Il titolo di questo post non si riferisce a un romanzo erotico o a un film spinto.
La camera accanto è la stanza, per l’appunto, posta di fianco a quella ufficiale (letteratitudine).
Se letteratitudine è una sorta di caffè letterario virtuale, la camera accanto è un luogo dove si possono affrontare argomenti di diverso genere. Si può parlare di letteratura - certo -, di libri; ma anche di cinema, sport, televisione, politica, gossip, ecc.
Insomma, si può parlare di tutto ciò che volete. Ciascuno di voi può sentirsi libero di avviare un dibattito o, più semplicemente, scambiare quattro chiacchiere.
Anche qui, però, vige la nota avvertenza (colonna di sinistra del blog); per cui vi chiedo di rispettare persone e opinioni. Vi chiedo, inoltre, la cortesia di evitare litigi e toni eccessivamente scurrili.
(Massimo Maugeri)
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Questo appuntamento della camera accanto si è evoluto in maniera strana. Prima la notizia (falsa) della morte di Debenedetti, poi quella (ahimé, vera) della morte di Nico Orengo. Aggiorno il post inserendo un articolo che mi ha inviato Paolo Di Paolo proprio per ricordare questo celebre scrittore scomparso il 30 maggio. Vi invito - se vi va - a lasciare commenti in memoria di Orengo.
Altro argomento di discussione: 2 giugno, festa della Repubblica. Cosa significa per voi?
Segue l’articolo di Paolo Di Paolo a cui facciamo i migliori auguri per il suo nuovo romanzo appena uscito.
(Massimo Maugeri)
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In ricordo di Nico Orengo
di Paolo Di Paolo
Senza l’idea del mare (un odore di alga bagnata e di limoni, avrebbe detto lui), e senza l’idea di margine (di confine, di frontiera), è quasi impossibile ripensare l’opera letteraria di Nico Orengo (nella foto). C’è qualcosa – la presenza insistita di certi luoghi (ma, se si tratta di ossessione, è senza ombre: un’ossessione felice), con le luci e gli odori che li definiscono –, qualcosa che non è solo una quinta, un fondale, ma la prima sostanza poetica. In un suo libro di vent’anni fa, Miramare, non accadeva altro se non un’esplosione del paesaggio in forma di enumerazione: piante, fiori – e profumi, e molta luce. Con un gusto quasi voluttuoso, Orengo accumulava tutto ciò che, nel paesaggio della vita (la sua), gli stava a cuore.
Si può dire che ogni suo libro sia un ritorno al luogo da cui non si è mai separato. Nato a Torino nel 1944, ha sempre privilegiato – di là da alcune soste collinari, nelle Langhe – la riviera ligure; e in questo margine, altri margini: tra Piemonte e Liguria, tra Liguria e Provenza (per esempio in Ribes, o nell’Autunno della signora Waal, malinconico e pungente). È possibile vivere senza un giardino e una terrazza sul mare? senza il sapore del vino e senza, nella pelle, un desiderio invadente e sottile, anche erotico? viene da pensare leggendo i romanzi di Orengo. Nelle sue storie non accade quasi niente, quindi accade tutto: c’è il rumore, verrebbe da dire il ronzio, della vita che trascorre, assumendo forme varie e strane; a volte tanto ridicole da commuovere o irritare, a volte tanto commoventi da fare ridere. Talvolta si sarebbe tentati di accostare Orengo, cercandogli padri o fratelli maggiori, a Fellini, a un Fellini che fosse nato ligure; oppure di farlo entrare nel novero di scrittori lunatici, “ventosi†e dalla vena surreale come Cavazzoni. Ma poi una questione, appunto, di geografia sensoriale subito impone di riconsegnare Orengo a uno spazio (liminare) che porta soltanto il suo nome. La sua leggerezza, il suo disincanto, capace di tenerezze e di un’ironia acida e a volte impudica, spingono a chiedersi quale visione del mondo, quindi idea di letteratura, avesse Orengo; e perché, mentre il suo microcosmo sembrava precipitare nell’inattualità , lui sembrava tanto più intento nel salvarlo, nel tenerlo in vita. È stato, credo, per una questione di principio: la difesa di un preciso spazio dell’immaginazione, che rischiava (rischia) di svalutarsi e compromettersi. Nell’Intagliatore di noccioli di pesca, una voce che somigliava alla sua notava come fosse diventato sanguinolento l’orizzonte della letteratura italiana recente. E dove sono finiti – si domandava – i Calvino, i Pavese, le Ortese ecc.? Non per nostalgia, ma constatando come l’immaginazione letteraria più recente fosse praticamente ostaggio di detective e serial killer. Si può capire il mondo, l’esistenza – sembrava dire Orengo – anche osservando la signora Waal che raccoglie i fiori e li porta in casa; anche raccontando la storia sbagliata di un giocattolaio (L’ospite celeste,1999), quella di un’alga assassina (La guerra del basilico, 1994), della Riviera in una incredibile Belle Époque (Islabonita, 2008) o di una penna che Goethe donò a Puskin (Hotel Angleterre, 2007). Si può capire la storia e il proprio tempo anche spedendo una serie di Cartoline di mare vecchie e nuove (1984). O, ancora – come in uno dei suoi romanzi più felici, La curva del Latte (2002) – entro i confini di una scanzonata, sempre un poco perplessa, elegia per un’Italia prima della modernità : con una piccola folla di donne focose e di improbabili comunisti, tra insegnanti che aspirano a scrivere canzoni per il Festival di Sanremo e statue della Madonna a cui rubano la testa. È anche così – mostra l’opera di Nico Orengo – che si può restare davvero fedeli alla letteratura e a sé stessi: camminando soltanto nei luoghi che davvero ci appartengono, inseguendoli nella memoria o nella favola; cercando vizi e virtù dell’esistere nei dettagli che nessuno guarda, in un mondo minuscolo, rarefatto, strambo che specchia quello più vasto, generico, meno autentico. Si vede già tutto, insomma, dalla finestra della signora Waal – che “ascolta il cuore batterle nel pettoâ€, ha un po’ paura di addormentarsi perché ¨ha capito che non è facile sentirsi morire, ascoltare l’arrivo della propria morte¨, e nonostante questo decide che è meglio pensare all’amore, al mare, o al prossimo bicchiere di moscato.
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Martedì 19 maggio 2009
Dedico questo nuovo appuntamento de La camera accanto all’annuncio di due dipartite. Il primo si riferisce a un trapasso avvenuto davvero: quello di Susanna Agnelli. Il secondo, invece, riguarda la notizia della morte di Antonio Debenedetti… prontamente smentita dall’interessato.
Vi invito dunque a ricordare Susanna Agnelli - se vi sentite di farlo - e a leggere, di seguito, un articolo sulla falsa morte di Debenedetti. E - mentre che ci sono - ne approfitto per porvi questa domanda:
Come reagireste di fronte alla notizia (errata) della vostra morte? Che effetto vi farebbe?
E come difendersi dalle “bufale” in rete?
Per il resto… la camera accanto rimane a vostra disposizione per ogni esigenza comunicativa.
Massimo Maugeri
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da IL TEMPO del 18 maggio 2009
Morto e risorto, i giornali tra “bufale” e “coccodrilli”: Antonio Debenedetti dato per defunto da giornali e televisioni. Lui replica: sono vivo e vegeto. Successe anche a Vitti e Loren.
di Lidia Lombardi
Dicono che allunghino la vita. Lo dicono dei coccodrilli, le articolesse sulle gesta di questo o quel personaggio che riempiono a faldoni le redazioni dei giornali, pronti ad andare in pagina appena l’«indagato» tira le cuoia. Dicono che allungano la vita, i coccodrilli, anche quando - massimo dell’onta per qualsivoglia testata - escono intanto che il «coccodrillato» non è ancora allo stato di de cuius. Ieri è toccato ad Antonio Debenedetti. Scrittore e giornalista, figlio di Giacomo, tra i maggiori critici letterari del Novecento.
Un quarto d’ora dopo mezzanotte l’agenzia Agi batte la notizia: l’Antonio in questione «è morto improvvisamente a Roma nella sua abitazione. Aveva 72 anni. Nato a Torino, esordì giovanissimo con la raccolta di poesie “Rifiuto di obbedienza”». Eccetera eccetera. S’affannano - e sbuffano - i redattori di notte di molti giornali. Riaprono le pagine, smanettano per ribattere la novità . Ci cascano i notiziari notturni radiotv, Repubblica.it, Televideo. Il «Corriere della Sera» telefona a Debenedetti, suo editorialista e inviato. Risponde lui in persona, fa segni apotropaici di scongiuro: «Sono vivo, è stata una prova generale che uno non vorrebbe mai fare».
E ancora: «Gli amici del Corriere mi hanno ricordato che la stessa cosa è successa a Hemingway e a Moravia. Ma mi sento troppo piccolo per sostenere il paragone. E però mi preoccupa la facilità con cui i media danno alcune notizie senza verificarle». Insomma, il colto scrittore che ha un Premio Strega e un Viareggio nel curriculum e un libro in uscita a fine maggio, non l’ha presa poi tantissimo bene. E invece che risate si fece Monica Vitti, data per schiattata nel 1988 da Le Monde, che abboccò alla telefonata di un tipo qualificatosi come Roger Baume, agente dell’attrice. «Così mi allungate la vita», ringraziò la rossa i giornalisti. Idem per Alberto Sordi. Idem per la Loren. «Pare sia morta», disse un fotografo nel 1998 lasciando in fretta e furia una conferenza stampa a Napoli e sconvolgendo il mondo intero. «Da due settimane gira voce che sia in coma», constatò seccata la sua portavoce a Los Angeles. Verificate, gente, verificate.
Anche perché le bufale fioccano in rete. Lo scorso dicembre Wikipedia pensò di mettere paletti alla diffusione degli articoli dopo che sull’enciclopedia on-line Ted Kennedy e il collega senatore Robert Byrd furono dati per morti. C’è malizia in queste siderali balle? Sono detrattori politici, colleghi invidiosi a seppellire tizio o caio? Oppure - boccaccia mia statti zitta - sono i diretti interessati a darsi per defunti, per farsi pubblicità ? Paolo Villaggio annunciò qualche anno fa il suidicio. E andò su tutti i giornali. Due futuristi degli anni Trenta, Pannaggi e Fillia, fecero scena disegnandosi il manifesto funebre (il primo lo attaccò pure sui muri cittadini). Debenedetti non c’entra con queste manovre.
Lidia Lombardi
18/05/2009
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