monteverde, Gianfranco Franchi è in libreria con: “Radiohead. A Kid. Testi commentati” (Arcana).

Di seguito, le recensioni di Andrea Di Consoli e Barbara Gozzi.

Massimo Maugeri

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MONTEVERDE di Gianfranco Franchi
recensione di Andrea Di Consoli (nella foto)

blog+roiMonteverde (Castelvecchi, 310 pagine, 16,00 euro), di Gianfranco Franchi, è un romanzo di formazione (Franchi è uno scrittore nato nel 1978, è romano, ma ha sangue triestino, mitteleuropeo). I romanzi di formazione sono, specialmente se costruiti sulla falsariga della propria esperienza personale, romanzi totali, generosi, magmatici – e l’unico rischio che corrono (un rischio tutto rivolto al futuro) è quello di “dire tuttoâ€, di mettere tutte le carte sul tavolo, di bruciare in un unico fuoco legni accatastati nell’arco di due decenni. Mettiamola così: il rischio è tutto di Franchi (ripeto, per il suo futuro di scrittore), ché il lettore ha la possibilità di leggere “un mondo†e una vita con un solo libro. Questa generosità, voglio iniziare così, è il primo tratto “generazionale†di Franchi. Ne sono profondamente convinto: Monteverde è un romanzo generazionale. Ma non lo è nel senso del “targetâ€, ma in un senso più profondo, perché riesce a dire la vitalità e il dolore e lo spaesamento tachicardico dei trentenni italiani (ripeto, senza volerlo) come nessuno lo aveva mai fatto prima. Franchi, cioè, delinea – e vi riesce, sia letterariamente che sociologicamente – la “linea d’ombra†che ha separato quelli nati negli anni ’70 da un “prima†e da un “dopoâ€, sia privato che collettivo, perché a questa strana generazione è capitato in sorte uno strano “passaggio†epocale, ovvero quello dal Novecento “rudimentale†e sostanzialmente romantico a un Duemila ipertecnologico, afasico, post-comunitario, globale e non più provinciale (ecc.); pure, a quelli nati negli anni ’70 è accaduto, come capita a tutte le generazioni del mondo, il “passaggio†dalla vita giovane a quella adulta. Ecco: come ebbe a dire Eduardo a Napoli, durante i bombardamenti, alla prima di Napoli milionaria al Teatro San Carlo (parafrasandolo): “Gianfranco Franchi ha detto il dolore di tutti noiâ€. Ripeto, ne sono profondamente convinto. E ora provo a spiegare una cosa che per me è fondamentale, ovviamente sperando di riuscirci. Mi è capitato di leggere recentemente romanzi anche interessanti come, per esempio, La futura classe dirigente di Peppe Fiore. Qual è la grande differenza che c’è, poniamo, tra Franchi e Fiore? La mia risposa è questa: che in Franchi grida e canta la tradizione e la storia sociale e letteraria italiana, perché nonostante Franchi racconti il “pop†o il cosiddetto moderno (la musica, il calcio, il precariato, gli amori spezzettati, ecc.) il collo di Franchi guarda avanti e guarda anche molto indietro (è un collo tormentato), cioè verso i padri, verso le cose perdute, verso una tradizione che continua a parlare, sia pure nell’ombra. Non è nostalgia, ma qualcosa di più profondo, ovvero, per citare Pound, “la contemporaneità di tutte le epocheâ€. C’è anche un’altra cosa che rende Franchi “generazionale†e sostanzialmente novecentesco, creatura divorata dalla tradizione ultima, figlia delle altre: lo stile non calcolato, non algido, non controllato, ma oscillante, con punte di incandescenza sentimentale e lirica davvero commoventi. Ecco, anche in questo Franchi rischia, rischiando, sempre, la fraternità. E’ un cuore messo a nudo, Monteverde. E vorrei dire un’altra cosa. Molti reportagisti si sono provati a raccontare Roma per mezzo della realtà (operazione utile, ricca di informazioni); ma l’anima di Roma, ecco, quella chi l’ha raccontata? L’anima di Roma l’ha raccontata Franchi. Non avevo mai visto così profondamente appalesarsi l’anima provinciale romana (Michele Plastino, i negozi di dischi, le strade d’estate, Giuseppe Giannini il giorno dell’addio, i concerti, ecc.), senza il compiacimento del provincialismo, della “trovata†sociologica. Ora so finalmente – ne ho il catalogo, le parole, lo stile – le cose che ho perduto in questi ultimi vent’anni di vita. Ora so che non sono solo – scusate la confessione – in questo disperato tentativo di fare il pieno della vita, di dare un senso a tutte le cose perdute, alle paure, al tempo, di entrare nella letteratura con tutti gli sbandamenti (dell’umore, dello stile, della cultura) che rendono certi nostri libri così poco calcolati. Ecco, finalmente, un “compagno di strada†che cercavo da tempo.

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‘Monteverde’ di Gianfranco Franchi – appunti di lettura di Barbara Gozzi (nella foto)

blog+roiMonteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, ‘prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in ‘Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
‘Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il già accennato ‘Disorder’, passando per ‘Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile ‘fisso’ quanto meno stabile, la possibilità dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della società che lo circonda, di questo ‘Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno ‘spot’ di ciò che il lettore affronterà, e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (‘lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontà, la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.†(pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.†(pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.†(Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei ‘sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene più grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. È chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì - cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilità che non ha sapore né odore, senza ‘quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.†(pag.306)

È un romanzo amaro, ‘Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con ‘Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensità, gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle ‘storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dà modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. È dunque possibile che il lettore perda la ‘strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della ‘Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o ‘Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo ‘Pelle’, ‘Disorder’)

In ‘Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, più spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è ‘un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

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CATAFALCO
da Monteverde (Castelvecchi), di Gianfranco Franchi

Un bambino non accetta un concetto in particolare. Che qualcuno o qualcosa possa morire, perché significherebbe che quel qualcuno non è più vero, non è più reale e quindi non è possibile, le cose cambiano ma non si dissolvono, niente si disintegra. Soltanto i soldatini quando li butti nel fuoco, ma qualcosa rimane e poi non sono vivi, sono veri, è diverso. Un essere umano è vivo e vero. La forma mentis del bambino si fonda su tutta una serie di implacabili sicurezze, date per acquisite e mai più smarrite. Una di queste è che le persone che lo stanno allevando saranno protagoniste per sempre della sua vita. Credo che cominciai a capire che potevano levarmi qualcuno pochi giorni prima che mio nonno morisse. Rimase chiuso in ascensore per un tempo che mi sembrò sconfinato, in realtà saranno stati quindici minuti, venti, non lo so. Avevo quasi otto anni, stavo aspettando che tornasse da lavoro, ero là sulla porta, come sempre. Magari mi aveva comprato un giocattolo. Oppure mi avrebbe raccontato un’altra storia. Un sabato pomeriggio, d’un tratto il rumore dell’ascensore s’interrompe. Sento una campana. Chiamo nonno, nonno, e nonno non risponde poi da lontano dice sono rimasto dentro e io mi spavento. Corro da nonna, lei s’è già precipitata a chiamare il portiere. I minuti passano e io non vedo chi doveva tornare. Allora m’accorgo che qualcosa può portarmi via nonno. Non so perché ma in quel momento ero convinto che non tornasse più. Nessuno era mai rimasto chiuso in ascensore, nella mia memoria, e quindi pensavo significasse qualcosa di terribile e di doloroso e di definitivo. Mi dispero, batto i pugni sul divano, piango. Non tornerà mai più, grido. Qualcosa di incomprensibile mi stava portando via nonno. Poi riescono a sbloccare l’ascensore, nonno torna, mi tranquillizza ma non serve a niente. Ho capito che c’è qualcosa che sfugge alla mia logica di bambino, qualcosa di triste e di doloroso e non è come quando un genitore se ne va per mesi interi, perché poi so che torna, questo è qualcosa di cattivo e di invincibile e imprevedibile. Qualcosa di meccanico. Tutto quel che è meccanico è sbagliato. È così. E qualche notte dopo, l’avvertimento diventa reale. Dormiamo nei letti vicini, io sto nel sonno profondo. Ricordo che qualcuno mi prende in braccio e mi porta a dormire altrove. Solo questo, mi sveglio un attimo ma mi confortano e mi ripetono dormi, dormi dai, dormi ciccio. La mattina c’è un parente in salone. Dico Marco come mai, è mattina presto. Una visita, risponde.

Mi mandano a scuola. Papà viene a prendermi prima della fine, parla con la maestra, la maestra fa un sorriso e mi dice puoi andare. Non capisco, c’è qualcosa che non va. In macchina papà tira su col naso ma non piange, mi dice che nonno se n’è andato in cielo e io immagino che ci sia una scaletta, qualcosa del genere, magari dei gradini a chiocciola come nei palazzi, che appaiono soltanto quando lo decidi tu, per cui ha preso e ha deciso di arrampicarsi sino in cima, quindi non dovrebbe esserci più fisicamente, non dovrebbe più essere visibile, immagino. Come se fosse a lavoro o in un’altra città. Mi sento triste ma ancora non capisco. Saliamo su in ascensore che stavolta non si rompe e la porta di casa è spalancata e ci sono delle corone di fiori. Un’amica di famiglia mi leva il grembiule nero della scuola Sant’Ivo, mi fa poggiare la borsa prima dell’uscio, la consegna a qualcuno e non vedo chi è. Nel grande salone c’è una sorta di baldacchino che non ho mai visto, è di legno e sembra un letto ma letto non è, papà mi dice si chiama catafalco, sul catafalco c’è nonno disteso, intorno tante persone e non tutte le conosco ma tutte mi guardano con aria mista di dispiacere e di malinconia e di attesa. Nonna da una parte con delle amiche attorno. Papà mi prende per mano e mi dice vieni a salutare nonno. Nonno è là con le mani giunte e mi sembra tanto bianco. Papà cos’è successo chiedo, dice nonno è stato male. Posso toccargli la fronte dico papà dice vai e mi fa un sorriso poco convinto. Ho paura perché è freddo e penso ora gli parlo e si sveglia come dopo che era rimasto chiuso in ascensore, torna. Non torna. Nonno ciao. Non dice niente.

Arriva una babysitter e mi portano altrove, a giocare vorrebbero, e qualcuno dice il bambino non capisce i bambini non capiscono fatelo stare lontano da qua ma io voglio stare con nonno, così si sveglia. Saliamo al piano di sopra, ma io so già che dal piano di sopra se apro la porta a vetri posso sbirciare in salone e nel salone c’è il catafalco e sul catafalco c’è nonno che se n’è andato in cielo ma invece è rimasto qua. Mia sorella rimane con la babysitter al piano di sopra, io sgattaiolo via come posso e vado a guardare il catafalco, guardo nonno e penso ora si muove, ora si alza, ora parla e tutti sorridono e invece niente, sale su la compagna di mio padre e mi dice cosa fai dico nonno è morto e voglio stare con nonno mi fa una carezza e sussurra andiamo di là da tua sorella e io voglio stare con nonno. Ci penso tutto il giorno mentre mi fanno giocare e sento il campanello suonare anche se la porta è aperta, penso che sia una forma di educazione o di rispetto che non conosco, ma trovo giusta e però non mi sembra giusto che tutti vanno da nonno e io no.

Il giorno dopo quando mi sveglio a casa non ci sono ospiti, c’è odore di caffè e la nonna sta in vestaglia e piange con la signora domestica e papà invece sta in salone vicino a nonno allora vado là, dico papà perché stai qua, risponde perché è l’ultima volta che vede suo padre, dico perché ha le labbra viola, dice è normale quando te ne sei andato, allora questa morte è meno astratta, sei freddo, hai le labbra viola, sei muto, non guardi e non rispondi a nessun segno, sei come spento, papà è come quando spengo qualcosa con la differenza che non so come si riaccende ma ci deve essere un modo. E il modo no, non c’è. Cos’è questo catafalco che non capisco, la parola ha un suono che non c’entra niente con la morte, in mente ho De Falco che gioca centravanti nella Triestina appena tornata in serie B e non capisco che c’entri il calciatore De Falco col catafalco, il catafalco è un antico uso borghese, dice, quando qualcuno importante muore in casa e non all’ospedale succede che si lascia esposto nel salone sul catafalco, è un segno di rispetto. Si muore quindi si va sul catafalco. E tutti vengono a salutare il morto.

E poi arrivano dei signori con la cravatta, con l’aria seria, e portano sulle spalle una bara. E nonna piange forte e non mi fanno guardare mentre nonno va dal catafalco sulla bara, quindi vedo loro con la bara sulle spalle e escono dalla porta nonna dice qualcosa sulla bara che esce dalla porta e credo di aver capito che questo è qualcosa di odioso e di insopportabile ma è nelle cose di quando qualcuno muore e non si può fare a meno, non c’è alternativa, finisce così, con quattro estranei che ti caricano sulle spalle chiuso in una scatola di legno. E il catafalco rimane vuoto e tu non ci sei più nemmeno per i saluti.

Non capivo tutte quelle persone, a dire cose che non capivo magari sottovoce a papà e nonna, e poi era rimasto il catafalco vuoto. Era caldo. Negli anni, a partire da allora, non credo di avere più visto nessun catafalco in nessuna casa, quando è successo che qualcuno s’è arrampicato sulla scala che porta sin lassù sino a non essere più visto; ho visto persone distese sul letto, con le mani giunte, con o senza crocifissi. Tutti bianchi, labbra viola e via dicendo ma nessuno disteso sul catafalco. Questo vuol dire che nonno era proprio importante e che quando è morto tutti dovevano andare a salutarlo, perché aveva fatto cose buone e giuste per tante persone. Questo vuol dire che ci sono tradizioni italiane che non si sono spente col passare dei secoli. Questo vuol dire che nella morte siamo una volta ancora tutti diversi, a dispetto della propaganda. L’uomo grande, forte e intelligente che ha cambiato la storia della mia famiglia per generazioni s’è disteso su un catafalco, e là ha consumato gli ultimi incontri con la luce preziosa e prepotente della nostra vita. Non sapevo che in casa avessimo un catafalco, e non ricordo che sia stato portato in salone da qualcuno: non l’ho mai visto entrare, non l’ho mai visto uscire. Non voglio nemmeno sapere se è stato nascosto da qualche parte. Credo di no ma non voglio andarlo a cercare. So che dal 1985 ci sono due metri, nel salone, in cui non cammino volentieri: là, tra i due divani di pelle, di fronte al camino, dove ho incontrato la morte di un uomo che mi amava più di ogni altra cosa al mondo, e che non aveva finito di prepararmi alle cose della vita. Avevo quasi otto anni e lui sessantaquattro, non aveva una gamba da dieci anni, doveva morire nove anni prima ma invece lavorava e mi insegnava tante cose, aveva un grande ufficio con quattordici dipendenti, tante amanti, tante case, tanti progetti e tanto orgoglio per il nipote primogenito, romanista e sveglio. Non ho capito come sia possibile che una persona così possa morire, so che quando muore la mettono in salone su un catafalco, e da quel momento il salone cambia per sempre.

30/11/-1, 00:00:00
RECENSIONI INCROCIATE n. 8: Giorgio Morale, Roberto Plevano
Nuova puntata delle “recensioni incrociate†di Letteratitudine. Gli scrittori/ospiti coinvolti sono Giorgio Morale e Roberto Plevano. Entrambi gli autori fanno parte della redazione del blog “La poesia e lo spirito“. I libri oggetto delle recensioni sono ”Acasadidio“, di Giorgio Morale, e “100 miglia” di Roberto Plevano Due libri diversi, ma che - forse - hanno tratti in comune nella [...]

blog+roiNuova puntata delle “recensioni incrociate†di Letteratitudine. Gli scrittori/ospiti coinvolti sono Giorgio Morale e Roberto Plevano. Entrambi gli autori fanno parte della redazione del blog “La poesia e lo spirito“.

I libri oggetto delle recensioni sono ”Acasadidio“, di Giorgio Morale, e “100 miglia” di Roberto Plevano

Due libri diversi, ma che - forse - hanno tratti in comune nella gestione dei rapporti umani e famigliari.
100 miglia racconta il volo, il sogno, e nel volo… la libertà suprema, la scrittura. Acasadidio, fotografa - tra le altre cose - le ristrettezze dell’ufficio, una Milano chiusa e intabarrata nei soliti ritmi, l’oscurità di mura di uno “stabile vecchio, volutamente poveroâ€, “angustia dell’ingresso, oscurità delle scale, locali tutti ugualiâ€, “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcuttaâ€. Una casa di Dio ben impiantata che però nasconde giochi truffaldini e impasti della solita Italia… e le distorsioni di alcune organizzazioni di volontariato.

Così vi domando:

Che rapporti avete con il “volo”?
Avete mai sognato di volare?
Cosa vuol dire sognare di volare: libertà o desideri inappagati? Cosa fu per Icaro?
E la scrittura - come il volo - è libertà o desiderio inappagato? Pienezza o mancanza?

E poi…

L’oscurità (rappresentata dalle angustie dell’ufficio) è solo smarrimento, dovere?
O anche il dovere è libertà?
Che rapporti avete con il mondo del volontariato?
Cosa ne pensate?

Di seguito potrete leggere le recensioni incrociate dei due scrittori/ospiti di questa puntata.

Vi chiedo di interagire con Giorgio Morale e Roberto Plevano, che parteciperanno alla discussione. Come dico sempre… che ciascuno di voi faccia il giornalista culturale e ponga delle domande per scoprire (insieme) cosa offrono questi due libri. Chi ha già avuto modo di leggerli è pure invitato a esprimere la propria opinione.

Massimo Maugeri

Extrapost: domani pomeriggio sarò ospite della trasmissione culturale condotta da Mariella Alì a Radio Catania: h. 17-19 circa. Sono previsti gli interventi di Roberto Alajmo e Simona Lo Iacono. La trasmissione si può ascoltare in diretta collegandosi al sito: www.radiocatania.it

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100 MIGLIA di Roberto Plevano
Recensione di Giorgio Morale

blog+roiCi sono sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Ci si affaccia alla finestra e si guarda. È tutto pieno, di sostanze diverse ma ugualmente compatte: case, aria, nuvole. È come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura. Si anela al vuoto – chissà quando, chissà dove. Come soccorrerebbe allora un’immagine come questa:

“Era come sospeso a qualche filo invisibile che aveva come punto d’origine il puro nulla, e quel pendolo aereo privo di perno pareva comunque un muoversi con segreta regolarità di oscillazione. O era a tratti un galleggiare su polle e cascate create e disfatte a ogni istante nel silenzio dell’incerto e pur così continuo procedere†(p. 9).

Di tutti i sogni dell’uomo, il volo, pur da tempo tradotto dai sogni alla realtà, pare conservarsi inalterato: forse per essere legato al desiderio inesauribile di libertà, di acquisire una leggerezza che superi la gravità naturale. O forse perché è quello che più ci equipara agli uccelli, gli esseri felici per eccellenza, come ebbe a definirli l’operetta leopardiana. E anche qui c’è una sorta di elogio degli uccelli da parte di un istruttore di volo, strana figura di puro di cuore e truffaldino al contempo, in un discorso a metà tra Leopardi e Francesco d’Assisi:

“Gli uccelli… sono nostri amici. Sono come nostri fratelli. Fratelli maggiori. Ci mostrano l’aria, ci segnalano dove si sale, e dove c’è turbolenza. Osservare sempre! Gli uccelli sono allegri, cantano, e più sono contenti, meglio cantano e meglio volano! Si divertono quando volano. Nessun animale si diverte come loro, volano e cantano e ci insegnano! Aria buona, uccelli cantano!†(p. 133).

Tutto un immaginario mitico e mediterraneo si mescola ad arditezze poetiche e filosofiche, da Icaro a Baudelaire a Nietzsche, nel rinverdire continuamente questo sogno. Come si vorrebbe, noi stessi, poter dire così!

“I rumori, tutti, cessarono… E improvvisamente il mondo si srotolò davanti a me, prese a scorrere a una velocità ridicola… scorrevo anch’io incontro a esso. E non capivo, non sapevo che cos’era, il quadro di riferimenti spaziali che era nato con me e che mi aveva accompagnato fin dai primi miei passi era sconvolto… la terza dimensione era entrata in me con la vertigine e la meraviglia, e poi allargava la cavità del mio petto con una grande euforia†(p. 24).

La citazione di p. 9 è il primo contatto col parapendio, nel romanzo 100 miglia di Roberto Plevano, da parte del protagonista Luca; quella di p. 24 è la sua prima esperienza di volo.

Alcune delle pagine più felici del romanzo sono quelle dedicate al volo:

“È come un conflitto di naturali armonie, la gravità che ti blocca a terra dove sei nato, la spinta che porta in alto, che pare il compiersi di un’antica promessa. Cambia il respiro, cambia la percezione del tuo corpo, una liquida vibrazione comincia ad agitare i polmoni e lo stomaco… sentivo nel corpo la felicità dell’asino che raglia, la gioia del gallo all’alba, la completezza organica dei sensi nell’esercizio dell’azione perfetta e funzionanti in concordia. È una specie di vibrazione interna, il canto della carne†(p. 122).

E una delle scene più toccanti in assoluto è quella in cui uno spettatore non riesce a trattenere l’emozione al vedere uno stormo di cicogne che vola per un tratto appaiato a un gruppo di umani:

“Aprì la bocca, e d’improvviso il suo corpo fu preso da una specie di fremito convulso. Ero dietro di lui e pensai a una fitta di tosse. Erano singhiozzi invece. L’uomo piangeva, come chi non aveva più conosciuto lacrime dagli anni dei giochi e la chiusa delle acque dell’anima fosse andata in frantumi, per lunga usura, in un momento. ‘Ma dove vanno? Dove vanno? Le hai viste? Dove vanno?’. Non riuscì a dire altro, la voce rotta da singulti, un pianto dirotto†(p. 126).

* * *

Lo spirito della gravità in 100 miglia è rappresentato dallo spirito del tempo, in cui “anche i più semplici rapporti personali sono avvelenati da interessi nascosti e da continue manipolazioni†(p. 41), da una “società spuria, che a lungo, nel disinteresse generale, ha incubate alcune malattie degenerative di diagnosi difficile e impossibile cura†(p. 34). In cui “tutti, tutti! Si lamentano che è dura, lavorano tanto, che non hanno tempo, che è sempre più complicato†(p. 53). È rappresentato da una società che presenta una realtà capovolta, in cui ci sono “McDonald’s e simili che vendono cibo che non nutre, delle canzoni che non sono musica, professori che non insegnano… medici che ammazzano… giudici che vendono sentenze per un appartamento in centro,… ricchi che sono poveri e viceversa… partiti che sono club… politica che non è più governo,… arte che è mera esibizione,… religioni fai-da-te con tessera d’iscrizione a scalare secondo il reddito e il livello di plagio,… storia che è diventata successione di eventi, e che è finita, a quanto pare†(pp. 55-56). E arrivano anche sentenze come: “Benessere? Quale benessere?… non c’è nessun benessere in Italia. Ci sono solo un po’ di soldi, e finiranno in fretta†(p. 53).

Ma nella dimensione umana pesantezza e levità si intersecano, comunicano come per osmosi. Così in questo romanzo avviene ai due amici. A Luca, che per la pratica del suo sport preferito potrebbe apparire spericolato, ma in realtà vive nella provincia rassicurante e sonnolenta con moglie e bambini che riempiono il suo mondo, e al cui equilibrio basta l’evasione del volo una volta la settimana. E a Renato, che, dopo l’illusione di un progetto di ricerca in America abortito per l’ignoranza e la corruzione degli ambienti universitari, è diventato agente di commercio, ma anche lui si scoprirà coltivare una sua via per la libertà.

Cento miglia di volo è il percorso che il protagonista Luca aspira a percorrere e la misura della sua libertà, mentre le cento miglia di Renato sono un volumone che Luca trova nell’abitazione, dopo la morte prematura dell’amico in un incidente automobilistico: è come se lo stesso soffio diventasse il vento che alimenta il volo di Renato e lo spirito che ispira la scrittura di Luca. Nel volumone, nonostante l’amarezza della sua esperienza del mondo, perennemente sulle soglie della disillusione e della tragedia, Renato ha salvato grazie alla scrittura la gioventù sua e del suo gruppo di amici. Proprio lui, che sembrava il più lontano dalla scrittura e mai aveva lasciato trapelare questa passione.

Anche se lo stesso Renato lo aveva dichiarato, parlando con l’amico: alla scrittura va affidata “la mia esperienza, quello che ho passato, amicizie, lavoro, amori, affetti, diventare adulti, e la fine della giovinezza… è stata tutta roba abbastanza inaspettata, cioè non l’ho riconosciuta in nessuna storia che ho letto finoraâ€. E anche Anna: “A sentire sulla carne certe verità, che cos’altro si può fare se non lasciare un segno, scrivere, se si può? Può essere una testimonianza… scrivere è una validazione dell’esperienza†(p. 209).

Fa da contraltare ai due amici Anna, l’amore giovanile di Renato, che “Fin da bambina era stata attenta a quello che la circondava. Se anche non capiva subito il mondo intorno, la fede nell’intelligenza delle cose non veniva meno, quasi mai… era sempre un pensare: perché le cose sono così? Perché le persone fanno così?… ‘Il dolore c’è, il male c’è, il male c’è!’. Non era più un pensiero, era un riscontro spassionato, la lettura di una cartella clinica, una mesta constatazione della prognosi infausta… C’era il suo dovere, solo il dovere†(pp. 25-29).

Ma anche lei: con il suo senso del dovere e la sua decisionalità, professionista in carriera e al contempo moglie e madre, colei che come una Parca recide definitivamente i fili con il passato rifiutando la pubblicazione postuma del manoscritto di Renato presso la casa editrice per cui lavora: anche lei è protagonista di una squallida relazione extraconiugale. Insomma, tutte le vite sembrano a metà e pare potersi applicare a tutti i personaggi la sentenza che nella vita non c’è relazione tra intenti e risultati. La fine della giovinezza pare capovolgere i sogni, e forse questo libro, questo 100 miglia, rappresenta per lo stesso autore Roberto Plevano il prolungamento della giovinezza con il compimento di un sogno.

E allora si capisce quanto afferma Luca, che la ricerca vera, nel volo, nonostante le comuni proiezioni e, confesso, anche le mie, non sia la nozione di libertà: “quella è rudimentale. La storia sta nel pilotaggio, che è un’idea di se stessi†(p. 150).

* * *

Roberto Plevano è scrittore colto e ironico. Il suo testo fa rivivere figure mitiche e occhieggia ai classici della letteratura e della filosofia. Il romanzo si fa metaromanzo, dove la stessa penna dello scrittore esercita il suo spirito critico riflettendo sulla scrittura, ad esempio quando affida ad Anna una sorta di definizione della sua opera: “Non c’è una storia, una struttura, un’unità di proposito†(p. 211). In realtà la mancanza di una storia non è un problema. Nonostante gli strilli del mercato che la invoca, la tradizione novecentesca dovrebbe averci immunizzato dalla soggezione alla dittatura della storia – dovrebbe: anche se sappiamo che tuttora non è del tutto così.

Il problema in 100 miglia mi pare risiedere nella struttura. Le storie di Luca e Renato non sono ben intrecciate né procedono parallele, cosicché solo nelle ultime pagine si realizza pienamente la funzione del personaggio di Renato. Mentre la vicenda di Luca (il volo) è raccontata in presa diretta, quella di Renato emerge solo nei racconti in flash back, per cui il suo percorso perde in forza e immediatezza. Le note sullo Zeitgeist anziché essere fatte figura e storia sono affidate ai discorsi di Luca e Renato a tavolino e talvolta appaiono come digressioni non sempre necessarie.

Una maggiore sintesi e una migliore organizzazione della materia potrebbero permettere di gustare in pieno la scrittura sicura e curata e l’insieme dell’opera, in cui sono da ricordare, oltre alle già citate pagine sul volo e quelle su Jacek, quelle sulla corsa di Anna in bicicletta, quelle sulle montagne, sul primo bacio tra Renato e Anna, e quelle finali, che, malgrado l’intenzione parodistica della ripresa della petrarchesca ascesa al monte Ventoso, hanno la trasparenza e lo spessore delle migliori pagine di Plevano, quelle in cui è minore il controllo e l’autore riesce a coniugare armonicamente sensibilità e cultura.

Le critiche sono doverose. Tuttavia 100 miglia è un romanzo insolito, e forse l’intenzione dell’autore non era quella di confezionare un lavoro “riuscito”, calibrato, rispettoso di una certa organizzazione, di regole di costruzione del testo, ecc., bensì quello di presentare vario materiale narrativo e metterlo al servizio della comunicazione di un’esperienza assai particolare: a mia conoscenza, infatti, questa è la prima opera narrativa in assoluto che abbia il volo libero come tema principale. Dal momento però che il volo è materia preferibilmente trattata nel suo valore metaforico (anche se 100 miglia prende il suo materiale in termini molto letterali), rimane allora un interrogativo inevaso a proposito del destinatario implicito di questo testo, che non pare confinato nella cerchia di chi per sorte abbia condiviso questa esperienza.

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Acasadidio di Giorgio Morale
Recensione di Roberto Plevano

blog+roiOggetti umili, luoghi a margine, situazioni quotidiane, i piccoli piaceri soffocati nel fastidio delle abitudini moleste: una caffettiera pronta dalla sera sul fornello, l’ufficio nell’“estrema periferiaâ€, “alle spalle le macchine sulla tangenzialeâ€. Impiegate che arrivano alla spicciolata, stanche e incazzate già a metà mattina.
Il romanzo Acasadidio di Giorgio Morale (2008 Manni Editori) si apre con l’umore amaro di una consueta grigia mattina milanese, che sembra stendere una coltre di claustrofobia sopra ogni gesto e ogni ambiente.
E il racconto sembra via via fermarsi di proposito in luoghi circoscritti; non andare, con lo sguardo, oltre il chiuso dell’ufficio, e poi l’abitacolo del tramvai, qualche via cittadina sul cammino di casa, o il collegio di suore imposto per decoro piccolo borghese a una giovane inquieta, la vecchia casa di famiglia dalle stanze chiuse, che rimandano alle stanze chiuse della memoria che trattengono i ricordi, le cose salvate di una passata, inconsapevole, e non proprio rimpianta infanzia, affollati atrî e uffici di questura, o la luce fredda, compressa, di un obitorio, il dolore muto di una madre, che ammutolisce il narratore: “non mi lasciava una parola in boccaâ€.
L’ufficio, “stabile vecchio, volutamente poveroâ€, “angustia dell’ingresso, oscurità delle scale, locali tutti ugualiâ€, “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcuttaâ€, è un centro di “volontariato†che ha in gestione l’accoglienza e l’avviamento al lavoro degli immigrati: le necessità e i drammi degli ultimi arrivati. In realtà un luogo che l’italico genio, e la retorica dell’impresa, ha trasformato in un pretesto, uno dei tanti in città, di speculare attraverso clientele, appropriazione di denaro pubblico e favori incrociati. La modestia esteriore, l’impronta confessionale, la finzione del volontariato e la locazione periferica, a casa di Dio appunto, sono gli studiati camuffamenti con cui si dissimula il fulcro della via lombarda, e italiana, sgangherata e truffaldina, alle politiche dell’immigrazione, dietro copertura di “servizio†e iniziativa privata: “indirizzano i poveretti da famiglie facoltose del loro partito o da aziende della Bassa della loro congrega – per essere più forti si sono messi in una Compagnia che ha sbaragliato la concorrenza. Così riforniscono i loro amici di manodopera a basso costo e per di più sono pagati dallo Stato perché trovano lavoro. Come se non bastasse, hanno il riconoscimento moraleâ€. Piana allusione alla struttura di potere della Compagnia delle Opere, e tuttavia Morale si concentra sui caratteri dei personaggi piuttosto che sulla descrizione dei meccanismi di malaffare e di connivenza delle istituzioni.
Il romanzo alterna, in modo un po’ schematico, due piani narrativi.
Molte le storie che si dipanano dalla racchiusa unità di luogo dell’ufficio. Da qui procede il racconto impersonale dell’andirivieni delle faccende di lavoro ed esistenziali dei vari personaggi. Teresa è l’impiegata (forse l’unica in autentica buona fede) che apre l’ufficio, e in un certo senso ne custodisce sempre le chiavi. Il direttore faccendiere, figlio di immigrati meridionali, passato da una gioventù di ristrettezze al caparbiamente e spregiudicatamente cercato successo economico e sociale. La vicecapa Martina (“ha preferenza per le mignotte nere da redimere e i cingalesi dall’aria cattolico-remissivaâ€), una vedova bulimica e bigotta, delusa di non vedere il figlio prete (e che vedrà assecondata, in modo imprevedibile e imbarazzante, la propria preferenza in fatto di immigrati dal figlio stesso). Ombretta, che “da ex femminista incallita, rifiuta belletti e profumi: «i deodoranti inquinano» diceâ€. Vanna, una chiusa, che va “diritta per la sua stradaâ€, ostenta senso del sacrificio ma non si è mai sicuri sull’effettivo rispetto degli impegni, e si fa ingannare “da un eterno fidanzato†che nasconde una moglie in Romania. Altri personaggi maschili aggiungono carattere alla vita dell’ufficio.
Teresa prende voce direttamente nel secondo piano narrativo, che occupa i capitoli resi in prima persona e contrassegnati dalla scelta tipografica (non necessaria, a mio parere) del corsivo. Qui il narratore fornisce un commento interposto alla vita dell’ufficio e porta il lettore ad immedesimarsi con la realtà esistenziale di una giovane donna alle prese con rapporti non facili con la famiglia, con la propria stessa crescita, i suoi luoghi dell’anima, con gli uomini, con una gravidanza inattesa. Qui Morale risolve il resoconto episodico in una solida unità di resa psicologica della vita di una donna e del suo incontro con il dolore altrui, da lei accolto con l’ospitalità offerta ad Anila, una prostituta albanese dal destino segnato, e poi alla madre File, venuta in Italia a reclamarne il corpo. File è una figura straordinaria di mater dolorosa che ha in sé le risorse di dare un senso e una tenue speranza in una vicenda che ha il pathos e i lutti di un dramma tragico. File riannoda un linea spezzata di umanità prendendosi cura di Teresa durante la gravidanza e il parto.
La concisione del lavoro di Morale (30 capitoli distribuiti in 130 pagine) non deve trarre in inganno: Acasadidio è un romanzo certosinamente preparato, in cui ogni paragrafo rivela una scrittura nitida e controllata, capace di annullare ogni distanza tra lettore e fatti descritti, tra costruzione dell’impianto narrativo e piacere della lettura. Ecco, questo è il merito del romanziere, di portare il manufatto di testo, con i suoi artifici e dispositivi, a essere come una lama di bisturi che affonda nella realtà politica e sociale della crisi italiana, nella vita delle coscienze distratte e appannate. Il romanzo prende vita sul suo doppio binario di registro narrativo ed è un’importante testimonianza sullo stato dell’umanità dell’Italia nel nuovo millennio, tra emigrazione e condizione speculare del precariato degli indigeni italiani, e le incertezze della vita di tutti. Ma c’è di più.
L’intento ironico, a tratti satirico, di Morale è in realtà uno sguardo politico, che tuttavia forma solo un primo, e forse non così rilevante, livello di lettura, perché la crisi, il fallimento delle classi dirigenti, in una parola la catastrofe italiana che viene da lontano, è davvero sotto gli occhi di tutti, ad ammettere un po’ di onestà intellettuale. La letteratura, oggi in Italia, se si può parlare di letteratura di impegno civile, aggiunge un valore conoscitivo importante ma tutto sommato marginale all’analisi della realtà (e credo che molti non saranno d’accordo con questo apodittico giudizio). Il testo di Morale allora ha la forza di evocare caratteri e strutture esemplari dell’esperienza umana. Si nota, ad esempio, una marcatissima asimmetria di giudizio morale tra personaggi maschili e femminili: il presidente, il padre spirituale nel ricordo della giovane Teresa, il padre che se va, gli approfittatori che lavorano nel centro, il fidanzato albanese, sono figure insicure, disonesti, ipocriti, traditori, detentori di un’autorità usurpata, vengono sistematicamente meno alla responsabilità vera: il romanzo illustra il collasso delle pretese morali dell’autorità maschile. A Teresa, a File, più che alle donne costrette dalle, e vittime delle, aspettativi maschili, viene affidato il compito di fare da levatrici dell’unico futuro possibile, quello incerto ma che, solo, può salvare della disumanità montante del presente. Presente provvisorio, presente sotto continua emergenza, e perenne condizione umana: “escono tutti dallo stesso buco e finiscono tutti sotto la stessa terra†(pag. 123). Quando coloro che guadagnano dalla sofferenza del prossimo non ci saranno più, quando i guadagni illeciti saranno stati spesi, gli uomini e le donne continueranno a nascere e a morire.
Sotto questo aspetto, il titolo del libro oltrepassa l’ironia dell’attualità, ed esprime una dolente, amara presa d’atto del mercimonio che gli uomini hanno fatto del dovere sacro, prima che etico, della relazione di ospitalità, e proprio in nome di quella religione che dello straniero fa il prossimo. Nel romanzo Dio non parla, non c’è, fugge dalle istituzioni che gli uomini fabbricano in suo nome per dissimulare miseria, la loro miseria, e sopraffazione. Sarebbe facile arrestarsi alle considerazioni di un umanesimo laicista, la religione come superstizione, strumento di dominio, imposizione sulle coscienze, e certo Morale condivide questo clima intellettuale, ma l’immediatezza delle sofferenze rappresentate in Acasadidio chiama il compito urgente della compassione, più che dell’analisi razionale. Compassione assente in tutti i volontari del centro, tranne che in Teresa, che accanto alla compassione per l’altro impara la compassione per se stessa.
Forte di questo sentimento, Teresa al termine del romanzo compie l’unico autentico atto di libertà, decidendo di lasciare l’impiego e portare a termine la gravidanza, pur senza la presenza di un compagno e di sicurezza economica. Teresa è testimone e custode del dolore dell’oggi e dell’attesa del domani. È una degna conclusione di un romanzo toccante, in cui Morale descrive con competenza, senza compiacimento né sensazionalismo, i meccanismi di sfruttamento “legale†degli “sfigati†così come quello illegale delle giovani nigeriane e albanesi (ma potrebbero provenire da tante altre parti del mondo) nel micidiale cozzo tra strutture familiari arcaiche e la seduzione pornografica predominante nella comunicazione sociale. È la persistente materia umana della violenza e dello sradicamento. Sono i paralleli dell’inganno, dell’ipocrisia perbenistica del “padre spirituale†per nulla devoto allo spirito, della preside del collegio di suore, e dei finti fidanzati delle ragazze mandate al mercato (che diventa macello) del sesso. Le famiglie, tutte, sono acquiescenti, corrive, impotenti di fronte al male.
Le famiglie tutte. Il romanzo descrive noi, e descrive gli altri che saranno noi nel tempo di una generazione, perché la società oggi si muove in fretta, e tutto assimila. La vita più intima di tutti i personaggi di Acasadidio è inestricabilmente intrecciata con lo straniero, con l’immigrato, che già straniero non è più.
Per chi ci sarà domani, saranno duri da affrontare i risentimenti, le scie di malcontento che la nostra cecità, le nostre furbizie stanno ora depositando, con la rinuncia preventiva, stupida, demagogica, autolesionistica, al tentativo di formare una società meno ingiusta di questa.
Dobbiamo essere grati a Giorgio Morale e al suo Acasadidio per ricordare, con sobrietà e molta fermezza, queste ovvie verità.

30/11/-1, 00:00:00
I Minimi Comuni Denominatori del Marketing Virale
blog+roiBuongiorno a tutti e buon 1° Maggio. Quest'oggi, anche se temo che l'articolo avrà ben pochi lettori, almeno per oggi vista la giornata di festa (divertitevi, mi raccomando... blog+roi), riprende l'argomento "Marketing Virale" iniziato nel post del 4 aprile e ripreso poi qualche giorno più tardi con l'esposizione del caso più famoso di Viral Marketing finora conosciuto (hotmail).

Ed è proprio da quì che riprendiamo...

Molti potranno certamente dire che sono pochi i siti che hanno le caratteristiche di Hotmail. Il servizio è gratuito, è molto utile ed efficiente e interessa potenzialmente i navigatori di tutto il mondo. Questi fatti sono innegabili; ma se il marketing virale non funziona allo stesso modo per tutti i tipi di siti, è anche vero che non esistono casi in cui abbia portato danni – se correttamente amministrato – o abbia avuto scarsi effetti.

Una strategia di marketing virale deve avere fra le proprie caratteristiche:

1. Offrire prodotti e servizi
2. Non comportare sforzo per l’utente che divulga ‘automaticamente’ il messaggio
3. Potenzialmente deve essere in grado di crescere molto rapidamente
4. Deve utilizzare sistemi di trasmissione/comunicazione già esistenti

Dare gratis subito per vendere in seguito

Un sito di e-commerce, essenzialmente portato alla vendita di prodotti, potrebbe ritenersi escluso dal network di siti che possono sfruttare la potenza del marketing virale. Non è assolutamente così.

Certo, il meccanismo di propagazione virale (ed esponenziale) del messaggio deve essere legato indirettamente al business principale del sito.

Se per avere un account su Hotmail.com fosse stato necessario pagare, la curva di crescita del sito sarebbe stata certamente inferiore a quella che si ebbe nell’ultimo terzo degli anni ’90; questo è vero, ma bisogna aggiungere che, in primis, il sistema non sarebbe stato certamente inefficace e, in secondo luogo, che la gratuità di un servizio deve essere sfruttata anche quando questo non rappresenta il core business del sito.

D’altronde, quali sono i siti che effettivamente offrono un prodotto gratuitamente senza avere nulla come contropartita?

Se prima erano pochi oggi non esistono affatto. I banner furono le prime fonti di reddito per siti “totally freeâ€, da Hotmail a Napster.

Offrire un servizio gratuitamente (purché efficiente e utile a molti) significava infatti avere la possibilità di raccogliere un immenso pubblico.

Sfruttare questo immenso pubblico è un’altra questione, ma se non si riconosce in una grande utenza la possibilità di fare profitti, non avrebbe alcun senso la realizzazione di servizi gratuiti e la diffusione di questi attraverso strumenti di marketing virale (a meno che non si tratti di siti universitari, associazioni, siti istituzionali etc).

Come già accennato, i banner furono la prima fonte di introiti per siti che offrivano servizi in modalità gratuita.

Oggi la loro forza è certamente minore anche se, nonostante le ‘traversie’ dei banner negli ultimi tempi, sarebbe però totalmente errato pensare che essi non rappresentino più una fonte di reddito.

D’altronde, nuove fonti di revenues si sono già da tempo affacciate sul mondo del Web. Hotmail stessa, per esempio, ha fatto dell’e-mail marketing una grandissima fonte di guadagno. Inoltre, già da tempo, Hotmail ha diviso i propri servizi tra gratuiti e a pagamento.

Chi sceglie il servizio gratuito non dispone di tutta una serie di funzioni e di servizi di cui invece godono gli iscritti a pagamento.

Questo è un classico sistema per introdursi velocemente ed efficacemente in qualsiasi mercato: prima si offre un servizio gratuitamente e poi, dopo che un gran numero di utenti lo usa e lo può apprezzare veramente, lo si mette a pagamento (almeno in parte).

Anche se la gran parte degli iscritti non accetta di pagare pur rinunciando a servizi già esistenti o a nuovi da introdurre, saranno in molti a sottoscrivere un abbonamento a pagamento e questa sarà una fonte di guadagno tendenzialmente destinata a crescere.

Certamente, sono numerose le aziende che non potrebbero mai fornire gratuitamente dei servizi o dei prodotti e che non sarebbero capaci di compensare i costi dei prodotti con attività pubblicitarie o altro. In questo caso, l’offerta gratuita deve essere parallela al core business. Un famoso sito statunitense decise di offrire ai suoi utenti la possibilità di spedire gratuitamente delle cartoline digitali. Chi riceveva la e-card avrebbe potuto poi iscriversi ad altre newsletter. La percentuale d’iscrizione agli altri servizi (sempre gratuiti) fu molto alta. Il sito cominciò quindi a diffondere la pubblicità dei propri prodotti a sempre più persone e questo aumentò enormemente la penetrazione della sezione e-commerce (quella principale) del sito stesso.

Tra gli esempi più recenti, ne possiamo trovare uno tutto italiano...

blog+roiDa qualche tempo, infatti, proprio quì a casa nostra, è nato un Circuito di Centri Commerciali Gratutiti che presenta tutte le caratteristiche necessarie...

1. Offrire Prodotti e Servizi - Più di 3 milioni di prodotti a catalogo ed un sacco di servizi a disposizione degli utenti (blog, area annunci, video e photogallery, etc...) GRATIS!!!

2. Non comportare sforzo per l’utente che divulga ‘automaticamente’ il messaggio - Chiunque si iscriva al circuito non vede, logicamenete, l'ora di comunicarlo ad altre persone (così da accrescere velocemente il proprio circuito ed i propri guadagni... blog+roi)

3. Potenzialmente deve essere in grado di crescere molto rapidamente - I numeri di crescita del circuito sono impressionanti... e non sembrano essere destinati a fermarsi... anche perchè per attivare un nuovo Gigacenter bastano un paio di Click... blog+roi

4. Deve utilizzare sistemi di trasmissione/comunicazione già esistenti - A disposizione degli utenti Blog, Video e Photogallery, sistema di Email Marketing (Viral Shop) ed altri metodi molto interessanti...

Vi lascio, quest'oggi, con un video che riguarda proprio quest'ultimo caso tutto italiano...

Se volete approfondire potete trovare maggiorni informazioni quì: Gigacenter




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A Tutto Vasco - Cerchia Ristretta - Discomusic.gigacenter - IMPERICAWEB - Bazarissimo - Le offerte di zio71 aste shop online - Autostima.net - Discomusic - Sprintrade Network

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30/11/-1, 00:00:00
Calcolate quanto siete green con www.hyper-green.com

In questo ultimo periodo non si riesce a discutere tranquillamente di progetti IT senza utilizzare in ogni frase termini quali virtualizzazione, green, consolidamento e soprattutto riduzione dei costi. E proprio in questo ambito che può tornare estremamente utile il sito www.hyper-green.com realizzato da Microsoft in supporto ai progetti di virtualizzazione.

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Il sito, che utilizza pesantemente la tecnologia Silverlight, consente d i inserire il numero di server fisici presenti prima del progetto di virtualizzazione e quelli utilizzati dopo il progetto evidenziando fin da subito la percentuale di consolidamento; successivamente è possibile creare il report relativo impostando però il parametro relativo al costo del singolo kWh.

A questo punto avrete i risparmi in raffreddamento, assorbimento e hardware proiettati su un intero anno. Inoltre, non meno importante, la riduzione di emissioni di CO2 sempre rapportata all’anno.

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Adesso potete procedere al salvataggio del report evidenziando, se volete, la possibilità di essere presi in considerazione da Microsoft stessa per un case study.

A prima vista potrebbe sembrare un semplice “sito per giocare†ma al fine di presentare un progetto di virtualizzazione è necessario considerare tutte le variabili in gioco e presentare dati rilevanti in termini di risparmio: utilizzare gli strumenti che Microsoft mette a disposizione (da non dimenticare inoltre il Microsoft Integrated Virtualization ROI Tool, molto più complicato da utilizzare ma infinitamente più utile) ci consente di produrre progetti corredati di calcoli, dati e grafici che mettono in evidenza gli effettivi vantaggi derivanti da un progetto di consolidamento.

blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Guarda gratis "Spider-Woman motion comic" Episodio 1!
Non so ancora per quanto sarà disponibile a gratis, dunque mi affretto a pubblicare in fondo a questo post il primo episodio completo del motion comic dedicato alla serie "Spider-Woman - Agent of S.W.O.R.D.", distribuito dalla Marvel a scopo promozionale in un apposita sezione del suo sito web e anche sul suo canale di YouTube. Cosa è un "motion comic", potrebbe chiedersi qualcuno? Come è possibile vedere più in basso, è proprio un "fumetto in movimento", una sorta di cartoon realizzato animando una serie di illustrazioni in maniera semplice, ma al tempo stesso affascinante e interessante, con l'aggiunta di effetti speciali, colonne sonore e dialoghi recitati, a raccontare una storia in pieno "Marvel style", ma digitale. Per chi ricorda la mitica trasmissione "Supergulp!" probabilmente non sembrerà nulla di particolarmente innovativo, dato che esperimenti di questo genere sono in giro da svariati anni, ma rispetto a quelle prime pioneristiche produzioni, i mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie rendono il risultato finale molto più intrigante, avvincente e "di atmosfera", capace così di soddisfare anche gli utenti più esigenti e scafati. Senza dimenticare che questo genere di produzione si adatta benissimo alle necessità della "web generation" e dell'intrattenimento "mobile", quello sempre a portata di mano, fruito attraverso gli schermi palmari e i telefoni cellulari multimediali.
blog+roi
Sembra che la "Casa delle Idee" abbia deciso di investire molto su questa nuova forma di distribuzione delle avventure dei suoi personaggi, iniziando a vendere su iTunes una serie di prodotti molto interessanti. Per lanciare meglio possibile questa iniziativa, è stata scelta una delle eroine più interessanti e "discusse" del Marvel Universe, specialmente nella sua più recente evoluzione "oscura", affidata alle sapienti mani di Brian Bendis e Alex Maleev, due fra gli autori simbolo del nuovo corso della Marvel. Questo "motion comic", inoltre, viene lanciato in contemporanea con una serie a fumetti dedicata sempre a "Spider-Woman", ma non ne è un semplice adattamento in altro formato: le storie narrate nel "motion comic" e nel comic-book, infatti, sono fra loro complementari e diventano un'esperienza multimediale unica, completandosi ed arricchendosi a vicenda. Per convincere gli appassionati ad acquistare tutti gli episodi della serie ed anche le altre che inizierà a distribuire a breve in questo stesso formato (la successiva sarà la versione in "motion comic" della saga "Astonishing X-Men" di Joss Whedon e John Cassady), la Marvel ha iniziato a far circolare in giro per la rete tutta una serie di estratti e brevi trailer dedicati a "Spider-Woman", arrivando a presentarne il primo episodio in versione integrale, ma solo per un periodo limitato di tempo. Finchè sarà disponibile e, dunque, il video player seguente di Brightcove resterà in funzione... buona visione e buon divertimento. Per quelli che, invece, dovessero arrivare a questo post troppo tardi, quando questa chiccha non sarà più visibile gratuitamente... imparate la lezione e visitate più spesso il mio blog! :-)
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30/11/-1, 00:00:00
Disney compra la Marvel
Non che il mondo dell'entertainment stesse proprio aspettando con ansia l'ennesima serie di elucubrazioni a riguardo, ma proprio non posso fare a meno di esprimere le mie opinioni e dare il mio contributo alla vasta discussione sul web scaturita dall'acquisizione della Marvel da parte del gruppo Disney. La notizia non è ormai "fresca di giornata", dato che è trapelata ed è stata ufficializzata alla fine di Agosto, ma ho preferito non reagire troppo "a caldo", per vederne i primi sviluppi e non lasciarmi condizionare da reazioni frettolose "a pelle", legate a filo doppio alla mia grande passione per i fumetti della "Casa delle Idee" e alla mia attività professionale di coordinatore editoriale per Panini Comics France, che mi porta a confrontarmi quotidianamente con le serie ed i personaggi della Marvel, pubblicati dalla nostra casa editrice praticamente in tutto il mondo. Ma dopo aver letto di tutto e di più on line, dopo aver visto i principali telegiornali parlare della vicenda (in maniera stranamente attenta e corretta, a parte un paio di castronerie sentite sul TG1 o sul TG5... non ricordo bene quale, ma tanto ormai è la stessa cosa... l'editore è il medesimo...), dopo aver riflettuto bene sull'argomento... è arrivata una sorta di "illuminazione" sotto forma di immagine, che ho visto quasi come un segno e mi ha spinto a scrivere questo post. Mentre in giro per la rete trovavo una serie di divertenti "mashup" fra i personaggi della Disney e gli eroi della Marvel (dai "Disney Avengers" al "Topolino Wolverine" che ho pensato di utilizzare più in basso, passando per altre simpatiche trovate di questo genere), mi è capitato di leggere il volume "100% Marvel: Iron Fist" #3, che contiene l'edizione italiana del comic-book "The immortal Iron Fist" #16. In chiusura di questo splendido albo, infatti, lo sceneggiatore Matt Fraction esprime un concetto a dir poco profetico, quando Randy Queen si rivolge a Luke Cage nei termini della vignetta sottostante...
blog+roi
"...quando questo era un vero quartiere e non la New York della Disney...": è impressionante pensare che questo fumetto sia uscito negli States un anno fa, potrebbe quasi sembrare un caso di "insider trading", ma a quest'ora lo scrittore avrebbe chiesto un prestito per investire in azioni Marvel e sarebbe miliardario, mentre non mi risulta che sia così. Si tratta "solo" di un dialogo che, letto oggi, sembra assumere un significato diverso e mette a nudo le paure di migliaia di fans: che la nuova proprietà decida di "disneyzzare" il Marvel Universe e rendere meno maturi ed adulti gli eroi creati da Stan Lee & Jack Kirby. Ma personalmente credo che non ci sia nulla da temere. Se la Disney ha deciso di sborsare 4 miliardi i dollari per acquistare la Marvel non è certo per trasformare il parco personaggi della "Casa delle Idee" in qualcosa di simile a quello che possedeva già. Sarebbe una follia spendere questo patrimonio per comprare qualcosa di "diverso" e renderlo uguale a ciò che si ha. La Disney è da sempre capace di "colpire in pieno" il target dei bambini e dei pre-adolescenti, col suo colorato ed infantile mondo di topi, paperi, principesse, "high school musicals" e quant altro. Ma si ferma inesorabilmente all'età della fanciullezza, quando i "giovani uomini e donne" diventano dei teenager e poi degli adulti, allontanandosi inesorabilmente dai miti della propria infanzia per avvicinarsi a forme di intrattenimento più "adulte" anche nel mondo della fantasia. E' proprio comprando la Marvel che Disney si appropria immediatamente di una fetta di mercato che finora non avrebbe mai potuto conquistare e che si è rivelata vastissima, specialmente dopo il successo degli ultimi film sui super-eroi.
blog+roi
Dunque non c'è nulla da temere... le storie degli autori Marvel non inizieranno improvvisamente ad essere "censurate" o veicolate da "direttive superiori" per abbassare il proprio target. Anzi, al limite potrebbe succedere l'esatto contrario, con maggiori risorse economiche e maggior libertà creativa, per esplorare idee ed atmosfere che in passato non avrebbero dato garanzie in quanto a vendite. Perchè non è detto che Disney sia interessata solo a produzioni "in attivo". Il parco personaggi della Marvel, infatti, è già assolutamente ricco e variegato, ma l'industria del fumetto è anche un'ottima "fabbrica" di nuovi spunti "a basso costo" poi sfruttabili in numerosi altri ambiti. Per dirla ancor più chiaramente: una serie a fumetti che venda poco e magari non riesca nemmeno a coprire i suoi costi di realizzazione, davvero bassi se paragonati al mondo del cinema o della TV, potrebbe continuare ad uscire perchè valutata come un buono spunto da sfruttare a livello commerciale per realizzare film, serie televisive, cartoni animati, videogiochi o merchandise a tema. Dunque... via libera alla fantasia di scrittori e disegnatori, nella creazione di mondi e situazioni indirizzati ad un pubblico più adulto e che potrebbero diventare una grande fonte di bussines. E naturalmente non mi riferisco solo alla creazione di nuove collane e personaggi, ma anche a come questo atteggiamento possa andare ad influire sugli eroi storici, che inizieranno a godere di un'esposizione mediatica e promozionale mai vista prima.
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Di fianco alle versioni "mature" a fumetti, che possano raggiungere il già citato "pubblico alternativo" rispetto ai canoni di Topolino e Paperino, infatti, probabilmente vedremo moltiplicarsi numerose produzioni parallele nei settori in cui Disney è maestra, come il cinema, l'animazione, la TV, le licenze di videogames, i parchi a tema o i gadget di qualunque tipo. E la multinazionale potrà sfruttare senza ulteriore esborso anche strutture, settori produttivi e canali di distribuzione ben consolidati, dai canali satellitari per ragazzi sino alla catena dei Disneystore saldamente ramificati in tutto il pianeta, con tutto quello che c'è nel mezzo... ed è davvero un mondo tutto da esplorare, fatto di grandi numeri in quanto a fruitori ed interessi economici di altissimo profilo. Spider-Man, Iron Man, gli X-Men e tutti gli altri super-heroes, insomma, inizieranno a far sempre più spesso capolino sui nostri schermi e sugli scaffali dei negozi nelle nostre città, sotto forma di film ancora più numerosi, cartoni animati, telefilm, pupazzi, videogiochi, magliette, articoli per la scuola e via dicendo, diventando sempre più vere e proprie "icone" dell'immaginario collettivo ed aumentando a dismisura la loro popolarità. Per fare la felicità sia dei nuovi appassionati che della "vecchia guardia", che potrà ulteriormente appagare la propria "fame" di avventure anche attraverso altri media e che sarà sicura del futuro e del buon stato di salute dei propri eroi.
Per concludere il discorso, che però sarei contento di proseguire nei commenti, confrontandomi con gli altri appassionati che seguono questo blog, segnalo una serie di interessanti articoli on line che allargano la prospettiva ed offrono ulteriori punti di vista e spunti di riflessione:
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30/11/-1, 00:00:00
Cartoni animati Marvel su K2
Mentre ormai è quasi ufficiale l’edizione in DVD in italiano dei tanti pregevoli film di animazione dedicati ai personaggi della Marvel prodotti di recente dalla LionsGate, ho scoperto da un paio di settimane che anche in TV non mancano i cartoni animati sui super-eroi creati da Stan Lee. L’emittente Kids 2, disponibile gratuitamente su digitale terrestre e meglio conosciuta come K2, infatti, dedica buona parte del suo palinsesto proprio alle serie animate che hanno come protagonisti gli eroi della “Casa delle Ideeâ€.

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Tutti i giorni alle 20:30 viene trasmessa una puntata della classica serie "Spider-Man and his Amazing Friends", in cui
l'Uomo Ragno vive le sue avventure in compagnia dei mutanti Iceman e Firestar. La serie è stata distribuita negli Stati Uniti dal 1981 al 1983 dalla NBC e, sebbene sia tarata su un pubblico infantile, anche a distanza di anni riesce a mantenere la sua genuinità e freschezza, strappando più di un sorriso per le sue trovate. Attorno alle 21:20, poi, è il turno di "X-Men: The Animated Series", una delle più recenti serie dedicate agli eroi mutanti, prodotta nel 1992 dalla FOX, che di certo non brilla per la fluidità delle sue animazioni, ma presenta in ogni puntata numerose “guest star†e prova a ricostruire, sebbene in maniera molto compressa ed adattata al mezzo, le tappe più salienti del complesso ed affascinante affresco mutante.

Ma il momento clou è sicuramente il fine settimana, in cui tutta la programmazione serale è dedicata ai super-heroes. Lo spettacolo si svolge Sabato e Domenica e inizia alle 19:45, partendo nuovamente con gli “Uomini Xâ€, seguiti a ruota dalla storica “The Amazing Spider-Man†prodotta dalla FOX nel 1981. Anche lo stile di questa incarnazione a cartoni animati del Ragno è semplice e lineare, perfetta per istruire e formare la nuova generazione di “veri credentiâ€, così come ha fatto sin dai tempi della sua prima messa in onda. Subito dopo è il turno di una produzione più recente e leggermente più “adultaâ€, ovvero la serie dedicata a “The Avengers – United they standâ€. Distribuita fra la fine 1999 e gli inizi 2000 dalla 20th Century Fox, vanta un’animazione più moderna e l’utilizzo di elementi generati e gestiti con l’ausilio della computer grafica. L’atmosfera di fondo è leggermente più fantascientifica rispetto a quella che si respira nei fumetti e i personaggi sono interpretati in chiave tecnologica, elemento che si riflette anche nei loro costumi e nel design delle loro attrezzature. Ma anche questa volta vengono messi in mostra numerosi elementi e storyline che provengono direttamente dell’universo a fumetti.
Successivamente ci troviamo di fronte alla serie NBC del 1982 dedicata a “The Incredible Hulkâ€, realizzata con un’animazione “poveraâ€, ma dal discreto risultato finale, e alla fin fine simpatica nella sua infantile linearità. Ma, come al solito, il meglio arriva alla fine...

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La doppia serata con i super-eroi Marvel, infatti, si chiude con il cartone animato di “Silver Surfer†prodotto dalla FOX nel 1998. A differenza degli altri cartoon, che si rivelano datati e/o destinati esclusivamente ad un pubblico di bambini, questa serie è davvero un buon prodotto. Le sceneggiature riprendono l’aurea nostalgica e tormentata del fumetto originale di Stan Lee e John Buscema, recependone gli spunti più importanti. Norrin Radd resta sempre un’anima maledetta, che vaga nelle profondità dello spazio alla ricerca della sua amata Shalla Ball e del suo pianeta natio, quel Zenn-La che ha deciso di salvare, sacrificando la sua stessa esistenza trasformandosi nell’araldo di Galactus, il Divoratore di Mondo. Il cartoon esplora in pieno il lato cosmico della Marvel, presentando numerosi personaggi cari a tutti gli appassionati, da Warlock ai Kree, passando per l'Osservatore, sino ad arrivare agli Skrull ed a Thanos. Il design dei personaggi e degli ambienti è di tipico stampo kirbyano e rende la serie un vero e proprio esempio di “Marvel style†a cartoni animati. Il tutto è impreziosito da oculati inserimenti di materiale in computer grafica, che si amalgamano perfettamente all’animazione tradizionale e rendono ancora più affascinanti le energie planetarie e le astronavi, esaltando al momento opportuno l’aspetto tecnologico degli ambienti e di alcune figure.

Se ti capiterà di passare una serata a casa nel corso del weekend, ti consiglio di dare un’occhiata a questi cartoon, specialmente se, come me, li attendevi intensamente quando eri bambino ed hai voglia di fare un salto nel passato, meravigliandoti e divertendoti della loro semplice genuinità. Ma sono molto contento di riuscire già a presentarti nella seguente playlist il cartoon “The origin of the Silver Surferâ€, primo episodio in lingua originale della più interessante fra le varie animated series Marvel programmate su K2. E chiudo segnalando che tutti i 13 episodi della serie "Silver Surfer" in originale sono disponibili sul canale YouTube dell’utente RichardJ17, insieme a tutte le puntate della serie dei Vendicatori.



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30/11/-1, 00:00:00
Artificial Kid, il Danno versione cyberpunk
“Numero 47†è un disco cyberpunk. Tostissime basi hip-hop, particolarmente sintetiche e in bilico fra futuro e passato, con sonorità molto moderne che si affiancano a suoni decisamente anni ’80, che sembrano estrapolati dai film di fantascienza del periodo. Le liriche non sono da meno. Testi potenti e ben strutturati, che viaggiano in una direzione ben precisa e seguono il filone della sci-fi di tipo cyberpunk, con utilizzo di terminologia e temi tipici del genere. Musica e parole diventano così un tutt’uno e danno vita ad un disco molto omogeneo e compatto, quasi a creare grazie alla loro alchimia un “universo immaginario†delineato ed autosufficiente.

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Il progetto arriva così in maniera davvero forte e diretta a chi ama un determinato tipo di musica rap “anticonvenzionale†ed è anche appassionato di fantascienza. Senza che la cosa sia in qualche maniera “celataâ€, anzi il contrario, come dimostrano anche le varie (e molto gradite) citazioni nei testi di classici del cinema di fantascienza, come “Blade Runnerâ€, Rollerball†o “A scanner darklyâ€â€¦ il film che ha ispirato anche il nome del mio blog e da cui è stato tratto lo stesso brano che ho deciso di usare come “apertura†di questo spazio web. Una coincidenza neppure tanto strana, visto quanto è bello. Ma la voglia di aderire ad un preciso movimento, comunque, è chiara anche senza ascoltare il CD, dato che la sua stessa confezione dice già molto. Un prodotto impostato con scelte grafiche ben precise e un book zeppo di belle illustrazioni “di genereâ€, che partono dai capisaldi imposti dalla rivista francese “Metal Hurlantâ€, ma poi si lasciano contaminare dagli stili delle scuole sud-americana e giapponese. Sembra anche che il progetto voglia andare al di là del campo musicale, proiettandosi su più scenari e dando vita ad una serie di "costole" in altri settore della comunicazione.

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L’idea è davvero interessante e credo sia il caso di citare tutti i suoi autori. L’aspetto grafico è opera di Champa (character e graphic concept) e di Francesco “Paura†Curci (graphic design e logotype). La produzione musicale è realizzata da StabbyoBoy e Craim. Last, but not least, la voce e autore dei testi… il Danno, anche conosciuto come Simone Eleutieri… di cui ho già avuto modo di parlare, definendolo “il miglior MC italianoâ€â€¦ Anche questa prova riconferma il suo dominio. Testi oscuri, "ribelli" e densi di significato, che sono capaci di evocare e rendere visibili e credibili scenari apocalittici assolutamente inusuali per la scena musicale, specialmente italiana. Liriche che usano alla perfezione la caratteristica basilare del genere SF: lanciare una visione verso un ipotetico futuro, per dare in realtà uno sguardo disilluso e concreto al nostro presente, esaltato sotto la lente deformante e abbagliante della fantascienza. Il Danno, dunque, conserva come al solito la sua capacità di scrivere ottimi testi, ma per l’occasione modifica il suo nome in Artificial Kid, così come modifica leggermente il suo stile ed il suo approccio alle rime. L’abituale scioltezza in alcuni pezzi viene volutamente sostituita da un incastro più “meccanicoâ€, quasi da “lavoro in pelle sinteticaâ€, attraverso un rap più secco del solito e davvero asciugato di qualsiasi orpello. Forse dire che Artificial Kid sia il Danno 2.0 è esagerato, ma credo che possa rendere l’idea e incuriosire a sufficienza chiunque lo conosca già e voglia confrontarsi con questa sua nuova incarnazione.

Dopo aver segnalato il website ufficiale di Artificial Kid, inserisco di seguito un “video†rilasciato per lanciare “Il sistemaâ€, traccia d’apertura di “Numero 47â€, che probabilmente è anche il mio pezzo preferito del CD e di cui ho dunque deciso di pubblicare più in basso anche il testo integrale.



"E il sistema non gradisce intrusi,
il sistema sa come si fa e partorisce figli già con gli occhi chiusi.
Lastrica le vite di metallo e plastica,
ci mastica, per risputarci fuori coi circuiti fusi.
In uno stato di perenne incubazione,
la grande madre controlla la popolazione.
Ci tiene sotto stretta ibernazione,
con una pistola puntata in testa in nome dell'evoluzione.
Ah, il sistema detta legge, ci dirige ci protegge da noi stessi,
alza muri spessi un metro e li sorregge,
ci guida come pecore nel gregge,
ci rende spettatori, prevede i nostri errori e li corregge.
Il sistema è industria, azienda, informazione.
E vuole risultati senza la minima emozione,
la perfezione da raggiungere a ogni prezzo,
il sistema è il fine ed è pronto a usare ogni mezzo.
Il sistema sa, stabilisce ogni necessità,
alza altari per la nascita di nuove civiltà
mosse da una volontà unica,
un grande cuore freddo di titanio sotto una membrana umida.
Il sistema dà piacere e lo tramuta in dipendenza,
in cambio chiede solo l'assoluta obbedienza,
blocca e demolisce ogni interferenza,
mentre alza torri in nome del progresso e della scienza.
Gelido chirurgo, calcola ogni numero,
terapia d'urto per il piano di recupero.
In questa caccia all'uomo su scala globale

questo è l'ultimo passo, questo è l'atto finale."
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30/11/-1, 00:00:00
Abbiamo solamente…
Mi è già capitato in passato di presentarti i lavori di mio fratello Marco, meglio conosciuto sulla scena reggae ed hip hop italiana ed europea come Macro Marco. Negli ultimi tempi molti dei suoi progetti e delle sue idee hanno preso concretamente forma in una serie di produzioni già disponibili e che stanno riscuotendo un interessante successo. Per provare a “mettere ordine†nella mole di tutto questo materiale distribuito quasi in contemporanea, pubblico oggi il primo dei miei “aggiornamenti Macro Beatsâ€, ad uso e consumo di chi segue abitualmente il blog, ma anche di chi scoprirà il mio spazio web proprio andando alla ricerca di informazioni su queste novità musicali.

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Inizio in ordine cronologico, pubblicando il video di “Abbiamo solamenteâ€, il primo estratto dall’album “E poi, all’improvviso, impazzire†di Ghemon & The Love 4tet. Un disco che sfoggia la bellezza di 21 tracce, in cui Ghemon si dimostra sempre capace di scrivere bei testi e viaggiare sui differenti beat in maniera eclettica, con un stile personale e già ben riconoscibile, ma al tempo stesso capace di creare atmosfere e contesti diversi. Un disco fatto di belle basi e bei testi, scritti e cantati da un ottimo autore, che piacerà sicuramente a tutti gli amanti del buon rap italiano, con alcuni pezzi particolarmente radiofonici ed orecchiabili, che potrebbero riuscire a sorpassare i confini del panorama indy e del pubblico di genere, per proiettarsi su una scena molto più ampia.

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“Abbiamo solamente†è sicuramente uno di questi, anche grazie al traino generato dall’omonimo videoclip presentato più in basso, realizzato da Martina Di Tommaso e Dario Di Mella, autori di una sorta di trilogia che andrò a completare nelle prossime settimane. Ma se non vuoi aspettare i miei update "col contagocce" e se ancora non li hai visti nemmeno in TV in rotazione sempre più costante su “All Musicâ€, puoi andare direttamente sul canale ufficiale di Macro Beats su YouTube, in cui sono sempre disponibili in anteprima tutti i contenuti video legati in qualche modo all’etichetta.



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30/11/-1, 00:00:00
Blade e la Casa di Chthon
Qualche giorno fa ho finito di vedere la serie televisiva dedicata a “Bladeâ€. Il personaggio creato da Marv Wolfman per i fumetti della Marvel agli inizi degli anni ’70 è tecnicamente parlando un “diurnoâ€. Quando una donna incinta viene “corrotta†dal morso di un vampiro, ma da alla luce suo figlio mentre ancora la sua trasformazione non è completa, nasce un essere in bilico fra gli essere umani ed i vampiri. Un ibrido che possiede tutti i poteri degli immortali, ma ha ancora un’anima e non è afflitto dalle loro debolezze. Dunque è dotato di forza sovraumana, sensi sviluppati all’inverosimile e della capacità di guarire da qualsiasi ferita, ma non teme l’aglio, l’argento e specialmente la luce del sole. Al tempo stesso, però, anche questi rarissimi “punti di congiunzione†fra le due specie sono divorati dalla “seteâ€, la necessità di nutrirsi di sangue umano per sopravvivere. Come detto poco fa, Blade è un diurno ed ha deciso di dedicare la sua vita ad una missione: cacciare e uccidere qualsiasi vampiro, servendosi di una fitta rete di informatori e aiutanti, per vendicare la morte di sua madre e liberare il mondo da questa oscura piaga. Per resistere alla “seteâ€, il cacciatore si inietta periodicamente un siero speciale, che gli consente di liberarsi di questo suo ultimo retaggio vampiresco e lo affranca dalla necessità di cibarsi di sangue, ma lo rende una sorta di “tossicoâ€, dipendente dall’assunzione del sostituto chimico.

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Blade è un personaggio che è già riuscito a superare i confini dell’industria del fumetto e proiettarsi a livello multimediale su un piano molto più vasto, dato che ha generato dal 1998 al 2004 una saga di tre film, in cui il ruolo del protagonista è stato interpretato dall’icona Wesley Snipes. La serie televisiva nasce e si ambienta proprio dopo l’ultimo capitolo della trilogia, riprendendo dai film numerosi elementi e caratteristiche. Alla fine della pellicola intitolata "Trinity", infatti, Blade riesce a liberare un virus che dovrebbe portare all’estinzione della stirpe di Dracula. Ma sembra proprio che non abbia funzionato secondo quanto promesso, perché nel pilot della serie, in cui viene citato spesso il suo predecessore per il grande schermo, troviamo ancora il diurno alla caccia dei tanti vampiri sopravvissuti all’arma chimica. Ora più che mai, la comunità dei vampiri è impostata su una sorta di “scala alimentare gerarchica†ed è divisa in diverse “casateâ€. Ciascuna di esse è presieduta dai pochi “puro sangue†sopravvissuti, esseri che sono nati vampiri e che estendono il loro dominio di terrore affidandosi ai “vampiri di seconda generazione†che hanno morso e trasformato. Questi ultimi, a loro volta, operano sul territorio ed alla luce del sole, letteralmente parlando, attraverso i loro “familiâ€, normali esseri umani che servono ciecamente i loro signori per denaro o sperando di essere un giorno premiati con un morso che li renda immortali. L’attenzione di Blade (adesso interpretato da Kirk "Sticky Fingaz" Jones) è dedicata proprio ad una di queste enclavi, la “Casa di Chthonâ€, ed in particolare alla sua sede di stanza a Detroit. Sembra che qui il vampiro Marcus Von Sciver, la sua protetta Chase e tutta la loro equipe stiano progettando qualcosa di molto importante: il vaccino “Aurora†che libererà i vampiri da tutte le loro vulnerabilità e… consentirà loro di affrontare anche la luce del giorno. Ma forse la verità non è proprio questa… Chthon ed I suoi adepti, in quello stesso periodo, attirano anche Krista Starr (Jill Wagner), una reduce dalla guerra in Iraq. La morte di suo fratello sembra legata proprio all’organizzazione di Von Sciver ed il soldato inizia ad indagare, ma arriverà troppo vicina alla verità e finirà per essere “vampirizzataâ€. Ma prima di abbandonarsi completamente alla sua nuova natura e cedere alle tenebre, Krista avrà la fortuna di incontrare Blade, che le insegnerà come controllare la sua “sete†e stringerà con lei un patto di collaborazione: la nuova “vampira buonaâ€, infatti, sarà proprio l’infiltrato di Blade nella casa di Chthon.

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“Blade†per me si è rivelata una (mini) serie televisiva abbastanza interessante. Non è di certo entrata nell'olimpo delle mie favorite, ma è comunque un “action thriller†oscuro e movimentato, in cui viene anche tentato un interessante mix di generi diversi. All’aspetto fantastico, infatti, è affiancato un trattamento da poliziesco, in cui i nemici sono sì vampiri, che possono essere sconfitti solo dopo cruente battaglie e si polverizzano sotto i colpi di Blade, ma agiscono come organizzazioni criminali ben strutturate. Lo scopo resta sempre quello di nutrirsi di sangue umano e imporre il dominio della loro specie, ma tutto viene organizzato e gestito dietro ad una patina di “normalità in doppio pettoâ€, con società “pulite†e rispettate, magari anche quotate in borsa, dietro cui celarsi. La tensione è alta per tutta la serie e la trama viene portata a compimento in maniera precisa e puntuale, senza “cadute di tono†o momenti di stanca. I vari personaggi sono ben delineati e compiono un processo di maturazione molto naturale e ben strutturato. Anche le scene d’azione e gli effetti speciali sono di tutto rispetto, con sequenze spettacolari e tecnicamente ben realizzate, specialmente negli scontri corpo a corpo fra Blade e le sue nemesi. Sebbene non sia un capolavoro, la serie si fa vedere in maniera piacevole e alla fine di ogni episodio lascia quella strana curiosità di voler subito sapere cosa succederà nella puntata successiva. L’unica grande pecca del prodotto è la fotografia, davvero di scarsa qualità. Nella ricerca di atmosfere particolarmente oscure e dark, purtroppo le luci sono sempre troppo basse e le scene non vengono nemmeno supportate da tonalità fredde, che ne avrebbero migliorato la fruizione senza snaturarle. Questa scelta "ad oltranza" porta con se scene a tratti incomprensibile, con ambienti “illuminati†talmente poco e talmente male da costringere lo spettatore a provare ad “intuire†cosa stia succedendo, invece che vederlo.

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E forse è proprio questa pecca ad aver limitato il successo di “Blade†in TV. La serie televisiva, infatti, è composta da un pilot doppio e da undici episodi, che ormai è possibile trovare raccolti in un cofanetto DVD, ma non ha mai dato vita ad un seguito, come invece si poteva sperare, visti i presupposti e la trilogia filmica di successo alle sue spalle. La produzione, oltretutto, era stata affidata dal canale via cavo Spike TV proprio alla New Line Television, divisione per il piccolo schermo dello stesso studio che aveva già curato i tre film. Anche a livello di script erano stati chiamati lo sceneggiatore David Goyer, autore di tutti i tre capitoli per il cinema, e Geoff Johns, uno dei più importanti scrittori di fumetti super-eroistici del momento. Il duo ha svolto bene il proprio compito, ma forse ha contribuito al non grande successo della produzione con alcune scelte, condizionate dai pochi episodi a disposizione e dalla natura ibrida del prodotto, volutamente in bilico tra fantastico e poliziesco. Nella serie, infatti, vengono introdotti numerosi elementi narrativi legati alla storyline principale, che finiscono quasi per totalizzare la scena ed “esaurire†il tempo a disposizione. Ma forse si è dimenticato che il successo dei polizieschi sta anche nel riuscire a creare di volta in volta puntate che siano godibili in maniera a se stante, episodi quasi “autoconclusiviâ€, possibili da estrapolare dalla “continuity†di fondo. Gli autori ci riescono solo in un paio di occasioni e così forse finiscono per “condannare†il “progetto televisivo Blade†a diventare quasi un (godibilissimo) “film extra lungo†piuttosto che un prodotto seriale di successo.


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30/11/-1, 00:00:00
I watched the “Watchmen†(movie)
Un paio di giorni fa sono andato al cinema insieme ad Anna e Veronique per vedere il film di “Watchmenâ€.

Ma credo sia il caso di fare subito un passo indietro, premettendo che la lettura del fumetto originale è stato per me un momento molto importante, che in qualche maniera ha caratterizzato tutta la mia vita. Ero uno studente ai primi anni del liceo quando ho ammirato per la prima volta il capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons. L’avevo scoperto per caso sulle pagine degli allegati a “Corto Malteseâ€, attendendo con ansia che passassero trenta giorni per leggere il capitolo successivo e percependo immediatamente l’opera come qualcosa di diverso, innovativo, unico. Anche se l’impatto iniziale era ancora epidermico ed a un primo livello di lettura. Poi nel corso degli anni, specialmente da quando il capolavoro è stato raccolto in volume, ho riletto il blocco completo di storie quasi una volta all’anno, studiandolo attentamente e scoprendone ogni volta delle sfumature nuove.

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L’opera viene spesso considerata come il fumetto di super-eroi “revisionista†per antonomasia, quello che ha traghettato il mondo degli eroi “puriâ€, senza paura e senza macchia, verso un’era più buia e realistica, ma è anche qualcosa di più. Di certo non sono il primo a farlo, né sarò l’ultimo, ma a distanza di tutto questo tempo ed alla luce di tante letture approfondite, mi sento di ribadire che probabilmente “Watchmen†è il fumetto più importante di tutti i tempi, è l’esempio massimo di arte sequenziale, è l’opera in cui vengono sfruttate al massimo tutte le potenzialità e peculiarità del media fumetto. La storia è splendida, i dialoghi eccezionali, i disegni sono impeccabili e sempre capaci di raccontare alla perfezione per immagini. Ma è anche la struttura della narrazione ad essere incredibile. La grandezza del lavoro non sta “solo†nella storia che viene raccontata, ma anche nel “come†ciò viene fatto. “Watchmen†è un perfetto meccanismo ad orologeria, in cui tutti gli ingranaggi si incastrano senza possibilità di errore, grazie ad una sceneggiatura incredibilmente bella ed alle scelte variegate nella strutturazione delle pagine, che si forma e deforma in maniera funzionale al ritmo del racconto. La scansione in vignette, infatti, vive e si modula in base alle necessità del momento, con piani narrativi paralleli che si intersecano e si completano a vicenda. Così testi e disegni riescono a compenetrarsi, diventando un tutt’uno e dando vita ad un mondo a parte, una realtà coerente e perfettamente bilanciata. Il risultato è un lavoro immenso e curato nei minimi particolari, che dimostra, codifica e insegna cosa è possibile fare attraverso un linguaggio così complesso, affascinante e completo come il fumetto.

Tutto ciò premesso, probabilmente mi sono avvicinato all’adattamento cinematografico dell’opera con grandi aspettative, ma anche con una sostanziale tranquillità e serenità di fondo. Già sapevo che sarebbe stato impossibile per chiunque riproporre sul grande schermo la ricchezza e le peculiarità di un lavoro così complesso e così ancorato al mezzo di comunicazione per il quale è stato creato. Ma la presenza di Zack Snider alla regia, dopo l’ottima prova offerta sull’adattamento della graphic novel “300†di Frank Miller, mi ha fatto immediatamente pensare che l’impresa di portare “Watchmen†sul grande schermo non sarebbe riuscita a nessuno meglio che a lui. Ed all’uscita dalla sala cinematografica a visione avvenuta, sono state confermate quelle che prima potevano essere solo sensazioni. Il film, infatti, si è rivelato un prodotto discreto, in cui il paragone con l’opera originale a fumetti da cui è tratto è improponibile, ma probabilmente nessuno sarebbe riuscito ad adattarla meglio per il cinema.

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La storia ripropone fedelmente la trama principale del fumetto, scavando nella vita di alcuni ex super-vigilanti e di come la loro esistenza condizioni il percorso dell’umanità intera. Il racconto è ambientato all’inizio degli anni ’80 e si apre con il brutale assassinio del peggiore fra gli “eroiâ€, il sadico e violento Comico, per poi seguire le indagini dei suoi vecchi “compagni d’avventuraâ€, alla riscoperta dei segreti nascosti nel loro passato ed alla scoperta della cospirazione che sta dietro alla sua morte, che si rivelerà essere solo il primo tassello di un mosaico molto più vasto e che sembra preludere agghiaccianti scenari futuri. L’assoluto rispetto della storia originale e dei suoi indimenticabili dialoghi è uno degli aspetti positivi del film, ma non è il solo. La pellicola parte decisamente bene e, dopo il violento scontro corpo a corpo nella dinamica scena d’apertura, trovano spazio gli ottimi titoli di testa, un esperimento visivo tecnicamente interessante in cui, attraverso una serie di “istantanee animateâ€, viene introdotta la storia della prima generazione di “controlloriâ€: un coacervo di tizi scanzonati e dai costumi sgargianti, che affrontano il crimine con una certa spensieratezza e semplicità, diventando quasi delle stelle dello spettacolo rincorse dai paparazzi più che dei paladini della giustizia. La colonna sonora è ideale per riportarci nel periodo in cui è ambientata la storia e di volta in volta vengono scelti dei brani indimenticabili, capaci di “raccontare in musica†ciò che succede sullo schermo o “spezzare†con sottile ironia rispetto alla scene mostrate. Gli effetti speciali sono perfetti, riuscendo a rendere visivamente credibili ed affascinanti le scene ambientate su Marte, i poteri del Dottor Manhattan o le evoluzioni aeree di Archimede, il mezzo di trasporto volante del Gufo. Ma servono anche a rendere più truculente e incisive le punizioni inflitte dai vigilanti ai loro nemici, mostrate in tutta la loro “brutalità splatterâ€, senza diventare “protagonisti†della scena, ma anzi asservendosi in maniera funzionale allo sviluppo della trama. Il montaggio è cinetico e le inquadrature riprendono pedissequamente quelle del fumetto, con un ottimo lavoro di adattamento al diverso strumento mediatico. Anche l’effetto rallenty, vera e propria “cifra stilistica†del regista, viene usato con sapienza e senza stucchevoli esagerazioni.

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Gli attori non sono (ancora) stelle di primo piano della “fabbrica dei sogniâ€, ma tutti svolgono il loro compito in maniera egregia e, al di là delle studiate somiglianze fisiche, interpretano i rispettivi personaggi con estrema fedeltà ai caratteri del modello originale di riferimento. Specialmente il Rorschach, “voce narrante†della vicenda, che forse non può considerarsi il vero protagonista della storia, vista la sua naturale coralità, ma che di certo è il mio preferito. La realizzazione delle “macchie mobili†sul suo volto è ottima, così come è impeccabile la sua caratterizzazione. Forse solo la voce non è perfetta. Sia nella versione originale del film, sia nella sua edizione italiana, infatti, è stata scelta una voce roca e “cavernosaâ€, ma non fino al punto giusto. Ma probabilmente in questo mio giudizio sono condizionato dall’aver ascoltato la lettura del primo monologo di Rorschach realizzata proprio da Alan Moore in prima persona, che ti propongo qui di seguito: la voce del più “follemente lucido†fra i Watchmen me l’ero sempre immaginata così… un suono gutturale e profondo, quasi privo di emozioni oltre alla rabbia ed al disgusto, che fa scorrere immediatamente sulla mia pelle un brivido di angoscia mista a sconforto…



Sottolineando nuovamente che sarebbe stato difficile realizzare un migliore adattamento di “Watchmen†per il cinema, però, devo anche segnalare che a mio modo di vedere il film cade nella rappresentazione di uno degli aspetti fondamentali dell’opera originale, quello dell’atmosfera. Il film, infatti, risulta essere troppo “pulitoâ€. Intendiamoci, la storia raccontata è di per sé “pesanteâ€, piena di violenza, brutalità ed elementi catastrofici. Ma il fumetto è decisamente più “sporco†e leggendolo lo si percepisce anche a livello fisico. E’ come se tutte le pagine di “Watchmenâ€â€¦ ogni sequenza, ciascuna singola vignetta… siano ripassate da una patina di grasso, che rende le dita appiccicaticce, che annebbia lo sguardo, che disturba l’olfatto. La graphic novel di Moore e Gibbons trasuda ansia, disperazione e paura, emette un’aurea di angoscia e paranoia costanti, legata al periodo storico in cui la storia è stata concepita ed ambientata. Un momento in cui la guerra nucleare e l’inverno radioattivo erano LA paura per antonomasia. Anni in cui si viveva nella consapevolezza che la nostra civiltà si sarebbe potuta estinguere da un momento all’altro, con la pressione di un dito su un singolo bottone pronto a lanciare centinaia di testate nucleari oltre la cortina di ferro, senza possibilità di riscatto e redenzione per il genere umano e la sua ansia di autodistruzione. La costante paura della fine, insomma, non è solo il contesto in cui si svolgono le azioni dei protagonisti, ma è la loro causa scatenante e il fertile terreno in cui crescono le ansie di intere generazioni. Un elemento fondamentale, su cui l’opera getta le sue stesse basi e che finisce per “corroderne†le fondamenta, sino a diventare elemento pulsante nelle sue stesse vene ed a crearne l’atmosfera finale. Questo fattore, purtroppo, non traspare affatto dalla pellicola, in cui più che essere trattato come elemento “di fondoâ€, diventa quasi un impercettibile “sottofondoâ€, non riuscendo a coglierne e mostrarne l’importanza. Sebbene il gusto “retrò†e la cura dei dettagli nella scelta di ambientazioni e abbigliamento ci trasportino visivamente nel periodo più caldo della “guerra freddaâ€, purtroppo ci riescono solo a un livello immediato e non bastano affatto per catturarne l’essenza, compito che sarebbe spettato ad altri aspetti della pellicola. Forse scelte diverse di fotografia avrebbero potuto aiutare a “sporcare†il tutto, ma la stessa struttura del movie avrebbe dovuto essere modificata per lasciare più spazio a questo elemento.

Se il fumetto di “Watchmen†è un capolavoro assoluto, dunque, il film si ritrova purtroppo privo di un pezzo fondamentale della sua “animaâ€, ma si dimostra comunque una pellicola discreta e affascinante, probabilmente da riconsiderare anche quando sarà disponibile la sua “extended cutâ€, il montaggio originale e integrale del film, che dovrebbe durare circa quattro ore, contro le due ore e trenta della versione distribuita in sala. Magari questa versione “extra long†ci riserverà qualche altra bella sorpresa…

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30/11/-1, 00:00:00
Giant-size Whedon e Cassaday
Esistono storie a fumetti davvero speciali, che non mi stancherò mai di leggere. Oggi ho deciso di presentarne una molto recente, che entra di diritto nell’Olimpo delle mie favorite, perché mi ha decisamente lasciato un segno. Quarantotto pagine di arte sequenziale ad altissimo livello, degno compimento di un’intera saga davvero intensa, resa indimenticabile proprio della sua conclusione.

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Sin da quando Joss Whedon e John Cassaday hanno iniziato a realizzare la serie “Astonishing X-Men†per la MARVEL, la collana mutante è diventata una delle mie letture favorite, uno di quei pochi fumetti che leggo immediatamente non appena ne ho la possibilità. Ho da sempre apprezzato i disegni di Cassaday, dalla mini di “Union Jack†allo strabiliante “Planetaryâ€, adorando il suo tratto elegante e raffinato, capace di raccontare per immagini qualsiasi scena, in maniera unica e assolutamente personale. Whedon, invece, ho già avuto modo di dire che lo reputo un genio sin da tempi della serie TV di “Buffy the Vampire Slayerâ€, per cui ha scritto e diretto alcuni fra i più innovativi momenti del mondo dell’intrattenimento visivo. E il quadro si completa dicendo che fra i miei primi amori fumettistici ci sono gli “Uncanny X-Men†di Chris Claremont & John Byrne, glorioso periodo a cui “Astonishing X-Men†fa chiaramente e continuamente riferimento. Tutta la saga si rivela avvincente ed emozionante, mostrandoci un’interpretazione dei personaggi moderna e accattivante, pur nel rispetto delle loro origini e della loro evoluzione. Whedon scava a fondo nella loro storia e nelle loro personalità, “strizzando l’occhio†ai fan con gustose citazioni, ma senza compromettere la freschezza e la leggibilità delle avventure. Cassaday lo accompagna con vignette, inquadrature e tavole che esaltano sia le scene d’azione che le fondamentali scene di dialogo e interazione fra i personaggi, dipingendo in maniera quasi palpabile sui loro volti qualsiasi genere di sensazione ed emozione.

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La conclusione della gestione Whedon & Cassaday nello speciale “Giant-size Astonishing X-Men†# 1 è il degno epilogo del loro memorabile ciclo, chiudendo in bellezza l’avventura con questo piccolo capolavoro intitolato “Goneâ€, pubblicato a Gennaio in Italia su “X-Men Deluxe†# 165 (e se lo hai perso, trova alla svelta un amico che te lo presti o vallo a cercare in fumetteria!). La portata della minaccia al centro della storia è tale da coinvolgere i più importanti eroi del Marvel Universe e dunque permette a Cassaday di confrontarsi con le principali icone della “Casa delle Ideeâ€. L’artist è capace di coglierne subito l’essenza, mentre Whedon li tratteggia alla perfezione con poche battute. Una storia non banale, con un finale a sorpresa e pervaso da una grande carica lirica, specialmente nelle pagine conclusive. Whedon , infine, si dimostra un grande conoscitore dell’affresco narrativo Marvel e specialmente si conferma un incredibile sceneggiatore. Con poche parole, infatti, l’autore riesce a descrivere ben due capisaldi, che sarebbe difficile sintetizzare in maniera più convincente.

Vuoi sapere davvero chi è Spider-Man e quale è il suo rapporto con New York? Basta leggere le prime didascalie della storia…
“Non posso dire “Io amo New Yorkâ€.
I turisti possono amare New York. Io, che ci sono cresciuto? Che ci ho vissuto tutta la vita, che mi sono arrampicato su tutte le sue pietre e mi sono lanciato da tutti i suoi tetti? Io sono New York.
E’ dentro di me. Nel mio sangue. Come una malattia, ma una malattia buona, come… un tumore benigno.
Sì, è evidente che non sono stato morso da un poeta radioattivo, ma avete capito cosa intendo.â€

O sei forse curioso di sapere come sono connessi fra loro gli eroi del Marvel Universe?
“Quando si è parte di un sistema più grande… quando si è coinvolti…
…si capisce quando sta succedendo qualcosa.â€

Ma questo è nulla a confronto del finale. Un piccolo gioiello, poetico ed emozionante, la cui lettura ogni volta mi tocca profondamente. Uno splendido arrivederci da parte di Joss Whedon, che personalmente ringrazio per tutto ciò che è capace di darci: momenti in cui la mente riesce a rendere comprensibili e razionali attraverso la parola scritta quelle tensioni, ansie e paure che costituiscono il mistero e al tempo stesso la scintilla vitale dell’essere umano…
“Tutto è così fragile.
C’è tanto conflitto. Tanto dolore.
Si continua ad aspettare che la polvere si depositi e poi ci si rende conto di questo:
la polvere è la tua vita che va avanti.
Se arriva la felicità, quella strana, insostenibile letizia che è la vera felicità…
bisogna afferrarla finché è possibile.
Bisogna prendere quel che si può.
Perché resta un attimo e poi…
scompare.â€

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30/11/-1, 00:00:00
10 anni di Poseidon
Mi è sempre piaciuto scrivere racconti. Ricordo che da piccolo avevo riempito alcune vecchie agende inutilizzate con decine di storie di fantascienza, tutte ambientate in uno stesso universo futuristico in rovina, che aveva come protagonisti un manipolo di sopravvissuti in lotta contro un esercito di macchine umanoidi e contro difficili condizioni ambientali. Un mondo immaginario che derivava direttamente dalle mie prime passioni cinematografiche e letterarie, grazie a cui ho esplorato per la prima volta il piacere dell’immaginazione espressa attraverso la parola scritta, prima ancora che nascesse la voglia di comunicare all’esterno. Quelle avventure, infatti, non sono mai state lette da nessun altro, ma essenzialmente per me era importante scriverle per esprimermi e incanalare le mie idee in una direzione e una forma ben precise. Perché quei pensieri non finissero nel nulla, ma venissero impressi su carta e conservati.

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Nel corso del tempo la mia passione per la scrittura ha naturalmente incrociato il suo cammino con quella per i fumetti, portandomi a scrivere numerose sceneggiature destinate all’arte sequenziale. Inizialmente ho riversato nella mia fanzine Amazing Comics tutto il mio amore per i comics statunitensi ed i suoi mondi super-eroistici, dando vita ad un piccolo universo ricco di personaggi e suggestioni diverse, che presto mi divertirò ad illustrare meglio. Poi ho pensato di dedicarmi a storie brevi ed autoconclusive fantascientifiche, che sono state pubblicate per anni su numerose fanzine e riviste specializzate di tutta Italia. Ed ho sempre avuto la fortuna di collaborare con tanti giovani disegnatori di grande talento, alcuni dei quali sono oggi affermati professionisti del settore, che mi hanno aiutato a migliorare e ad affinare la mia tecnica, oltre ad arricchirmi a livello umano.

Nel 1998 ho deciso di provare qualcosa di diverso. Al di là del piacere di scrivere e raccontare di universi fantastici, ho capito che attraverso i fumetti avrei potuto provare a dire qualcosa di più, che le sceneggiature mi avrebbero dato la possibilità di raccontare qualcosa del mondo, quello mio interiore e quello che mi ruotava intorno. Grazie al supporto del grande Antonio Conversano, uno dei disegnatori più bravi con cui ho avuto l’onore di collaborare, ho dato vita a Poseidon. Un personaggio oscuro e decadente, che ho provato ad usare come “lente deformante†per parlare dei grandi problemi legati alle tematiche ambientali e sociali che mi stavano (e mi stanno ancora) particolarmente a cuore. Un “eroe†che decidesse di ergersi contro lo sfruttamento indiscriminato del pianeta e il disprezzo per la vita in tutte le sue forme. Un protagonista inconsapevole, che per lo più si è trovato ad essere al tempo stesso prima spettatore impotente della crudeltà umana e poi impietoso “deus ex machina†della situazione.

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Nel 2008 Poseidon ha compiuto 10 anni. La sua prima storia, infatti, è stata pubblicata nel Novembre del 1998 sulle pagine di “Amazing Comics†# 16 ed è stata casualmente ristampata nel Novembre del 2008 sul primo “Fatece Largo Annual†curato dall’amico Baldo Di Stefano. Davvero una bella coincidenza, ideale per festeggiare questo prestigioso anniversario. A dirla tutta, nel corso di questo decennio la produzione di storie è stata davvero minima, visti i tanti impegni di tutti gli autori e la necessità di dedicarsi a questo progetto solo nel tempo libero. Ma ogni episodio è stato per me fonte di grandi soddisfazioni e mi ha permesso di creare un’alchimia sempre speciale con i disegnatori che hanno affiancato Tonino: Oscar Celestini, Renato Stevanato, Massimo Spinelli e Marco Stefanni. Da ciascuno di loro ho imparato qualcosa e tutti loro hanno contribuito alla piccola storia del progetto. Personalmente spero anche che tutte le storie abbiano in qualche maniera interessato chiunque le abbia lette, sulle pagine delle fanzine o sul sito ufficiale. E per festeggiare ulteriormente il suo decimo compleanno, ho pensato di mettere on line tutti gli episodi in una versione in formato “.cbrâ€, leggibile attraverso il comodo Comic Book Reader, che potete scaricare gratuitamente, legalmente e velocemente dai link seguenti…

# 1
Io sono Poseidon (disegni di Antonio Conversano)
# 2
Armonia (disegni di Antonio Conversano)
# 3
Villaggio globale (disegni di Antonio Conversano)
# 4
Le onde del destino (disegni di Antonio Conversano)
# 5
Pollice verso (disegni di Oscar Celestini)
# 6
La città sommersa (disegni di Renato Stevanato)
# 7
Il mostro (disegni di Massimo Spinelli)
# 8
Primo sangue (parte 1) : Una storia vera (disegni di Marco Stefanni)

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Questo 2008 che sta per chiudersi, però, non vuole essere solo il momento giusto per festeggiare i primi dieci anni di Poseidon, ma coincide anche con la voglia di “rilanciare†la serie. Nel corso dell’anno prossimo, infatti, vorrei tornare a dedicarmi alla sceneggiatura, per completare le ultime due parti della trilogia “Primo sangue†e dell’ultima puntata della “prima stagioneâ€. Per poi magari iniziare anche a tessere le trame per una “seconda stagione†che ho già in mente da molto tempo e in cui vorrei approfondire le figure dei comprimari introdotti finora. Sempre che i disegnatori abbiano ancora la pazienza di aspettarmi… :-)

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30/11/-1, 00:00:00
Blue&Joy a La finestra sul vigneto
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La finestra sul vigneto, il salotto del venerdì su diVINando.

Con il desiderio di rendere sempre più vivace e dinamico il confronto nel salotto virtuale di diVINando, ho pensato, da gennaio 2009, di aprire il mio blog ad interventi esterni, invitando amici, colleghi, appassionati di vino ed arte, a dire la loro sull’universo enoico, scambiandoci pareri e consigli. Stimolando la riflessione, muovendo l’ anima.

Il salotto dell’ultimo venerdì di ogni mese – e oggi eccezionalmente spostato alla domenica - dove accogliere le persone e, come in un autentico angolo intimo della casa, soffermarsi, rilassarci, parlare, godendo di un momento di familiarità.
Immagino di incontrare i miei ospiti sul divano del Biancospino, il mio rifugio qua nella Tenuta di Cerreto Guidi. Un appartamento ricavato nel pagliaio della Villa, dal quale lavoro al pc, rimesto la mia uva nel bicchiere, come un alchimista con i suoi alambicchi, e, da una grande finestra tutta vetro, osservo le vigne che degradano dolcemente a valle…

Il primo amico che ha diviso con me il divano del Biancospino è stato il produttore Francesco Zonin. Si sono alternati, durante i mesi, il giornalista e degustatore della Guida ai vini de L’Espresso Fabio Rizzari, gli attori e cantautori Chiara e Davide Riondino, il Presidente di Save the Children Italia Claudio Tesauro, il produttore dell’azienda vinicola valdolstana Les Cretes Costantino Charrère, lo chef televisivo de “la prova del cuoco†Gilberto Rossi.

L’appuntamento di dicembre con La finestra sul vigneto accoglie con mio grande onore e piacere Daniele Sigalot e Fabio La Fauci, alias Blue&Joy, la lacrima e il sorriso più accattivanti nel panorama della pop art, dal fumetto alla street art. Quotati già come artisti dal MoMa di New York, a questa coppia di giovani ed estrosi ex-pubblicitari è stata dedicata la mostra A 3D MISADVENTURE, a Milano, nella galleria Spazioinmostra, nella quale i due pupazzi “scoraggiantiâ€, dopo quattro appesi al muro, si sono staccati dalle tele e hanno fatto capolino nel mondo vero.

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Daniele e Fabio, Blue&Joy sono ancora più scoraggianti dopo la loro incursione nell’universo a tre dimensioni o qualcosa li ha ritemprati?

Assolutamente no. Blue and Joy in 3D sono tre volte scoraggianti. In qualunque dimensione li vedi, restano come sono. Immutabilmente scoraggianti ma perennemente speranzosi che il futuro sia migliore. Insomma ingenui al cubo.

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Lo sconsolante barattolo raccogli-lacrime, la stella cadente per chi non riesce mai a vedere quelle vere, due dei vostri gadgets andati a ruba: come vi spiegate questa voglia d’ironia? Serve a vivere meglio prendere le distanze dalla realtà, guardarla con occhi disincantati?

Non sappiamo se serva a vivere meglio. Sicuramente è l'unica maniera che abbiamo di affrontare i problemi. Sdrammatizzarli. Sempre.

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Quali erano i vostri idoli da piccoli?

Daniele: Per me vanno da Capitan Harlok, Bud Spencer e Terence Hill, a tutti i calciatori della mitica Lazio degli anni cupi della serie B.
Fabio: Tony Hawk (uno skater) Fase 2 (l'inventore dei graffiti)

E quelli di adesso?


Daniele:
Capitan Harlok, Bud Spencer e Terence Hill e tutti i calciatori della Lazio dello scudetto 2000.
Fabio: Bacon, Caravaggio.

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Blue&Joy sono le due facce di ciascuno di noi, incarnazioni di tanti antieroi della letteratura novecentesca: Blue ha un animo felice, sognatore, ingenuamente romantico; Joy invece, imprigionato nel suo sorriso, è cinico. A voi, Daniele e Fabio, cosa fa sognare, che cosa vi rattrista?

Daniele: Credo che ad entrambe le domande la risposta sia "le ragazze".
Fabio: La pittura mi fa sognare. Gli esseri umani mi rattristano.


Ho letto del progetto di vivificare Blue&Joy: a quando la serie animata?

Speriamo entro la fine del 2010. E' un progetto al quale lavoriamo da tanto, ma siamo più lenti dell'erosione delle montagne...

Da collezionista e amante del vostro mondo, un desiderio: Blue&Joy sull’etichetta della magnum del mio Il Musmeci.

Assolutamente!

Per informazioni sulle prossime mostre di Blue&Joy:
galleria SPAZIOINMOSTRA
Via Cagnola 26, Milano
02 33105921 -335 6665509
info@spazioinmostra.it
www.spazioinmostra.it


blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Il Countdown sta per finire...
blog+roiCiao a tutti!!! Scusandomi, innanzitutto, con voi tutti per la mia lunga assenza da queste mie pagine, a causa di problemi personali, con i quali non vi voglio annoiare, che mi hanno coinvolto totalmente in tutt'altro, e sperando di riuscire presto a farmi perdonare, vorrei oggi tornare a parlarvi di un progetto, che reputo veramente molto interessante per chiunque abbia intenzione di Guadagnare Online, che, finalmente sta per essere reso disponiblie dal suo creatore.

Ciò di cui vi voglio parlare è lo stesso Infoprodotto di cui vi ho parlato nel mio ultimo post del 5 novembre, ovvero "Progetto Nicchia" di Daniele D'Ausilio.

Ho avuto modo di vedere i 4 video di presentazione del progetto in questione (se non l'avete fatto vi invito a farlo al più presto... blog+roi) e sono sempre più convinto che il suddetto Infoprodotto rappresenti un incredibile opportunità di crearsi degli ottimi Guadagni Online.

Trovandoci, ormai, ad appena 2 giorni dal lancio ufficiale, previsto per Mercoledi 2 Dicembre, quindi, non ho potuto fare a meno di tornare a parlarne in questo post per invitarvi, seriamente, a darci almeno un'occhiata (non fosse altro per il Programma d'affiliazione molto interessante offerto dall'Infoprodotto in questione... blog+roi).

Creato da uno tra i più conosciuti e seri esperti del settore, infatti, con i suoi
15 Video Corsi e quasi 30 Manuali che ci guideranno passo per passo nella creazione della Nostra attività di Ecommerce, questo Corso si preannuncia essere l'InfoProdotto dell'anno!!! blog+roi

Lasciandovi alla visione di uno dei 4 filmati, che potrete trovare visitando il sito di "Progetto nicchia", che vi spiegherà un pò meglio che cosa troverete all'interno del suddetto Infoprodotto, vi auguro una splendida giornata e mi auguro di ricevere presto i vostri inviti a visitare le vostre nuove attività online... blog+roi





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30/11/-1, 00:00:00
Via libera alle moto in tre nuove corsie riservate a Milano!
Ecco le due tipologie di cartelli attualmente esposti: Sono diversi, ma su 46 varchi ecopass, solo 3 erano come quello a destra: si fa presto a fare confusione! Il provvedimento di via lbera riguarda i varchi limitanti l’accesso in corso Magenta, via Lamarmora e corso di Porta Vigentina. Prima che il provvedimento diventi esecutivo dovrà essere pero’ cambiata la segnaletica!!! MILANO - La Polizia Locale di Milano, verificata la presenza delle condizioni di sicurezza per i motociclisti, ha espresso parere positivo per l’apertura al transito delle due ruote motorizzate nelle corsie riservate ...

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Ecco le due tipologie di cartelli attualmente esposti: Sono diversi, ma su 46 varchi ecopass, solo 3 erano come quello a destra: si fa presto a fare confusione!

Il provvedimento di via lbera riguarda i varchi limitanti l’accesso in corso Magenta, via Lamarmora e corso di Porta Vigentina.

Prima che il provvedimento diventi esecutivo dovrà essere pero’ cambiata la segnaletica!!!

MILANO - La Polizia Locale di Milano, verificata la presenza delle condizioni di sicurezza per i motociclisti, ha espresso parere positivo per l’apertura al transito delle due ruote motorizzate nelle corsie riservate di corso Magenta, nel tratto tra piazzale Baracca e via Carducci, via Lamarmora e corso di Porta Vigentina. Prima che il provvedimento diventi esecutivo, però, dovrà essere cambiata la segnaletica verticale, cosa che avverrà nelle prossime settimane. Lo comunica il vicesindaco Riccardo De Corato.

«SI FLUIDIFICA IL TRAFFICO» – Il parere nasce su richiesta dello stesso De Corato, «che vede nell’autorizzazione al passaggio delle moto in alcune corsie riservate uno strumento per fluidificare il traffico cittadino». «Con l’apertura al transito delle moto nelle corsie riservate di corso Magenta, via Lamarmora e corso di Porta Vigentina vogliamo contribuire a fluidificare il traffico in quelle zone, garantendo al tempo stesso le condizioni di sicurezza i motociclisti – dichiara De Corato – il provvedimento si colloca all’interno di una più ampia strategia dell’Amministrazione il cui obiettivo è la diminuzione della congestione sulle strade favorendo, dove possibile, la circolazione delle diverse categorie di utenti. Nei prossimi mesi verificheremo la possibilità di aprire alle moto ulteriori corsie riservate lungo i tratti stradali di Milano».

Finalmente si pone fine ad una ingiustizia che sembrava palese a qualunque motocilcista o scooterista. Anzi, parliamoci chiaro: è sempre stata considerata piu’ una manovra per rinvigorire le casse comunali che coi varchi Ecopass si erano gia gonfiate a sufficienza (ma non quanto previsto dalla stessa amminstrazione, che si era detta a suo tempo delusa per lo scarso numero di contravvenzioni – e quindi introiti- derivante dall’installazione dei varchi).

Chi vi scrive ci è cascato almeno due volte prima di dare un occhiata piu’ attenta ai cartelli posti sotto alle telecamere dei varchi incriminati.

Credo si possa  fare ricorso per le contravvenzioni gia ricevute.

Vi ricordo che ancora ad oggi non potete transitare, poichè prima che il provvedimento diventi esecutivo dovrà essere cambiata la segnaletica!

Quindi portate ancora pazienza e sarete premiati. Con un bellissimo Niente, per fortuna!

30 dicembre 2009

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30/11/-1, 00:00:00
Aggiungere i propri feed su Twitter
blog+roiColoro che gestiscono un sito o un blog personale e desiderano che i relativi feed siano automaticamente postati su un account Twitter possono farlo in pochi semplici passi. Prima di tutto è bene affidarsi a una delle principali piattaforme (targata Google) di gestione dei feed RSS, ovvero Feedburner: grazie ad essa è possibile rendere disponibile [...]

blog+roiColoro che gestiscono un sito o un blog personale e desiderano che i relativi feed siano automaticamente postati su un account Twitter possono farlo in pochi semplici passi. Prima di tutto è bene affidarsi a una delle principali piattaforme (targata Google) di gestione dei feed RSS, ovvero Feedburner: grazie ad essa è possibile rendere disponibile (associando un nuovo link) un feed RSS ed avere una pagina dedicata ad esso per la gestione e la configurazione dello stesso.

Si potrà accedere con estrema facilità alle statistiche (numero di lettori e abbonati) ma anche alla scelta delle impostazioni migliori per guadagnare pubblico e magari introiti. All’interno della scheda “Publicize” esiste il servizio “Socialize” che permette di aggiungere uno o più account Twitter da aggiornare automaticamente con i post più recenti del proprio sito o blog, secondo le modalità che vengono proposte. La propria pagina Feedburner, essendo un prodotto del mondo Google, è facilmente raggiungibile dal proprio account insieme a tutti gli altri servizi.

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30/11/-1, 00:00:00
Dragon Trainer (How to Train Your Dragon)
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Titolo: Dragon Trainer (How to Train Your Dragon)
Genere: Animazione
Cast: Jay Baruchel, Gerard Butler, America Ferrera, Jonah Hill, T.J. Miller
Data di uscita: 2010-03-26
Paese: Stati Uniti
Diretto da: Dean DeBlois, Chris Sanders
Anno di produzione: 2010
Distrubutore: Universal Italia
Sito ufficiale: http://www.howtotrainyourdragonintl.com
Website locale: http://www.howtotrainyourdragonintl.com/intl/it/

Trama in breve: Dai creatori di "Shrek", "Madagascar" e "Kung Fu Panda" arriva "DRAGON TRAINER" una commedia avventurosa ambientata nel mitico mondo di robusti vichinghi e draghi selvaggi tratta dal libro di Cressida Cowell. La storia ruota intorno ad un adolescente vichingo che fa fatica a diventare un eroico domatore di draghi come richiesto dalle secolari tradizioni della sua tribù. Il suo mondo si stravolge completamente, quando incontra un drago che sfida sia lui che l’intero villaggio a vedere il mondo da un altro punto di vista.

blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Usa: latte materno usato per fare formaggio
blog+roiL'ultima follia o una nuova frontiera per buongustai? La moglie di uno chef di Manhattan ha trasformato il proprio latte in formaggio. ''Sono piu' sana della mucca media e certamente non alimentata a steroidi'', ha detto Lori Mason, che ha messo a disposizione del marito Daniel Angerer, oltre che della figlia Arabella, il frutto delle sue mammelle. Lori ha detto al New York Post che il suo latte e' ''organico al cento per cento e nutrito al foie gras''.

(fonte ansa.it)

Vai al sito: Curiosità per Te
30/11/-1, 00:00:00
Assassin's Creed 2 [ITA][DOWNLOAD][FREE][CRACK][MEGAUPLOAD]
blog+roi


Un gioco stupendo, rivoluzionario, anche il modo per crakkarlo è abbastanza complesso giusto per rimanere in tema XD. Sono un'infinità di link (per rendere l'idea la iso è da 6.8GB più circa 500MB di crack per cui fate i vostri conti...) L'unica cosa che mi sento di dire è STU-PEN-DO!!!!! Giocabilità straordinaria, possibilità di azione esagerata, controindicazioni? NON VI VOGLIO VEDERE IN GIRO CON COLTELLI!!! Oltre a questa piccola nota comportamentale avviso che per fare girare il gioco avrete bisogno di un computer abbastanza potente


Ecco i requisiti:
Minimum Configuration:

* SUPPORTED OS: Windows XP (32-64 bits) /Windows Vista?(32-64 bits)/Windows 7 (32-64 bits)
* Processor: Intel Core 2 Duo 1.8 GHZ or AMD Athlon X2 64 2.4GHZ RAM: 1.5 GB Windows XP / 2 GB Windows Vista - Windows 7
* Video Card: 256 MB DirectX 9.0?compliant card with Shader Model 3.0 or higher
* Sound Card: DirectX 9.0 ?compliant sound card DirectX Version: DirectX 9.0
* Hard Drive Space: 8 GB
* Peripherals Supported: Keyboard, mouse, optional controller

Recommended Configuration:

* Processor: Intel Core 2 Duo E6700 2.6 GHz or AMD Athlon 64 X2 6000 or better
* Video Card: GeForce 8800 GT or ATI Radeon HD 4700 or better
* Sound: 5.1 sound card
* Peripherals: Keyboard, mouse, joystick optional (Xbox 360 Controller for Windows recommended)
* Supported Video Cards at Time of Release: ATI RADEON X1950, HD 2000/3000/4000/5000 series NVIDIA GeForce 7/8/9/100/200 series

Istruzioni per applicare i crack (non mi sono sbagliato, sono più di 1 e sono in fondo alla pagina, nei 71 file ce n'è una versione simile ma non sono sicuro che funzionino quindi per sicurezza scaricate anche gli altri)

DISCONNETTERSI DA INTERNET
NON FARE L'AGGIORNAMENTO AUTOMATICO UBISOFT
SE LO FARETE DOVRETE COMINCIARE TUTTO DA CAPO
  1. Per semplicità non cambiate la cartella d'installazione
  2. Fate l'update del launcher copiando ed incollando il file Ubisoft Game launcher dalla cartella crack a quella di installazione
  3. Avviate il nuovo game launcher, quando vi chiederà la cd key: NON SCRIVETE NIENTE
  4. A questo punto avete abilitato il gioco per sessioni da 3 minuti...Volete giocare di più? E perché? Sta arrivando la primavera, uscite! Se proprio ci tenete allora andate avanti a leggere XD
  5. Animus Fix:
    1. Cancellate il vostro profilo attuale, tradotto andate in:
      1. "c:/Program Files (x86)UbisoftUbisoft Game Launcherstorage/RANDOMNUMBERSANDCHARS4" dove "RANDOMNUMBERSANDCHARS" dovrebbe essere tipo "ZzNuM3NpczE5"
    2. Cancellate TUTTI i file (per sicurezza farei io un piccolo backup XD )
    3. Copiate i salvataggi in: "c:/Program Files (x86)UbisoftUbisoft Game LauncherstorageRANDOMNUMBERSANDCHARS4" Fatto!
    4. Quando vi chiederà se volete salvare le partite On-Line mi raccomando cliccate su NO a parte che dovreste essere ancora disconnessi in teoria...

Ricapitoliamo:
Si aprirà questo:
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Poi questo:

blog+roi
NON SCRIVETE NULLA O AL MASSIMO...

SCRIVETE QUESTO:

blog+roi


DATE L'OK E....

blog+roi

CI SIAMO QUASI

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COSA DOVETE CLICCARE QUI? OVVIAMENTE NO!!!

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MENTRE QUI VA CLICCATO SI (YES XD)

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Buona partita!

Me lo merito un caffé?



Altrimenti fai conoscere il blog ai tuoi amici o addirittura aiutami a farlo crescere aggiungendo i tuoi file (puoi guadagnare tanti $$) Contattami QUI

Quasi dimenticavo...i LINK!!! Eccoli qua!



















Upload finalmente TERMINATO! SCARICATE TUTTI I FILE ANCHE QUELLI DI UPLOADING

A scanso di equivoci controllate i nomi di tutti i file prima di dire che non va perché Megaupload mi sta facendo impazzire non poco con tutti questi file, alcuni file me li ha rinominati ad esempio ho visto il 28,34 e 48 NON PREOCCUPATEVI LI STO UPPANDO DI NUOVO. Scaricate TUTTI I FILE (anche uploading) Megaupload non li voleva e non li voleva...Misteri dei server...
 ( Un favore quando lo farete partire, perché lo farete di sicuro, commentate la bontà del gioco e ditelo ai vostri amici!)

Nota: Se vi dovesse capitare di avere problemi con la cd key vuol dire che avete fatto l'aggiornamento per cui dovete ripetere la procedura.

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30/11/-1, 00:00:00
Una notte con Beth Cooper [ITA][DOWNLOAD][FREE][DVDRIP][MU][UP]
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Leggero , simpatico, carino nulla di più, un ottimo filmetto da guardare mentre si cucina qualcosa, non necessita di una grande attenzione.



Denis Cooverman, uno studente di grande intelligenza ma inadeguata capacità di socializzazione, è innamorato da sempre di Beth Cooper, capitano delle cheerleader, bella, bionda e sempre troppo fidanzata. Dalle medie Denis siede pavido dietro al suo banco e alla fine del liceo, proprio il giorno della consegna dei diplomi, ha deciso di rivelarle il suo amore. La sua dichiarazione pubblica e il suo invito ai compagni diplomati a fare outing gli aliena metà della scuola ma accende la curiosità di Beth che deciderà di partecipare al suo party. Davanti a una bottiglia di champagne e a montagne di patatine avrà inizio la lunga notte di Denis e Beth, che l'alba scoprirà innamorati e maturi.
Per comprendere tendenze e motivi ricorrenti al cinema è sempre bene attendere qualche anno, voltarsi indietro e storicizzare. Per quanto riguarda l'inizio dell'estate è possibile però azzardare un principio unificante nelle preferenze degli Studios che, con Miss Marzo e Una notte con Beth Cooper, proiettano lo spettatore all'interno della scuola, dove i protagonisti adolescenti devono fare i conti da un lato con le figure che preludono alla loro corretta formazione (genitori e professori) e dall'altro con tutte le pulsioni e le curiosità giovanili (alcool, sesso, droga, feste). Questa volta e in questo tempo non ci troviamo davanti a studenti irriducibili come il Belushi di Animal House. Gli studenti anarchici e feroci impegnati in imprese devastanti e genuinamente demenziali sono stati rimpiazzati da nerd con lo sguardo vitreo, brutti, apatici e mal vestiti, che cercano la loro strada in un liceo della periferia americana. Nonostante le premesse siano poco rassicuranti, il nerd di turno si schiuderà al mondo e all'amore, vincendo il suo isolamento e ritagliandosi un posto in quella società dalla quale era sempre stato escluso.
L'eroe anticonformista e meravigliosamente perdente questa volta è firmato da Chris Columbus, regista ben inserito nelle logiche hollywoodiane, veterano di film con bambini e autore dei due block-buster Mamma, ho perso l'aereo e dei primi due fedelissimi episodi della saga Harry Potter. Come fu per i maghi e i babbani della pietra filosofale e della camera dei segreti, i personaggi di Columbus mancano di vita e sono solo dei riflessi della biografia ideale pensata per ognuno di loro dalla Rowling e da Larry Doyle (autore del libro "I love you Beth Cooper"). Ancora una volta l'accusa che si può muovere al teen movie del regista americano è l'eccesso di tecnica (e di convenzioni cinematografiche) e la scarsità di magia. Senza scatenare drammi e con toni da commedia introspettiva, Columbus indaga allora i giochi di relazione tra adolescenti, avviandoli sulla strada dell'happy ending.




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30/11/-1, 00:00:00
Crank [ITA][DOWNLOAD][FREE][GRATIS][DVDRIP][MEGAUPLOAD][UP]
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Adrenalinico, movimentato, con un ritmo elevatissimo, cazzone, irriverente ecco un mix esplosivo di azione e....azione e.... non saprei, semplicemente azione! La trama non è troppo fitta e nemmeno complicata per cui se volete passare una serata senza NESSUN pensiero e giustamente avete deciso di non sbronzarvi (il vostro fegato ringrazia!!!) ecco un'ottima alternativa! Primo capitolo delle avventure di Chev penso che se lo guarderete senza la pretesa di trovare risposte utili alle vostre domande esistenziali desidererete vedere subito il 2 che... è qui (Crank 2 High Voltage) XD Buona serata!



Chev Chelios è un killer che ha smesso di uccidere per amore della bella Eve. Ma il boss dei duri e cattivi malavitosi della West Coast non ci sta e lo condanna a una morte singolare. Durante il sonno, lo schizzato Ricky Verona inietta a Chev un veleno che arresta il cuore. Per sopravvivere il suo corpo dovrà costantemente rilasciare adrenalina. Far reagire il cuore, creando situazioni di stress, sarà la missione del killer pentito. Lecito e vitale qualsiasi espediente: provocare afroamericani incazzati e armati, guidare in un centro commerciale, scolare Red Bull, cavalcare una moto o possedere la compagna sui marciapiedi di Los Angeles. 
Se il cinema commerciale americano è in crisi, Crank, dei debuttanti Mark Neveldine e Brian Taylor, è certamente l'antidoto in grado di rianimare i modelli estetici del cinema d'azione e di cogliere i mutamenti sociali e culturali che l'industria dello spettacolo ha mancato di metabolizzare. L'opera prima e iperattiva degli ex pubblicitari è capace di costruire uno spettacolo di qualità dagli standard altissimi, sperimentando in maniera audace e (decisamente) adrenalinica nuove formule di intrattenimento. 

Il sentimentalismo congiunto all'action, l'uso dello split screen depalmiano, il montaggio serrato, la narrazione in tempo reale, il ruolo centrale delle locations (Los Angeles) sono alcuni degli elementi che Crank recupera al cinema passando per la fiction televisiva e attraverso la specificità del mezzo televisivo. Il plot è noto, come pure il "die hard" protagonista: un (anti)eroe ruvido capace di bloccare da solo l'azione di cattivi perfettamente equipaggiati. L'unicità di Crank va cercata piuttosto nella capacità di riciclare stereotipi, battute e ammiccamenti al recentissimo action seriale. Dalle TV-series il film recupera (anche) il tema della morte spinta ai confini del rappresentabile, mutando il rapporto con il corpo fino a renderlo osservabile dall'interno, fino a penetrarlo e a esplorarlo come fosse un universo virtuale. 
Jason Statham, il formidabile (ex) tuffatore britannico, è il corpo eroico e vulnerabile di un killer che manda a morte in maniera spettacolare i malvagi di Verona. Girato con un'incredibile senso del ritmo e dei tempi, Crank rinnova l'appeal dell'action nei confronti del pubblico. Nel film il gesto violento, la rivelazione della materialità del corpo euforico (conseguenza dell'abuso di epinefrina) e di quello pornografico (l'amplesso esibito mentre si esibisce), sono visceralmente legati alla necessità di vedere. Detta e mostrata con distacco ironico tutta la violenza, non resta che contare i morti e riesumarli nei titoli di coda.
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30/11/-1, 00:00:00
Alice in Wonderland [ITA][DOWNLOAD][FREE][GRATIS][UP][MEGAUPLOAD]

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Critiche, discussioni, problemi, questo film non ha fatto il botto che ci si aspettava, personalmente sono uno di quelli che speravano in una versione molto più splatter del film visto Tim Burton e Johnny Deep...Comunque non mi sento di distruggerlo perché fondamentalmente fa il suo lavoro: fa svagare la gente, questo basta e avanza.
Consigliato? Si,ma con riserva.



Alice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca.
La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benchè la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere.
Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perchè più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perchè è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perchè dopo un inzio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo.
E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti.
Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello di Johnny Depp messi insieme.

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blog+roi blog+roi blog+roi blog+roi blog+roi blog+roi
blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Che mi sono perso?
Salve ragazzi bentornati, oggi post dall'università, per evitare di ascoltare quella sottospecie di suina che ci insegna inglese (per l'esattezza ci insegna tecniche pubblicitarie e giornalismo in lingua straniera) ho deciso di raccogliere in questo post tutto quello che mi sto perdendo in queste settimane di assenza.

Il nuovo OSX:blog+roiIl tema è bello cosi come è carino il wallpapers di default ma......copiare spudoratamente OSX.....è una perdita di stile secondo me.

Non dico altro sul l'aspetto grafico perché ho notato che altri mille mila blog si sono dilungato su tale argomento e non intendo smaronarvi su questo argomento ancora di più visto che il post finirebbe nella sezione di google chiamata "post fotocopia".

Docky nei repo e nuovo assistente:

Docky è finalmente approdato nei repo ufficiali della lince cosa che mi fa molto piacere, altra cosa che renderà felici sopratutto gli utenti incalliti di MSN è il nuovo assistente per emesene:blog+roiNon avendo a disposizione un pc con docky all'università non ho potuto testarlo, se volete esprimere dei pareri su di esso fatelo pure sui commenti.

Altra notizia su docky è che si è totalmente separato da gnome-do e questo non so cosa comporti esattamente in termini di velocità di sviluppo o di aumento delle perfomance.

UbuntuOne Music Store:

Ancora non si sanno i prezzi o gli artisti che saranno presenti all'interno di questa specie di "scopiazzamento" di Apple. Da quello che leggo sembra che le tracce siano esenti da DRM e siano acquistabili informato MP3 in alta qualità.

Be l'assenza dei DRM mi da un barlume di speranza verso questo nuovo store infatti i DRM sono il MALE e Linux è il suo opposto (il BENE). Per farvi un esempio i miei amici proprietari di Ipod o di Iphone non possono copiare più di un tot di volte il loro brano (quindi se ti fotti anche la copia di backup ti sei bruciato il brano per sempre, ecco il motivo per cui non comprerà mai musica attraverso lo store di apple). In oltre quel brano non può essere ascoltato più di un migliaio di volte e può essere riprodotto solo sul tuo "ca$$o" di Ipod o sul pc con la mela smozzicata.

Per adesso i player ufficialmente supportati saranno "rhytmcoso" e Banshee, anzi per adesso solo rhytmcoso visto che il plugin per integrare lo store ni Banshee è stato creato interamente dalla comunità e non da canonical.

Mondo blogger

Novità sui i blogger che seguo......cavolo non ci sono grandi cambiamenti in soli 15 giorni ma ho notato che l'amico Gusions sta lentamente trascurando il suo vecchio blog per dedicarsi alla sua parte più cazzara che è rappresentata dal suo nuovo blog "Gus exsperience" dove non troverete nessun ordine mentale apparte le ordinate sedute di sbavamento su docky e company.

Novità interessante è rappresentata dal mitico Bl@ster che dopo essere stato ingaggiato dalla simpatica "cricca" di oneopensource ha testato l'alpha di Fedora 13 e ne è uscito con le emorroidi eccitate per via degli scatti del suo amico compiz (Che io sto lentamento scordando visto che passo molto tempo sul piccolino visto che non ho la connessione ha casa e passo intere giornate in facoltà).

Novità varie

Come consigliato dal mio collega inserisco un VAFANCULO alla telecom che ha deciso per un piccolo ridardo nel pagamento del suppostone da 200 euri di tranciarmi di netto la connessione facendo saltare baracca e burattini anche alle chiamate di mia sorella alle sue mille mila amiche.

Morale della favola sarà fuori dal mondo per altri 15 giorni, quindi quasi nessun post e pochi tweet a fine lezione, per le mail e i commenti vi risponderà nelle pause se posso altrimenti scusatemi in anticipo.

Di fatti questo post lo sto scrivendo nell'ora di inglese che non sto seguendo per via dell'argomento totalmente inutile al giornalismo.

Detto vi lascio che sta finendo la lezione, saluti :D

PS: non ho incluso pollycoke nel post perché l'università mi blocca la connessione col suo blog, infatti sono rilevati contenuti erotici nel suo sito e non so il perché!
30/11/-1, 00:00:00
Restyling per la Mercedes Benz SL
La popolare Mercedes Benz classe SL è ora sul mercato da oltre 6 anni, il che significa che la SL attuale è pronta per un restyling. 
Le immagini mostrano la prossima Mercedes SL senza alcuna copertura.

blog+roi

blog+roi

Oltre ad un completo nuovo design degli interni, i cambiamenti più essenziali sono i proiettori in stile classe CLS, un nuovo paraurti anteriore e la nuova griglia. Sul retro, la Mercedes ha aggiunto nuove luci posteriori a led e un paraurti posteriore ridisegnato.

blog+roi

I motori probabilmente rimarranno gli stessi, ma le voci danno che la Mercedes stia lavorando ad una versione sovralimentata del motore 350 con 354 cavalli, il top della gamma SL sarà il noto V12 biturbo AMG SL 65 con una splendida potenza di 612 cavalli. 
La nuova Mercedes classe SL molto probabilmente farà il suo debutto sul Motor Show di Ginevra.
blog+roi
30/11/-1, 00:00:00
Schema a Punto Croce per Bambini – Barca a Vela
Vuoi realizzare una sacca mare per i bambini? Sul Blog P-tites-croix-et-jeux-d-aiguilles puoi scaricare gratuitamente lo schema di ricamo a punto croce con una barca a vela e delle biglie colorate utile per decorare la borsa mare per i tuoi bambini.
30/11/-1, 00:00:00
PO(L)VERINI
blog+roi
Salve a tutti, perdonate i black-out che ogni tanto colpiscono questo blog, ma tra studio, campagna elettorale e un pò di sano scoramento per la merda che è venuta a galla in questo mese, non ho avuto tempo e forza per scrivere.

Tuttavia in questi giorni sono stato scosso da violenti risate, dovute alla vicenda delle liste romane del PDL. Come se fosse un copione consegnato a tutti i rappresentanti del "Partito Dell'Amore", la Polverini si è incazzata, dimenanta, ha sbraitato, offeso e denunciato a destra e a manca, senza risparmiare nessuno.

Il problema è che questa classe politica, o meglio, "quella" classe politica, ha ormai introiettato e consolidato la pretesa di poter fare quello vuole, in barba alle leggi, destinate a dover essere rispettate solo dai "mortali" cittadini. Perchè è questo il punto. Per fare un esempio, se io avessi consegnato il mio "piano di studi" alla segreteria dell'Università di Bologna dopo lo scadere del termine, non avrei potuto sostenere nemmeno un esame nel corso di questo anno accademico. Oltretutto, i termini per consegnare atti ufficiali sono abbastanza lunghi, quindi ci si può tranquillamente attivar per tempo, come del resto gli altri partiti sembrano aver fatto.  
 Vorrei concludere, ma mentre stavo scrivendo questo post ho letto una notizia che non posso non riportare: Nuovi guai per la Polverini esclusi la sua lista e il listinoIl Pdl: "Candidatura a rischio"

Secondo voi, un Partito e i suoi dirigenti, che non sono in grado di consegnare una LISTA nei termini prestabiliti, sono in grado di amministrare una REGIONE?

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Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

blog+roi
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30/11/-1, 00:00:00
A volte succede davvero - la prima scaletta del mio nuovo romanzo: che ve ne pare?
blog+roiVi spiego subito il senso di questo post: ho una mezza idea per un nuovo romanzo, voglio buttare giù quello che ho in mente e sono curioso di sapere che cosa ne pensa il resto del mondo, rappresentato nella sua totalità da uno sparuto gruppo di lettori del mio blog.

Insomma eccovi quello che ho più o meno in mente, e poi a voi la parola:

Titolo: a volte succede davvero.

Genere: romanzo drammatico/tragico/comico. Sarebbe tipo Primo Mazzini, per intenderci, però non di fantascienza ma (più o meno) realistico.

Sinossi super sintetica:


L'editore di una piccola casa editrice è sul punto di divorziare, sta per andare fallito e viene abbandonato da amici e collaboratori.

Prendendo l'occasione da un intervento chirurgico si fa dare per morto, dopo di che vive per giorni/mesi/anni (ancora non ho deciso) come un senzatetto, mentre scrive il romanzo che sognava di scrivere da una vita.

Tornato a una vita normale (per motivi ancora da definire) si renderà artefice di un gesto eroico, e intervistato in diretta televisiva sfrutterà l'occasione per pubblicizzare il proprio libro.

Stile/tono del libro:

Si tratta di una storia estremamente drammatica: una persona cinica e sola (l'editore protagonista) ha un divorzio in corso, sta per andare in bancarotta e viene abbandonata da tutti nel momento in cui deve affrontare un intervento chirurgico per una malattia che quasi certamente lo ucciderà.

Solo che poi la situazione si risolve in modo inaspettato, alleggerendo l'aspetto drammatico. Il lato comico, o comunque ironico, è dato dall'assurdità dei personaggi e dalle loro azioni.

Momenti salienti:

- L'operazione chirurgica a cui si sottopone l'editore è per la rimozione di un tumore che si rivela inesistente per via di un errore medico. Il protagonista si offre di non denunciare nessuno a patto che dicano a tutti quelli che lo cercheranno che è deceduto durante l'operazione.

- Durante l'intervento il chirurgo apre la scatola cranica del protagonista, ci guarda dentro, vede che non c'è nulla e che si sono sbagliati e inizia a fare a pezzi la sala operatoria in una specie di attacco d'ira. Il chirurgo immaginatevelo tipo il cattivo del silenzio degli innocenti, o come un Devon Rex (personaggio di Primo Mazzini) violento e arrivista.

- In apertura della storia il protagonista prende in giro il manoscritto di un'autrice sconosciuta che in prima pagina ha scritto "pubblicare un libro è sempre stato il sogno della mia vita" e poi lo butta nel secchio della spazzatura. "A volte succede davvero" potrebbe essere il titolo del libro in questione.

Alla fine della storia, l'editore torna nel proprio ufficio (abbandonato dal giorno della sua "morte") in cerca di qualcosa da pubblicare al volo per sfruttare l'improvvisa notorietà. Prende dal cestino il manoscritto che stava ancora lì dentro e lo mette tra le cose da pubblicare (senza nemmeno aver mai letto oltre la prima pagina).

- Non so ancora per quale motivo il protagonista torna alla vita "normale". Probabilmente incontra un suo ex-collaboratore che lo spinge verso l'esperienza "risolutiva".

- Uno degli autori della casa editrice fallita diventa famoso, e il suo libro riempie la vetrina di una libreria. Da senzatetto, l'editore commenta con la gente che gli dà l'elemosina "quell'autore l'ho lanciato io!".

- L'editore diventa una persona nota con una scena simile: c'è un incendio, o un incidente mentre lui si trova in un asilo/reparto maternità e salva da solo 10-20 ragazzini con qualche sistema assurdo (li mette dentro un enorme sacco della biancheria o in un carrello della spesa, e poi con le fiamme che divampano ovunque li cala dal settimo piano con una corda o qualcosa di altrettanto inverosimile).

- Dopo diversi mesi dalla "morte" del protagonista, l'ex moglie entra nella sua casa decisa finalmente a prenderne possesso, specificando a qualcuno che il suo ex marito era una persona orribile e che per fortuna era morto. L'editore però vive ancora lì dentro, tutto sporco e trasandato come un barbone (immaginate che non lavora e non ha soldi, e vive nella casa di sua proprietà senza corrente, acqua ecc) e caccia via gli intrusi gridando "via dalla mia casa!" come se fosse un fantasma.

Ok. Insomma, per il momento non è molto, ma alcune idee mi piacciono. La scelta di ambientare tutto nel mondo editoriale (qualsiasi altra realtà lavorativa sarebbe stata analoga) è un po' per puntare ancora su un argomento che mi pare possa interessare a qualche editore, e un po' perché parlare di romanzi e successi editoriali più o meno fortuiti è sicuramente più interessante di una storia in cui viene firmato un contratto per un servizio bancario, pulizie serali o forniture di materiali.

Insomma, che dite: vale la pena di lavorarci un po' sopra?

Io spero di si ^^.

Simone


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