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30/11/-1, 00:00:00
Joropo
A ponerse las alpargatas, porque lo que viene es Joropo A Hugito, gli arriva la ora 0 In questi giorni diro piu al rispetto… Gia che le una e due notizie di Repubblica, non mi soddisfano affatto… Tags: Chavez, Notizia, Venezuela Related posts Prohibido Olvidar (0) Nuevo Art. 18 (0) Nuevo Art. 16 (1) Non succede niente... (0) Le 3 Bugie di Chavez (4)

A ponerse las alpargatas, porque lo que viene es Joropo

A Hugito, gli arriva la ora 0

In questi giorni diro piu al rispetto…
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30/11/-1, 00:00:00
Venti di golpe in Paraguay?

di Annalisa Melandri e Fabrizio Lorussov

 

Sono sempre più insistenti in Paraguay le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell'Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese, "nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano".
Il presidente Fernando Lugo
(esponente di spicco della Teologia della Liberazione ed ex vescovo della diocesi di San Pedro, la più povera del paese, prima della sospensione del Vaticano) ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell'aprile del 2008, ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese per 60 anni, includendo gli oltre 40 anni di dittatura di Alfredo Stroessner,  e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali. "Dopo decenni di dominio assoluto di uno stesso gruppo politico, non deve sorprendere che fin dal principio di questo governo alcuni settori e personaggi abbiano avuto la tentazione di fermare il processo politico" ha dichiarato Lugo, mentre per sgomberare il campo da sospette alleanze tra politica e Forze Armate ne ha riformato tutti i vertici appena un mese fa.


A dirigere il tentativo di golpe è il vicepresidente Federico Franco, leader del Partido Liberal Radical Auténtico, che guida l'ala conservatrice e più reazionaria della coalizione in cui si trova anche Lugo (Alianza Patriótica para el Cambio). Franco ha in vaie occasioni accusato pubblicamente il presidente di essere un "traditore" e ha detto di "essere pronto ad assumere la presidenza del paese", nel caso Lugo venga sottoposto a impeachment.
La svolta a sinistra presa dal governo dopo l'elezione del "vescovo rosso" gli ha fatto progressivamente perdere l'appoggio politico di cui godeva in Parlamento e che era stato soltanto funzionale a liberare il paese da decenni di dominazione del Partido Colorado. Alleati strategici di Franco, in quest'opposizione che potrebbe scaturire, come avvenuto in Honduras in un "golpe istituzionale", sono il presidente del Senato Miguel Carrizosa e il politico ed ex generale Lino Oviedo, controverso personaggio accusato di aver realizzato in passato due colpi di stato, massacri contro alcuni civili e l'omicidio di un vicepresidente, attualmente alla testa del partito di destra UNACE.
Come già avvenuto in Honduras, anche in Paraguay i settori più conservatori della società, rappresentati dai latifondisti, da una classe politica e dirigenziale corrotta e spesso legata al narcotraffico, dal settore imprenditoriale, sono preoccupati per la decisione del presidente Lugo di aderire all'Alba, l'Alternativa Bolivariana per le Americhe. Ma non solo. Sono tante le riforme che il governo sta cercando di realizzare con non poche difficoltà, come rendere gratuite sanità ed educazione, attuare una Riforma Agraria, liberarsi progressivamente della presenza delle forze militari statunitensi e programmare una riforma costituzionale che renda possibile la realizzazione in tempi brevi del progetto sociale riformista in favore dei più deboli ed emarginati.

Gli Stati Uniti dal canto loro non possono che vedere con preoccupazione crescente il nuovo scenario che si profila all'orizzonte: un paese strategicamente importante (anche per le immense risorse idriche di cui è ricco) come il Paraguay, nel cuore dell'America latina, che lentamente sfugge al loro controllo e che ha intenzione di "restare un paese sovrano" come ha dichiarato in una recente intervista il ministro degli Esteri Héctor Lacognata, che ha respinto la proposta statunitense di inviare nel paese 500 soldati in cambio di 2,5 milioni di dollari da destinarsi per la costruzione di infrastrutture e per attrezzature e spese mediche per le comunità più isolate de paese, nell'ambito di un progetto di cooperazione che prende il nome di Nuevos Horizontes 2010.
L'ambasciatrice statunitense ad Asunción, Liliana Ayalde ha detto che si è trattato di un "duro colpo" se si pensa che si sta parlando "dell'educazione di circa 600 bambini, di assistenza medica per 19mila persone delle comunità povere e di assistenza odontoiatrica per altre 3600"
Il Paraguay di Lugo, che aderisce all'Unasur, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, non può non far proprie le inquietudini dell'America latina integrazionista rispetto alla crescente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, testimoniata anche dal recente accordo statunitense con la Colombia per la costruzione di 7 nuove basi militari nel paese andino. La presenza di 500 militari americani è stata pertanto giudicata inopportuna da Palacio de López, la sede del governo ad Asunción e Lacognata ha tenuto a ribadire a coloro che lo accusano di essere portatore di posizioni estremamente ideologizzate, che il suo ruolo è quello di mantenere l'autonomia di un paese che deve restare sovrano. "Non possono venire medici civili a realizzare gli interventi? Non possono venire civili a costruire le scuole?" si chiede il ministro. "Quello che vogliono fare gli Stati Uniti nel nostro paese non è una politica sociale, nel migliore dei casi è carità" ha detto. A voler essere buoni.

Perchè quello che gli Stati Uniti vogliono fare in Paraguay è quello che fanno molto più sfacciatamente in paesi zerbino quali ad esempio la Colombia. Si chiama tattica o strategia in una regione nella quale trovano sempre minori spazi all'interno della sempre maggiore coesione e integrazione economica e politica, ma soprattutto strategica (e in un prossimo futuro probabilmente anche militare) che si sta organizzando in America Latina.
Salvo la Colombia, il Perú e in parte il Cile, in America del Sud sembra veramente che il "cortile" non abbia più intenzione di rimanere tale.

v

Segnali preoccupanti fanno tuttavia pensare che i "falchi" del Nord stiano riorganizzando forze e mezzi. Le fragili democrazie come quella del Paraguay farebbero bene a stringere alleanze più solide ma soprattutto a rafforzare gli appoggi interni che, come il caso dell'Honduras ha insegnato, non possono essere più soltanto quelli realizzabili sul piano istituzionale e politico, con alleati dell'ultima ora inaffidabili e corrotti o corruttibili, ma devono necessariamente partire da un ampio consenso della base e dei movimenti sociali del paese, dei movimenti indigeni e delle donne. Quelli che come è avvenuto in Honduras hanno anche, e non è solo enfasi, veramente dato la vita per il ritorno del loro presidente legittimamente eletto.

Per completare il quadro della situazione, aggiungo un link all'interessante intervista realizzata per il programma "Carbono 14" della Radio Nacional Argentina di Buenos Aires dai giornalisti Pedro Brieger (PB), Eduardo Anguita (EA) e Miriam Lewin (ML) al senatore paraguaiano del Partito Liberale Radicale Autentico (partito della coalizione di governo che è però diviso internamente sul tema della possibile destituzione di Lugo) Alfredo Luis Jaeggli, presidente della commissione finanze e della bicamerale sulla legge finanziaria, sul giudizio politico cui potrebbe essere sottoposto il Presidente. Tale processo viene indicato come un golpe velato per delegittimare la linea politica e bloccare le iniziative del capo di Stato dopo solo un anno e mezzo dalla sua elezione, ottenuta con la maggioranza relativa del 41% dei voti, il 10% in più rispetto alla candidata del Partido Colorado, Blanca Ovelar. Nonostante il giudizio politico sia previsto dalla costituzione, risulta essere una prassi piuttosto inusuale nelle repubbliche presidenziali e fortemente soggetta a interpretazioni strumentali oltre che all'umore cambiante delle coalizioni di partiti: http://pedrobrieger.blogspot.com/2009/12/entrevista-al-senador-del-partido.htm

Nell'intervista il senatore sostiene che in Paraguay con questo presidente non sarà possibile attuare la modernizzazione che, secondo lui, Menem attuò in Argentina e altri governi hanno realizzato in tutti gli altri paesi dell'America Latina, mentre giudica il processo boliviano come un'involuzione della modernità. Inoltre il senatore Jaeggli reputa legale il golpe perpetrato in Honduras il giugno scorso dato che il presidente Zelaya, cacciato dal paese in pigiama dai militari sostenuti da una fazione del suo partito e da associazioni di imprenditori,avrebbe tradito lo spirito liberale del suo mandato per aderire al Socialismo del Secolo XXI di Chavez. Per il caso paraguaiano si adducono ragioni soggettive e strettamente politiche per poter iniziare un giudizio politico e non giuridico contro un presidente che non starebbe modernizzando il paese come alcuni parlamentari vorrebbero e che quindi potrebbe essere defenestrato in base a una qualche interpretazione della costituzione, da verificarsi, come sempre, a posteriori.

Audio disponibile qui: http://www.radionacional.com.ar/audios/el-senador-del-partido-liberal-habla-sobre-fernando-lugo-y-los-presuntos-planes-de-derrocamiento-en-paraguay.html

 

Su: http://www.carmillaonline.com  &  http://www.annalisamelandri.it/dblog/ 

 

 

 

 

 

 

 

30/11/-1, 00:00:00
Lula, il Brasile e il caso Battisti

di Fabrizio Lorussov

 

Il 22 dicembre scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio "Lula" da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull'estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando "decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal". Con queste parole Lula ha rotto il lungo silenzio che lo circondava sul tema di Battisti e le relazioni diplomatiche con l'Italia. Continua fulminante la dichiarazione del presidente brasiliano con una metafora calcistica:"Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare" secondo quanto hanno pubblicato il Giornale e alcuni mass media brasiliani come http://www.estadao.com.br e http://www.agenciabrasil.gov.br i quali appunto riportano che "la settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana o STF aveva vincolato la decisione di Lula sull'estradizione in Italia dell'ex "terrorista rosso" al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che, secondo un'interpretazione che la stessa Corte ha cambiato restrittivamente negli ultimi mesi, non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare l'eventuale asilo politico definitivo".


Proprio il giorno di Natale è uscita invece una notizia ANSA che completa il quadro della polemica. Infatti uno dei legali brasiliani di Cesare Battisti ha detto che il presidente Lula da Silva concederà l'asilo politico al suo assistito e che l'asilo all'ex terrorista verra' concesso sulla base del trattato di estradizione tra Italia e Brasile. L'avvocato Barroso ritiene che ‘il trattato di estradizione offre diverse possibilita' per non concedere la consegna di Battisti' all'Italia. All'Agenzia Brasile, Barroso ha detto che Lula decidera' sull'estradizione ‘entro il primo semestre del 2010′.
Anche se fino ad oggi il mandatario brasiliano non si era espresso sul caso di Cesare Battisti, dato che si è in attesa del testo integrale delle decisioni della Corte che verrà comunicato in gennaio, si possono cominciare forse a delucidare alcuni fattori determinanti della sua decisione che vanno oltre la posizione sua personale e quella del suo partito politico di riferimento, il Partito del Trabajo.

 

Da una parte è vero che secondo la decisione del STF Lula dovrà rispettare il trattato firmato con l'Italia nel 1989 in tema d'estradizione ma è anche vero che quello stesso trattato prevede delle eccezioni che il presidente sembra voler sfruttare apertamente come per esempio il fatto che Battisti dovrebbe affrontare un processo in Brasile per falsificazione di documenti oppure in base a sospetti di persecuzione o di minaccia dell'integrità fisicanei suoi confronti. Il risultato finale dipende dalla volontà e dall'interesse politico di far valere e sottolineare le diverse facoltà istituzionali e le opposte interpretazioni giuridiche in questa schermaglia tra un presidente sempre più rispettato internazionalmente e una Corte relativamente screditata sul fronte interno.

 

In Brasile così come in altri paesi dell'America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranitá nazionale. L'idea e l'esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono delle regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle cirtcostanze interne ed internazionali.

vAlcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s'è rifugiato proprio nell'ambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur (Mercado Comun del Sur, trattato di integrazione regionale firmato da Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela con Cile e Bolivia come membri associati) e del continente americano, oltre che con gli USA, principale potenza antagonista del nord.

Il tutto viene sigillato dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in acque territoriali brasiliane e dall'indipendenza energetica già da tempo raggiunta dal paese che a novembre appariva sulla copertina della rivista The Economist con il titolo "Brasil takes off", cioè il Brasile decolla (ma questi sono solo alcuni elementi, non voglio e non potrei esaurire qui la storia delle relazioni internazionali o dello sviluppo economico brasiliano!). banderabrasil.jpg
Il peso del Brasile e dell'Amazzonia a Copenaghen si è fatto sentire pesantemente nonostante gli accordi siano stati giudicati insoddisfacenti da molti gruppi di attivisti e dalle nazioni dell'ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, capeggiata dal Venezuela di Hugo Chavez) e quindi Lula potrá accumulare maggiori consensi interni col discorso e la pratica "nazionalista" oltre al fatto che, in genere, alcuni partiti a lui vicini potrebbero sostenerlo in caso venga formalmente "responsabilizzato" (si parla di vero e proprio "impeachment") di una presa di posizione contraria a quella della Corte.

 

Secondo alcune voci critiche la politica del governo e in particolare quella del presidente del Brasile in questo caso non sorprendono in quanto lo si accusa, con argomenti piuttosto tendenziosi a dir la verità, di oscillare tra la sua "vecchia ideologia marxista" e un falso realismo ed anche di avere ammesso nelle proprie file degli ex simpatizzanti della guerriglia brasiliana degli anni settanta: con queste affermazioni ci si dimentica comunque il contesto della spietata dittatura militare instaurata in Brasile dopo il 1964 e della rispettiva resistenza armata...
Resta aperta la questione circa quali probemi interni tra il presidente e la Corte possano scoppiare se le dichiarazioni di Lula dovessero portare l'anno prossimo a delle azioni concrete o a un conflitto istituzionale serio; e se esistano oltre ai motivi personali o ideologici delle rendite elettorali che possono ottenere Lula, i partiti della coalizione e il successore di Lula, ormai a fine mandato, dalla contrapposizione con la Corte e dalle rivendicazioni sulla sovranità e il "bene per il paese" fatte dal presidente il quale è già stato avvertito del fatto che le responsabilita' delle decisione ricadranno su di lui e che potrebbero esserci quindi implicazioni giuridiche.

La velata minaccia della Corte sembra anche richiamare le implicazioni internazionali della vicenda dato che il Brasile resta ancora in attesa del famoso "posto fisso" nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe essere eventualmente pregiudicato dall'opposizione dell'Italia e di altri paesi in seguito alla presunta violazione delle norme stabilite dall'organo stesso in tema di "terrorismo". Per ora mi fermo qui e aspetto notizie.

 

da: www.carmillaonline.com

 

Una lunga serie di approfondimenti storici e critici sul caso:

http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html

e per la vertente brasiliana

http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml  

30/11/-1, 00:00:00
Dalla lotta armata al buon governo, il subcomandante Marcos si racconta

di Fabrizio Lorusso e Rotta a Sud Ovestv

 

Riporto qui l'intervista a Fabrizio Lorusso (sempre io, l'egocentrico autore del blog...) in qualità di traduttore del libro intervista a Marcos, Corte de Caja in Messico, Punto e a Capo in Italia gentilmente pensata e redatta dall'amica giornalista e blogger di RottaASudOvest.

 

Un anno e mezzo dopo l'uscita sul mercato ispanico, è arrivato anche in Italia Corte de caja. Entrevista al Subcomandante Marcos, una lunga intervista della giornalista messicana Laura Castellanos al volto più mediatico dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). E' un libro che aiuta a tracciare un bilancio dell'esperimento autonomo delle Juntas de Buen Gobierno, iniziato 7 anni a, e dell'iniziativa politica della Otra Campaña, alternativa dal basso al sistema politico fondato sulla rappresentanza dei partiti tradizionali, lanciata 4 anni a. Il titolo italiano del libro è Punto a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista (ed. Alegre,13 €, on-line su lafeltrinelli.it e ndanet.it), il ricavato delle vendite servirà a sostenere il movimento zapatista; la traduzione è a cura di Fabrizio Lorusso, blogger di lamericalatina.net e latinoamericaexpress.blog.unita.it, da otto anni a Città del Messico, che ha accettato di rispondere via email ad alcune domande di Rotta a Sud Ovest. Ecco le sue risposte

 

- Come è stato tradurre questo libro in italiano?
Da un punto di vista personale è stata un'avventura piacevole ed entusiasmante dato che da anni mi occupo di temi politici e sociali latino americani, quindi i movimenti sociali e l'esperimento zapatista in Chiapas mi hanno sempre appassionato. Dal punto di vista "tecnico" il lavoro di trasposizione linguistica e soprattutto culturale dell'idiosincrasia della varietà messicana dello spagnolo è stata la sfida più interessante. Spesso tradurre un "¡Orale pues!" messicano con un semplice "Dai va!" italiano è limitante, però ho cercato di fare del mio meglio in tutti i casi simili!
- Per buona parte dello scorso decennio il subcomandante Marcos è stato uno dei volti più carismatici del movimento anti-globalizzazione. Poi i riflettori, almeno quelli internazionali, si sono spenti. Cosa è successo?
Nel libro Marcos spiega la progressiva ritirata mediatica del movimento. Un primo silenzio inizia dopo la Marcia del Colore della Terra nel 2001, con cui gli zapatisti hanno "conquistato" Città del Messico e la sua gente con tre obiettivi strategici: liberare il Chiapas dalla militarizzazione, chiedere la libertà dei detenuti politici del movimento e, la più importante, dare rango costituzionale agli accordi di San Andres, negoziati e rimasti lettera morta nel 1996. Il "tradimento" dei partiti politici in parlamento porta al ripiego e alla riflessione sul futuro del movimento, che nel 2005-2006 lancia la Otra Campaña, come reazione al sistema dei partiti e della politica messicani. A partire dal 2006 e dalle discusse elezioni presidenziali, l'EZLN si propone come elemento di unificazione di diverse anime della protesta sociale nazionale ed estende la sua presenza, e, parallelamente, Marcos comincia a ridurre la presenza negli spazi mediatici sempre più rari concessi dai media. La prassi politica dei caracoles comincia a rappresentare un'alternativa rilevante, mentre l'aspetto militare della lotta passa in secondo piano. I riflettori si sono relativamente spenti, quindi, per molti motivi diversi: perché l'EZ sembra "passato di moda", perché ha mollato i partiti tradizionali e ha favorito una politica "subalterna" e di base o forse perché vengono trascurate le notizie dal Chiapas dove quotidianamente si registrano nuovi soprusi, detenzioni e violazioni dei diritti umani.

- Vivi in Messico e quindi hai contatto diretto con la sua realtà: cosa è oggi del movimento zapatista? Continua ad avere una sua presenza o Marcos non fa più "paura" all'establishment come quando portò migliaia di persone nello Zocalo? Dall'estero si ha come l'impressione che violenza e narcotraffico abbiano messo un po' da parte le cause degli indigenas nelle preoccupazioni della società messicana.

Sì, come dicevo poco fa, l'EZLN ha deciso di riconvertirsi alla politica del buon governo, della trasparenza e dell'autonomia, che sta dando buoni risultati anche se limitati dai problemi secolari e strutturali e dall'ostilità delle istituzioni statali nella regione. Non credo sia corretto parlare di "paura" generata dall'EZLN nell'élite, anche se è vero che nella classica lista delle preoccupazioni della popolazione, il narcotraffico, l'insicurezza nelle città, i sequestri, scalano le classifiche dei temi caldi. Un esperimento sociale e politico come quello dei caracoles attira più l'attenzione di altri paesi, mentre viene ignorato in Messico o nella nostra Italia, arenata su stessa e sul suo immobilismo gerontocratico.v
- Nelle anticipazioni uscite un paio di anni fa, ai tempi dell'uscita del libro nel mercato latinoamericano, Marcos esprimeva giudizi taglienti anche su leaders che sarebbero a lui vicini come Chavez, che non esita a considerare a rischio caudillo, Cristina Fernandez o Evo. Gli unici che sembrano avere la sua stima sono Fidel e il Che. Dove collochiamo, allora, il movimento zapatista nello scacchiere latinoamericano?
Una tendenza un po' semplicista lo colloca in un pentolone unico, magari con il ruolo di precursore, insieme a tanti altri movimenti identificati per la loro opposizione a una o più tendenza della globalizzazione o al neoliberismo. Non credo molto in queste etichette e preferisco avvicinarmi alle peculiarità di ogni movimento sociale e alle sue rivendicazioni. Credo che il Sub e l'EZ guardino con interesse e simpatia alle esperienze politiche delle "nuove sinistre progressiste" venezuelane, argentine e boliviane o, in generale, latino americane che, anche loro, mostrano vari livelli e forme d'antiamericanismo e d'opposizione alla globalización neoliberal.

- La definizione che dà del Che è a suo modo poetica: appartiene a una generazione che non è ancora nata. La condividi? nascerà mai la generazione del Che? E, soprattutto, l'America Latina ne ha bisogno?
Probabilmente il Che e Fidel sono i personaggi, i volti e i miti che più hanno contraddistinto l'America Latina a livello internazionale dagli anni 60 in poi e hanno forgiato l'identità regionale militante, insieme a altri grandi come Simon Bolivar, il General San Martin, Benito Juarez, Garcia Marquez, Mario Benedetti, Ruben Dario, Villa, Zapata, i fratelli Flores Magon, Mariategui, Josè Martì, Salvador Allende, eccetera (e davvero chiedo scusa se solo ne nomino alcuni qui a titolo d'esempio). L'appropriazione delle lotte sociali e culturali di questi personaggi varia però da paese a paese e tra i diversi gruppi, partiti e movimenti, decennio dopo decennio. Penso che l'America Latina abbia bisogno della sua storia ma soprattutto di un rinnovamento ideologico e culturale, non tanto di figure forti e carismatiche, che possono avere un impatto importante, ma non fanno la differenza se prese così da sole.
- Nel libro Marcos fa sfoggio di umorismo, di ironia e di autoironia (ricordo che Angelina Jolie suo amore impossibile finì anche sui giornali italiani), quali sono le pagine in cui l'hai più apprezzato per questo?
Un po' in tutto il testo Marcos fa dell'ironia e del sarcasmo su sé stesso, sui mass media e anche sui momenti difficili della sua storia come personaggio pubblico e privato. Scherza amaramente sull'amore clandestino e sulla donne, forse mostrando un po' di quel maschilismo che gli viene spesso rimproverato e che costituisce un'altra importante sfida culturale in evoluzione che devono affrontare le comunità autonome e la società per democratizzare effettivamente i loro sistemi di governo.
- Una delle cose che dice e che mi hanno colpito, sempre dalle anticipazioni, è che se tornasse indietro cercherebbe di apparire meno sui media. Perché? In fondo hanno dato visibilità (e dunque potere) alla sua causa...
Sicuramente l'EZLN e Marcos sono stati uno dei primi movimenti globali, che hanno convogliato un'attenzione mediatica senza precedenti, anche grazie a Internet e all'interesse che ha risvegliato in tutto il mondo. Simultaneamente è nato un movimento no global articolato in decine, anzi centinaia di anime postmoderne accomunate da uno spirito di ribellione e protesta. Quindi le casse di risonanza e il potere che ne poteva derivare sono state molte e potenti. D'altro canto anche le possibili distorsioni della realtà e delle strutture del neozapatismo sono state pregiudicate, dato che la creazione di un leader non era prevista, anzi, indeboliva il movimento, scaricando tutte le responsabilità, i successi e le inquietudini su una sola persona, che poteva essere colpita più facilmente per screditare il lavoro di tutti. C'è quindi un trade off difficile da controllare e da gestire per i movimenti sociali che possono passare dal silenzio alla iper-presenza mediatica in pochi mesi, senza comunque aver potuto trasmettere integralmente le ragioni della loro lotta.
- Un tuo bilancio della parabola di Marcos, dopo aver tradotto questo libro in italiano? Come è cambiata, se è cambiata, la tua opinione su di lui?
Il libro ha chiarito alcuni punti oscuri della storia dell'EZLN e di Marcos. Sia che lo vediamo come un illuso o un sognatore che come pensatore politico, scrittore o sperimentatore autonomista e democratico, resta chiaro che il lavoro che viene svolto nei caracoles e nelle Juntas de Buen Gobierno trascende i confini del Chiapas e del Messico. Marcos chiarisce inoltre la sua relazione con gli altri gruppi armati del Messico come l'EPR ed evidenzia il carattere pacifista in questa fase dell'EZLN. L'opinione su Marcos diventa quindi un giudizio sul suo percorso, sugli errori del movimento e i suoi risultati, che si è arricchito durante la lettura e la traduzione di questa lunga intervista, ma vorrei lasciare aperta la risposta per invitare i lettori alla riflessione e al dibattito su Punto e a capo.

 

30/11/-1, 00:00:00
Venti di golpe in Paraguay?

di Annalisa Melandri e Fabrizio Lorussov

 

Sono sempre più insistenti in Paraguay le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell'Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese, "nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano".
Il presidente Fernando Lugo
(esponente di spicco della Teologia della Liberazione ed ex vescovo della diocesi di San Pedro, la più povera del paese, prima della sospensione del Vaticano) ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell'aprile del 2008, ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese per 60 anni, includendo gli oltre 40 anni di dittatura di Alfredo Stroessner,  e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali. "Dopo decenni di dominio assoluto di uno stesso gruppo politico, non deve sorprendere che fin dal principio di questo governo alcuni settori e personaggi abbiano avuto la tentazione di fermare il processo politico" ha dichiarato Lugo, mentre per sgomberare il campo da sospette alleanze tra politica e Forze Armate ne ha riformato tutti i vertici appena un mese fa.


A dirigere il tentativo di golpe è il vicepresidente Federico Franco, leader del Partido Liberal Radical Auténtico, che guida l'ala conservatrice e più reazionaria della coalizione in cui si trova anche Lugo (Alianza Patriótica para el Cambio). Franco ha in vaie occasioni accusato pubblicamente il presidente di essere un "traditore" e ha detto di "essere pronto ad assumere la presidenza del paese", nel caso Lugo venga sottoposto a impeachment.
La svolta a sinistra presa dal governo dopo l'elezione del "vescovo rosso" gli ha fatto progressivamente perdere l'appoggio politico di cui godeva in Parlamento e che era stato soltanto funzionale a liberare il paese da decenni di dominazione del Partido Colorado. Alleati strategici di Franco, in quest'opposizione che potrebbe scaturire, come avvenuto in Honduras in un "golpe istituzionale", sono il presidente del Senato Miguel Carrizosa e il politico ed ex generale Lino Oviedo, controverso personaggio accusato di aver realizzato in passato due colpi di stato, massacri contro alcuni civili e l'omicidio di un vicepresidente, attualmente alla testa del partito di destra UNACE.
Come già avvenuto in Honduras, anche in Paraguay i settori più conservatori della società, rappresentati dai latifondisti, da una classe politica e dirigenziale corrotta e spesso legata al narcotraffico, dal settore imprenditoriale, sono preoccupati per la decisione del presidente Lugo di aderire all'Alba, l'Alternativa Bolivariana per le Americhe. Ma non solo. Sono tante le riforme che il governo sta cercando di realizzare con non poche difficoltà, come rendere gratuite sanità ed educazione, attuare una Riforma Agraria, liberarsi progressivamente della presenza delle forze militari statunitensi e programmare una riforma costituzionale che renda possibile la realizzazione in tempi brevi del progetto sociale riformista in favore dei più deboli ed emarginati.

Gli Stati Uniti dal canto loro non possono che vedere con preoccupazione crescente il nuovo scenario che si profila all'orizzonte: un paese strategicamente importante (anche per le immense risorse idriche di cui è ricco) come il Paraguay, nel cuore dell'America latina, che lentamente sfugge al loro controllo e che ha intenzione di "restare un paese sovrano" come ha dichiarato in una recente intervista il ministro degli Esteri Héctor Lacognata, che ha respinto la proposta statunitense di inviare nel paese 500 soldati in cambio di 2,5 milioni di dollari da destinarsi per la costruzione di infrastrutture e per attrezzature e spese mediche per le comunità più isolate de paese, nell'ambito di un progetto di cooperazione che prende il nome di Nuevos Horizontes 2010.
L'ambasciatrice statunitense ad Asunción, Liliana Ayalde ha detto che si è trattato di un "duro colpo" se si pensa che si sta parlando "dell'educazione di circa 600 bambini, di assistenza medica per 19mila persone delle comunità povere e di assistenza odontoiatrica per altre 3600"
Il Paraguay di Lugo, che aderisce all'Unasur, l'Unione delle Nazioni Sudamericane, non può non far proprie le inquietudini dell'America latina integrazionista rispetto alla crescente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, testimoniata anche dal recente accordo statunitense con la Colombia per la costruzione di 7 nuove basi militari nel paese andino. La presenza di 500 militari americani è stata pertanto giudicata inopportuna da Palacio de López, la sede del governo ad Asunción e Lacognata ha tenuto a ribadire a coloro che lo accusano di essere portatore di posizioni estremamente ideologizzate, che il suo ruolo è quello di mantenere l'autonomia di un paese che deve restare sovrano. "Non possono venire medici civili a realizzare gli interventi? Non possono venire civili a costruire le scuole?" si chiede il ministro. "Quello che vogliono fare gli Stati Uniti nel nostro paese non è una politica sociale, nel migliore dei casi è carità" ha detto. A voler essere buoni.

Perchè quello che gli Stati Uniti vogliono fare in Paraguay è quello che fanno molto più sfacciatamente in paesi zerbino quali ad esempio la Colombia. Si chiama tattica o strategia in una regione nella quale trovano sempre minori spazi all'interno della sempre maggiore coesione e integrazione economica e politica, ma soprattutto strategica (e in un prossimo futuro probabilmente anche militare) che si sta organizzando in America Latina.
Salvo la Colombia, il Perú e in parte il Cile, in America del Sud sembra veramente che il "cortile" non abbia più intenzione di rimanere tale.

v

Segnali preoccupanti fanno tuttavia pensare che i "falchi" del Nord stiano riorganizzando forze e mezzi. Le fragili democrazie come quella del Paraguay farebbero bene a stringere alleanze più solide ma soprattutto a rafforzare gli appoggi interni che, come il caso dell'Honduras ha insegnato, non possono essere più soltanto quelli realizzabili sul piano istituzionale e politico, con alleati dell'ultima ora inaffidabili e corrotti o corruttibili, ma devono necessariamente partire da un ampio consenso della base e dei movimenti sociali del paese, dei movimenti indigeni e delle donne. Quelli che come è avvenuto in Honduras hanno anche, e non è solo enfasi, veramente dato la vita per il ritorno del loro presidente legittimamente eletto.

Per completare il quadro della situazione, aggiungo un link all'interessante intervista realizzata per il programma "Carbono 14" della Radio Nacional Argentina di Buenos Aires dai giornalisti Pedro Brieger (PB), Eduardo Anguita (EA) e Miriam Lewin (ML) al senatore paraguaiano del Partito Liberale Radicale Autentico (partito della coalizione di governo che è però diviso internamente sul tema della possibile destituzione di Lugo) Alfredo Luis Jaeggli, presidente della commissione finanze e della bicamerale sulla legge finanziaria, sul giudizio politico cui potrebbe essere sottoposto il Presidente. Tale processo viene indicato come un golpe velato per delegittimare la linea politica e bloccare le iniziative del capo di Stato dopo solo un anno e mezzo dalla sua elezione, ottenuta con la maggioranza relativa del 41% dei voti, il 10% in più rispetto alla candidata del Partido Colorado, Blanca Ovelar. Nonostante il giudizio politico sia previsto dalla costituzione, risulta essere una prassi piuttosto inusuale nelle repubbliche presidenziali e fortemente soggetta a interpretazioni strumentali oltre che all'umore cambiante delle coalizioni di partiti: http://pedrobrieger.blogspot.com/2009/12/entrevista-al-senador-del-partido.htm

Nell'intervista il senatore sostiene che in Paraguay con questo presidente non sarà possibile attuare la modernizzazione che, secondo lui, Menem attuò in Argentina e altri governi hanno realizzato in tutti gli altri paesi dell'America Latina, mentre giudica il processo boliviano come un'involuzione della modernità. Inoltre il senatore Jaeggli reputa legale il golpe perpetrato in Honduras il giugno scorso dato che il presidente Zelaya, cacciato dal paese in pigiama dai militari sostenuti da una fazione del suo partito e da associazioni di imprenditori,avrebbe tradito lo spirito liberale del suo mandato per aderire al Socialismo del Secolo XXI di Chavez. Per il caso paraguaiano si adducono ragioni soggettive e strettamente politiche per poter iniziare un giudizio politico e non giuridico contro un presidente che non starebbe modernizzando il paese come alcuni parlamentari vorrebbero e che quindi potrebbe essere defenestrato in base a una qualche interpretazione della costituzione, da verificarsi, come sempre, a posteriori.

Audio disponibile qui: http://www.radionacional.com.ar/audios/el-senador-del-partido-liberal-habla-sobre-fernando-lugo-y-los-presuntos-planes-de-derrocamiento-en-paraguay.html

 

Su: http://www.carmillaonline.com  &  http://www.annalisamelandri.it/dblog/ 

 

 

 

 

 

 

 

30/11/-1, 00:00:00
Lula, il Brasile e il caso Battisti

di Fabrizio Lorussov

 

Il 22 dicembre scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio "Lula" da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull'estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando "decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal". Con queste parole Lula ha rotto il lungo silenzio che lo circondava sul tema di Battisti e le relazioni diplomatiche con l'Italia. Continua fulminante la dichiarazione del presidente brasiliano con una metafora calcistica:"Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare" secondo quanto hanno pubblicato il Giornale e alcuni mass media brasiliani come http://www.estadao.com.br e http://www.agenciabrasil.gov.br i quali appunto riportano che "la settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana o STF aveva vincolato la decisione di Lula sull'estradizione in Italia dell'ex "terrorista rosso" al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che, secondo un'interpretazione che la stessa Corte ha cambiato restrittivamente negli ultimi mesi, non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare l'eventuale asilo politico definitivo".


Proprio il giorno di Natale è uscita invece una notizia ANSA che completa il quadro della polemica. Infatti uno dei legali brasiliani di Cesare Battisti ha detto che il presidente Lula da Silva concederà l'asilo politico al suo assistito e che l'asilo all'ex terrorista verra' concesso sulla base del trattato di estradizione tra Italia e Brasile. L'avvocato Barroso ritiene che ‘il trattato di estradizione offre diverse possibilita' per non concedere la consegna di Battisti' all'Italia. All'Agenzia Brasile, Barroso ha detto che Lula decidera' sull'estradizione ‘entro il primo semestre del 2010′.
Anche se fino ad oggi il mandatario brasiliano non si era espresso sul caso di Cesare Battisti, dato che si è in attesa del testo integrale delle decisioni della Corte che verrà comunicato in gennaio, si possono cominciare forse a delucidare alcuni fattori determinanti della sua decisione che vanno oltre la posizione sua personale e quella del suo partito politico di riferimento, il Partito del Trabajo.

 

Da una parte è vero che secondo la decisione del STF Lula dovrà rispettare il trattato firmato con l'Italia nel 1989 in tema d'estradizione ma è anche vero che quello stesso trattato prevede delle eccezioni che il presidente sembra voler sfruttare apertamente come per esempio il fatto che Battisti dovrebbe affrontare un processo in Brasile per falsificazione di documenti oppure in base a sospetti di persecuzione o di minaccia dell'integrità fisicanei suoi confronti. Il risultato finale dipende dalla volontà e dall'interesse politico di far valere e sottolineare le diverse facoltà istituzionali e le opposte interpretazioni giuridiche in questa schermaglia tra un presidente sempre più rispettato internazionalmente e una Corte relativamente screditata sul fronte interno.

 

In Brasile così come in altri paesi dell'America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranitá nazionale. L'idea e l'esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono delle regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle cirtcostanze interne ed internazionali.

vAlcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s'è rifugiato proprio nell'ambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur (Mercado Comun del Sur, trattato di integrazione regionale firmato da Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela con Cile e Bolivia come membri associati) e del continente americano, oltre che con gli USA, principale potenza antagonista del nord.

Il tutto viene sigillato dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in acque territoriali brasiliane e dall'indipendenza energetica già da tempo raggiunta dal paese che a novembre appariva sulla copertina della rivista The Economist con il titolo "Brasil takes off", cioè il Brasile decolla (ma questi sono solo alcuni elementi, non voglio e non potrei esaurire qui la storia delle relazioni internazionali o dello sviluppo economico brasiliano!). banderabrasil.jpg
Il peso del Brasile e dell'Amazzonia a Copenaghen si è fatto sentire pesantemente nonostante gli accordi siano stati giudicati insoddisfacenti da molti gruppi di attivisti e dalle nazioni dell'ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, capeggiata dal Venezuela di Hugo Chavez) e quindi Lula potrá accumulare maggiori consensi interni col discorso e la pratica "nazionalista" oltre al fatto che, in genere, alcuni partiti a lui vicini potrebbero sostenerlo in caso venga formalmente "responsabilizzato" (si parla di vero e proprio "impeachment") di una presa di posizione contraria a quella della Corte.

 

Secondo alcune voci critiche la politica del governo e in particolare quella del presidente del Brasile in questo caso non sorprendono in quanto lo si accusa, con argomenti piuttosto tendenziosi a dir la verità, di oscillare tra la sua "vecchia ideologia marxista" e un falso realismo ed anche di avere ammesso nelle proprie file degli ex simpatizzanti della guerriglia brasiliana degli anni settanta: con queste affermazioni ci si dimentica comunque il contesto della spietata dittatura militare instaurata in Brasile dopo il 1964 e della rispettiva resistenza armata...
Resta aperta la questione circa quali probemi interni tra il presidente e la Corte possano scoppiare se le dichiarazioni di Lula dovessero portare l'anno prossimo a delle azioni concrete o a un conflitto istituzionale serio; e se esistano oltre ai motivi personali o ideologici delle rendite elettorali che possono ottenere Lula, i partiti della coalizione e il successore di Lula, ormai a fine mandato, dalla contrapposizione con la Corte e dalle rivendicazioni sulla sovranità e il "bene per il paese" fatte dal presidente il quale è già stato avvertito del fatto che le responsabilita' delle decisione ricadranno su di lui e che potrebbero esserci quindi implicazioni giuridiche.

La velata minaccia della Corte sembra anche richiamare le implicazioni internazionali della vicenda dato che il Brasile resta ancora in attesa del famoso "posto fisso" nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe essere eventualmente pregiudicato dall'opposizione dell'Italia e di altri paesi in seguito alla presunta violazione delle norme stabilite dall'organo stesso in tema di "terrorismo". Per ora mi fermo qui e aspetto notizie.

 

da: www.carmillaonline.com

 

Una lunga serie di approfondimenti storici e critici sul caso:

http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html

e per la vertente brasiliana

http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml  

30/11/-1, 00:00:00
Dalla lotta armata al buon governo, il subcomandante Marcos si racconta

di Fabrizio Lorusso e Rotta a Sud Ovestv

 

Riporto qui l'intervista a Fabrizio Lorusso (sempre io, l'egocentrico autore del blog...) in qualità di traduttore del libro intervista a Marcos, Corte de Caja in Messico, Punto e a Capo in Italia gentilmente pensata e redatta dall'amica giornalista e blogger di RottaASudOvest.

 

Un anno e mezzo dopo l'uscita sul mercato ispanico, è arrivato anche in Italia Corte de caja. Entrevista al Subcomandante Marcos, una lunga intervista della giornalista messicana Laura Castellanos al volto più mediatico dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). E' un libro che aiuta a tracciare un bilancio dell'esperimento autonomo delle Juntas de Buen Gobierno, iniziato 7 anni a, e dell'iniziativa politica della Otra Campaña, alternativa dal basso al sistema politico fondato sulla rappresentanza dei partiti tradizionali, lanciata 4 anni a. Il titolo italiano del libro è Punto a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista (ed. Alegre,13 €, on-line su lafeltrinelli.it e ndanet.it), il ricavato delle vendite servirà a sostenere il movimento zapatista; la traduzione è a cura di Fabrizio Lorusso, blogger di lamericalatina.net e latinoamericaexpress.blog.unita.it, da otto anni a Città del Messico, che ha accettato di rispondere via email ad alcune domande di Rotta a Sud Ovest. Ecco le sue risposte

 

- Come è stato tradurre questo libro in italiano?
Da un punto di vista personale è stata un'avventura piacevole ed entusiasmante dato che da anni mi occupo di temi politici e sociali latino americani, quindi i movimenti sociali e l'esperimento zapatista in Chiapas mi hanno sempre appassionato. Dal punto di vista "tecnico" il lavoro di trasposizione linguistica e soprattutto culturale dell'idiosincrasia della varietà messicana dello spagnolo è stata la sfida più interessante. Spesso tradurre un "¡Orale pues!" messicano con un semplice "Dai va!" italiano è limitante, però ho cercato di fare del mio meglio in tutti i casi simili!
- Per buona parte dello scorso decennio il subcomandante Marcos è stato uno dei volti più carismatici del movimento anti-globalizzazione. Poi i riflettori, almeno quelli internazionali, si sono spenti. Cosa è successo?
Nel libro Marcos spiega la progressiva ritirata mediatica del movimento. Un primo silenzio inizia dopo la Marcia del Colore della Terra nel 2001, con cui gli zapatisti hanno "conquistato" Città del Messico e la sua gente con tre obiettivi strategici: liberare il Chiapas dalla militarizzazione, chiedere la libertà dei detenuti politici del movimento e, la più importante, dare rango costituzionale agli accordi di San Andres, negoziati e rimasti lettera morta nel 1996. Il "tradimento" dei partiti politici in parlamento porta al ripiego e alla riflessione sul futuro del movimento, che nel 2005-2006 lancia la Otra Campaña, come reazione al sistema dei partiti e della politica messicani. A partire dal 2006 e dalle discusse elezioni presidenziali, l'EZLN si propone come elemento di unificazione di diverse anime della protesta sociale nazionale ed estende la sua presenza, e, parallelamente, Marcos comincia a ridurre la presenza negli spazi mediatici sempre più rari concessi dai media. La prassi politica dei caracoles comincia a rappresentare un'alternativa rilevante, mentre l'aspetto militare della lotta passa in secondo piano. I riflettori si sono relativamente spenti, quindi, per molti motivi diversi: perché l'EZ sembra "passato di moda", perché ha mollato i partiti tradizionali e ha favorito una politica "subalterna" e di base o forse perché vengono trascurate le notizie dal Chiapas dove quotidianamente si registrano nuovi soprusi, detenzioni e violazioni dei diritti umani.

- Vivi in Messico e quindi hai contatto diretto con la sua realtà: cosa è oggi del movimento zapatista? Continua ad avere una sua presenza o Marcos non fa più "paura" all'establishment come quando portò migliaia di persone nello Zocalo? Dall'estero si ha come l'impressione che violenza e narcotraffico abbiano messo un po' da parte le cause degli indigenas nelle preoccupazioni della società messicana.

Sì, come dicevo poco fa, l'EZLN ha deciso di riconvertirsi alla politica del buon governo, della trasparenza e dell'autonomia, che sta dando buoni risultati anche se limitati dai problemi secolari e strutturali e dall'ostilità delle istituzioni statali nella regione. Non credo sia corretto parlare di "paura" generata dall'EZLN nell'élite, anche se è vero che nella classica lista delle preoccupazioni della popolazione, il narcotraffico, l'insicurezza nelle città, i sequestri, scalano le classifiche dei temi caldi. Un esperimento sociale e politico come quello dei caracoles attira più l'attenzione di altri paesi, mentre viene ignorato in Messico o nella nostra Italia, arenata su stessa e sul suo immobilismo gerontocratico.v
- Nelle anticipazioni uscite un paio di anni fa, ai tempi dell'uscita del libro nel mercato latinoamericano, Marcos esprimeva giudizi taglienti anche su leaders che sarebbero a lui vicini come Chavez, che non esita a considerare a rischio caudillo, Cristina Fernandez o Evo. Gli unici che sembrano avere la sua stima sono Fidel e il Che. Dove collochiamo, allora, il movimento zapatista nello scacchiere latinoamericano?
Una tendenza un po' semplicista lo colloca in un pentolone unico, magari con il ruolo di precursore, insieme a tanti altri movimenti identificati per la loro opposizione a una o più tendenza della globalizzazione o al neoliberismo. Non credo molto in queste etichette e preferisco avvicinarmi alle peculiarità di ogni movimento sociale e alle sue rivendicazioni. Credo che il Sub e l'EZ guardino con interesse e simpatia alle esperienze politiche delle "nuove sinistre progressiste" venezuelane, argentine e boliviane o, in generale, latino americane che, anche loro, mostrano vari livelli e forme d'antiamericanismo e d'opposizione alla globalización neoliberal.

- La definizione che dà del Che è a suo modo poetica: appartiene a una generazione che non è ancora nata. La condividi? nascerà mai la generazione del Che? E, soprattutto, l'America Latina ne ha bisogno?
Probabilmente il Che e Fidel sono i personaggi, i volti e i miti che più hanno contraddistinto l'America Latina a livello internazionale dagli anni 60 in poi e hanno forgiato l'identità regionale militante, insieme a altri grandi come Simon Bolivar, il General San Martin, Benito Juarez, Garcia Marquez, Mario Benedetti, Ruben Dario, Villa, Zapata, i fratelli Flores Magon, Mariategui, Josè Martì, Salvador Allende, eccetera (e davvero chiedo scusa se solo ne nomino alcuni qui a titolo d'esempio). L'appropriazione delle lotte sociali e culturali di questi personaggi varia però da paese a paese e tra i diversi gruppi, partiti e movimenti, decennio dopo decennio. Penso che l'America Latina abbia bisogno della sua storia ma soprattutto di un rinnovamento ideologico e culturale, non tanto di figure forti e carismatiche, che possono avere un impatto importante, ma non fanno la differenza se prese così da sole.
- Nel libro Marcos fa sfoggio di umorismo, di ironia e di autoironia (ricordo che Angelina Jolie suo amore impossibile finì anche sui giornali italiani), quali sono le pagine in cui l'hai più apprezzato per questo?
Un po' in tutto il testo Marcos fa dell'ironia e del sarcasmo su sé stesso, sui mass media e anche sui momenti difficili della sua storia come personaggio pubblico e privato. Scherza amaramente sull'amore clandestino e sulla donne, forse mostrando un po' di quel maschilismo che gli viene spesso rimproverato e che costituisce un'altra importante sfida culturale in evoluzione che devono affrontare le comunità autonome e la società per democratizzare effettivamente i loro sistemi di governo.
- Una delle cose che dice e che mi hanno colpito, sempre dalle anticipazioni, è che se tornasse indietro cercherebbe di apparire meno sui media. Perché? In fondo hanno dato visibilità (e dunque potere) alla sua causa...
Sicuramente l'EZLN e Marcos sono stati uno dei primi movimenti globali, che hanno convogliato un'attenzione mediatica senza precedenti, anche grazie a Internet e all'interesse che ha risvegliato in tutto il mondo. Simultaneamente è nato un movimento no global articolato in decine, anzi centinaia di anime postmoderne accomunate da uno spirito di ribellione e protesta. Quindi le casse di risonanza e il potere che ne poteva derivare sono state molte e potenti. D'altro canto anche le possibili distorsioni della realtà e delle strutture del neozapatismo sono state pregiudicate, dato che la creazione di un leader non era prevista, anzi, indeboliva il movimento, scaricando tutte le responsabilità, i successi e le inquietudini su una sola persona, che poteva essere colpita più facilmente per screditare il lavoro di tutti. C'è quindi un trade off difficile da controllare e da gestire per i movimenti sociali che possono passare dal silenzio alla iper-presenza mediatica in pochi mesi, senza comunque aver potuto trasmettere integralmente le ragioni della loro lotta.
- Un tuo bilancio della parabola di Marcos, dopo aver tradotto questo libro in italiano? Come è cambiata, se è cambiata, la tua opinione su di lui?
Il libro ha chiarito alcuni punti oscuri della storia dell'EZLN e di Marcos. Sia che lo vediamo come un illuso o un sognatore che come pensatore politico, scrittore o sperimentatore autonomista e democratico, resta chiaro che il lavoro che viene svolto nei caracoles e nelle Juntas de Buen Gobierno trascende i confini del Chiapas e del Messico. Marcos chiarisce inoltre la sua relazione con gli altri gruppi armati del Messico come l'EPR ed evidenzia il carattere pacifista in questa fase dell'EZLN. L'opinione su Marcos diventa quindi un giudizio sul suo percorso, sugli errori del movimento e i suoi risultati, che si è arricchito durante la lettura e la traduzione di questa lunga intervista, ma vorrei lasciare aperta la risposta per invitare i lettori alla riflessione e al dibattito su Punto e a capo.

 



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