Leggendo un post su MenteCritica, dove si parla di Treviso, della sua pulizia, dell’ordine imperante, della sua bellezza fasulla e museale, mi sono sentito assalire dalla rabbia.
Rabbia frustrata e quasi dimenticata, sono ormai 3 anni che non vivo più lì, e mi pare passato un secolo.
Io, figlio di veneziani di città , a Treviso ci ho abitato per 17 anni convinto di dovermi tappare un pò il naso, un irrazionale sentimento, innato figlio di una caratteristica tutta veneziana: la spocchia verso i terrìcoi, sappatèra, terà i o cà vapatate o boà ri. quèi de teraferma, insomma.
Devo precisare che il trevisà no (non trevigiano come si vuole adesso) è l’archetipo del contadino, scarpe grosse e cervello fino. Però è pieno di giovialità , buon compagnone, senza pretese, un pòco tirà coi schèi, un pò avaro ma semplice e genuino. Pochi fronzoli e tanto lavoro.
Negli anni 70/80, lavora che ti lavora, il trevisano si inventa la microimprenditoria: famiglie intere a menar le mani fino alle dieci di sera, tomaie di scarpe, pezzi di stufette, maglioni di Benetton, tutti a farsi l’attività in garage, nella vecchia stalla riattata.
Infine, col boom dell’edilizia, tutta quella terra di contadini diventa improvvisamente preziosa, tutti a far su case a vender case. Le famiglie trevisane erano tutte divise in due settori, le donne a far le maglie dei benetton in taverna, gli uomini invece fuori a far casette a schiera, a lottare per ottenere le concessioni, a votare nei consigli comunali.
Cosi, suda e lavora, spingi e tira, i contadini trevisani sono diventati tutti imprenditori e benestanti. Decisamente benestanti. Ed è giusto che sia così, se esiste una razza di lavoratori, se esiste qualcuno che ha meritato di arricchirsi è proprio il trevisano.
A poco a poco il trevisano è cambiato, il denaro gli ha portato benessere e socialità . Due parolacce, mariavèrgine! quasi due bestemmie, fino a 15 anni prima.
Il trevisano che, se eri una persona di molto riguardo ti accoglieva nel salotto col cellophane sul divano e i giornali a proteggere i tappeti, altrimenti ti portava giù, in taverna, scaldata da una cucina economica, a bere un goto de vin de casà da, una fetta di soppressa, nel nido dove la famiglia si accoccolava, con la moglie che intanto tirava avanti qualche maglia che èl lavoro el xe sempre indrìo, il trevisano che usciva con la ritmo se c’era anche la moglie, altrimenti via, in bici o in motorino, questo trevisano semplice e lavoratore, cominciava a spostarsi nei piani alti della casa, a comprarsi la Mercedes.
Nella treviso dove l’evento più mondano era la messa della domenica, ora si cominciavano a vedere musei e turisti, manifestazioni e congressi, gente che sfoggiava pelliccie e abiti alla moda, a passeggiare in calmaggiore, anche se restava un particolare gusto del semplice tutto trevisano a caratterizzare le manifestazioni, i musei o le feste. Tutto manteneva comunque quell’aria semplice e tranquilla, da festa di paese, dove l’importante è divertirsi tutti, sensa far i massa i sbòroni, senza ostentazione.
Da questo spirito nacque ad esempio, l’ombralonga, ne più ne meno che un’idea nuova per passare una domenica in compagnia, messa in piedi da una accòlita di osti, gente in gamba e amante della compagnia.
Poi è piovuto Gentilini. Perdonate la mancanza di ortodossìa ma se la pioggia qui avesse potuto arrivare a cavallo, avrebbe cavalcato la Lega. E così fù.
Giancarlo Gentilini figlio della cultura contadina, trevisano come pochi, ma allevato in banca, paladino del movimento che più rappresentava la nuova borghesia trevisana, si propose come messìa della trevisanità nel mondo politico, e venne eletto sindaco, scalzando il vecchio predecessore, rappresentante della vecchia politica democristiana, immobilista e compromissoria, qui vigorosamente radicata.
Da allora ha cominciato a trattare la città da ricco contadino, e la cultura contadina, si sa, ha un solo modo di ragionare, pratico e diretto. Ferma e consolida tutto, puntella i muri e chiudi la stalla. Ed appunto treviso è diventata una stalla chiusa, un museo della trevisanità senza possibilità di evoluzione.
Senza tanti fronzoli, anzi, con meritevole ed esemplare efficienza, Gentilini ha applicato il metodo che tutti i trevisani si aspettavano, l’unico linguaggio politico del quale i trevisani avrebbero capito l’utilità .
C’era sporcizia e Gentilini ha assunto pensionati a fare gli spazzini, c’era degrado architettonico e Gentilini ha trovato finanziatori per restaurare, restituendo alla cittadina i suoi bellissimi scorci, palazzi e vicoli.
Poi si è rivolto al problema della sicurezza ed ha ottenuto un’aumento dell’impegno delle forze dell’ordine, ora spingendo qualche leva, colà stringendo qualche mano, da bravo contadino ha usato e dato la propria parola, ponendosi sempre in prima linea a subire le critiche ed affrontare i media (i quali in realtà si sono limitati a stigmatizzarne il folklore).
Gli abitanti del centro si lamentavano dei locali aperti fino a tardi e lui ha comandato che chiudessero entro le due quindi, per scoraggiare gli amanti della vita notturna, ha sguinzagliato i vigili a multare le auto dopo mezzanotte, a pattugliare le vie del centro, a piazzare autovelox notturni intorno alle mura.
Poco importa se questo andava contro qualche principio. A lui è stato chiesto e lui ha sempre provveduto, che poi usasse dei metodi piuttosto grossolani ed impositivi anziche le più lente vie democratiche, beh, il fine giustifica i mezzi, no?
L’ho incontrato un paio di volte, in giro per òsterie, qualche volta era alticcio, ma sempre mi ha dato l’impressione di uno intenzionato al bene. Magari con una visione poco obiettiva del concetto di bene, ma sempre di bene si tratta. I barboni dan fastidio ed il prefetto non può intervenire? Il nostro uomo si è personalmente occupato della rimozione delle panchine davanti alla stazione.
Se non è senso pratico questo!
Certo, se proprio devo trovare un difettuccio a quest’uomo, forse, e ribadisco forse, è stato quello di ascoltare un pò troppo la sua borghesia, gente dimentica della semplicità trevisana, gente oramai impegnata a firmare atti in studi notarili, o imbarcata in qualche viaggio d’affari.
La gente consolidata, benestante, non ha alcun interesse nell’apertura delle culture come nel progresso. Questa era diventata una borghesia che poteva permettersi di arrivare in centro col mercedes, nel garage di proprietà a pochi passi da Calmaggiore. Il problema democratico però ha cominciato a rendersi palese quando il sindaco ha dovuto finanziare, tramite i parcheggi, le sue opere di miglioria, i borghesotti furono contenti di questa ennesima tassazione, in fondo loro, i parcheggi non li avrebbero mai usati. E poi trovatemi a treviso un vigile che non sia disposto a chiudere un occhio sulla Porsche senza gratta e parcheggia davanti all’attico dei Benetton. Suvvia, sarebbe troppo fiscale multare tutte le mercedes e le audi che ignorano costantemente il parchimetro in piazza borsa o piazza duomo. Ce n’è gia abbastanza da multare in altre zone casualmente meno frequentate dalle auto di lusso.
Così, a poco a poco, tra ordinanze e lacciuoli, con una stiratina ai diritti qui ed una ripassatina alla democrazia là , la città è diventata esattamente quello che la borghesia trevisana voleva divenisse: sicura, pulita, a prova di ladro e silenziosa, il luogo perfetto dove crescere i propri vitelli. Una città dove, dopo le nove di sera, la vita si ritira nei locali. Dove il fermarti a chiacchierare in piazza dopo una certa ora ti garantisce la visita di una pattuglia, per la verità molto discreta, per la verità limitata ad una ripassata col riflettore, ma sempre di un’intrusione poco liberale si tratta. Non è opponibile l’argomentazione secondo la quale la polizia fa il proprio dovere quando ti rendi conto che al secondo passaggio, nel giro di 10/15 minuti, la pattuglia si ferma nei pressi e rimane a piantonare la tua presenza, sia che si tratti di chiacchierata tra amici sia che si tratti di discussione galante con una ragazza. Credo che questo tipo di servizio abbia anche un costo piuttosto elevato.
Altro problema affiorante, i pochi locali nuovi, per emergere, cercano di fare qualcosa in più, danno qualche festa, s’inventano delle piccole manifestazioni, invitano un DJ a movimentare la serata, ma questo, alla borghesia, non va bene.
L’evento incuriosisce, e così facendo richiama gente che vuole divertirsi, e mica siamo al luna park, che vadano a Jesolo, è lì apposta.
Alla fine Treviso, di notte, rimane deserta e silenziosa. I gestori dei locali alle due ti invitano a pagare, ad andartene, perciò a te non rimane che girellare spaesato in questa città silenziosa e muta come un dipinto del canaletto, sfumato nei toni della malinconia, una cittadina fatata, quasi tetra nell’echeggiare dei passi di qualche coppietta annoiata, probabilmente già segnalata a qualche pattuglia.
Concludo con un’ultimo aneddoto che forse può ben descrivere l’atmosfera di quella città . Mio figlio, all’età di 17 anni, è stato prelevato dal muretto dov’era seduto e portato in questura per un controllo. Caricato nell’auto della polizia, con la sua minore età , solo perchè seduto su un muretto a bordo piazza in attesa della moròsa. Sul verbale di servizio, unico documento redatto dagli agenti, probabilmente cònsci di essere usciti troppo dalle righe risulta che aveva un comportamento sospetto, infatti è sospetto che un ragazzo intorno alle 13,00 si trovi seduto a leggere un fumetto ascoltando heavy metal con l’ipod.
E notevole che la polizia ti scoraggi dal sederti sul muretto a bordo piazza.
A questo punto mi chiedo a cosa servano le piazze a treviso.
Ai comizi di gentilini? Certo, ma anche per essere affittate a suon di denaro ai grandi marchi della moda per fare sfilate. Oppure per essere chiuse al pubblico come accade d’inverno alla loggia dei trecento.
Ecco dunque spiegato il perchè di tanta fredda pulizia. ecco come quella città , è diventata una bomboniera racchiusa in una teca, il salottino di rappresentanza per una particolarissima loggia borghese, dove questa ha edificato la propria torre d’avorio.
Tag: cassamarca, decadenza, gentilini, lega, treviso
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